Il tramonto su Trieste

Nell’improbabilità più totale ho fatto calcoli quantistici per superare le correnti gravitazionali e non farmi invecchiare. Il risultato? Coincidenze astrali che si verificano decisamente in modo piuttosto bizzarro. Bizzarro, sì, è il termine giusto.

Una sera di inizio settembre sono uscita nel mio giardino. Tutto era buio attorno a me, il cielo senza luna. Procedevo a tentoni tra le piante fino a che ho raggiunto quella parte tra i limoni dove la terra è più curata, morbida e senza erbacce. Ho osservato le mie stelle, quelle che mi hanno guidato nell’infanzia e adolescenza siciliana e ho pensato che quella era la sera giusta per aprire gli occhi nel buio, tornare a vedere col cuore e fare di nuovo pace col mio destino.

 

Nel buio del mio giardino,

dove ogni parte conosce di me,

avevo chiaro solo il cammino.

 

Ah la sveglia dell’indolenza, le giornate nel nulla, la noia della dolcezza del non fare. Non perdersi in troppe chiacchiere, non perdersi dietro alle invidie suscitate da immagini false di felicità. Il rischio di invischiarsi e confondere i piani della realtà sempre dietro l’angolo, le solite leziose domande  – cosa vuoi cosa vorresti chi sei ma sei sicura – così cominciavo a contare i giorni, col tempo a calare, col tempo a piovere.

 

Cambierà il vento e le vent nous portera…

ma intanto: scrivere sempre

quel che mi va quando mi va.

 

Una sera di metà settembre arrivava anche per me il momento di rimettere tutto dentro uno zaino. Di ri-non avere certezze se non la salute, il portafoglio (hai detto niente!) e la gioia di vivere, che poi questa è la sola che fa vivere, quella che ho visto in te da sempre troppo bello per essere vero, sorriso incrociato in una sera calda catanese che sì, tu proprio tu luminoso come sei non capisco come, non ha senso che abbandoni il tuo personaggio questa mia meravigliosa storia. Dovremmo riscriverne un pezzo insieme potremmo, forse, ancora vedere qualcos’altro, fare un’altra cena magari bere un buon vino e andare a passeggiare sul Naviglio che io non so cosa ci sia di così affascinante ma se a te piace… . Potremmo anche andare al mare, la prossima estate e tu potresti guardarmi come hai fatto e prendermi in braccio, come fosse l’ultima volta questa davvero.

Invece voliamo via incontro all’inverno nordico, brumoso, continentale che noi figli del sole ci illudiamo ogni anno di superare. E se il motivo per cui siamo ancora vivi fosse l’amore, l’avrei trovato ad aspettarmi tra le colonne di Porta ticinese, e lui avrebbe trovato me non quello che ha trovato: un nodo avviluppato da sgarbugliare, un insieme di reazioni allergiche ai sentimenti da curare, una bambina capricciosa da sopportare, una donna alleggerita che romanticherie desidera ma che ricambiare non sa.

Non mi è bastato mai un sogno solo. Me ne servono almeno mille e una notte. Per questo ti ho lasciato su un cuscino il mio sorriso, sul comodino un bicchiere d’acqua e me ne sono andata.

Un pomeriggio di fine settembre, eccoci finalmente soli tu e io, Trieste. Maledetta città in cui mio malgrado mi ritrovo compagna di poeti morti ben più soli e più vecchi e più uomini di me. Anche io qui, come se fosse l’unico posto al mondo dove rifugiare. Cos’ha questa città, mi chiedo mentre mi ri-ambiento alla tua sobria eleganza austriaca, al vento di Bora tra i capelli, all’odore del mare, alle viuzze del ghetto, alla mia routine del mattino tra piazza Hortis e Cavana.

Cos’ha questa città?

Ha persone che vanno sul molo attratte dall’orizzonte sul mare. Che si siedono sul ciglio e aspettano il tramonto. Io manco me ne accorgo, concentrata come sono su di me e occupata a lucidare opachi ricordi. Poi mi alzo per andare via e…

“Cosa fa, adesso sul più bello se ne va? Oggi sarà un bellissimo spettacolo mi creda. Manca solo mezz’ora, perché deve andare via proprio ora?”

“Cosa, non ci sarà anche domani il tramonto?”

“Oggi non sarà come domani.”

“Perché dice che oggi sarà bello e domani no?”

“Faccia tre passi in qua. Forza, si avvicini, faccia tre passi. Guardi, non vede? Il mare calmo, nemmeno un nuvolo nel cielo. Sarà un tramonto stupendo oggi. Solo mezz’ora e lei cosa fa? Se ne va.”

“Ha ragione, è che ho una commissione da fare prima che chiudano i negozi. Non so, magari in mezz’ora ce la faccio e torno.”

“Beh, si perde lo spettacolo, ho capito. Peccato. Vada, vada via col liscio e se qualcuno la ferma dica: sicula sono!”

 

Ecco cos’ha Trieste. Ha vecchi pazzi che in meno di cinque minuti ti hanno conosciuta, smascherata, compresa, salvata sull’orlo del precipizio di saudade.

 

 

Se vi foste persi le puntate precedenti, eccole qui, tutte nella categoria: Taccuino.

Passeggiata sul Carso triestino – luglio 2017

Sono arrivata fin qui due anni fa quasi stanca della vita, nonostante mi appassioni tutto di lei. Ho pensato che era arrivato il tempo di ritirarsi per un po’, cambiare aria per averla più a portata di mano e più pulita. Ho pensato che era il momento di avere tempo per chiudersi in se stessi, meditare la serenità, estraniarsi dal secolo e dare spazio a quello che chiamiamo spirito, troppe volte sommerso dalle cialtronate altrui e proprie, dai dubbi dell’esistenza, compromesso dai punti di vista a cui ti abitui, amati e odiati. Sono arrivata in un giorno d’estate, né caldo né freddo. Tutto sembrava semplice e perfetto, pronto a scorrere liscio e a distendersi come il mare calmo che è diventato il mio orizzonte di ogni giorno.

La buona notizia è che è ancora così. Per questo oggi passeggio serena sotto i pini neri del Carso triestino con una strana compagnia, fatta di adolescenti di cui non conosco un solo nome, ma che mi guidano tra i sentieri che sono casa loro. Il paesaggio è verde e silenzioso, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo dalle strade. Mentre ci inerpichiamo calpestando frantumi di roccia bianca, all’ombra di querce, frassini e pini, il sole cocente arriva a chiazze, intrufolandosi tra le foglie. Loro, i ragazzi, ridono mentre camminano. Io osservo. Qualcuno più grande di me, che ne sa di piante e di storie di piante, racconta che un tempo il paesaggio non era questo. Sono stati gli austriaci a introdurre i pini neri, ad esempio, e a costruire i muretti a secco, per proteggere i campi dalla Bora, per far fermare la terra ed evitare l’arsura. Storie naturali e di relazioni tra uomo e ambiente che in pochi conoscono e che ti fanno vedere anche piccole cose all’improvviso con occhi diversi.

A sapere qual è la pianta giusta per trattenere la terra buona e far crescere un bel bosco rigoglioso e accogliente, la seminerei sul cuore di molte persone.

Camminiamo e ancora il mare non si vede, ma si sente. Questo odore inconfondibile mi riporta a un anno fa, nello stesso periodo. Ero proprio lì, ma per la prima volta, e mi ha fatto sentire come a casa perché era un misto di salsedine, di resina e di terra. Sapeva di siciliano, sapeva di Mediterraneo. Ma questo è l’Alto Adriatico. E ancora non lo vediamo.

Saliamo. E finalmente eccolo: il Golfo di Trieste fino quasi a Pirano! Possibile? Ecco, mi piace così tanto che vorrei dire che è il mio Carso… ma non lo è.

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Gli sposi di via Rossetti, di Fulvio Tomizza

Guerra e pace, italiani e sloveni, fascisti e antifascisti, bianchi, neri, rossi, uomini, donne, cattolici, comunisti, qualcos’altro? …l’amore. Gli sposi di via Rossetti, Fulvio Tomizza.

“La storia di Dani e Stanko non si limitava al loro triste caso, aveva il suo contesto politico, sociale, culturale e geografico, i suoi protagonisti e i comprimari di un’attrattiva per me spesso non inferiore. Una vicenda non trascina se tutte le sue componenti non rispondono a un centro e se non muovono pure esse qualche cosa dentro di noi.” Fulvio Tomizza, Gli sposi di via Rossetti, Mondadori 1986, p.17

Trieste alle soglie della seconda guerra mondiale, una città di confine dove si è insediato il Fascismo. Il tentativo di uniformare il territorio prevede l’imposizione della lingua italiana e il divieto assoluto di parlarne e utilizzarne altre. Il metodo utilizzato per raggiungere l’obiettivo è coercitivo e oppressivo. Il dissenso viene sedato sul nascere e a volte anche prima. La società si spacca a tutti i livelli. Le persone e le famiglie vengono messe una contro l’altra. Succede che devi fare delle scelte e se non scegli, saranno gli altri a farlo per te. Gli sposi di via Rossetti di Fulvio Tomizza, è una lettura consigliata per gli appassionati del romanzo storico e soprattutto per gli amanti di non-fiction, per chi fosse incuriosito dalla storia di Trieste e volesse comprendere le radici storiche e culturali degli sloveni in questa zona di confine.

Rossetti
La Trieste di Tomizza

Gli sposi di via Rossetti è tra le opere più mature di Fulvio Tomizza ed è stata pubblicata per la prima volta da Mondadori nel 1986. Racconta la storia vera di Stanko Vuk e Danica Tomažič, una giovane coppia di sloveni che vive a Trieste negli anni delle grandi guerre. La loro vita da sposini dura poco perché, nel giro di qualche mese, i due vengono arrestati e imprigionati per questioni politiche, accusati di cospirazione antifascista. Dopo un breve periodo Danica viene liberata e torna a vivere a Trieste, Stanko invece rimarrà in prigione per quindici anni, una buona parte dei quali a Fossano, in Piemonte. L’autore ci regala con questo libro un magistrale esempio di non-fiction narrativa. Infatti, Fulvio Tomizza ci offre un resoconto delle sue ricerche e letture sulle vicende storiche e personali dei protagonisti, attingendo informazioni da fonti dirette e indirette, ma soprattutto dallo scambio epistolare dei due protagonisti. Immersi nel suo punto di vista, anche noi lettori e lettrici, seguiamo le sue investigazioni, scoprendo una realtà quanto mai varia e per molti versi insondabile, destinata a non rivelare mai una sola verità.