Penultima stazione

Pensieri di una vagabonda del Dharma, narrati in terza persona.

La nostra vita è un viaggio ininterrotto dalla nascita fino alla morte.
Il paesaggio muta, le persone cambiano, i bisogni si trasformano, ma il treno prosegue. La vita è il treno – non la stazione ferroviaria.

Paulo Coelho

La penultima stazione ha due binari, uno per i treni diretti a Ovest uno per quelli diretti a Est. Variamente illuminata dal sole, più spesso velata dalle nubi. Frequentata in certe ore per certi motivi da certi viandanti, di solito chiamati pendolari, la sua utilità sembra fuor di dubbio per il momento. Non assomiglia alla prima –  ormai dismessa, crepata, scalcinata – né alla seconda che ha osservato, amato, attraversato in passato, se non per un fatto. Da una parte condivide il destino di tutte le stazioni, le storie di persone che trasmutano luoghi e almeno una volta nella vita hanno corso per non perdere le coincidenze o l’appuntamento importante, che hanno pensato di non scendere o salire a questa ma alla prossima o alla prossima ancora o mai o che si sono addormentati stanchi e se la sono persa. Dall’altra lo fa con un suo particolare ritmo di spartito che per la maggior parte del tempo rimane in silenzio.

Piene di pause, respiri profondi, zone intermedie tra punti d’arrivo e di partenza, le stazioni di periferia trasmettono un senso di troppo vuoto o troppo pieno, il vago straniamento di chi non è proprio convinto di sapere perché si trova dove si trova.

La penultima stazione stringe il cuore alla viaggiatrice che ne riconosce l’essenza, mentre attende l’annuncio del treno e il suono della campanella. Carbone, ferro, mattone, fischio di locomotiva, fischietto di controllore, l’orizzonte delle parallele che si prendono gioco della prospettiva umana e si incrociano alla faccia sua. Componenti di un paesaggio contemporaneo che va sgretolandosi. Nuda realtà di un progresso che non avanza. E tuttavia non invidia chi vola lassù in aereo, per quanto anche a lei piaccia. La stazione rimarrà sempre la più poetica nel suo immaginario di ragazza di fin de siècle. Da questa stazione qui, prosasticamente consacrata al servizio ferroviario metropolitano della città di Torino, riparte a battere il suo cuore e a cangiare il suo umore. Destinazione penultima sì, per un anno ancora.

Penultima l’ha chiamata perché suona meglio che dire ennesima. Suona meglio che dire centesima. Suona meglio che dire effimera.

Così ragiona, mentre infine sembra davvero essere volto al termine il lungo viaggio, è infine cambiata la stagione! Si posa il vento e così lei si riposa, rasserena lo sguardo e l’animo viandando verso la penultima casa all’ombra di foglie che cadono danzando di luce propria. 

Il tramonto su Trieste

Nell’improbabilità più totale ho fatto calcoli quantistici per superare le correnti gravitazionali e non farmi invecchiare. Il risultato? Coincidenze astrali che si verificano decisamente in modo piuttosto bizzarro. Bizzarro, sì, è il termine giusto.

Una sera di inizio settembre sono uscita nel mio giardino. Tutto era buio attorno a me, il cielo senza luna. Procedevo a tentoni tra le piante fino a che ho raggiunto quella parte tra i limoni dove la terra è più curata, morbida e senza erbacce. Ho osservato le mie stelle, quelle che mi hanno guidato nell’infanzia e adolescenza siciliana e ho pensato che quella era la sera giusta per aprire gli occhi nel buio, tornare a vedere col cuore e fare di nuovo pace col mio destino.

 

Nel buio del mio giardino,

dove ogni parte conosce di me,

avevo chiaro solo il cammino.

 

Ah la sveglia dell’indolenza, le giornate nel nulla, la noia della dolcezza del non fare. Non perdersi in troppe chiacchiere, non perdersi dietro alle invidie suscitate da immagini false di felicità. Il rischio di invischiarsi e confondere i piani della realtà sempre dietro l’angolo, le solite leziose domande  – cosa vuoi cosa vorresti chi sei ma sei sicura – così cominciavo a contare i giorni, col tempo a calare, col tempo a piovere.

 

Cambierà il vento e le vent nous portera…

ma intanto: scrivere sempre

quel che mi va quando mi va.

 

Una sera di metà settembre arrivava anche per me il momento di rimettere tutto dentro uno zaino. Di ri-non avere certezze se non la salute, il portafoglio (hai detto niente!) e la gioia di vivere, che poi questa è la sola che fa vivere, quella che ho visto in te da sempre troppo bello per essere vero, sorriso incrociato in una sera calda catanese che sì, tu proprio tu luminoso come sei non capisco come, non ha senso che abbandoni il tuo personaggio questa mia meravigliosa storia. Dovremmo riscriverne un pezzo insieme potremmo, forse, ancora vedere qualcos’altro, fare un’altra cena magari bere un buon vino e andare a passeggiare sul Naviglio che io non so cosa ci sia di così affascinante ma se a te piace… . Potremmo anche andare al mare, la prossima estate e tu potresti guardarmi come hai fatto e prendermi in braccio, come fosse l’ultima volta questa davvero.

Invece voliamo via incontro all’inverno nordico, brumoso, continentale che noi figli del sole ci illudiamo ogni anno di superare. E se il motivo per cui siamo ancora vivi fosse l’amore, l’avrei trovato ad aspettarmi tra le colonne di Porta ticinese, e lui avrebbe trovato me non quello che ha trovato: un nodo avviluppato da sgarbugliare, un insieme di reazioni allergiche ai sentimenti da curare, una bambina capricciosa da sopportare, una donna alleggerita che romanticherie desidera ma che ricambiare non sa.

Non mi è bastato mai un sogno solo. Me ne servono almeno mille e una notte. Per questo ti ho lasciato su un cuscino il mio sorriso, sul comodino un bicchiere d’acqua e me ne sono andata.

Un pomeriggio di fine settembre, eccoci finalmente soli tu e io, Trieste. Maledetta città in cui mio malgrado mi ritrovo compagna di poeti morti ben più soli e più vecchi e più uomini di me. Anche io qui, come se fosse l’unico posto al mondo dove rifugiare. Cos’ha questa città, mi chiedo mentre mi ri-ambiento alla tua sobria eleganza austriaca, al vento di Bora tra i capelli, all’odore del mare, alle viuzze del ghetto, alla mia routine del mattino tra piazza Hortis e Cavana.

Cos’ha questa città?

Ha persone che vanno sul molo attratte dall’orizzonte sul mare. Che si siedono sul ciglio e aspettano il tramonto. Io manco me ne accorgo, concentrata come sono su di me e occupata a lucidare opachi ricordi. Poi mi alzo per andare via e…

“Cosa fa, adesso sul più bello se ne va? Oggi sarà un bellissimo spettacolo mi creda. Manca solo mezz’ora, perché deve andare via proprio ora?”

“Cosa, non ci sarà anche domani il tramonto?”

“Oggi non sarà come domani.”

“Perché dice che oggi sarà bello e domani no?”

“Faccia tre passi in qua. Forza, si avvicini, faccia tre passi. Guardi, non vede? Il mare calmo, nemmeno un nuvolo nel cielo. Sarà un tramonto stupendo oggi. Solo mezz’ora e lei cosa fa? Se ne va.”

“Ha ragione, è che ho una commissione da fare prima che chiudano i negozi. Non so, magari in mezz’ora ce la faccio e torno.”

“Beh, si perde lo spettacolo, ho capito. Peccato. Vada, vada via col liscio e se qualcuno la ferma dica: sicula sono!”

 

Ecco cos’ha Trieste. Ha vecchi pazzi che in meno di cinque minuti ti hanno conosciuta, smascherata, compresa, salvata sull’orlo del precipizio di saudade.

 

 

Se vi foste persi le puntate precedenti, eccole qui, tutte nella categoria: Taccuino.

Ho poco da dire

Vorrei raccontarvi e spiegarvi questo punto di vista privilegiato, lontano dalle mete vacanze più gettonate. Un punto di vista che va dall’alto verso il basso. Vedo il mare che si confonde col cielo all’orizzonte e qui vicino, alla riva, che bagna la falesia. La cinge, più che altro, la falesia. Perché l’acqua è così calma che le onde non si avvertono nemmeno. Questa piccola lingua di terra sembra un sorriso da qui. Un sorriso di ciottoli e scogli, nascosto tra i rami di pino. Profuma di iodio e di resina. In pochi si avventurano per queste scalette, le uniche che possono portarti fin giù alla spiaggetta. In pochi saremo laggiù a farci il bagno.

Dove siamo? Dove sono? Sono qui, sul Litorale sloveno, a respirare a pieni polmoni aria pulita e a guardare lunghi crepuscoli in riva al mare. Non so più il perché sono qui o lì. Negli ultimi anni ho definitivamente smesso di dare troppo senso al mio vagare, ai miei trasferimenti, ai miei precari desideri che vorrebbero farmi restare ogni tanto. Riposare, questo mi sembrava una volta l’obiettivo ultimo della ricerca di senso e di amore. Adesso mi pare che il senso del mio andare sia solo andare andare andare… e amare ogni luogo che mi accoglie e ogni parte di sé che una persona decide di rivelarmi o consegnarmi.

Ho poco da dire, sì. Poco altro da aggiungere. Si zittisce tutto al tramonto, qui. Persino il silenzio.

Tra poco riparto.

Tra poco sarò in Sicilia.

Tra poco tornerò di nuovo.