Quanta strada bisogna fare – Sicilia A.D. 2019

Rientro a casa… e dintorni, per trascorrere le vacanze di Primavera, o Pasqua se preferite.

Di solito il periodo di ferie sotto Pasqua è così breve che si riesce a fare ben poco. Invece, quest’anno mi sta andando bene. Sto per dieci giorni. Ne sono trascorsi già più della metà e io per più della metà ho dormito. Vuol dire che ne avevo bisogno? Non saprei. La Sicilia mi ha accolto un po’ uggiosa, con dei giorni di schiarite, ma in generale con un cielo poco primaverile. Come si andasse verso l’inverno e non verso l’estate. Nondimeno a livello paesaggistico, questo periodo e quello autunnale, rimangono i miei preferiti. E comunque qualche giorno di bel tempo tra un nuvolone e l’altro ho potuto godermelo.

Isola delle correnti

Il mare? Che ve lo dico a fare. Quella della Sicilia orientale per me è sempre stata la parte più bella. Quest’anno ho persino fatto una tappa dove non ero stata mai, a Noto. Sì, ci sono ancora posti in Sicilia che non ho visto e soprattutto che non ho vissuto. Forse non basterebbe davvero una vita.

Noto

Dicevo, i panorami rigogliosi e gli altopiani in fiore. Per poco, se non si porterà via tutto il vento e il maltempo capriccioso. Ancora anche solo un pomeriggio concedimelo, perché io possa fare il mio viaggio di rito alla Grande quercia del bosco di Niscemi!

La Sughereta in fiore era un paesaggio che avevo bisogno di riguardare. Perché i ricordi svaniscono presto e ciò che resta sembra essere solo la loro impronta nella memoria. Come una piccola nicchia rimasta vuota da tornare a riempire di tanto in tanto, impressa astrattamente tra le anticamere e le camere della mente o concretamente come cicatrici e segni sul nostro corpo. L’impronta lasciata da questi boschi, queste piante, questi cieli aperti spazzati dalle nuvole e dove il sereno variabile vuol dire realmente qualcosa, è del tutto simile alle mie mani e ai miei piedi, e per alcune cose è simile a un avvallamento a cono come quello che guida lo sguardo a sprofondare nel mio occhio.

Le strade e i sentieri di terra battuta, aperti sulle radure o cosparsi di foglie di eucalipto, acciottolati o asfaltati, morbidi e odorosi di resine di pini o polverosi, rigogliosi di macchia mediterranea o pungenti come ortiche, assolati oppure ombrosi, attraversati da lucertole frettolose o da formichine laboriose…

Si dice che si ricordi meglio quello che ci ha fatto provare emozioni, ma in questo caso per me non vale. O per dirla meglio, non è quel genere di emozioni facenti parte della vulgata del nuovo millennio: la sensazione forte e inaspettata, la sorpresa, la novità, la meraviglia che brucia, l’esternazione che ti fa ridere forte e ti dà una scossa oserei dire infantile. Non esistono solo emozioni forti, infatti, anche se ci capita di pensare che solo queste siano quelle belle e vere. Anzi, le emozioni davvero forti non lasciano lunghi ricordi, non lasciano impronte. A me le emozioni forti hanno sempre fatto male. Un po’ per carattere, un po’ per costituzione. L’emozione di queste passeggiate è invece lenta, persistente, non sconvolgente. Credo sia per questo trovo pace in queste lande. Per questo fuggo spesso dall’umanità in guerra. Per questo ringrazio sempre chi mi ha donato la scintilla che illumina con po’ di buono la tristezza del mondo che vedo. È una questione di imprinting. Ho imparato a comunicare prima con la natura e gli esseri viventi, e solo poi gli esseri umani. (E pur sempre per vie traverse, leggendo romanzi e poesie e ascoltando favole e storie.) Non sono brava o buona persona per questo, e non mi sento migliore di altri. Sebbene la maggior parte degli esseri umani viva in contesti urbani e metropolitani, siamo infatti in molti e ben sparsi, ad avere un’educazione diversa, una connessione diversa. Non fatevi incantare da #globetrotter e #naturelover che vi regalano emozioni per vendere prodotti o sé stessi. È vero che spesso la forte emozione ci fa provare il desiderio di immortalare tutto in una foto particolarmente “figa”, rischiando che sia solo così, attraverso un’immagine esterna che ce ne ricorderemo.

Di certi ambienti, della mia casa, ricordo cose che nessuna foto mi restituirà. Per esempio il ronzio degli insetti e lo sfarfallio nei campi di quando ero bambina che non si sentono e non si vedono più. Non sono poi passati molti anni, solo una ventina scarsa. Eppure sembra che alcuni di noi abbiano già la memoria che avevano gli anziani quando mi dicevano: “qui un tempo era tutto bosco”…. Ma poi.

La base militare e il MUOS nel bosco di Niscemi

Quanta strada bisogna fare per ritrovare la connessione con la natura che abbiamo perso? La risposta, care mie e amici cari, si trova nel vento.

How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly
Before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many years can a mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Yes, ‘n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

B. Dylan, 1962

Penultima stazione

Pensieri di una vagabonda del Dharma, narrati in terza persona.

La nostra vita è un viaggio ininterrotto dalla nascita fino alla morte.
Il paesaggio muta, le persone cambiano, i bisogni si trasformano, ma il treno prosegue. La vita è il treno – non la stazione ferroviaria.

Paulo Coelho

La penultima stazione ha due binari, uno per i treni diretti a Ovest uno per quelli diretti a Est. Variamente illuminata dal sole, più spesso velata dalle nubi. Frequentata in certe ore per certi motivi da certi viandanti, di solito chiamati pendolari, la sua utilità sembra fuor di dubbio per il momento. Non assomiglia alla prima –  ormai dismessa, crepata, scalcinata – né alla seconda che ha osservato, amato, attraversato in passato, se non per un fatto. Da una parte condivide il destino di tutte le stazioni, le storie di persone che trasmutano luoghi e almeno una volta nella vita hanno corso per non perdere le coincidenze o l’appuntamento importante, che hanno pensato di non scendere o salire a questa ma alla prossima o alla prossima ancora o mai o che si sono addormentati stanchi e se la sono persa. Dall’altra lo fa con un suo particolare ritmo di spartito che per la maggior parte del tempo rimane in silenzio.

Piene di pause, respiri profondi, zone intermedie tra punti d’arrivo e di partenza, le stazioni di periferia trasmettono un senso di troppo vuoto o troppo pieno, il vago straniamento di chi non è proprio convinto di sapere perché si trova dove si trova.

La penultima stazione stringe il cuore alla viaggiatrice che ne riconosce l’essenza, mentre attende l’annuncio del treno e il suono della campanella. Carbone, ferro, mattone, fischio di locomotiva, fischietto di controllore, l’orizzonte delle parallele che si prendono gioco della prospettiva umana e si incrociano alla faccia sua. Componenti di un paesaggio contemporaneo che va sgretolandosi. Nuda realtà di un progresso che non avanza. E tuttavia non invidia chi vola lassù in aereo, per quanto anche a lei piaccia. La stazione rimarrà sempre la più poetica nel suo immaginario di ragazza di fin de siècle. Da questa stazione qui, prosasticamente consacrata al servizio ferroviario metropolitano della città di Torino, riparte a battere il suo cuore e a cangiare il suo umore. Destinazione penultima sì, per un anno ancora.

Penultima l’ha chiamata perché suona meglio che dire ennesima. Suona meglio che dire centesima. Suona meglio che dire effimera.

Così ragiona, mentre infine sembra davvero essere volto al termine il lungo viaggio, è infine cambiata la stagione! Si posa il vento e così lei si riposa, rasserena lo sguardo e l’animo viandando verso la penultima casa all’ombra di foglie che cadono danzando di luce propria. 

Il tramonto su Trieste

Nell’improbabilità più totale ho fatto calcoli quantistici per superare le correnti gravitazionali e non farmi invecchiare. Il risultato? Coincidenze astrali che si verificano decisamente in modo piuttosto bizzarro. Bizzarro, sì, è il termine giusto.

Una sera di inizio settembre sono uscita nel mio giardino. Tutto era buio attorno a me, il cielo senza luna. Procedevo a tentoni tra le piante fino a che ho raggiunto quella parte tra i limoni dove la terra è più curata, morbida e senza erbacce. Ho osservato le mie stelle, quelle che mi hanno guidato nell’infanzia e adolescenza siciliana e ho pensato che quella era la sera giusta per aprire gli occhi nel buio, tornare a vedere col cuore e fare di nuovo pace col mio destino.

 

Nel buio del mio giardino,

dove ogni parte conosce di me,

avevo chiaro solo il cammino.

 

Ah la sveglia dell’indolenza, le giornate nel nulla, la noia della dolcezza del non fare. Non perdersi in troppe chiacchiere, non perdersi dietro alle invidie suscitate da immagini false di felicità. Il rischio di invischiarsi e confondere i piani della realtà sempre dietro l’angolo, le solite leziose domande  – cosa vuoi cosa vorresti chi sei ma sei sicura – così cominciavo a contare i giorni, col tempo a calare, col tempo a piovere.

 

Cambierà il vento e le vent nous portera…

ma intanto: scrivere sempre

quel che mi va quando mi va.

 

Una sera di metà settembre arrivava anche per me il momento di rimettere tutto dentro uno zaino. Di ri-non avere certezze se non la salute, il portafoglio (hai detto niente!) e la gioia di vivere, che poi questa è la sola che fa vivere, quella che ho visto in te da sempre troppo bello per essere vero, sorriso incrociato in una sera calda catanese che sì, tu proprio tu luminoso come sei non capisco come, non ha senso che abbandoni il tuo personaggio questa mia meravigliosa storia. Dovremmo riscriverne un pezzo insieme potremmo, forse, ancora vedere qualcos’altro, fare un’altra cena magari bere un buon vino e andare a passeggiare sul Naviglio che io non so cosa ci sia di così affascinante ma se a te piace… . Potremmo anche andare al mare, la prossima estate e tu potresti guardarmi come hai fatto e prendermi in braccio, come fosse l’ultima volta questa davvero.

Invece voliamo via incontro all’inverno nordico, brumoso, continentale che noi figli del sole ci illudiamo ogni anno di superare. E se il motivo per cui siamo ancora vivi fosse l’amore, l’avrei trovato ad aspettarmi tra le colonne di Porta ticinese, e lui avrebbe trovato me non quello che ha trovato: un nodo avviluppato da sgarbugliare, un insieme di reazioni allergiche ai sentimenti da curare, una bambina capricciosa da sopportare, una donna alleggerita che romanticherie desidera ma che ricambiare non sa.

Non mi è bastato mai un sogno solo. Me ne servono almeno mille e una notte. Per questo ti ho lasciato su un cuscino il mio sorriso, sul comodino un bicchiere d’acqua e me ne sono andata.

Un pomeriggio di fine settembre, eccoci finalmente soli tu e io, Trieste. Maledetta città in cui mio malgrado mi ritrovo compagna di poeti morti ben più soli e più vecchi e più uomini di me. Anche io qui, come se fosse l’unico posto al mondo dove rifugiare. Cos’ha questa città, mi chiedo mentre mi ri-ambiento alla tua sobria eleganza austriaca, al vento di Bora tra i capelli, all’odore del mare, alle viuzze del ghetto, alla mia routine del mattino tra piazza Hortis e Cavana.

Cos’ha questa città?

Ha persone che vanno sul molo attratte dall’orizzonte sul mare. Che si siedono sul ciglio e aspettano il tramonto. Io manco me ne accorgo, concentrata come sono su di me e occupata a lucidare opachi ricordi. Poi mi alzo per andare via e…

“Cosa fa, adesso sul più bello se ne va? Oggi sarà un bellissimo spettacolo mi creda. Manca solo mezz’ora, perché deve andare via proprio ora?”

“Cosa, non ci sarà anche domani il tramonto?”

“Oggi non sarà come domani.”

“Perché dice che oggi sarà bello e domani no?”

“Faccia tre passi in qua. Forza, si avvicini, faccia tre passi. Guardi, non vede? Il mare calmo, nemmeno un nuvolo nel cielo. Sarà un tramonto stupendo oggi. Solo mezz’ora e lei cosa fa? Se ne va.”

“Ha ragione, è che ho una commissione da fare prima che chiudano i negozi. Non so, magari in mezz’ora ce la faccio e torno.”

“Beh, si perde lo spettacolo, ho capito. Peccato. Vada, vada via col liscio e se qualcuno la ferma dica: sicula sono!”

 

Ecco cos’ha Trieste. Ha vecchi pazzi che in meno di cinque minuti ti hanno conosciuta, smascherata, compresa, salvata sull’orlo del precipizio di saudade.

 

 

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