Passepartout

Come essere tra le braccia di chi vuoi bene prima di dormire o prima di soffrire o dopo aver superato una prova che pensavi insuperabile, lasciarsi andare alla certezza di un mondo che si racchiude nel tuo corpo solo protetto da un altro corpo, come prima di nascere e dopo di morire, escludere minacce e paure.

Come essere sulla battigia del mare a guardare un incredibile tramonto in una sera d’estate in cui tutto ti sembra vada lento e scorra perfetto in pace, come l’acqua e il cielo che si incontrano laggiù baciati dal sole che scende e le preoccupazioni scendono con lui e si acquetano dolcemente sotto lo scroscio delle onde che leggere e belle si accavallano le une sulle altre ai tuoi piedi.

Come vedere un volto amico e sentirne la voce quando tutto attorno crolla, quando nell’urgenza del momento, del periodo, della vita, dimentichi di essere sola al mondo – lì, adesso o per lungo tempo – essere solo tu a dover fare, dire, prendersi cura di, pensare a, su cui si può contare…

Così l’emigrante, l’esiliato, la viaggiatrice, lo sradicato si sente quando tiene in mano una chiave di qualche casa ed è infine la sua o di qualcuno che gliela dà però come per sua, o quando non ne tiene nessuna perché lì dove andrà o tornerà non ne avrà bisogno. Se non l’hai mai provata questa sensazione, riesci a immaginarne la dolcezza?

Così mi sento io ogni volta. Quando ritorno in Piemonte e mi fate sembrare il San Pietro di me stessa che custodisce copie di chiavi del cuore. Oppure quando ritorno in Sicilia e mi prendete un po’ in giro per questa aria da girovaga dei miei stivali, ché non me ne serve nessuna lì e quasi quasi proprio non ne voglio neanche, tanto mi piace poter abbandonarmi a voi o comunque a qualcuno là, della comunità.

Così mi sento io, davvero, ogni volta che ripasso tutti i luoghi del mio eterno ritorno e ritrovo te, il tuo sorriso, il tuo bene. Tu sei per me la chiave più bella del mondo: quella che apre, accoglie, ristora, rincuora.

Tu che lo sai.

Grazie.

Ricominciamo da tre

Tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincia’ da zero? Da tre!

Ricomincio da tre, Massimo Troisi – 1981

Riprendo a lavorare e a bere caffè. Vorrei berne il meno possibile, il più a lungo possibile. Del resto, ho fatto il pieno di sole ed energia in Sicilia durante la pausa di disoccupazione estiva. Me la sono proprio presa una bella pausa, soprattutto dal blog… e si vede. Era da un po’ che non mi soddisfaceva più. Ho cambiato quindi stile, organizzazione… template, si dice così. Ho provato anche un po’ a ripensarne i contenuti. Ma niente, quello che non sono riuscita a ripensare è il fatto di scrivere quello che mi va quando mi va. E però mi chiedo, in effetti, se è giusto o non è giusto, non seguire le indicazioni dei social media marketer, del marketing editoriale ecc. ecc. Se non altro per voi che mi leggete anche, e potreste giovarne se davvero serve a rendere tutto migliore e più coerente, ma anche – beh, soprattutto – a chi potrebbe leggermi ma non sa nemmeno che esisto.

Da una parte mi tira il: “sì ma tanto tu scrivi per te, scrivi per scrivere. Le cose che scrivi per gli altri le scrivi in altri contesti, momenti, luoghi… appunto”. Dall’altra il: sì vabbé, però allora scrivi il diario segreto come quando andavi alle medie, no? E poi: “se le cose le sai, dille, urlale, falle, scrivi quello che tira, insegui le emozioni, tu che sai scrivere” – sembrano dirmi quelli che di marketing dicono di capirne. Ma laggente sembra voler leggere solo di viaggi, viaggi, viaggi, cibo, moda e intrattenimento. Sembra.

Non so, forse tengo ancora troppo alla mia libertà per cedere il controllo a qualcuno o qualcosa che mi faccia fare ordine tra carte vere e virtuali, in questo blog che secondo me è ordinato, ma comincia davvero a essere un armadio che scoppia. O forse è che sono ancora troppo insicura e timida per fare come tanti altri che riescono ad autopromuovere persino il nulla che avanza e a darsi un tono. Ma poi, io, nemmeno lo voglio imitare il mondo vuoto dell’Autore maschile e del mezzo di produzione editoriale, che l’unica cosa che impari da quel mondo è la prevaricazione intellettuale e la sua disonestà.

Lo vedo il mondo autoriale e di poca autorità che si lancia alla conquista dello spazio di mercato e mi sembra vivo e imbalsamato allo stesso tempo, sempre lì con la frase giusta, radical-chic o tutt’al più sprezzante, ché scambiare l’essere ironici con l’essere sprezzanti, se la vedi così non è una qualità la tua facile ironia.

Oppure sei femmina come me e allora dovresti scrivere storie d’amore o storie ribelli o libri per ragazzi, che comunque rispetto agli adulti sono ancora quelli che leggono in media di più, più o meno loro malgrado. Non so, continuo a rifletterci su. Comunque, un paio di cose me le sono scritte come una sorta di buon proposito.

  • Concentrarmi di più sul “diario”, inteso come racconto, magari un po’ più regolare, perché sennò in effetti lo sa solo chi mi conosce cosa succede.

…e però poi succedono cose attorno a me, leggo libri. Cheffà, non ve ne devo parlare più approfonditamente? Una cosa spero invece di riuscire a farla davvero.

  • Qualche regalo ogni tanto, per voi che siete iscritti, che non siete molti, ma non siete neanche pochi pochi ormai.

A presto.

A chi come me

Quando viene settembre e cala la sera dopo le prime pioggie e tira il vento che ormai freddo costringe alla manica lunga, vorrei e non vorrei che cambiasse il tempo.

A chi come me conta ancora le stagioni e le riconosce tutte e quattro, nonostate tutto, dal colore del tramonto – e sì, è di nuovo il tempo del rosso di sera bel tempo si spera riflesso nel cielo a pecorelle che acqua se n’è versata a catinelle – dall’odore della terra e dell’aria, e soprattutto riconosce la fine dell’estate dal dolore delle membra.

A chi come me quando viene settembre sente un moto nel cuore e gioisce dell’edera che comincia a crescere veloce veloce e a lanciarsi una fogliolina dopo l’altra e… ell’amore è come l’ellera dove s’attacca more così così il mio cuore mi s’è attaccato a te. A chi come me non teme il silenzio ora che grilli e cicale hanno smesso di cantare e rimangono la notte solo i richiami di civetta e, del resto, non ne potevo più di karaoke e rombi di motore.

A chi come me si commuoverà presto al ritorno del cielo d’inverno e al passo attutito sulla terra umida e gonfia. A chi come me s’acquieta solo nell’infinito ritorno del tempo che spassa. A chi come me in bilico tra eterna pace e eterna guerra e libertà di immensi spazi e costrizione di corpo umano e di pochi sensi e dolce vertigine e chiarori di luna attende.

A chi come me, quando viene settembre, migrare è un po’ soffrire, restare è un po’ mentire, morire è divenire, dedicai futili riflessioni mistiche. Tanto pe’ cantà.

Sempre cara vi fu vostra,

Pastora errante per l’aia