Di questo maggio

Di questo maggio 2020 cosa resterà? Una sensazione di primavera dormiente e tardiva che ancora se ne sta lì supina, sotto lenzuola di seta a girarsi e rigirarsi nel letto, un po’ infastidita dalla sveglia che pare sopraggiunta a suo dispetto. A nulla serve delicatamente cospargerla di petali di rosa, che le cadono addosso come pioggia leggera e che le sfiorano il viso, le dita delle mani lasciate così: a languire sul cuscino.

Certo che mai si sveglierà! Perché dovrebbe. Già sfioriscono le rose e lei… nessuno l’ha cercata, nessuno l’ha cantata quest’anno. Qualcuno l’ha immaginata, qualcun altro ne ha rispolverato i ricordi, in molti abbiamo trovato conforto nel dire… beh, almeno loro, animaletti e passerotti sì che se la stanno godendo, senza di noi tra i piedi! Noi, rinchiusi a provare quello che provano gli uccelli in gabbia. Noi delle città abbiamo sognato passeggiate primaverili per lande desolate e noi delle lande desolate abbiamo sognato nuovi incontri sotto alberati scorci di città. Per noi quest’anno non valeva la pena di alzarsi, chi la potrebbe biasimare.

E quindi eccola che continua a poltrire, incurante dell’erbetta del prato che timidamente buca il terreno in giardino. Dovrebbe svegliarsi, dico io, e uscire e mentre cammina dovrebbe ammantare tutto ciò che tocca di verde e gioia e colore e profumo. Ma non lo fa. Dorme ancora. “Pigra” – le sussurro – “sei solo pigra!”. Mi risponde con un grugnito e continua a dormire. “Russi anche!” – aggiungo. Sembro io a vent’anni dopo un venerdì qualunque.

Non c’è verso. Maggio è venuto infine. E io mi sono persa le aiuole fiorite e l’angolo delle rose e lo spuntare delle foglioline nuove sui rinsecchiti rami dei viali e dei controviali.

Pur di vederti non sai cosa ho fatto. Ho resistito due mesi. Mi sono distratta concentrandomi sul lavoro, su nuove letture, su nuovi studi, ho persino fatto dieci lezioni di francese, ho mantenuto una ferrea routine che mi ha permesso di continuare a dare un senso alle mie giornate. E mi sono pure spesso ripetuta quanto fossi fortunata perché beh… c’è sempre qualcuno messo peggio di te. Ma in certi giorni sembrava valere tutto così poco! Non appena è finito lo stato del buon senso ed è tornato lo stato di diritto, mi sono precipitata da te, pensando di essere ancora in tempo, pensando di trovarti sveglia e viva. E invece dormi e proprio non te ne può fregar di meno.

Non sai che pena le ultime settimane. Non sai quanto mi è sembrato impossibile fino a dieci minuti prima della partenza la mia partenza verso casa… e non sai quanto è stato incredibile il mio arrivo.

Tutto taceva intorno a me, nelle stazioni, per le strade, in aeroporto. Tutto all’improvviso svuotato di senso, tutto solitario e irreale più della realtà. Ho attraversato i luoghi simbolo delle mie peripezie come vivendo in un continuo paesaggio stato d’animo: Porta Nuova, Roma, l’Aeroporto di Catania, le strade, le persone, poche, quasi spaurite, estremamente gentili, dignitosamente abbattute. E io come vi sembravo? Carica di valigie troppo pesanti per me, sola, nervosa, pallida, stanca, timorosa e arrabbiata, speranzosa, in fuga. Come non avessi mai viaggiato. E in effetti così non avevo mai viaggiato. Non era nulla che non avessi già fatto. Ma il peso della solitudine e dell’incertezza e della sospensione e del trauma psicologico non lo nego.

Volevo che ci fossi. Volevo che tu mi svegliassi coi tuoi canti come fai sempre, col tuo sorriso, con la tua speranza. Ma di questo maggio non rimarrà neanche il ricordo, perché tu, semplicemente e giustamente, dormi.

Nord su dove st’est

Se un giorno d’inverno una viaggiatrice

torna a casa stanca dal finesettimana trascorso a festeggiare il passare degli anni altrui e il permanere delle contraddizioni proprie, a cui si è aggiunto il grigiore di Torino e il suo basso respiro cosparso di blu polizia, già predetto e cantato mille volte, e così si sdraia sul letto, con nelle cuffie ancora la radio che racconta di un giorno di ordinaria tristezza e follia e di quanta arroganza si spreca a perseguire movimenti pericolosamente sociali, e sommersa dai pensieri sul mondo indugia sul senso di vaga impotenza e mediocri orizzonti… No.

Non ci prova nemmeno ad arrendersi.

Neanche tu.

Forse per questo le scrivi.

Se un giorno d’inverno una viaggiatrice

s’arrende all’amore perché non è mai stata la sua guerra la guerra all’amore. E cede le armi e demolisce fortezze e disfa tranelli e sguarnisce confini e sbaracca trincee. E poi, sellato il cavallo, spiegate le ali, spolverate le scarpe, rinfrancato lo spirito, riparte per i lidi dell’alto oriente. Perché, se non è lei a cambiare, cambia il vento. Perché pur sempre per sua natura trattasi di raminga viaggiante d’origine antica. E attraversate le sette pianure e le sette città, superato il Re dei fiumi e le sette valli, sulle rive del mare più blu punta lo sguardo lontano e quasi pensa di poterci scorgere la vetta del Monviso, a guardar bene, là è dove ha lasciato soffermarsi per l’ultima volta la vitrea pupilla. Qui dunque, al limitare di colline e carsici abissi, sotto al sole tiepido e accarezzata da una brezza gentile, riflette e ammette infine che non sa dove si trovi e quando, sa solo il perché.

Si appunta veloce poche parole.

Il mio gps mi dice veramente dove mi trovo? Risponde a mia madre se gli chiede dove sono? Questo momento dove lo sto vivendo? Come passa il mio tempo, per quanto e per dove? Sono questi i miei periodi migliori o peggiori? Sono divergenti? Rispetto a quali direzioni? Basta, i limiti di tempo e spazio oggettivi non mi appartengono più ormai da anni, forse decenni o millenni. Nord, Sud, Est, Ovest, meridiani e paralleli e altre diavolerie non localizzano nulla per me… se non luoghi in cui riposo e luoghi per cui mi avventuro, albe che mi spezzano il fiato e tramonti che mi spezzano il cuore.

15/FEB/2019

Era un giorno d’inverno e una viaggiatrice

tornava eternamente, come pur sempre si torna, all’amore. E con lui riposava e s’avventurava, trovava albe e attendeva tramonti. Nascosta di nuovo tra le pieghe di Torino, sempre lei: la malsana città in cui tira brutta aria in tutti i sensi. Che non la lascia andare manco fosse il centro della Terra, dell’Universo, della Vita. E dire che lei non ci credeva che Torino fosse una città magica. Magica per come è non la spunta mai del tutto però, non la può spuntare la magia di Città contro quella della sua potente Fata madrina dai capelli turchesi e gli occhi verdini.

Non riusciva a dormire per l’urgenza di scrivere e dire

infatti, e per il desiderio di unirsi a chi del mondo sta cercando di farne un luogo non peggiore e allora qualche giorno dopo eccola che si alza di nuovo e va, accodandosi ad altri mille, rotolando verso Sud a cuor contento, come di solito le accade in queste occasioni. E qui trova una città di cui respira a pieni polmoni la grazia e l’ossigeno che le riempiono il cervello e le risanano il sangue come neanche la Bora è stata mai in grado di fare, tanto è tremenda e formidabile questa alla quale non si sopravvive, che quando l’ha colta, inverni addietro, ripiena di idee molli e di pensieri secchi ne ha fatto piazza pulita, rimettendola semplicemente al mondo lucidata e spettinata come appena nata.

Uh! Napoli pulsa piena di grazia e malizia, di rabbia e delizia.

Ah! La penisola italiana, che splendida lingua di terra!

Eh! La risalirei e scenderei mille volte!

Un giorno di marzo la viaggiatrice

s’accorge che è Primavera e se n’accorge dai volti e dai sorrisi e dai colori delle sue simili, delle sue gemelle, delle sue sorelle, madri, nonne, zie, figlie e nipoti. È a Roma quando se ne accorge, sfila a una manifestazione che raccoglie tutti i mali d’Italia. Vorrebbe farne un bel falò sulla spiaggia di Marzamemi la notte di Ferragosto. È a Verona quando lo realizza, tra musiche e cori, tra surreali e brevi fermo immagine di donne e uomini e trans da cui impara il coraggio di essere sé, di amarsi davvero e di coltivarsi come fosse il proprio corpo il giardino dell’Eden.

Si sveglia ed è Primavera

scopre di vivere ogni istante e minuto e secondo pienamente. Scopre di riuscire a trovare il tempo per dormire e sognare, per amare, coccolare, lavorare e oziare, per dire parole gentili e parole giuste, per ascoltare musica e guardare cose belle, per leggere e scrivere, per studiare, per parlare, per fare tutto e per non fare niente, per andare dove c’è bisogno di trovarsi, per restare dove c’è bisogno di esserci.

Un giorno d’Aprile una viaggiatrice


Disegna le mappe della sua libertà.
Contempla l’immagine e l’effetto che fa.

Veloce s’appunta un pensiero che dice:


La tranquillità è importante
ma essere libere è tutto.

...continua.

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