Manovre, TAV, TAP, trivelle: una settimana da Dio

Da una settimana sono tornata in Piemonte e sembra sia già passato un mese, a livello personale di sicuro. Ma direi che, a livello pubblico, non si scherza neanche.

Questa è stata: la settimana della manovra finanziaria, la settimana delle odissee in mare dei migranti, per quanto definirle odissee sia termine improprio in quanto non tornano certo a casa, ma assomigliano molto più a quell’Enea in esilio, padre del genus italicum, anzi del nostro “miserabile vulgus”; la settimana del:- “Ma siamo sicuri di voler bloccare le trivellazioni per la ricerca di una risorsa di cui dovremmo dimenticare l’esistenza? Ma che, davvero il futuro è già qui?”.

La settimana dell’arrivo della talpa del gasdotto TAP, pronta a contribuire alla distruzione del territorio di Melendugno, del meraviglioso Salento, per un’altra grandiosamente inutile opera imposta al “Sud” a beneficio…del “Nord”? Un mezzo pesantissimo è passato esattamente così come passò sei anni fa la gru che serviva a montare il MUOS a Niscemi, in Sicilia: scortato dalla polizia e dai rappresentanti di un’istituzione che non ci rappresenta, che non ci difende, che ci calpesta, che ci accusa, che ci condanna, che dice di chiamarsi Stato.

Chiamateci briganti, chiamateci poveri illusi.

Da noi “Briganti se more” di Eugenio Bennato e “Malarazza – Lamento di un servo ad un Santo crocifisso“, di Domenico Modugno sono diventate molto di più che belle canzoni.

Questa è stata anche la settimana del TAV Torino-Lyon, o meglio la settimana dell’arrivo dell’analisi costi-benefici al Ministero, tenuta nascosta ancora al momento in cui scrivo, perché scotta da morire. Dice che forse neppure la logica economica appoggia questo sperpero di denaro pubblico. Ripeto: pubblico. Cioè ricavato dalle tasse che ogni cittadino italiano contribuente versa, da Nord a Sud. Da Pachino a Predoi. Sì, le tasse le paghiamo anche a Sud, molte e ricevendo ben poco in cambio. Il TAV Torino-Lyon non può essere appoggiato da nessuna ragion di stato, nessuna ragione economica, nessuna ragione contingente, nessuna giustificazione sociale, ambientale. Non porterà alcun ragionevole progresso in nessun campo.

A questo punto, al governo, sperano che ce lo imponga l’Europa.

L’unica rimasta a favore del TAV pare essere la ragione politica, e quanto la ragione politica sia di questi tempi pura arte di intrattenimento dell’opinione pubblica, quanto sia vuota di ragionamento, credo che lo esemplifichi bene il responsorio della messa che i Sì Tav hanno celebrato per la seconda volta in Piazza Castello, sabato 19 gennaio, conclusasi con l’Inno di Mameli.

https://torino.corriere.it/foto-gallery/cronaca/19_gennaio_12/si-tav-flash-mob-piazza-castello

Così per divertirmi un po’, ho provato a riscriverlo pensando a un pubblico di soggetti pensanti e non a un branco di pecorelle smarrite nel bellissimo giardino di sette padrone che per buona educazione abbiamo definito “madamine”. Un gruppo di persone composto da uomini e donne sta letteralmente indottrinando diverse migliaia di altre persone, facendo assumere a un pezzo di TAV a cavallo delle Alpi piemontesi il ruolo di simbolo del progresso d’Italia. Tra l’altro, come se il Piemonte fosse l’Italia.

Ripetere soltanto le righe in grassetto!!!

  1. IL MONDO CAMBIA AD ALTA VELOCITÀ: SVEGLIA! Il mondo è già cambiato. Sì transizione energetica subito!
  2. ANALISI COSTI BENEFICI, TRASPARENZA SEMPRE! Diffondere il sapere. Sì, libera ricerca subito!
  3. IL FUTURO È DI TUTTI. VOGLIAMO LA TAV! Il futuro è già qui. E fa schifo! Vogliamo la tutela del bene comune e dell’interesse collettivo subito!
  4. VOGLIAMO PIÙ LAVORO. L’ITALIA SE LO MERITA! Il lavoro nobilita l’uomo, ma se è precario, sottopagato, sfruttato e schiavista non direi!
  5. I TIR INQUINANO L’AMBIENTE, LA TAV NO! Il problema non sono i trasporti, ma l’energia che li alimenta! Sì a veicoli elettrici, per tutti, subito!
  6. L’Europa siamo noi. La tav è il nostro futuro. …no aspetta, ma in che senso di nuovo ‘sto futuro? Ma te ci lavori in ‘sta tav o no? No, veramente non conosco manco tanto bene il francese. Non so, comunque io mi trovo bene in vacanza a Saint-Vincent. Ma ci si arriva in treno? Mi sa di no, ci sono gli autobus, ma io comunque preferisco andare in macchina, con tutte le valigie e gli sci, sai com’è. Bello, sì anche a me piace respirare l’aria buona di montagna e poi tutte quelle cose da mangiare che si sente proprio che sono genuine, quasi incontaminate. No allora, non divaghiamo, è che senza tav non c’è il futuro, ci siete fino a qui? Ma sì, dai. Quindi che siccome che noi siamo l’Europa, nel futuro non ci saremo. Senza la tav. Ah, ma quindi se non fanno la tav usciamo dall’Europa? Ma è terribile, non lo sapevo mica questo! Mia figlia vuole andare a studiare a Londra, ma io senza la tav mica la mando. Inaudito, ma quando è stato deciso! Ma e allora non eravamo l’Italia? Che poi, capisci che senza la tav mi chiude il Carrefour sotto casa. Ma perché, non è piemontese il Carrefour? Fermi tutti, ma ‘sta tav non serviva a dare più lavoro agli italiani? Allora: noi siamo l’Italia, l’Italia è in Europa, quindi l’Italia è l’Europa, capito? Ma veramente mia nipote che fa il classico dice che il sillogismo aristotelico funziona così… Va beh, facciamo che questa ve la spieghiamo poi, ok? Sì anche perché c’è da capire, siamo proprio sicuri che poi nei cantieri ci vanno a lavorare gli italiani?
  7. Sù sù, cantiamo insieme: “Frateeellliii, d’Iiitaaliaa….”

Devo dire che il vuoto che producono in particolare le coppie di preposizioni n.3 e n.6 è davvero davvero difficile da colmare di senso compiuto. Logicamente non reggono in modo a dir poco imbarazzante. Eppure: la partita sul TAV, signore e signori, pare incredibilmente ancora aperta. E a giocarla stanno chiamando gente che davvero non sa nemmeno di cosa sta parlando e dove vive.

Spero che qualcuno di voi accolga la sfida e riesca a fare meglio di me.

Nel frattempo, se pensate di farcela, eccovi il link del video, ufficialmente proposto sulla pagina Facebook: Sì, Torino va avanti.

https://www.facebook.com/carolbighouse/videos/10156785928757778/

PS: …andate pure! Non mi offendo!

Diario partigiano, di Ada Gobetti

“Donne piemontesi”, incominciai; e non mi riusciva d’andare avanti. Riuscivo a non pensare al presente, ma il passato mi premeva, invincibile, sulla memoria e sul cuore. Tutto il passato, tutta la nostra battaglia: dal 10 settembre, con quei primi tedeschi, impassibili, agli angoli delle nostre strade; e poi le prime armi, e il sabotaggio ai ponti, e la neve, e i primi caduti; e poi la Germanasca e il rastrellamento, e la tragica luce del cielo di Massello; e poi la Val Chisone e il valico del Colle delle Finestre, tutto fiorito di rododendri; e l’incendio di Meana e il povero ragazzo impiccato; e poi Beaulard e la capanna, e la Francia, e il ritorno e l’interminabile notte sul ghiacciaio…

Diario partigiano. Incontro questo libro tra gli scaffali di una piccola biblioteca di scuola media. Quella in cui lavoro. Incontro questo libro insieme ad altri, di formato tascabile, dalla copertina semplice, bianca e listata di rosso. Giulio Einaudi editore, Letture per la scuola media, 1972, 4800 Lire. Dell’autrice sapevo solo che era stata la breve compagna di Piero Gobetti, giovane e coraggioso editore e intellettuale antifascista torinese negli anni Venti. Scopro, quindi, che lo erano stati insieme, giovani e coraggiosi e antifascisti. Ada Gobetti, inoltre, è stata partigiana prima e vicesindaco poi nella Torino liberata. Mi stupisce la proposta di lettura per una scuola media, adesso che a malapena ci figuriamo che i nostri ragazzi riescano ad arrivare in fondo alla saga di Harry Potter. Mi stupisce l’idea che potesse essere bene accolta a scuola una lettura politica, di parte, e che racconta il nostro sbiadito passato rivoluzionario, clandestino e – è il caso di dirlo – bombarolo. Peccato che mi stupisca, non implica niente di buono. Riportare intere parti di questo piccolo gioiello della storia partigiana sarebbe l’unica cosa giusta da fare. Ma questi sono i miei soliti pensieri a margine di alcune letture. Bastino due parole di contesto.

Il diario racconta la vita vera e clandestina di una donna e madre partigiana con base a Torino e seconda casa a Meana, in Val di Susa. Il figlio Paolo a nemmeno vent’anni è tra i comandi del CLN. Si apre il 13 settembre 1943 e si conclude il 25 aprile 1945. Introducono e concludono – a volte intervallano – delle riflessioni a posteriori dell’autrice, che posa la penna sulla questione definitivamente il 28 aprile 1949.

Il punto di vista di Ada non è certo quello di una donna qualunque, non è quello della Ida di Elsa Morante, né quello – per quanto già molto meno succube degli eventi – della Agnese di Renata Viganò. E già così, spero di suggerirvi qualche spunto per un breve ex-cursus sul movimento femminile durante la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana. Ada Gobetti è una donna libera e indipendente, quindi piuttosto fortunata. Organizza le donne della resistenza attraverso i Gruppi di difesa, ma perché così le è stato ordinato dal CLN, sebbene per sua stessa ammissione non si sente pratica di queste cose e tematiche femmnili. Partecipa in prima persona, anche grazie alla sua conoscenza dell’inglese e del francese, facendo da interprete in alcuni casi. Favorisce la comunicazione e gli scambi tra i diversi gruppi, intrattenendo relazioni a Torino, nelle valli e transfrontaliere con i partigiani francesi. Non lo fa al telefono o per posta, ma fisicamente muovendosi in su e in giù coi treni, valicando il confine a piedi, o girando in bicicletta per le strade di Torino. Per tutto il tempo della clandestinità la sua casa è punto di riferimento. Come lo sono il figlio Paolo e il compagno Ettore Marchesini, con cui condivide la vita partigiana, che a volte li porta a lunghe separazioni.

 Nel suo diario, raramente Ada fa specifico riferimento al suo essere donna, se non quando sono gli altri a notarlo. Oppure quando sente di condividere la condizione straziante di madre di fronte a un figlio morto.

No, non era Paolo, anche se non se ne scorgeva il viso, reclino. Ma non provai nessuna reazione di sollievo. Una pena insostenibile mi scosse tutta alla vista di quella giovane carne denudata e straziata, come se fosse stata la mia stessa carne, quella di mio figlio. Mai come in quel momento sentii quanto sia forte l’istintiva profonda solidarietà materna per cui ognuna sente come figlio suo ogni figlio d’ogni altra donna. p.107

Per me, rimangono alcune testimonianze in cui molte donne abituate a condividere momenti decisionali, politici o il potere in un mondo di soli uomini, sapranno riconoscersi. Come questa.

28 marzo – visita a Torino e incontro con il CLN del Sottosegretario dei Territori occupati.

Nel pomeriggio il Sottosegretario doveva ricevere i rappresentanti delle varie organizzazioni, tra cui i Gruppi di difesa: ero quindi invitata a intervenire insieme alla comunista, Franca, e i miei amici si raccomandavano perché, durante la riunione, parlassi, dicessi… […] Incominciò un lungo discorso in cui ci raccontò nientemeno che la storia della nostra Resistenza. Quand’egli ebbe finito, rispose uno dei convenuti, a nome della Camera del lavoro, e anche lui, rifacendosi agl’inizi del fascismo, raccontò tutta la storia; e poi parlò un terzo, e disse le stesse cose. Ascoltavo, un po’ scoraggiata. Mi pareva d’esser tornata a quella riunione a Meana, nel novembre del ’43, quando quel tale con la natta sull’occhio s’era messo a parlare della “pietra tombale del fascismo”. Ma quella era gente semplice e ingenua: vecchi antifascisti senza preparazione né esperienza. Oggi si tratta invece d’una riunione importante, con un quasi ministro e i rappresentanti di quel che c’è di meglio tra noi; e tutti quei discorsi vuoti e inutili mi facevano pena. Giurai a me stessa che, quando fosse la mia volta, a costo di passar per stupida, non avrei detto che “arrivederci e grazie”. pp.336-337

Ma causa della fretta, giunto infine il momento di interloquire anche con loro, il tutto si riduce a una stretta di mano e alla consegna di un dono dalle donne di Roma. Franca e Ada hanno solo il tempo di dire grazie. E sebbene Ada non volesse in realtà aggiungere niente di che, quell’arrivederci e grazie sarebbe dovuto risuonare in altro modo. Un altro episodio interessante è quello in cui, Torino liberata e lei già nominata Vicesindaco, si interessa alle cose più concrete e cioè alle condizioni dei prigionieri politici.

Partimmo dunque alla volta delle “Nuove”. Ma penetrarvi non fu facile. I partigiani che le avevano occupate non volevano saperne di farmi entrare. Inutilmente spiegai le ragioni della mia richiesta, invocai la mia autorità di vicesindaco. – Ma va’, – mi disse il ragazzotto che faceva da sentinella. – Anche le fûmele adesso fanno il vicesindaco? – A un tratto ebbi un lampo di genio. Avevo ancora, cucito nell’interno della giacca, il distintivo GL. Glielo mostrai dicendo: – Sono una comandante partigiana: va’ a chiamare il tuo capo, e in fretta! – Questa era un’autorità che aveva imparato a conoscere e a rispettare: partì dopo essersi messo sull’attenti… p.372

Ada Gobetti conosce bene il mondo in cui vive e non si scompone più di tanto. Io non credo riuscirei adesso a fare lo stesso. Vero è che lei accettta il suo ruolo nella contingenza, ma potendo agire in esso liberamente e non limitandosi a… cucire calze. In questo libro parole di uomini e di donne, nomi maschili e femminili si alternano nella parità. Cosa è successo dopo? Perché le donne le abbiamo dimenticate? Perché non sono diventate modelli da imitare?

Liberazione di Torino, nell’aprile 1945
Ada tra il capitano Angelino e Giulio Bolaffi

Ada Gobetti lo sapeva già. Per intuito femminile? Per esperienza? Per intelligenza?

Confusamente intuivo che cominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza, – facili da individuare e da odiare, – ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vage, ingannevoli, sfuggenti. E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare; per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati, per non accontentarci di parole e di frasi. p375.

La vittoria e la gioia della liberazione partigiana, insomma, non aveva niente del tifo da stadio con cui ormai festeggiamo qualsiasi vittoria politica.

La retorica non mi ha mai spiegato cosa volesse dire vivere nella resistenza, i giovani eroi e i caduti nemmeno. Ada e altre donne e scrittrici invece sì.

Perché è il loro senso di responsabilità e coraggio, è la loro presa di parola, è la loro scelta quella che ha fatto sempre la differenza nella storia. A partire da Eva.

Torino San Salvario Tribute – Fantasia n. 2

Studiare, vivere e sognare a Torino. San Salvario Addicted si racconta…

Gennaio 2011. Mi trasferivo per proseguire gli studi, passando dalla caotica Palermo alla razionale Torino. Mi insediavo lungo le mura del quartiere storico di San Salvario: Corso Vittorio Emanuele II. Però lato Via Madama Cristina, eh? Quindi più di quà che di là. Non scherziamo. Diventavo, nel giro di poco, San Salvario Addicted. Tento la disintossicazione da nemmeno un anno, come tanti hanno già tentato prima di me. “Un anno si perdona a tutti”, dice la mia più-che-amica Aila. Per cui, questo post dedicato a Torino come se si trattasse di un passato andato e superato suona un po’ strano. Però mi è venuta voglia di scriverlo. E così ho fatto. Crisi d’astinenza?

murales Palazzo Nuovo

Sono tra le ultime, o giù di lì, ad essersi laureate nella storica sede universitaria di Palazzo Nuovo, prima che venisse chiusa a causa delle rilevazioni insostenibili di amianto nell’aria. Tra le ultime che si ricorda i colori del murales dipinto su un lato del palazzo, una delle poche gioie per gli occhi nelle innumerevoli giornate grigie che ti accompagnavano a lezione. Sono tra le ultime ad aver fatto serate al Gabrio. Quello di prima? No, quello vecchio proprio. Tra le ultime a ricordare i Murazzi “come erano una volta”, quando i locali erano tutti aperti, c’era così tanta folla e truzzi che non potevi camminare, la perdizione ai tuoi piedi, l’alba sempre dietro l’angolo. Tra le ultime che l‘Imbarchino del Valentino lo frequentava nei suoi tempi di gloria, quando dicevi “ci vediamo all’Imbarchino?” e non al Valentino. Cioè, il Valentino senza l’Imbarchino… parliamone. All’Imbarchino, appena arrivava Marzo, ci facevo colazione e ci studiavo e ci facevo apericena e ci facevo i venerdì sera e se non fosse che abitavo vicino, di sicuro qualche volta ci avrei anche dormito. Là, sdraiata sotto l’albero grande. Se mi concentro ancora sono sicura di trovare tante altre cose che sono cambiate o che prima non c’erano e sono iniziate. Per esempio io c’ero quando ha inaugurato la nuova gestione della Lunastorta a San Salvario (scusate sono troppo di parte per non citare questo posto), oppure quando è iniziata l’esperienza della Cavallerizza occupata, oppure…

Maddaaai! Esagerata, parli come mia nonna! Ci hai vissuto solo quattro anni!

Si, lo so. Ma che ci posso fare se Torino è tanta roba.

Qualsiasi cosa possa mai accadere alla mia memoria in futuro, di una cosa sono certissima. Torino per me sarà sempre associata a San Salvario. Mi dispiace per i Vanchigliesi, per i Quadrilateri, per i centro-centro, per i PortaPalazzinari, per gli oltre Po’ e figuriamoci per gli oltre Doresi. Ma San Salvario è un’altra storia, un altro mood. San Salvario è dove non ti preoccupi mai di fare la spesa, perché da mangiare lo trovi sempre a qualsiasi ora del giorno e della notte, grazie non solo a tutte le botteghe Bangla, ma anche ai pizzaioli, ai pugliesi, ai greci, ai turchi, agli egiziani e a tanti altri. San Salvario è dove non ti preoccupi di come arrivare da qualsiasi parte, perché sei vicino a tutto, e comunque sei vicino alla stazione di Porta Nuova, alle fermate di metro e troverai un tram, un treno o un autobus fatto per te, di giorno e di notte (con qualche limite). San Salvario è dove con le belle giornate ci stai un attimo a passeggiare al parco del Valentino e a non annoiartene mai. San Salvario è dove, se sei davvero di San Salvario, la sera scendi a bere l’amaro nella tua tavernetta, pub, circolo, bistrot di fiducia, con il barista di fiducia, detentore di un ruolo sociale preciso, guida e conforto spirituale, punto di riferimento per gli sfoghi della gente al bancone, ma anche promotore di circuiti musicali, culturali e artistici di qualità superiore. San Salvario è dove ti abitui ad alti standard. San Salvario è dove tanti tratti somatici, tante usanze religiose, tanti stili di vita diversi convivono sulla strada, sul pianerottolo e nei cortili. San Salvario è dove impari a non considerare la diversità culturale un problema. Per lo meno, non un problema diverso da quello legato alla mancanza di lavoro e di inserimento sociale, come dimostrano benissimo numerosi quartieri e città difficili in Italia, abitati solo da italiani o solo da un tipo di persone.

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Il fatto è che per scoprire San Salvario non vi basta passarci da turista o uscirci una sera.  Qualche dritta sui locali giusti può aiutare, ma per i turisti che si fermano poco va più che bene Porta Palazzo e il Baloon. Anzi va pure meglio. E per quelli del sabato sera, beh… comunque i locali chiudono alle tre di notte. Fatevene una ragione. In ogni caso, semmai non doveste innamorarvi di San Salvario così tanto da decidere di trasferirvi anche voi qui… noi San Salvario Addicted non ci offendiamo mica. Anzi, ne resta più per noi. Bella lì.