Aprile 2018 – Torino Napoli A/R

Di solito per me vale il detto “Aprile dolce dormire”, ma quest’anno no.

Condensare un mese intero in poche righe, rappresentarlo con una sola immagine. Si può? Forse potrebbe essere così. Potrebbe darsi che qualcuno si ritrovi a diverse centinaia di chilometri di distanza da qualsiasi posto abbia finora chiamato casa. Potrebbe darsi che all’improvviso, tra campi di buona terra nera e gentile, questa persona sia lì a godersi l’aria pulita in compagnia di un caro amico, che si levi le scarpe apposta per sentire sotto i piedi quello che ha da dire questo campo ben coltivato tra le conche d’oro di una valle campana conosciuta solo sui libri. E così, a un certo punto, lei vede un campo di papaveri, alti, belli, rossi e vellutati. Tantissimi, forse mille papaveri rossi. E potrebbe capitare che tra questi veda spuntare un imprevedibile papavero bianco, dritto e fiero al pari degli altri.

È la stagione dei papaveri e io non lo sapevo, o forse l’avevo dimenticato o forse di campagne non lavorate o non arate ce ne sono troppo poche o forse – di solito – vivo troppo a nord per i papaveri? Fatto sta che sono qui. E non mi capitava di vederne tanti tutti insieme da una vita, forse da sempre.

Giusto dunque, adesso che sono di ritorno e passo il tempo ad aggiornare questo blog, devo dire che avevo preparato tutta una traccia e tutta una sequenza di cose da dire. E mentre riparto da Napoli mi viene in mente di non scrivere più quello che volevo scrivere, ma di scrivervi solo così.

Che il bello di questo mese è che l’ho passato accanto a certi papaveri bianchi che sono stati, sono e faranno sempre la differenza nel campo della mia vita: per esempio mia zia Ninetta, che ha fatto ottanta anni, Stefi e Giovanni che rappresentano solo una parte della mia ricca linea materna di parentela con cui ho camminato una domenica in famiglia in Val Chisone, Irene e la sua voce calda che ha fatto da colonna sonora alla prima presentazione di Oltre le reti a Torino, gli amici e le amiche, i colleghi e le colleghe che mi hanno seguito durante le altre, Eduardo e Ilenia che mi hanno ricordato come si fa a godersi un 25 aprile di memoria e di pace sulle colline e le montagne di Venasca; Lara una donna libera e speciale che mi ha offerto la parte migliore di Napoli; Giancarlo un amico d’infanzia e la sua famiglia dove ho trovato proprio questa immagine che racchiude tutto.

Che dire, sono cresciuta in posti da cui non puoi pretendere niente e da cui sembro ancora ricevere invece tutto, o quasi. A voi dunque, va la mia gratitudine di questa primavera. A tutti i papaveri e alle papavere bianche della mia vita.

Horror vacui e maledetta primavera.

Sarà anche primavera, ma a me non pare. E anche correndo il rischio di sembrare noiosa sì, mi lamento. Oggi un po’ di timida luce, a un certo punto del giorno, è venuta fuori. Ma fa ancora freddo. E comunque, anche non facesse freddo. Pioverebbe.

Perché questa è la primavera piemontese: un fastidio di sciarpe e cappelli che non ti abbandonano, magari si alleggeriscono e diventano di cotone, ma non ti abbandonano; un ammasso di strati che ti fa impiegare dieci minuti del tuo tempo – prezioso – solo per vestirti e svestirti; litri di caffeina al giorno perché come diavolo fai con questa luce bianchiccia a spiccicarti le palpebre degli occhi la mattina e a diventare produttiva?!

Va beh, lamentiamoci del governo ladro e di altre cose così.

Nel frattempo…

Dicono sia primavera. Le fronde degli alberi non sembrano essere d’accordo con questa affermazione, ma lo assicurano gli uccellini che hanno iniziato a farmi da sveglia e se la chiacchierano a pochi metri dalle mie finestre. Dove se ne stavano nascosti prima non lo so, fatto sta che adesso voglia di stare zitti non ne hanno più.

Anche noi, dovremmo fare come loro. Non rimanere poi così zitti. Dovremmo uscire dalle tane comunque e qualunque cosa ci sia là fuori. Invece… qui: incollati agli schermi, magari indignati dalle porcherie e dalle rovine che ci tocca vedere e incapaci di agire, incastrati dalle vite più o meno frutto della nostra scelta, in cui gli impegni e le responsabilità e le precarietà e le preoccupazioni possiamo solo anestetizzarle manifestando piacere estetico nei confronti di futili immagini di travel-blogger e fashion-insta e palestra-addicted con cui ingozziamo il cervello. Perché, se devi rimanere in equilibrio e ballare su un laccio allo stesso tempo, ti serve fissare un punto. Qualsiasi. Il più lontano – dalla realtà, possibilmente. Su, non buttiamoci giù. Qualcuno dovrebbe dire a questo punto.

 

Credo che non sia un periodo in cui ci si può permettere di fallire, questo.

In cui ci si può permettere di rallentare, questo.

In cui ci si può fermare a osservare, riflettere e poi agire.

Non è un periodo in cui mi posso sedere al sole per mezz’ora ogni pomeriggio a non fare niente, questo. Alla peggio alla peggio… almeno una story o una foto o un commento, mannaggia a te.

L’horror vacui ci ha sommerso. E io di solito sono una persona che tende a vedere le cose in modo positivo e che ha fiducia nell’essere umano. Anzi, ecco. Direi che ho fiducia nell’umanità. E però mi chiedo se questa “umanità” esista ancora. Mio malgrado, mi tocca diventare spesso esattamente quello che non avrei mai voluto. Ammaestrata ed educata ad eseguire procedure, a risolvere problemi, a incasellare le cose nella scatoletta giusta, a rincorrere il risultato. Nonostante le manfrine e i paroloni dedicati alla “creatività” necessaria di questi tempi, a me pare sempre più una presa in giro.

La creatività si nutre anche di silenzio, di tempo e di noia. L’intuizione è un lampo nel buio, un suono di diapason nel silenzio. Nel rumore in cui siamo immersi creiamo il nulla attorno a noi ogni giorno. E io pure contribuisco alla creazione del nulla, naturalmente. Quasi ogni giorno. Dico quasi perché per fortuna, di carattere sono un po’ meditativa di mio, e poi perché ho anche un lavoro di quelli belli.

A scuola.

A contatto con le persone e i problemi delle persone.

Dove cerchiamo di risolverci e creare qualcosa.

Almeno lì.

Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.