La città a sei zampe di Andrea Turco

Apparet Camerina procul, campique geloi, immanisque Gela fluvii cognomine dicta. Ex petrolchimico, ex raffineria, ora un gigante apparentemente quieto. (Eneide Libro III, vv. 701-702; La città a sei zampe p. 16)

Quando mia mamma insegnava a Gela, spesso, alle riunioni pomeridiane la accompagnavo anche io. Mi piaceva la sensazione di essere in un posto da grandi, mi faceva sentire privilegiata avere una scuola tutta mia. Usavo gli attrezzi della palestra, giocavo con i gessi e la lavagna. Studiavo i segni degli adolescenti lasciati sui banchi e sui muri – ne erano pieni – come se fossero geroglifici. A volte facevo i compiti e leggevo. Guardavo dalle finestre e immaginavo come dovesse essere avere ogni giorno di fronte il mare e dover restare seduti su quei banchi con la faccia rivolta alla cattedra.

A volte andavamo poi a fare una passeggiata sul lungo mare, alla Conchiglia. Tutto era sporco, arrugginito e diroccato. Con il tramonto era meglio avviarsi perché l’illuminazione pubblica non funzionava. Una volta sono riuscita a farmi il bagno. Era bello. Poi all’orizzonte apparivano le petroliere e più vicino appariva una macchia oleosa che sembrava avvicinarsi a me. Sapevamo riconoscerle, quelle. Ho provato una sensazione di disagio, sono uscita dall’acqua e nel mettermi di nuovo i sandali, mi sono guardata le piante dei piedi: “Mamma guarda, sono neri!”. Mia mamma non ha risposto. Ma non ci siamo più andate al mare lì, al massimo più in là, a Macchitella.

Ci avviavamo verso casa – Niscemi – sempre per la stessa strada sul mare. Ricordo il ponte e la curva, un distributore di benzina dove ogni tanto ci rifornivamo prima di affrontare la Gela-Catania, poi un pezzo di viale alberato. Ricordo il punto in cui iniziava l’odore, o meglio la puzza. Giocavo a tapparmi il naso e a resistere fino alla rotonda. Ovviamente non ce la facevo, ma poi mia mamma mi distraeva dal paesaggio industriale e mi diceva sempre: “Guarda, qui c’è il parco archegologico sai? Un giorno ci andiamo”. E io dicevo: “Quando?”. Ho aspettato anni prima di poterci andare. Prima perché gli orari non erano compatibili con il lavoro dei miei e poi perché per altri anni è stato chiuso.

Erano gli anni Novanta.

Inizio così per parlarvi di un libro che mi ha finalmente fatto capire che a Gela c’è vita. Non scherzo. Per noi di Niscemi Gela è/era il nulla, non ci andavi la sera, non ci andavi per negozi, non ci andavi per il mare, non ci andavi. Ti bastava e avanzava guardare le ciminiere dell’ENI che dal nostro Belvedere rovinano il paesaggio sulla Piana. Ti bastava sapere che qualcuno ci lavorava e buon per lui. Eppure non è poi così lontana, una ventina di chilometri, e nemmeno così insignificante, cercavano di spiegarmi spesso.

Fotografia di Marzia Trovato, febbraio 2016

Quando ero giovane e mi chiedevano in che posto fossi nato, io rispondevo che venivo dalla “città a sei zampe”. Avevo persino proposto che i cartelli di accoglienza sulla statale 115 venissero sostituiti. Non più “Gela città videosorvegliata” – messaggio di “benvenuto” fatto installare nel 2005 dall’allora sindaco Rosario Crocetta – ma un avviso che a mio parere sarebbe stato più onesto: Gela città dell’ENI. Perché da quando, a fine anni Cinquanta, vennero scoperti i primi giacimenti petroliferi la città del golfo ha legato i propri destini alle politiche del cane a sei zampe. Fino alla parabola finale del sogno industriale di Enrico Mattei. Di quel sogno, dopo la chiusura del ciclo di raffinazione, sono rimaste solo le scorie.  (pp. 21-22)

La città a sei zampe – Cronaca industriale, ambientale e operaia di uno tra i maggiori petrolchimici d’Europa, Andrea Turco, Villaggio Maori Edizioni, Catania 2018

Andrea Turco con “La città a sei zampe” ci racconta la Gela che ha sposato l’ENI firmando un contratto non bilaterale né paritario. Ci racconta l’inizio e l’epilogo di una triste storia industriale che è triste perché questa è la storia dei territori che si legano all’industria delle multinazionali. Sia qui sia altrove. ENI ha dato tanto? Non è corretto affatto. ENI ha ricevuto da Gela ogni cosa e ancora ne ha tolta. Forse esagero, non sono di Gela, ma mi fido di questo libro. Perché di narrazioni incensate e letterarie di una Sicilia immaginata e immaginaria ne ho piene le scatole dagli anni zero.

Credo che se leggere questo libro può servire a qualcosa, serve sicuramente a questo:

– a decentrare il pensiero e comprendere cosa significa lo sfruttamento industriale e delle multinazionali su un territorio, qualsiasi territorio;

– a fare i conti con l’idea che non è facile dire la verità, ma bisogna dirla e affrontarla. E la Sicilia non è solo bella e fantastica e piena di storia e tradizione, è un’isola alla deriva dove è stato permesso di tutto e che continua a campare di rendita. Infatti, la storia non si ferma ai greci – arabi – normanni;

– a capire che non è più il tempo di separare le questioni ambientali da quelle economiche, la gestione ecologica delle risorse dalla necessità di preservare l’ambiente e futuro;

a interrogarsi sul senso di parole usate e abusate quali: lotta operaia, operaio, rivendicazione sociale, diritto, lavoro, classe sociale, rappresentanza sindacale. Perché poi gli individui fanno ragionamenti come questi: “Per il campo magnetico non c’era nulla da fare. Tutto lo stabilimento è molto inquinante, però dico che era meglio lavorare in quel modo che morire di fame. Non dico che l’inquinamento deve essere a zero, perché non è possibile, però meglio vivere qualche anno in meno che vivere di stenti”(p. 69). Forse, dico forse, possono non avere torto a pensarla così. In questo mondo.

Andrea Turco è un giornalista, attualmente collabora principalmente con MeriodioNews e “La città a sei zampe” (che non è il suo unico libro) ha un tipico taglio giornalistico, arricchito dal fatto che l’autore scrive bene e le cose di cui parla, documenti alla mano, le ha viste o vissute coi suoi occhi. Bastano un paio d’ore, se non siete lettori abituali magari tre, ma se avete in programma di visitare la Sicilia vera, prendete questo libro in mano. E già che ci siete passate anche dalla Sughereta di Niscemi e dalla base militare USA.

 

Andrea Turco è nato a Gela nel 1985. Si diploma come perito chimico. Dopo tre anni di peripezie in giro per l’Italia, nel 2012 si laurea in Giornalismo per Uffici Stampa all’Università di Palermo con una tesi sul gioco d’azzardo in Sicilia che diverrà un libro, pubblicato a ottobre 2014 per la casa editrice Sicilia Punto L, dal titolo Fate il loro gioco. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche regionali e nazionali: da I Quaderni de L’Ora a radio100passi fino a la Repubblica Palermo. Da tre anni scrive per il sito di informazione Meridionews e dal 2016 è entrato a far parte della redazione palermitana.

 

Altre mie letture su Gela qui: La Garibaldina di Elio Vittorini.

 

 

Mala tempora currunt sed maiora parantur

A cinque anni dalla grande manifestazione in Contrada Ulmo, il movimento No Muos è tornato a Niscemi.

AAAAAh non mi venite a tarpare le ali dicendomi che si ma no però. Non ci credo e non ci crederò. A Niscemi non ci vivo più da tempo va bene, in Sicilia tanto meno ci vivo da tempo. Sul fatto che quindi parlo facile perché me ne sono andata da un po’ posso essere parzialmente d’accordo. Anche se, io ero così anche quando vivevo lì. Facevo, dicevo, muovevo. Chiedete pure a chi mi conosce, come sono.

Comunque sia, questo 31 marzo ero alla manifestazione. Non ero affatto preparata a questa cosa, anzi pensavo proprio che queste vacanze le avrei passate in Piemonte, figuriamoci. E invece ero lì. Ed è stata una bella manifestazione. Non importa se noi – dall’alto delle nostre esperienze pluriennali – siamo abituati a cortei di almeno seimila persone ed eravamo forse neanche mille. Non importa se gli abitanti di Niscemi erano in pochi rispetto a quelli venuti da fuori. Ce n’erano quanti ne bastavano. E quando passavamo la gente si avvicinava, non si allontanava. Usciva a guardarci dal balcone. I bar erano aperti. Vi pare poco? Abbiamo fatto un lunghissimo giro e per tre ore abbiamo bloccato mezzo paese, tutti sapevano. Nessuna lamentela. In un periodo di calo di qualsiasi cosa e di paure varie ed eventuali, vi pare poco?

A me è sembrato come tornare agli inizi, quando ci bastava un sit-in per sentire di aver fatto qualcosa. Quando ci bastavano i volantinaggi per pensare di rompere il silenzio. Quando ringraziavamo chi ci sosteneva dall’esterno e veniva da lontano (Catania, Ragusa, Palermo come sembravano lontane e incredibilmente interessate a noi!) Quando ci legava il piacere di stare insieme e non solo lo stress della resistenza all’oppressione. Già allora costruivamo, senza saperlo, anche quest’ultima manifestazione. Un pezzettino alla volta. Così cambiavamo, una coscienza alla volta.

E guarda adesso. Facce nuove alla testa del corteo. Quanto sono giovani e felici di stare insieme! Si riempe il cuore. No, andatelo a raccontare a qualcun altro che a Niscemi non c’è più movimento. Non a me. Che lo sto vedendo letteralmente crescere.

 

In Contrada Ulmo torneremo.

 

Sicilia, all’armi!

Oggi la guerra, che sia dichiarata oppure no, si fa in qualsiasi luogo che dispone di una buona rete informatica e di trasmissione. Così la Sicilia va alla guerra senza nessuna apparente chiamata alle armi.

Oggi l’arma di guerra si nasconde quasi letteralmente dietro un filo d’erba, dentro un cavo di alta tensione, dietro a quella virgoletta di onda elettromagnetica che viaggia nell’etere. Oggi la guerra si nasconde in quelle che chiamiamo 46 antenne e sistema satellitare MUOS.

Niscemi – Base NRTF 8, 2013

La nuova tecnologia militare è come un enorme videogioco, in cui il campo di battaglia è il mondo reale, sotto attacco dei droni. Strumenti sempre più sofisticati e di svariate ampiezze e misure, con i quali abbiamo cominciato a familiarizzare anche noi, usandone la versione giocattolo che sa fare un sacco di roba… per esempio bellissime panoramiche dall’alto oppure portarci le cose volando. Wow.

drone-art

Bene. Benissimo. Ancora una volta diciamo grazie all’industria militare per questo fantastico e divertentissimo aggeggio? Che tra un po’ magari diventerà il nostro migliore amico? Il nostro cane da guardia, il nostro “come facevamo prima a vivere senza”?

Potrebbe succedere. Non lo so. So solo che la sicurezza e la sensazione di sicurezza non fanno che diminuire, attorno a me e dentro di me. E il motivo è uno: la guerra permanente e pervadente, globale e locale. Una guerra che guardiamo a distanza, pensiamo lontana. Che invece passa dai sistemi di telecomunicazione. Che quindi in realtà è ovunque. Ci attraversa, ci coinvolge anche se non la percepiamo.

Poi, ogni tanto, arrivano delle immagini di bambini che piangono e per qualche attimo ci indigniamo, ma in queste parti di mondo le persone non conoscono tregua né più attimi senza terrore.

Nonostante le tecniche di guerra si affinino, “migliorino”, si potenzino, non facciamo altro che sentire di vittime civili. Innumerevoli. Come può essere che una tecnologia così precisa abbia peggiorato il bilancio delle vittime innocenti, tra cui finiscono persino i bambini? Deve dunque esserci qualcosa che non va. Nessuno si affanna nemmeno a invocare l’incidente, la svista, l’errore umano quando vengono colpiti obiettivi non militari. Cosa significa “umano” del resto?

Il diritto e le convenzioni internazionali sulla guerra sembrano carta morta. E da anni ormai la guerra non ha come bersaglio obiettivi militari, ma persone che qualcuno conferma essere il bersaglio e che vengono colte alla sprovvista, prive di armi, dal volto irriconoscibile prima e dopo, individui “potenzialmente” pericolosi, che sono privati del giusto processo.

Per saperne di più su cosa significa la guerra dei droni e la fine del diritto alla vita di cui siamo tutti responsabili, consiglio questo documentario di un’ora: “Drone, di Tonje Hessen Schei”- http://www.doc3.rai.it/dl/portali/site/news/ContentItem-162c4e99-f9b8-4aa4-a20d-5560eba30f46.html

Così, la Sicilia continua la sua “missione di pace” malcelata dall’imponente presenza militare che custodisce. Rimangono sottovalutati gli allarmi, le istanze presentate per via istituzionale e le proteste presentate sotto altre forme, per esempio quella del movimento No Muos e dei diversi comitati siciliani, dei collettivi e dei gruppi antimilitaristi vecchi e nuovi.

Per gli abitanti della Sicilia sembra non poter esserci spazio di argomentazione, possibilità di scelta di una diversa via di sviluppo. Per questa terra così segnata dalle lunghe guerre di ieri e di oggi, viene il dubbio che la guerra non sia mai finita.

La porta-aerei del Mediterraneo continua ad espandersi e si rinnova sempre senza alcuna discussione parlamentare – ma perché stupirsene ancora? Durante il convegno “L’Italia ripudia la guerra – gli attacchi dei droni, la Sicilia e il diritto internazionale violato” organizzato dal Comitato No Muos – No Sigonella in collaborazione con il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali di Berlino, Antonio Mazzeo, noto giornalista siciliano, denuncia:

“dai comandi che passano dal MUOS operativo di Niscemi, dai droni che si alzano quotidianamente dalla base di Sigonella dipende il diritto alla vita di migliaia e migliaia di persone nel mondo. […] I Siciliani inoltre devono sapere che l’utilizzo degli aeroporti di Comiso, Catania e Reggio Calabria è determinato dalle priorità militari della NATO e degli Stati uniti d’America e addirittura che nei prossimi mesi i voli civili saranno tagliati proprio perché il personale militare italiano non potrà più governare il flusso di arei civili da Sigonella”.

Il rischio che i siciliani alzino la testa, che la società civile si organizzi c’è. Perché la consapevolezza e la coscienza si è diffusa, la cultura di sottomissione è diversa. I No Muos hanno colto l’oppressore impreparato, impreparatissimo, e l’hanno portato al vaglio dell’opinione pubblica, delle sedi parlamentari, dei tribunali. Forse per questo si sono lanciati negli ultimi anni dei progetti di scambio tra istituzioni militari e istituzioni scolastiche, che hanno delle declinazioni davvero particolari in questa regione e che sembrano richiamare a un disegno preciso: quello di lavorare su una nuova generazione di siciliani pacificamente collaborazionisti.

Il 2017 è stato un buon anno per la diffusione e il consolidamento della cultura militare in Sicilia, come rileva sempre Antonio Mazzeo con un articolo in cui si elencano le innumerevoli attività svolte dall’esercito italiano e statunitense insieme alle scuole.

La scuola siciliana va alla guerra – Antonio Mazzeo

Nel sistema educativo sembra non esserci più cittadinanza per la pace. Quella vera, disarmata e giusta. Nessuna intenzione di riflettere sul ruolo della Sicilia negli scenari di guerra planetari, sull’iperdronizzazione di Sigonella o sul MUOStro di Niscemi. Da Messina a Trapani, Catania o Comiso, “militari Usa brava gente”. E l’inno dei sommergibilisti prende piede. Sembrava avessimo chiuso con la retorica colonial-fascista-razzista e subito ci si imbarca nel sommergibile, pattugliatore o nave o velivolo da guerra con istruttori del 60° Stormo. Non mancano esercitazioni e addestramenti. Si osservano i droni militari. Torna prepotente il mito del supereroe combattente. Musica e propaganda bellica, scuola e forze armate: binomi utili e perfetti da replicare ovunque con la compiacenza di generali e ammiragli, presidi e docenti. Si aspettano tempi migliori per l’educazione alla pace.

Tra le cose che mi hanno colpito di più? “Le bambine e i bambini del Circolo Didattico “Madre Teresa di Calcutta” di Belpasso sono stati affidati ai marines per apprendere qualche parola in inglese, ritinteggiare le classi e condividere un rinfresco”.

Del resto, però non c’è nemmeno bisogno di scomodare vaghe intuizioni complottiste. Il sistema alternanza scuola-lavoro, il sistema di finanziamento che costringe le scuole a cercare risorse economiche esclusivamente sul territorio, non può che fare emergere questo stretto rapporto. Infatti, se chiami in causa il tessuto economico e sociale perché disegni i percorsi di sviluppo possibile, la pesantezza del settore militare fa la sua comparsa evidente. Diventa ovvia in certe zone siciliane, dove si spacciano compensazioni, o meglio riparazioni di guerra, come se fossero sogni di sempre, aspirazioni naturali di ognuno, opportunità di crescita culturale e personale.

Se l’autonomia regionale e scolastica nel 2018 significherà tutto questo, allora o ci inventiamo un nuovo significato per questa parola oppure evitiamo di prenderci in giro e non la usiamo più.

Immagine in evidenza: "Icaro caduto", statua in bronzo di Igor Mitoraj, Valle dei Templi - Agrigento