Digressione

Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.

Stato

Trekking: escursionismo mon amour

Come iniziare un nuovo anno in Sicilia, sotto i migliori auspici e con le migliori stelle.

“Prendere e partire” è la cosa che mi è sempre riuscita meglio. Più impegno invece mi ha richiesto imparare a fare lo zaino o le valigie. Discernere tra necessario, importante e superfluo. Non dimenticare mai l’insostituibile.

Quest’anno ho avuto l’opportunità di fare qualcosa che mi ha appassionato molto da bambina e da adolescente, ma che ho poi tralasciato nel corso degli ultimi anni: l’escursionismo. Un regalo che mi sono fatta per i miei trent’anni e che completa tutti quelli che ho ricevuto nei giorni scorsi, sia affettivi che materiali. Il pomeriggio del 2 Gennaio siamo partiti dal piccolo rifugio in cima alla collina del Parco della Diga Comunelli di Butera, percorrendo il sentiero al tramonto e per un bel po’ anche sotto le stelle. Abbiamo dormito al rifugio, senza perdere l’occasione di accendere un bel fuoco di bivacco, odoroso di resina di pino. Il giorno dopo abbiamo scoperto l’area naturale e i suoi panorami incredibili girando attorno alla collina e concludendo l’uscita con l’osservazione dell’avifauna che popola questa importantissima zona della Sicilia.

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Io vi posso dire che il Parco Comunelli ha tanti tesori da mostrare, compresa una necropoli, che ci sono sentieri facilmente percorribili e aree attrezzate ben tenute dove si può passare anche solo una bella domenica, che è possibile osservare tanti tipi di piante, riscoprire piccoli pezzi di macchia mediterranea e attraversare diversi tipi di bosco, testimonianza delle tecniche di rimboschimento che si sono succedute nel tempo. Vi posso dire che a volte dietro l’alto trifoglio e i muretti di palme nane e i rami di pini o cipressi che quasi toccano terra, ti sembra di aver trovato il tuo piccolo paradiso terrestre. Vi posso dire che dall’alto della torretta di osservazione della Forestale si vede tutta la Piana di Gela, da Licata a Vittoria, che l’orizzonte si posa sui Monti Erei e i Monti Iblei, passando per l’altopiano di Niscemi. Io vi posso dire che fare escursionismo è una buona abitudine, che stare attorno al fuoco e sotto le stelle dà pace, che alzare lo sguardo per cercare la tua costellazione preferita o la tua stella riaccende l’anima e ti ricollega al mondo, che è semplicemente questo: un luogo meraviglioso.

Per tutto il resto, per esempio per i nomi e i dettagli delle specie animali presenti, delle piante e delle orchidee, sulla storia e le sfide dell’ambiente naturale e artificiale dell’area, sui chilometri percorsi e sui sentieri, per vivere anche voi queste esperienze… chiedete a Manuel Zafarana e a Davide Pepi, alla splendida Associazione Lipu-Niscemi, seguite il gruppo Nasciam Trekking.

Parlare con i limoni

limóne s. m. [dall’arabo līmūm]: agrume molto noto, importante soprattutto per il frutto ovoide, dalla buccia giallo-pallida, più o meno sottile, liscia o rugosa, profumata, con polpa succosa e acidissima, ricca di vitamina C.

Mi piace farmi ispirare dai colori e dai rumori della campagna. Soprattutto quando torno in Sicilia è più forte di me. Qui, sulla punta Sud della Trinacria, la terra è di colore rosso e giallo, a dicembre il trifoglio è alto e fiorito, gli ulivi centenari e quelli  dal fusto tenero si preparano all’Inverno che ancora deve arrivare, le pianure e le valli ti mostrano e raccontano tutte le ere archeologiche. Dalla piana di Gela e dagli altopiani di Vittoria, la Val di Noto ti accompagna con un unico sguardo fino all’Etna innevato all’orizzonte.

limoni_siciliaE poi ci sono loro: i limoni. Li vado a cercare tra le foglie e i rami come si cerca l’amore: bello, solare, agrodolce e profumato di vero. E quando lo trovo, quel limone lì… lo colgo e lo stringo tra le mani e lo annuso e chiudo gli occhi e alla fine me lo metto in tasca per tenerlo a portata di olfatto quando mi va. Finché dura. E capisco la spontaneità di una Sina Marnis, la protagonista di Lumìe di Sicilia, che non si cura di chi gli ha portato le lumìe e tanto meno le importa del suo passato e soltanto si riempie di gioia e grida: “Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!” – per leggere l’opera Lumìe di Sicilia di Pirandello clicca qui.

Così penso che sia per molti che conoscono l’odore di cui parlo, soprattutto per chi è vissuto in Sicilia ed è andato via, forse trovando limoni migliori ma mai uguali a questi che sempre sapranno di antico e di nuovo, di dolce e di amaro, di magico e reale. Infatti so che presto mi ricapiterà di sognare alberi di limoni nei cortili, proprio come I limoni di Eugenio Montale – qui il link de “I limoni” recitata da Franca Nuti.

[…] e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Per questo va a finire che almeno una volta al giorno passo sempre a parlare coi limoni del mio giardino, perché mi hanno detto e mi dicono tante cose e credo che tante cose ancora avranno da dirmi, però una volta che sarò andata via di nuovo chi lo sa quando ci rivedremo!

Tolentino e Isola, una storia di amicizia e solidarietà

Tolentino e Isola d’Istria. Due città separate da centinaia di chilomentri, dal Mar Adriatico e da un confine, eppure legate da un’amicizia che affonda le sue radici nel tempo.

Fin dagli anni Settanta, la comunità nazionale italiana di Isola ha coltivato e promosso i rapporti con gli abitanti di Tolentino,  prima grazie al Cantapiccolo e allo scambio frequente tra le famiglie dell’una e dell’altra parte, poi a livello sempre più istituzionale fino alla sigla del Gemellaggio ufficiale tra i Comuni di Isola e di Tolentino, tra il 1980 e il 1981. Nato da legami affettivi che non si sono mai persi del tutto e si sono anzi via via rinsaldati e rinnovati nel tempo, ha superato cambi di politica e di bandiera. Infatti, ai primi di novembre il Comune terremotato di Tolentino ha lanciato un appello che non è caduto nel vuoto e anzi, ha ricevuto una risposta lampo sia da parte della popolazione civile sia da parte degli enti istituzionali. Nel giro di due settimane erano pronti gli aiuti umanitari, erano stati raccolti i fondi necessari, erano stati ordinati e acquistati sei moduli abitativi. E il 17 novembre partivano, primi fra tutti, per Tolentino. E io con loro, al seguito di una delegazione istituzionale, con la possibilità di raccontare e fotografare questa bella storia di vera amicizia.

delegazione_isola-tolentino17 novembre – La delegazione è un misto di rappresentanza italo-slovena: il Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola Marko Gregorič, il Vicesindaco di Isola Gregor Perič e il Capogabinetto del Sindaco del Comune di Isola Polonca Skendžič, organizzatrice puntuale dei trasporti e responsabile dei contatti con Tolentino per tutto il tragitto e soggiorno. Viaggia con noi anche una troupe di RTV Capodistria con la giornalista Claudia Raspolič. Partiti intorno all’ora di pranzo, arriviamo in serata a Tolentino, accolti da Edoardo Mattioli, Presidente della Pro Loco con un passato da “cantapiccolo”. È sera e siamo attesi a cena, ma veniamo prima accompagnati per un breve tour panoramico:

Andando su, verso Visso e le altre frazioni non c’è più niente. Frazioni di montagna di settecento, mille persone. Non c’è più niente. Anche alcuni edifici costruiti con i criteri antisismici sono crollati. Le costruzioni in città hanno tenuto, però non sono più agibili. Adesso hanno iniziato a mettere qualcosa in sicurezza, fino a qualche giorno fa molte strade erano chiuse completamente. Ma vedete che è tutto deserto. Il centro storico è tutto inagibile, sono caduti i merli delle mura, le chiese sono chiuse, la Basilica di San Nicola è chiusa. L’ultimo grave terremoto pare risalga al 1700, così testimonia una vecchia immagine votiva.

Facciamo una breve tappa nell’area camper, zona di concentramento in caso di terremoto e dove tuttora preferisconoimg_8348 dormire per paura molte famiglie. Visitiamo anche un dormitorio, velocemente. Ci sono bambini che giocano a rincorrersi e fanno conoscenza l’uno dell’altro forse per la prima volta, trovando il bello in tutte le cose come solo i bambini sanno fare. A dire la verità i volontari che gestiscono il dormitorio non sembrano molto contenti di vedere giornalisti, forse non riuscendo a distinguere tra disturbatori e avvoltoi della notizia, ai quali purtroppo molti modi di fare giornalismo della catastrofe ci hanno abituato, e giornalisti sinceramente interessati alla cronaca e alla diffusione della conoscenza, in questo caso oltreconfine, in Slovenia.

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Infine, raggiungiamo la piazza principale, quella della Torre dell’Orologio, quartier generale e ritrovo operativo. Si sa che per ogni piccolo, medio, grande centro urbano d’Italia c’è una piazza principale, l’agorà di tutti, c’è un’abitudine alla frequentazione, un luogo di ritrovo naturale che non ha bisogno di essere geolocalizzato su nessun dispositivo mobile perché tu sappia dove si trovi e come si chiami: “Piazza”. Il ristorante La Genovese si trova subito attaccato alla Piazza. Risparmiato quasi per miracolo, dato che tutte le abitazioni, compreso il Municipio, non sono più agibili. La tavolata è numerosa, colorata e allegra. Protezione Civile della Val d’Aosta, il Sindaco Giuseppe Pezzanesi, gli Assessori comunali, amici e parenti, sloveni, valdostani e tolentinati tutti insieme, come se si trattasse della cena di Natale di una famiglia ritrovata. Si parla delle scosse di terremoto e delle conseguenze del terremoto, si ha l’esigenza di raccontare il trauma, di socializzarlo, ma in allegria. Sdrammatizzare, sorridersi, abbracciarsi, sono le manifestazioni concrete di comunità e vicinanza. E i tolentinati mi trasmettono un grande senso di dignità, determinata, fatta di amor proprio e sicurezza di poter contare sulla propria gente. Così, il calore e la forza che pensavi dovessi portare tu a loro, te lo danno loro a te. Poco spazio alla tristezza, nessuno per la disperazione. Alla fine della cena i valdostani ci preparano una bella sorpresa che suggella definitivamente la serata: la grolla, altrimenti detta “coppa dell’amicizia”.

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18 novembre – Alle nove del mattino circa, arrivano i TIR con i moduli abitativi. Con una certa emozione vengono scaricati e sistemati nella zona preposta temporaneamente. Alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali, tra i quali l’Assessore alle politiche sociali, delegato anche da parte del Sindaco, che in quel momento era in viaggio per Roma a riferire riguardo l’emergenza, ma anche alla presenza di alcuni esponenti della società civile come Don Gianni, parroco di Tolentino. I moduli abitativi, che contengono anche tutti gli aiuti raccolti, saranno successivamente destinati a uso ufficio parrocchiale e a uso abitativo per due famiglie in stretta necessità, così come individuate dall’amministrazione e dall’organizzazione che sta gestendo l’emergenza. Il fatto di ricevere moduli effettivamente abitabili e non semplici container non lascia indifferenti, date le polemiche tutte italiane riguardo questo aspetto. Oltre alla lentezza delle operazioni di acquisto e consegna, pare che le soluzioni abitative temporanee siano pensati non per essere autonome e/o individuali, ma per essere collegate a refettori, bagni e aree comuni. Nel frattempo si rischia di sgretolare del tutto l’unità sociale a causa dello spostamento della popolazione sulla costa e dei disagi che questo comporta. Chi potrà eviterà di certo una sistemazione da campo così pensata.

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Durante la giornata, facciamo un giro alla luce del sole tra le vie e i quartieri di Tolentino. Fa davvero impressione pensare che intere zone residenziali, dalle case bellissime, sono per la maggior parte del tutto da rifare. Dall’esterno, eccenzione fatta per alcune crepe e crolli evidenti, non sembrerebbe neppure. I danneggiamenti sono all’interno e alle fondamenta. Una città bella e ricca, centro d’eccellenza per l’industria manifatturiera e artigianale delle Marche, in Italia, nel mondo. Io, Tolentino, la conosco per la prima volta così e all’improvviso realizzo cosa significa quando scrivono che ad essere colpito è il cuore d’Italia, non solo dal punto di vista geografico, culturale e paesaggistico. Ci spiegano che, fortunatamente, le fabbriche non hanno avuto troppi danni e la produzione può andare avanti. Si continua a lavorare. Ma l’improvviso spopolamento non può che avere ricadute e conseguenze drammatiche per i commercianti e per tutta l’economia del territorio. Il post-terremoto non è soltanto ricostruire case, ma è ricostruire il tessuto economico e sociale, la vita di Tolentino. E forse dieci anni non bastano nemmeno, dicono.

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Pranziamo in una mensa scolastica, serviti da donne e volontari scout. Riprendere con la scuola, riprendere le attività sportive e ricreative, avere una propria casa e riappropriarsi dell’unità e serenità familiare, sono queste le priorità di Tolentino e di tutti i terremotati. Ma la priorità più alta fra tutte, che senti espressa da più parti è spesso questa: restare qui, restare insieme.

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Non sono andata a caccia di storie e di rappresentazioni del disagio. Ho parlato non tanto con i terremotati in senso stretto, quanto con coloro che li rappresentano (comunque anche loro nella categoria sfollati e terremotati). E queste persone non le conoscevo prima, tantomeno posso sapere i loro passati politici e personali. Ma ho visto il loro presente e conosciuto il loro adesso che è fatto di poche parole e molti fatti. Alla cena di commiato, il discorso di saluto del Sindaco Pezzanesi mi ha sinceramente colpito, proprio perché in certi contesti capisci che non è retorica, semplicemente perché non può esserlo. Perché il terremoto distrugge tutto e sconvolge tutti, senza fare distinzioni.

In una disgrazia gli unici aspetti positivi che emergono sono il valore della famiglia e della solidarietà. Ognuno di voi ha fatto la sua parte come se la nostra fosse una famiglia vera, come se noi fossimo fratelli che abitavano uno di qui e uno di là, che però quando la famiglia chiama, la famiglia c’è. Poi la solidarietà in generale, l’abbattimento delle barriere razziali, caratteriali, nazionali. Questa sera sono stato a cena in un centro in cui sono ospitate diverse etnie: macedone, albanese, slava, italiana… chi ha cucinato, chi ha comprato questo o quell’altro, ci si abbracciava, e i bambini, che sono la cartina di tornasole di una società civile e democratica, giocavano tutti insieme. Il buon Dio ci ha mandato una grande prova. Però noi eravamo vecchi dentro, arrugginiti, sporchi, non pronti ad apprezzare questi valori. Il terremoto da un lato ci ha distrutto dall’altro, che è quello caratteriale e umano, ci ha rigenerato. Su questa rigenerazione dobbiamo ricostruire la città che non sarà più la stessa città, perché per almeno per altri cinquanta o cento anni ci saranno questi valori: della solidarietà e dell’aiutarci vicendevolmente. Che avevamo dimenticato dopo la seconda guerra mondiale, riscoperti allora con un altro trauma. Stasera, uno mi ha detto ‘Sindaco cosa vuole che sia per noi un terremoto, noi abbiamo avuto una guerra dove le donne venivano violentate, ammazzate, altri erano messi nelle fosse comuni, per noi che abbiamo visto queste cose il terremoto è niente. Non abbiamo più la casa, ma siamo felici perché sappiamo di ripartire, ma tutti insieme’. Quindi, quando tornerete a Isola, portate questo messaggio: siamo più poveri immobiliarmente parlando ma molto più ricchi moralmente e intellettualmente. Grazie di cuore a tutti voi. Sperando che il terremoto abbia finito vi abbraccio a nome della comunità, esattamente 20471 persone.

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Tutti abbiamo assistito alle immagini agghiaccianti e abbiamo ascoltato le notizie che descrivevano le tremende conseguenze del terremoto del 24 agosto.  Nel corso dei mesi seguenti il cosiddetto sciame sismico ha reso invivibile la quotidianità di migliaia di persone. Le continue scosse di assestamento hanno continuato a recare danno fisico e psicologico alle zone colpite. Nel frattempo la macchina degli aiuti e dell’emergenza si attivava, nella speranza di far rientrare tutto nella norma quanto prima. Ma una nuova scossa di terremoto, il 26 ottobre e infine, l’ultima grande scossa del 30 ottobre, ha dato un definitivo colpo di grazia anche a quelle aree e a quei centri storici fino a quel momento risparmiati, se non dalla paura e dal trauma, dalle conseguenze strutturali. L’area terremotata definita “cratere” insiste sull’interno tre regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria, ma soprattutte le MarcheQuesta grande catastrofe segnerà la storia di questi luoghi, molto di più dei terremoti passati. Non per ordine di importanza in termini di danneggiamenti, ma perché quello che sta accadendo è una profuganza coatta di migliaia e migliaia di persone che, stando così le cose, saranno sradicate forse per sempre. Si spera che non succeda, ma quando si spengono i riflettori cosa resta? Solo il racconto e la memoria di un passato che ci si augura che non sia solo ricostruito, ma tramandato di generazione in generazione.

 

Stato

No Time No Space

Viaggiatrice anomala in territori mistici, segue per istinto le scie delle comete.

Ci sono momenti che, sono sicura, capitano a tutti periodicamente. Momenti in cui tutto sembra fermarsi attorno a te, muovi lo sguardo lentamente e lo poggi sulle cose con affetto, i tuoi sensi si affinano, percepisci i rumori o l’assenza di rumori. I colori e le geometrie ti catturano, l’olfatto registra delle sensazioni che sono, oserei dire, ambientali nel loro insieme. Ci sei pienamente. Sei presente a te stesso e vorresti che tutto si fermasse e rimanesse esattamente così com’è, per sempre: la situazione in cui sei, le persone o il paesaggio, quello che succede o non succede, chi passa e come, quello che c’è e quello che non c’è. Ti piacerebbe fissarlo sulla tela dei tuoi occhi o sulla pelle, come un quadretto d’artista.

Mi è successo diverse volte durante questa settimana di viaggio in luoghi noti, ma per me significativi. Mi è successo a Capodistria mentre aspettavo l’autobus che mi avrebbe portato a Trieste. Mi è successo durante le passeggiate al Valentino di Torino. Mi è successo stringendoti al mio cuore, amico e amica mia. Mi è successo a Busto Arsizio la mattina in cui accompagnavo la mia nipotina in asilo nido assieme a mio fratello. Mi è successo in un anonimo parco di Milano, dal nome importante Parco Gramsci, mentre aspettavo l’autobus per il ritorno. Mi è successo quando ho rivisto il mare e il sole al tramonto, spuntato quasi all’improvviso sul lato passeggeri opposto al mio. Mi succede ogni volta che ti guardo e rimarrei per sempre a osservare quelle pieghette attorno agli angoli della bocca che mi dicono che stai ridendo. Forse non c’è nulla di poetico, niente di divino, alcun sentimento o elemento magico. C’è soltanto una viaggiatrice anomala in territori mistici che segue per istinto le scie delle comete e che si innamora ogni volta di te, soprattutto stasera.

 

No time, no space.

Another race of vibrations

the sea of the simulation.

Keep your feelings in memory

I love you, especially tonight.

Galleria

Piccolo canone di letteratura italiana a Lubiana

Lubiana, Istituto Italiano di Cultura. Una mostra fotografica presenta scrittori e scrittrici della letteratura italiana.

Un paio di giorni fa mi trovavo a Lubiana, presso l’Istituto Italiano di Cultura in Slovenia. Ero lì per un motivo molto specifico, la presentazione di un’antologia che esamina la storia della della letteratura italiana in Istria, in particolare di Capodistria, Isola e Pirano (per ulteriori dettagli e la versione pdf del volume clicca qui). Non ero mai stata in un Istituto Italiano di Cultura. Da italiana e soprattutto da letterata e amante della mia cultura, non di meno affascinata da tutte le altre, ho solcato la soglia degli uffici con una certa emozione. Per la prima volta non ho associato la presenza all’estero del Paese di cui sono cittadina a una presenza militare, coloniale e invasiva. Ed è anche bello sapere che se mi trovo all’estero per qualsiasi motivo, esiste uno spazio dove si parla la mia lingua e si coltiva la mia tradizione letteraria ed artistica. Qualcosa che non sarebbe male se venisse garantito a tutti. Devo anche aggiungere che, comunque, il sospetto con cui guardo a queste istituzioni che trattano un tema tanto delicato e spesso usato in modo subdolo, quale è quello culturale, non mi abbandona.

“Gli 83 Istituti Italiani di Cultura (IIC) nel mondo sono un luogo di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con il nostro Paese. Promuovono all’estero l’immagine dell’Italia e la sua cultura, classica ma anche e soprattutto contemporanea.”

Promuovere l’immagine dell’Italia all’estero…. beh.

Parliamone, no?

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Ho cercato di sbirciare dentro le stanze degli uffici e di curiosare qua è la per capire che aria si respirasse. L’occhio mi è caduto su un corridoio laterale, dove è stata allestita una mostra fotografica. Diversi i ritratti fotografici appesi sotto al titolo “Scrittori Italiani – Ritratti”, fotografie di Michele Corleone. Come non resistere alla curiosità di vedere su chi fosse caduta la scelta? Ovviamente non ho potuto fare a meno di segnarmeli tutti, ed eccoli qua.

Maria Luisa Spaziani

Fernanda Pivano

Dacia Maraini

Tonino Guerra

Niccolò Ammaniti

Dario Fo

Andrea Zanzotto

Erri De Luca

Andrea Camilleri

Bruno Munari

Carlo Ginzburg

Alcuni nomi me li aspettavo, ma per la maggior parte degli altri si è trattata di una bellissima sorpresa. Che mi ha fatto pensare che se all’estero nomi consacrati al canone letterario possono trovarsi insieme a best-seller, come Camilleri e Ammaniti, e “best-militant” come Erri De Luca, senza tralasciare anche qualche voce femminile ricercata… ecco, penso che sia un ottimo modo per veicolare pacificamente l’idea di una letteratura italiana che in troppi considerano finita, morta e sepolta, e che invece è ancora più viva e attiva che mai. Un’immagine della cultura italiana nella quale mi rappresento: dialogante, inclusiva, pronta a scardinare gli stereotipi e critica nei confronti delle regole prestabilite, ma capace anche di non perdere quei caratteri di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza che tanto raccomandava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.

 

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Le radici che tengo

Di origini, famiglia e culture radicanti

Piccola premessa. Non sono mai stata così lontana dalla Sicilia come durante quest’anno. Anno in cui sono tornata a casa solo per due settimane tra Natale e Capodanno. E la cosa comincia a produrre strani effetti.

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Da un po’ di tempo a questa parte, devo ammetterlo, faccio fatica a rispondere alla domanda: “di dove sei?”. La risposta estesa, infatti, suonerebbe più o meno così: “io sono siciliana, cioè mio papà è siciliano e io sono cresciuta in Sicilia, però mia mamma è veneta e io sono nata e cresciuta anche in Veneto, però ho vissuto negli ultimi anni a Torino dove tra l’altro ho un sacco di parenti. Però ora vivo qui”. Trovandomi all’estero, sarebbe più semplice dire: sono italiana e stop. Però, io non è che sono proprio all’estero-estero. Infatti, qui in Istria non basta, perché bisogna distinguere tra italiana d’Italia e italiana autoctona. E poi siccome noi italiani ci teniamo sempre a precisare l’origine regionale esatta e magari anche la provincia nel caso delle regioni più grosse, va sempre a finir male. Ad oggi, nelle mie conversazioni, pare essersi affermata la seguente definizione rispetto alla mia origine: siculo-veneta-piemontese. A questa tripartizione identitaria ormai mi sto affezionando e quasi quasi ci aggiungo pure “istro”, prima di veneta, però staccato: istro – veneta (il motivo del trattino lo spiego su richiesta a eventuali interessati di questioni di lana caprina, quali letterati e appassionati di culture e identità multiple).

giphyVi assicuro che a volte è piuttosto faticoso tenere insieme tutta questa roba. Non solo per quanto riguarda le relazioni familiari e i rapporti interpersonali da mantenere e coltivare a distanza. Provate a immaginare quante voci e punti di vista si siedono in parlamento dentro di me quando devo fare scelte o prendere posizione su delle cose. Il mio nucleo familiare e la cerchia di amici che mi conoscono da una vita vivono in Sicilia, questo significa che sono cresciuta a pane e sicilianità, folklore, baccano e gioia di vivere, ma anche con tanti problemi alla luce del sole. Tanto sole. Accanto, lo stuolo di ricordi, di tradizioni, di modi di fare, di paesaggi da fiaba, di cugini e zii dell’alto-vicentino. Proprio veneti delle montagne, mica veneti della pianura! Due mondi diversi e con orizzonti opposti. Così, passando per il Piemonte, l’impasto della mia personalità è concluso, ma è facile fare un po’ di confusione. Non sempre sono sicura che si riesca a capire come vedo il mondo, le relazioni, le amicizie, la famiglia. 

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Per me siete tutti parte della mia vita che non è affatto quella di una solitaria e sradicata, ma soltanto quella di una fanciulla ormai donna, che vi porta con sé dappertutto e si confronta con voi ogni volta. Senza di voi “radicati” non sarei andata mai da nessuna parte! Sono tipo una di quelle piante che nasce direttamente dalla radice e continua a spostarsi ogni volta, lanciando un’altra radice più in là (vedasi specie stolonifere in botanica). E dai diversi stili di vita delle mie regioni, cerco di prendere le caratteristiche migliori e farne una cosa bella di cui potete essere fieri anche voi, che vi considerate spesso così male.

Della sicilianitudine mi prendo: la libera espressione del corpo e della mente, il ridere forte, le riunioni di famiglia, il giro di amici che se ci sei dentro non ti molla e non ti lascia solo manco per un secondo!

Della piemontesitudine mi prendo: la cortesia e il sorriso gentile, il senso del dovere, il rispetto per le file, la puntualità, l’ordine!

Della venetitudine mi prendo: la discrezione, il riuscire a parlare sottovoce e capirsi lo stesso, l’incredibile capacità di sapere indorare sempre la pillola e, soprattutto, la fantistica abitudine di lamentarsi molto poco!

Per concludere questa carrellata di amore identitario con una citazione: sono le mie radici la mia grande bellezza. Sono così fortunata da averla sempre a portata di mano e di poterne mangiare a volontà.