Passepartout

Come essere tra le braccia di chi vuoi bene prima di dormire o prima di soffrire o dopo aver superato una prova che pensavi insuperabile, lasciarsi andare alla certezza di un mondo che si racchiude nel tuo corpo solo protetto da un altro corpo, come prima di nascere e dopo di morire, escludere minacce e paure.

Come essere sulla battigia del mare a guardare un incredibile tramonto in una sera d’estate in cui tutto ti sembra vada lento e scorra perfetto in pace, come l’acqua e il cielo che si incontrano laggiù baciati dal sole che scende e le preoccupazioni scendono con lui e si acquetano dolcemente sotto lo scroscio delle onde che leggere e belle si accavallano le une sulle altre ai tuoi piedi.

Come vedere un volto amico e sentirne la voce quando tutto attorno crolla, quando nell’urgenza del momento, del periodo, della vita, dimentichi di essere sola al mondo – lì, adesso o per lungo tempo – essere solo tu a dover fare, dire, prendersi cura di, pensare a, su cui si può contare…

Così l’emigrante, l’esiliato, la viaggiatrice, lo sradicato si sente quando tiene in mano una chiave di qualche casa ed è infine la sua o di qualcuno che gliela dà però come per sua, o quando non ne tiene nessuna perché lì dove andrà o tornerà non ne avrà bisogno. Se non l’hai mai provata questa sensazione, riesci a immaginarne la dolcezza?

Così mi sento io ogni volta. Quando ritorno in Piemonte e mi fate sembrare il San Pietro di me stessa che custodisce copie di chiavi del cuore. Oppure quando ritorno in Sicilia e mi prendete un po’ in giro per questa aria da girovaga dei miei stivali, ché non me ne serve nessuna lì e quasi quasi proprio non ne voglio neanche, tanto mi piace poter abbandonarmi a voi o comunque a qualcuno là, della comunità.

Così mi sento io, davvero, ogni volta che ripasso tutti i luoghi del mio eterno ritorno e ritrovo te, il tuo sorriso, il tuo bene. Tu sei per me la chiave più bella del mondo: quella che apre, accoglie, ristora, rincuora.

Tu che lo sai.

Grazie.

Quanta strada bisogna fare – Sicilia A.D. 2019

Rientro a casa… e dintorni, per trascorrere le vacanze di Primavera, o Pasqua se preferite.

Di solito il periodo di ferie sotto Pasqua è così breve che si riesce a fare ben poco. Invece, quest’anno mi sta andando bene. Sto per dieci giorni. Ne sono trascorsi già più della metà e io per più della metà ho dormito. Vuol dire che ne avevo bisogno? Non saprei. La Sicilia mi ha accolto un po’ uggiosa, con dei giorni di schiarite, ma in generale con un cielo poco primaverile. Come si andasse verso l’inverno e non verso l’estate. Nondimeno a livello paesaggistico, questo periodo e quello autunnale, rimangono i miei preferiti. E comunque qualche giorno di bel tempo tra un nuvolone e l’altro ho potuto godermelo.

Isola delle correnti

Il mare? Che ve lo dico a fare. Quella della Sicilia orientale per me è sempre stata la parte più bella. Quest’anno ho persino fatto una tappa dove non ero stata mai, a Noto. Sì, ci sono ancora posti in Sicilia che non ho visto e soprattutto che non ho vissuto. Forse non basterebbe davvero una vita.

Noto

Dicevo, i panorami rigogliosi e gli altopiani in fiore. Per poco, se non si porterà via tutto il vento e il maltempo capriccioso. Ancora anche solo un pomeriggio concedimelo, perché io possa fare il mio viaggio di rito alla Grande quercia del bosco di Niscemi!

La Sughereta in fiore era un paesaggio che avevo bisogno di riguardare. Perché i ricordi svaniscono presto e ciò che resta sembra essere solo la loro impronta nella memoria. Come una piccola nicchia rimasta vuota da tornare a riempire di tanto in tanto, impressa astrattamente tra le anticamere e le camere della mente o concretamente come cicatrici e segni sul nostro corpo. L’impronta lasciata da questi boschi, queste piante, questi cieli aperti spazzati dalle nuvole e dove il sereno variabile vuol dire realmente qualcosa, è del tutto simile alle mie mani e ai miei piedi, e per alcune cose è simile a un avvallamento a cono come quello che guida lo sguardo a sprofondare nel mio occhio.

Le strade e i sentieri di terra battuta, aperti sulle radure o cosparsi di foglie di eucalipto, acciottolati o asfaltati, morbidi e odorosi di resine di pini o polverosi, rigogliosi di macchia mediterranea o pungenti come ortiche, assolati oppure ombrosi, attraversati da lucertole frettolose o da formichine laboriose…

Si dice che si ricordi meglio quello che ci ha fatto provare emozioni, ma in questo caso per me non vale. O per dirla meglio, non è quel genere di emozioni facenti parte della vulgata del nuovo millennio: la sensazione forte e inaspettata, la sorpresa, la novità, la meraviglia che brucia, l’esternazione che ti fa ridere forte e ti dà una scossa oserei dire infantile. Non esistono solo emozioni forti, infatti, anche se ci capita di pensare che solo queste siano quelle belle e vere. Anzi, le emozioni davvero forti non lasciano lunghi ricordi, non lasciano impronte. A me le emozioni forti hanno sempre fatto male. Un po’ per carattere, un po’ per costituzione. L’emozione di queste passeggiate è invece lenta, persistente, non sconvolgente. Credo sia per questo trovo pace in queste lande. Per questo fuggo spesso dall’umanità in guerra. Per questo ringrazio sempre chi mi ha donato la scintilla che illumina con po’ di buono la tristezza del mondo che vedo. È una questione di imprinting. Ho imparato a comunicare prima con la natura e gli esseri viventi, e solo poi gli esseri umani. (E pur sempre per vie traverse, leggendo romanzi e poesie e ascoltando favole e storie.) Non sono brava o buona persona per questo, e non mi sento migliore di altri. Sebbene la maggior parte degli esseri umani viva in contesti urbani e metropolitani, siamo infatti in molti e ben sparsi, ad avere un’educazione diversa, una connessione diversa. Non fatevi incantare da #globetrotter e #naturelover che vi regalano emozioni per vendere prodotti o sé stessi. È vero che spesso la forte emozione ci fa provare il desiderio di immortalare tutto in una foto particolarmente “figa”, rischiando che sia solo così, attraverso un’immagine esterna che ce ne ricorderemo.

Di certi ambienti, della mia casa, ricordo cose che nessuna foto mi restituirà. Per esempio il ronzio degli insetti e lo sfarfallio nei campi di quando ero bambina che non si sentono e non si vedono più. Non sono poi passati molti anni, solo una ventina scarsa. Eppure sembra che alcuni di noi abbiano già la memoria che avevano gli anziani quando mi dicevano: “qui un tempo era tutto bosco”…. Ma poi.

La base militare e il MUOS nel bosco di Niscemi

Quanta strada bisogna fare per ritrovare la connessione con la natura che abbiamo perso? La risposta, care mie e amici cari, si trova nel vento.

How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly
Before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many years can a mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Yes, ‘n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

B. Dylan, 1962

Andavo per la mia strada lungo il mare

Andavo per la mia strada lungo il mare. Osservavo come le alghe si arruffino appiccicate al muretto degli ormeggi. Camminavo vicina a gabbianelli arrabbiati perché non gli portavo alcunché da mangiare. Non sono io come quel vecchietto con in tasca l’allegria che sparge nel vento e la guarda consumarsi tra sbattiti d’ali, eh! Per chi m’avete presa, piccioni del mare! Beh, i gabbiani non so se mi sono mai piaciuti. Uno mi guarda. Lo guardo. Mi guarda. Lo guardo. Potrebbe durare un’ora e non dura che un attimo. Ha già capito che conviene votarsi al mare e librare librare librare, per la mia invidia, per la sua beffarda leggerezza dell’essere.

Divagavo mentre passeggiavo per il porto. Le piccole barchette che andrebbero riverniciate, con sopra qualche giocattolo che mi fa fare delle domande, le medie barchette un po’ più bianche, più smaltate, le barche dei marinai con le bandiere nere e gli ammucchi di reti e di corde, trecce, funi, cime, scotte, quante diavolo ce n’é, quanti nomi hanno? Le barche quelle belle eleganti, affascinanti, invitanti. Il mandracchio, così lo chiamano, ha perso la sua pittoresca personalità, mostra oggi solo i segni di un’evidente ordine e pulizia, e sopravvive accanto all’enormità del porto quello vero. Un’altra città, un’altro mondo, un’altra storia. Pensavo mentre mi sedevo sui gradini che scendono fino all’acqua: “Ah sì, ma qua ricordo, abbiamo ormeggiato qui quella volta che poi abbiam preso il largo verso…”

La giornata era come quasi sempre lo è quella di Capodistria.

Calma.

Soleggiata.

Perfetta.

Un filo di vento quanto basta a far brillare i capelli nel sole.

L’aria tersa che ci vedi attraverso fino all’orizzonte del mare e ancora oltre finisci sulle cime innevate delle Alpi di là.

Le Alpi di là. Di là da un confine apparentemente così insignificante, dove lascio sempre me stessa. E il Carso di qua da un confine a volte ancora da difendere, dove ritrovo ancora di nuovo me stessa. I brevi giorni, a volte le ore, che passo qui le vivo sempre come una sorta di risveglio da un’altra parte, come se fosse la cosa più naturale del mondo addormentarsi a Torino e svegliarsi qui, a Capodistria. Quando sono qui, troppe volte mi chiedo cosa ci faccio qui, come ci sono arrivata. Come se non dipendesse e non fosse dipeso da me. Sì… per il servizio civile, sì.. per il lavoro, poi per l’università, sì per il mare, sì in fuga dal mondo, sì… per gli amici. Certo che è per gli amici che torno. Ma ci deve essere qualcos’altro tra le sfumature di questo blu delle onde troppo blu per essere blu. Ci deve essere qualcos’altro dietro a questa perfezione, dentro quel vicolo stretto, tra le guglie di Palazzo Pretorio, non so, tra i tavoli dei bar che si insinua, tra le erbette che rotola, tra le vibrisse dei gatti che sonnecchiano sui davanzali. Ci deve essere una specie di incantesimo nelle vostre parole sussurrate, nei vostri sguardi affettuosi, tra le pieghe degli angoli della bocca quando mi sorridete, quando mi versate il caffè, quando mi aprite le porte delle vostre case lasciandomi entrare come se fossi da sempre con voi, come non fossero mai esistiti quarti di secoli senza conoscerci, come non ci fossero centinaia di chilometri di distanza tra noi, di solito e per lo più. Ci deve essere altro che mi lega a voi e che “no go capì!”, un “te vojo bem” che suona come un legame familiare, di sangue, immortale. Cascasse il mondo te vojo ben! E lo so perché il mondo è già cascato tante volte e so quel che dico quando dico che cascasse il mondo te vojo bem.

Ormeggiare qui, sostare un poco seduta sui gradini con lo sguardo perso all’orizzonte e una leggera brezza tra i capelli, assomiglia al riposo dell’eroe anche se di eroico io non ho nulla. Ho solo pensieri nobili e fatiche ancora tutte da compiere. Che mi viene il dubbio che il mio momento sia passato senza che me ne sia accorta. E allora mi volto. Per vedere se è dietro di me. Dietro di me c’è solo un altro gabbiano. Mi guarda. Lo guardo. Mi guarda. Sale sulla bitta e si libra si libra si libra. Ha capito. L’essere umano non sa volare, è inutile starlo ad aspettare.

Koper Capodistria 14 Febbraio 2018
Altri pensieri in libertà e di narrazioni odeporiche qui https://ilmioluogo.me/category/intimista/taccuino/.