Nord su dove st’est

Se un giorno d’inverno una viaggiatrice

torna a casa stanca dal finesettimana trascorso a festeggiare il passare degli anni altrui e il permanere delle contraddizioni proprie, a cui si è aggiunto il grigiore di Torino e il suo basso respiro cosparso di blu polizia, già predetto e cantato mille volte, e così si sdraia sul letto, con nelle cuffie ancora la radio che racconta di un giorno di ordinaria tristezza e follia e di quanta arroganza si spreca a perseguire movimenti pericolosamente sociali, e sommersa dai pensieri sul mondo indugia sul senso di vaga impotenza e mediocri orizzonti… No.

Non ci prova nemmeno ad arrendersi.

Neanche tu.

Forse per questo le scrivi.

Se un giorno d’inverno una viaggiatrice

s’arrende all’amore perché non è mai stata la sua guerra la guerra all’amore. E cede le armi e demolisce fortezze e disfa tranelli e sguarnisce confini e sbaracca trincee. E poi, sellato il cavallo, spiegate le ali, spolverate le scarpe, rinfrancato lo spirito, riparte per i lidi dell’alto oriente. Perché, se non è lei a cambiare, cambia il vento. Perché pur sempre per sua natura trattasi di raminga viaggiante d’origine antica. E attraversate le sette pianure e le sette città, superato il Re dei fiumi e le sette valli, sulle rive del mare più blu punta lo sguardo lontano e quasi pensa di poterci scorgere la vetta del Monviso, a guardar bene, là è dove ha lasciato soffermarsi per l’ultima volta la vitrea pupilla. Qui dunque, al limitare di colline e carsici abissi, sotto al sole tiepido e accarezzata da una brezza gentile, riflette e ammette infine che non sa dove si trovi e quando, sa solo il perché.

Si appunta veloce poche parole.

Il mio gps mi dice veramente dove mi trovo? Risponde a mia madre se gli chiede dove sono? Questo momento dove lo sto vivendo? Come passa il mio tempo, per quanto e per dove? Sono questi i miei periodi migliori o peggiori? Sono divergenti? Rispetto a quali direzioni? Basta, i limiti di tempo e spazio oggettivi non mi appartengono più ormai da anni, forse decenni o millenni. Nord, Sud, Est, Ovest, meridiani e paralleli e altre diavolerie non localizzano nulla per me… se non luoghi in cui riposo e luoghi per cui mi avventuro, albe che mi spezzano il fiato e tramonti che mi spezzano il cuore.

15/FEB/2019

Era un giorno d’inverno e una viaggiatrice

tornava eternamente, come pur sempre si torna, all’amore. E con lui riposava e s’avventurava, trovava albe e attendeva tramonti. Nascosta di nuovo tra le pieghe di Torino, sempre lei: la malsana città in cui tira brutta aria in tutti i sensi. Che non la lascia andare manco fosse il centro della Terra, dell’Universo, della Vita. E dire che lei non ci credeva che Torino fosse una città magica. Magica per come è non la spunta mai del tutto però, non la può spuntare la magia di Città contro quella della sua potente Fata madrina dai capelli turchesi e gli occhi verdini.

Non riusciva a dormire per l’urgenza di scrivere e dire

infatti, e per il desiderio di unirsi a chi del mondo sta cercando di farne un luogo non peggiore e allora qualche giorno dopo eccola che si alza di nuovo e va, accodandosi ad altri mille, rotolando verso Sud a cuor contento, come di solito le accade in queste occasioni. E qui trova una città di cui respira a pieni polmoni la grazia e l’ossigeno che le riempiono il cervello e le risanano il sangue come neanche la Bora è stata mai in grado di fare, tanto è tremenda e formidabile questa alla quale non si sopravvive, che quando l’ha colta, inverni addietro, ripiena di idee molli e di pensieri secchi ne ha fatto piazza pulita, rimettendola semplicemente al mondo lucidata e spettinata come appena nata.

Uh! Napoli pulsa piena di grazia e malizia, di rabbia e delizia.

Ah! La penisola italiana, che splendida lingua di terra!

Eh! La risalirei e scenderei mille volte!

Un giorno di marzo la viaggiatrice

s’accorge che è Primavera e se n’accorge dai volti e dai sorrisi e dai colori delle sue simili, delle sue gemelle, delle sue sorelle, madri, nonne, zie, figlie e nipoti. È a Roma quando se ne accorge, sfila a una manifestazione che raccoglie tutti i mali d’Italia. Vorrebbe farne un bel falò sulla spiaggia di Marzamemi la notte di Ferragosto. È a Verona quando lo realizza, tra musiche e cori, tra surreali e brevi fermo immagine di donne e uomini e trans da cui impara il coraggio di essere sé, di amarsi davvero e di coltivarsi come fosse il proprio corpo il giardino dell’Eden.

Si sveglia ed è Primavera

scopre di vivere ogni istante e minuto e secondo pienamente. Scopre di riuscire a trovare il tempo per dormire e sognare, per amare, coccolare, lavorare e oziare, per dire parole gentili e parole giuste, per ascoltare musica e guardare cose belle, per leggere e scrivere, per studiare, per parlare, per fare tutto e per non fare niente, per andare dove c’è bisogno di trovarsi, per restare dove c’è bisogno di esserci.

Un giorno d’Aprile una viaggiatrice


Disegna le mappe della sua libertà.
Contempla l’immagine e l’effetto che fa.

Veloce s’appunta un pensiero che dice:


La tranquillità è importante
ma essere libere è tutto.

...continua.

Tramonti a sud-est

Al tramonto, la base militare dai molti nomi, si accende di luce propria.

Il ventre della collina, su cui poggiano diverse antenne dall’aspetto di scheletri e tele di ragno, contiene molto di più di ciò che pare ovvio: ferro, cemento armato, centraline elettriche e postazioni di comando ed esseri umani. Contiene serbatoi di petrolio per alimentarne il funzionamento, altri liquidi e fili e cavi che provengono direttamente dalla città vicina, passando sotto a strade sulle quali ogni giorno transitano animali e persone ignare di calpestare uno dei centri del mondo.

Se scegli di raggiungere la base militare per le vie più semplici, percorribili dai mezzi di locomozione ordinaria, ne capisci poco e niente. Avanzi con la percezione di muoverti per vicoli ciechi, seguendo direttrici che sprofondano nel buio di notte, nella desolazione di giorno. Pensi di stare attraversando il nulla: case disabitate, trazzere mal tenute, campi bruciati o spogli, boschi scomparsi di cui restano brevi tratti qua e là. Eppure questa è solo una variante artificiale costruita dall’uomo. La via naturale è molto più esplicita e diretta. Ma certo, per sceglierla, devi in qualche modo sentirne il richiamo.

Fronteggia la base militare dai molti nomi, il bosco dai molti nomi. Tranciato di netto per fare spazio alle antenne prima e al MUOS dopo, si chiede ancora quanto potrà resistere la piccola quercetta appena nata dentro la recizione nemica, come fare da così lontano a insegnarle ciò deve imparare: resistere al fuoco che cercherà di lambirla, ai coltelli che la scuoieranno, alle ruote di gomma che la calpesteranno. Perché accadrà. Sicuramente. Anzi la Barbagianni foriera di sventure, la notte scorsa, ha soffiato di peggio. Dice che un grande artiglio la estirperà e forse è giusto crederle. Anche se a rivelarglielo, dice, è stato un topolino, che voleva spaventarla per non essere mangiato.

Da tempo l’antica Sughereta di Niscemi e di Santo Pietro, si trova divisa per mano dell’umanità e della sua cieca ossessione per la deforestazione. Soffre e tra un eucaliptus e l’altro, convive con lo straniero piantato a forza. Insieme si abituano al peggio. Gli esseri umani li conosce bene: ladri, sfruttatori, assassini e distruttori. Conoscono bene anche una parte di loro: amanti dolci, premurosi e silenziosi. Quelli che, di tanto in tanto, temendo di far male, si avventurano a passo felpato e sguardo attento. A questi, e solo a questi, in passato ha aperto sentieri tra i rami e i rovi e le punte di palme nane, perché trovassero e vedessero le bellezze che conteneva, i suoi colori, i suoi odori, i suoi momenti migliori e li raccontassero e dicessero a tutti: il bosco è sacro. Solo a questi scopriva fontane e torrenti, rupi, rifugi ombrosi, grandi querce, varchi sulla valle verde, solo a loro concedeva la possibilità di osservare senza essere osservati.

Lì, al tramonto, iniziava il regno del buio e del silenzio. Nient’altro serviva a orientare le notti se non l’eco dei giovani rapaci che segnava i confini del mondo. Ma adesso. Finita era la notte. E continuo il fastidio. Un sottofondo che non dava tregua.





Come da un po’ di tempo in qua

OGGI COME DA UN PO’

DI TEMPO IN QUA

racconto per Letteraturaeconflitto di Torino

Oggi, come da un po’ di tempo in qua, sono uscita nel primo pomeriggio per vedermi con Claudio. Si stava bene fuori. Il cielo è azzurro e, anche se ancora non si può dire che faccia proprio caldo, si sente, come dire, quel tepore e quell’odore di primavera nell’aria che ti mette di buon umore.

Non c’è molto da fare al mio paese oltre che andare in piazza, affacciarsi sul belvedere e provare a focalizzare lo sguardo sempre più lontano. Prima sulla piana, poi sulla linea della Catania-Gela, la strada che taglia dritta dritta come un fiume, poi sulle colline a destra…ma no, questo spesso non lo si fa, perché lo sguardo viene attratto subito da qualcosa laggiù sulla sinistra: è il mare. In certe giornata puoi pure contare le navi, enormi, penso siano delle petroliere, e la linea blu che divide l’acqua dal cielo è tanto profonda e scura da credere di poter scorgere le coste della Tunisia cosa che, mi diceva mio nonno, ogni tanto succede, ma a me non è mai successo. Forse le nascondono quelle ciminiere a strisce rosse e bianche che sbuffano in continuazione che proprio no, non ci stanno bene col paesaggio. Chissà come era prima, quando non c’erano.

Qui finisce Niscemi e comincia uno dei più bei panorami di Sicilia, questa frase arriva dolce come un’eco lontana e carica di significati che non so, a me che me ne sto seduta su questa ringhiera di questo largo e tondo balcone. E invece è scritta su una targa di pietra, appesa in alto, su un muro che non val la pena di guardare.

E insomma con Claudio è andata così, abbiamo parlato un po’ scherzando, del più e del meno e ci siamo fumanti qualche sigaretta, così. Io sono complicata, lo so, lui non si capisce se gli piaccio o no, ma mi va bene uguale, mi sento tranquilla. Poi il sole ha cominciato a calare e allora so che è ora di andare via, altrimenti mia mamma mi comincia a torturare di chiamate e messaggi, che dopo il fatto di Lorena Cultraro niente più sembra essere come prima, per lei sola però…forse.

Ecco, tornando a casa per la mia solita strada, a un certo punto ho sentito qualcuno, una donna, urlare al megafono da una macchina e subito ho pensato: chissà cosa vende, merendine? È arrivato l’arrotino? Materassi, cuscini, secchi e scope? Si riparano cucine a gas? Però che strano sentire una voce femminile, in genere sono uomini, chissà che vende…e mentre la macchina si avvicinava le parole cominciavano a distinguersi meglio.

Giorno 23 marzo alle ore 16 ci vediamo in c.da Ulmo, di fronte l’ingresso principale della base americana per protestare contro l’installazione dell’antenna MUOS! Il Muos provocherà danni alla salute, danni allo sviluppo del territorio, verrà usata come arma di guerra dai militari USA!

Che cosa? Ma di che stanno parlando? La macchina si avvicinava sempre di più, lentamente, rallentando anche il traffico. Io ero sul marciapiede del corso e la solita gente dei bar attorno se ne stava chi seduta e chi in piedi, additava scambiando qualche parola col vicino e rimetteva le mani in tasca o continuava a fumare, a volte divertita. Le ragazze si sono accostate e mentre quella col megafono, avrà avuto un 24 anni, continuava il suo ritornello da un angolo, le altre tre sono scese e hanno cominciato a distribuire dei volantini. Ne ho preso uno e ora sono a casa.

Si, di questo muos ne sapevo qualcosa ma…non credevo fosse un problema, e poi la base è lì da sempre. In estate quando ci trasferiamo in campagna al Vituso andiamo in giro, anzi andavamo in giro, con le biciclette per le strade e sempre ci finiamo fin là. C’è pure il bosco poi e io l’ho sempre vista quell’antenna, l’antenna degli americani, che di notte si illumina in verticale di luci rosse e poi alla fine la luce bianca pulsa a intermittenza e da piccola mi ricordo che a mio nonno ho chiesto: nonno ma quella è una stella pure? No è l’antenna degli americani. Ah! ho detto e il giorno dopo mi ci ha portato a fare una passeggiata vicino. È altissima questa antenna e anche se arrivi fino al recinto ti sembra ancora lontana e non ti puoi avvicinare più di tanto perché ci sono i militari dentro, anche se non li vedi, e ogni tanto anche i cani all’ingresso.

Passavamo veloci davanti all’ingresso quando ci andavamo con le bici.

Insomma, che era sta storia? Il muos è un’altra cosa o è quest’antenna?

Ho chiesto a mia mamma se aveva sentito la macchina girare col megafono e mi ha risposto che si, sono passati un’ora fa almeno. Ma che ne so, tanto, ne abbiamo di problemi! Figurati sono gli americani quello che vogliono fare fanno.

Si, e adesso sono qua, a guardare il volantino come se non fosse reale, come se fosse un estraneo, un intruso, con la coda dell’occhio di soppiatto, mentre su Facebook vado a vedere cos’è questo gruppo NoMuos, offline però. Non voglio essere disturbata, neanche da Claudio.

Così scopro che è da un po’ che si muovono, che è da qualche anno che ci si interessa a questa storia, che ci sono tanti, ma tanti problemi legati a questa nuova antenna, per non parlare di quelle esistenti che sono una ventina. E scopro che ci sono state tante iniziative e una manifestazione grossa a cui ha partecipato un sacco di gente, e io dov’ero? Si beh, troppo piccola probabilmente, ma a casa mia se ne è mai parlato? Non ricordo solo perché avevo 12 anni? Allora esco dalla stanza e vado in cucina da mia mamma che sta facendo la lavatrice:

-ma tu alla manifestazione del 2009 c’eri?

-certo che c’ero.

Solo questo. Non mi vengono in mente altre domande e lei è indaffarata, non mi ha neanche guardato. Me ne sto un po’ in silenzio ad aspettare non so cosa, poi una domanda mi viene.

-ma da quant’è che c’è l’antenna degli americani?

-uh! Vent’anni ormai!

-e com’era, in campagna, prima dell’antenna. Cioè, come era il cielo di notte?

Ha finito di caricare la lavatrice, butta l’occhio sui miei pantaloni che mi rifiuto di lavare da un po’, e la accende. Mi guarda negli occhi e poi dice:

-stellato. Hai fatto i compiti?

Torno in stanza, ma non mi metto a fare i compiti. Torno su Facebook e torno sulla pagina del gruppo e torno a leggere tutto: i commenti, le battute, le critiche, i litigi, i documenti, le foto, i video…a un certo punto compare un nuovo post. Domani h:18.00 riunione del Movimento No Muos presso il palazzetto dello sport Pio La Torre per organizzare la manifestazione.

Ecco. E adesso che faccio? Potrei parlare con Sandra, lei magari ci verrebbe…macché sono cose inutili secondo lei e poi i suoi non la manderebbero mai. Vediamo un po’ chi ha detto che parteciperà, anche se non sempre corrisponde poi alla realtà, comunque…nomi che non conosco. Cerca per-per-per…scuola! Si, perfetto, ecco: Luigi Disca e Marco Di Modica. Si…e chi sono? Vediamo se abbiamo amici in comune ecco, a si. Ho capito. Guarda guarda magari se dico a Sara che forse viene l’amico di…boh. Niente. E se lo dicessi a lui? A proposito chissà se sulla sua bacheca ha scritto…beh intanto fa parte del gruppo e già è una cosa. Non so, no…meglio di no, non credo che…uff, va beh domani a scuola vediamo.

***

Il giorno dopo a scuola non dissi una parola invece. Sembrava che nessuno ne sapesse nulla nella mia classe e anche durante la ricreazione continuammo a parlare tra di noi di interrogazioni e dei prossimi compiti in classe, nonché dei ragazzi di quarto e di alcune ragazze del quinto che ci sembravano troppo belle e splendide in confronto a noi. Nessuno ne sapeva nulla, pareva, e a me non andava di fare quella che parla di queste cose, non so come spiegare. Sapevo che avrebbero sbarrato gli occhi se io avessi accennato al fatto. E mi avrebbero liquidata con pochi cenni e scuotimenti di testa. Bastava una domanda qualunque per ottenere questo, del tipo: ieri sono passati anche da voi col megafono?

Alle sei di pomeriggio poi mi sono decisa. E sono andata. E ho incontrato Francesca, una ragazza che ha la mia età ed è della classe accanto alla mia. Non avevo mai notato prima il suo largo sorriso. E ho incontrato anche Carmela della mia classe, che conosceva Francesca e ci siamo subito messe a ridere: anche tu qui! E soprattutto ho incontrato pure lui. Ci siamo guardati un po’ increduli e lui un po’ non capiva perché fossi lì, avrà pensato che lo seguivo chissà, ma anche io ero molto stupita di vederlo. Mi ha detto: perché non mi hai detto che venivi qua, scusa? E allora io gli ho risposto che neanche lui mi aveva detto niente e mi fa: – non pensavo ti interessasse.

La riunione cominciava e io non gli ho risposto e mi sono andata a sedere.

Mi interessava eccome.

***

C’era una volta un paese…

C’era una volta un paese di nome Santamaria

almeno una volta al mese cedeva alla lagnusia.

Eppure sempre campava ché c’era chi lavorava

ma per il malucchiffari non si riusciva a sanari.

Un giorno di primavera soldati verde bosco

misero la loro bandiera proprio su quel posto.

La Grande Quercia forse dal dispiacere si ammalò

e tutto intorno poi nessuno più annidò.

I grandi dimenticarono il cielo stellato di prima

le bimbe lì sull’asfalto adesso giocano a sima,

con le bici sul ciglio di foglie cadute lasciate

a fare da sponda ai ragazzi, alle pallonate.

fine