Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Questione di principio: Referendum Costituzionale 2016

A giudicare da quello che vedo pubblicare sui social network e sulla base delle, devo dire poche, discussioni sul referendum costituzionale che ho potuto fare con chi la pensa diversamente da me, mi sono fatta alcune opinioni e sono giunta ad alcune personali conclusioni.

Mi sembra che chi abbia intenzione di votare “Si” lo faccia per tre motivi di fondo: a) perché è letteralmente trascinato dall’entusiasmo per il cambiamento che il Presidente del Consiglio Renzi e il suo modo di comunicare effettivamente sono in grado di esprimere egregiamente; b) perché sotto ricatto morale/psicologico del tipo “guardate che se passa il no si va a elezioni anticipate, i mercati si arrabbiano, sarà una catastrofe, moriremo tutti e non ci saranno più altre occasioni”; c) perché ci crede davvero che grazie alla non abolizione del Senato, ma all’abolizione del bicameralismo perfetto l’Italia cambierà in meglio.

D’altra parte, moltissime delle argomentazioni pubbliche sul “No” non mi convincono affatto: a) perché molti intendono votare no per partito preso e per dimostrare che il governo in carica non gode di legittimità; b) perché non sono d’accordo quando si dice che la Costituzione non si tocca in quanto scritta da persone sicuramente straordinarie ma dipinte come personaggi biblici investiti da Dio a redigere le Tavole della Legge; c) perché vengono espresse da politici e partiti che sarebbero stati capaci di presentare una proposta di riforma ancora peggiore e che si trovano spesso molto d’accordo sulla promulgazione di leggi elettorali che non garantiscono un effettivo esercizio del potere da parte del popolo (del resto il bipensiero è una delle più affascinanti caratteristice della politica postmoderna).

Ecco, io questa cosa che bisogna approvare una riforma costituzionale perché se non ora quando, come se si trattasse di approvare una legge per il reato di tortura in Italia o per mettere fine alla servitù militare statunitense, proprio non la accetto (giusto per fare esempi a caso). Così come non accetto il fatto che se approvi il testo della riforma sostieni un governo bello, giovane e gagliardo, e al contrario se non approvi significa che nutri simpatie per la becera opposizione e/o gridi vendetta al cospetto di Dio agitando spauracchi di derive autoritarie …che non è che sarà questa riforma ad accentuare.

Sarebbe a questo punto il caso di entrare nel merito del testo di Riforma?  No! Sarebbe meglio non entrarci proprio nel merito, perché si tratta dell’ennesima iniziativa del governo e non dei rappresentanti del popolo, passata al vaglio di parlamentari nominati dai partiti, che modifica il Titolo V ritentando l’accentramento dei poteri e andando contro le autonomie territoriali, che faceva meglio a eliminarlo il Senato anziché trasformarlo in questa banderuola in perenne campagna elettorale. Perché a mio parere modifica l’ordinamento democratico peggiorandolo.

Qui il testo ufficiale della Riforma con testo a fronte

Qui le ragioni del NO

Qui le ragioni del SI

Leggete ed entrare anche voi nel merito, ma io non vorrei, perché per me è una questione di principio. Trovo che ci sia molta confusione tra i concetti di gestione e ordinamento dello Stato. Se si vuole cambiare l’ordinamento di uno Stato in funzione di una migliore gestione, è ben risaputo che l’oligarchia e la tirannide siano molto più “efficienti” della democrazia. Dato che l’ordinamento costituzionale di uno stato democratico moderno prevede la tutela della partecipazione pubblica e l’equilibrio tra i poteri sulla base di Principi Fondamentali (vedasi Parte Prima della Costituzione della Repubblica italiana), cosa c’entra l’efficienza? Non si cambia l’ordinamento di uno stato democratico mettendo al centro dell’obiettivo l’efficienza senza pensare che a qualcuno possano venire più di un dubbio formale e diversi timori sostanziali

L’ho letto il quesito, ho letto la riforma e il mio non sarà un voto di partito, ma un voto decisamente politico. Perché la mia scelta non sarà determinata da legami di fedeltà, ma frutto delle ideologie: quelle che qualcuno dice non esistere più, come se l’essere umano potesse mai smettere di pensare. Quelle per cui, per una buona democrazia, è importante non solo la forma, ma anche la sostanza, sono importanti la teoria e la prassi, i principi fondamentali e i metodi di salvaguardia di quei principi. Quelle ideologie per cui il vero progresso viene dalla resistenza al pensiero unico e soprattutto al partito unico. Le ideologie democratiche e antifasciste.

Siamo abbastanza informati e adulti e laureati in Italia per sapere quello che faremo, noi che trattenendo il sospiro metteremo la crocetta sul SI oppure sul NO. Ognuno di noi avrà le sue ragioni che forse l’altro non capirà. Comunque vada, non esulterò né mi dispererò. Cercherò di rimanere una libera cittadina con la voglia di continuare questo splendido sogno che vive di dibattito pubblico e cittadinanza attiva e si chiama democrazia.

 

Perchè è necessario esercitare i diritti

Ci sono molte cose che diamo per scontate, sia nel bene e sia nel male. Diamo per scontati amici, nemici, diamo per scontate le opinioni di chi non la pensa come noi e di chi è d’accordo con noi, così come diamo per scontate alcune cose che abbiamo oppure che non abbiamo: lavoro, soldi, salute, malattia, eternità. Alcuni danno per scontato che Dio esista, altri invece danno per scontato che non ci sia. Insomma, gira che ti rigira, finisci alla fiera dei luoghi comuni che, se sono così comuni, saranno da dare per scontati pure loro? Ci troviamo senza dubbio in un periodo molto particolare dal punto di vista della storia sociale, una specie di evoluzione o riassestamento di quanto culturalmente finora stabilito e ordinatamente costituito. I nostri diritti individuali, quelli sanciti dalla vecchia Costituzione antifascista, quelli accolti anche dall’Unione Europea (in modo vincolante solo dal 2009), quelli considerati diritti naturali della persona, sono in fase di rinegoziazione, per necessità di estensione o limitazione, per motivi economici e contingenti come quello di garantire la sicurezza e la produttività. Ma cos’è un diritto? Se prendiamo una definizione da vocabolario troviamo che per diritto si intende:

in senso oggettivo, il complesso di norme giuridiche, che comandano o vietano determinati comportamenti ai soggetti che ne sono destinatari, in senso soggettivo, la facoltà o pretesa, tutelata dalla legge, di un determinato comportamento attivo od omissivo da parte di altri, o la scienza che studia tali norme e facoltà, nel loro insieme e nei loro particolari raggruppamenti.

Già questa stessa definizione permette di capire un fatto molto semplice. Il diritto è il frutto di un compromesso tra ciò che si ritiene tale e ciò che deve essere tale. La storia del pensiero filosofico del diritto, delle organizzazioni sociali complesse, dibatte da sempre sul concetto di diritto: è questo qualcosa di trascendentale o di immanente? Tradotta suonerebbe più o meno così: il tuo diritto a esistere “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare“? Oppure deriva dalla razionalità e fisicità stessa dell’amministrazione della giustizia e, pertanto, dipende da cosa è giusto e cosa è sbagliato, per cui potresti anche essere considerato sbagliato e quindi perché non potrebbe chi di dovere, in tal caso, sopprimerti?

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Forse qualcuno non si è mai soffermato a rifletterci sopra, ma la definizione dei diritti, la loro garanzia, la legittimità della giustizia, la limitazione del potere, sono in effetti tra le produzioni culturali più astratte e razionali al tempo stesso della storia europea (sulle altre storie non mi pronucio, semplicemente perché non le conosco abbastanza). I diritti della persona, quelli che pensiamo essere naturali, quelli che ci insegnano essere inviolabili e inalienabili, sono tra i più aleatori che si possano immaginare. Sono frutto di una presa di posizione concordata e accolta da una certa scuola del pensiero razionale per cui l’utile coincide col miglioramento individuale e conseguentemente collettivo della società intera.

In qualche modo potremmo dire che, nel dispensare norme comportamentali e sensi di colpa, il caro Diritto laico ha sostituito il vecchio Dio Unico e Misericordioso. Quindi, quale sarebbe la differenza sostanziale tra umana pietās (volgarmente detta, compassione) e il rispetto dei diritti umani? Provo a rispondere, per come l’ho recepita io. Quello che cambia è solo l’esercizio del potere stesso. Infatti, in entrambi i casi l’azione compiuta/ricevuta può essere sancita e regolata da leggi e norme di comportamento. Per questo ti puoi trovare ad essere oggetto della pietās, ma non soggetto di diritto. Trattandosi di diritti dunque, è necessario esercitarli. Essere soggetti e non oggetti. Altrimenti non esistono. Le leggi, le norme, le regole e le sanzioni possono essere stabilite solo a posteriori. Infatti, in teoria, quando il nostro diritto viene rispettato, non diciamo grazie a nessuno, giustizia è, contestualmente, fatta. Quali che siano i tuoi diritti, dunque, esercitali. Fuori dalla morale e dalle convenzioni. Perché questo è il senso del loro diventare giurisprudenza di una società non sempre giusta, non sempre sbagliata.

 

 

 

 

 

 

La parola contraria di Erri De Luca. Apologia del dissenso

“Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa.” Erri De Luca, La parola contraria.

01/09/2013

Lo scrittore Erri De Luca, raggiunto al telefono dall’HuffPost, commenta con scarne parole l’accusa che il procuratore Giancarlo Caselli lancia nei confronti degli intellettuali che a sinistra “sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo” in Val di Susa. Caselli non fa i nomi dei “conniventi” ma nell’ elenco, è chiaro, figurano il filosofo Gianni Vattimo e De Luca, che hanno manifestato pubblicamente il supporto agli attivisti No Tav finiti in carcere per sabotaggio – continua a leggere l’intervista qui.

Il 10 settembre 2013 LTF ha depositato regolare denuncia presso la procura di Torino: “per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni della società LTF sas del cantiere Tav LTF in località La Maddalena di Chiomonte (To), area di intresse strategico nazionale.”

laparolacontraria

Dopo due udienze preliminari nel 2014, il processo si è aperto il 28 gennaio 2015. Non sussistono fatti o azioni imputabili a Erri De Luca, solo parole. Erri De Luca decide quindi di scrivere e pubblicare: La parola contraria, un’apologia in cui rivendica e spiega la sua libertà di parola e opinione. Un discorso in difesa di sé stesso e non solo, dallo stile elegante e posato, dove le argomentazioni si susseguono in maniera ordinata. La parola contraria è diviso in tre sezioni: Cronaca, Influenze e Istigazioni.

Così introduco meglio che posso l’accusa usata contro di me: istigazione. Istigare un sentimento di giustizia, che già esiste ma non ha ancora trovato le parole per dirlo e dunque riconoscerlo. E che fa alzare d’improvviso e lasciare il libro perché è montato il sangue in faccia, pizzicano gli occhi e non si può continuare a leggere. Andare alla finestra, aprirla, guardare fuori e non vedere niente, perché tutto sta succedendo dentro. Respirare profondo per sentire insieme all’ossigeno la circolazione di una volontà sconosciuta. Iniziare a essere apprendista di giustizia nuova, che si forma dal basso e sbatte contro la tutt’altra giustizia seduta sullo scranno in tribunale. Istigare, com’è successo a me con Omaggio alla Catalagna di Orwell. Di fronte a questa istigazione alla quale aspiro, quella di cui sono incriminato è niente. (pp. 17-18)

Erri De Luca rivendica l’uso libero della parola istigazione e sabotaggio a livello intellettuale, linguistico e politico, ma non penale: “perché si dia istigazione alla violenza bisogna dimostrare la connessione diretta tra parole e azioni commesse” (p. 27). Anche se lo stimolo alla scrittura di certo proviene dall’essere stato chiamato letteralmente in causa, l’obiettivo di Erri De Luca non è giustificarsi o discolparsi in qualche modo, ma denunciare un tentativo di repressione sottovalutato.

Nell’aula del tribunale di Torino il 28 gennaio 2015 non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo. (p.40)

Il suo passato militante, il suo impegno nel sociale e il suo attivismo, gli garantiscono una certa sicurezza nell’affrontare conseguenze di cui, come lui stesso ci tiene a precisare, non si dichiara vittima.

La parola contraria è stata messa su un piedistallo di valore: penale per i giudici, costituzionale per me. La libertà di affermarla è questione che va oltre il mio caso. Oggi sta sotto minaccia di silenziatore. Non credo che riusciranno a sottometterla fuori di quest’aula, so che non ci riusciranno con me. Vengo dal campo scuola del 1900, dove gli scrittori, i poeti, hanno pagato il più amaro prezzo per le loro parole. Ho imparato da innumerevoli esempi la linea di condotta da tenere di fronte ai silenziatori. pp. 44-45

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La parola contraria è un prezioso discorso, un monito e allo stesso tempo un ringraziamento ai lettori. Al di là dell’essere No Tav o Pro Tav o Indifferente al Tav, quello che insegna questo saggio è il valore della libertà di parola contraria, del dissenso, l’importanza di potere continuare a esercitarli. Da subito è partita la campagna #iostoconerri che ha raccolto e continua a raccogliere adesioni e dichiarazioni in favore di Erri De Luca anche a livello internazionale (tra i più recenti autori come Wim Wenders, Luis Sepulveda, Daniel Pennac). Il calore e il sostegno dimostrato da più parti ha reso certo l’autore di un fatto:

Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa.

Il Muos c’è. I No Muos pure.

Piccolo aggiornamento sulla lotta al Muos di Niscemi per riprendere il filo di un discorso interrotto troppo tempo fa.

Diciamo che di cose ne sono successe dall’ultima volta che ho pubblicato qui delle novità riguardanti i No Muos, Niscemi e il Presidio. Un’infinità. Come faccio a riassumerle? Impossibile, nemmeno ci provo. Posso solo dire che la cosa che ho notato subito, rileggendo i post passati, non è certo che sia venuta meno la rabbia, il fervore, le parole, la santa pazienza e anche no. Quello che ho notato è che: per spiegarvi cos’è il MUOS prendevo delle foto di repertorio, scattate alle altre tre installazioni. E invece adesso ecco qua.

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Come potete immaginare non siamo molto felici e non sono molto felici neanche altre persone. Verò è che quest’anno è stato particolarmente difficile a causa della repressione amministrativa e politica, della sfiducia, dei cambiamenti, perché si cresce ma…che vi devo dire?! Il fatto è che nessuno può negare che, durante tutte queste stagioni e nonostante le onde malefiche, si sono concentrate in contrada Ulmo un sacco di energie positive che di sicuro lo hanno reso e lo renderanno un luogo migliore. E poi ci siamo presi anche le nostre piccole soddisfazioni. Abbiamo procurato tanti bei fastidi ai poveri marines, ma soprattutto ai loro grandi capi, compresi Ministeri, Consolati e Presidenti. In quella base noi ci facciamo di tutto, ci entriamo, ci usciamo, saliamo e scendiamo dalle antenne. E attorno ci giochiamo, ci raduniamo, manifestiamo e godiamo di un’unione profonda, di un senso di solidarietà che nessuno riuscirà più a rimuovere. A volte ci basta uno sguardo per capirci, a volte una risata per distenderci, a volte dobbiamo discutere per organizzarci, ma vi assicuro che ci basta niente per ripartire.

continuate a seguirci! www.nomuos.info

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No muos – ArciReport 15 Gennaio 2013

NO MUOS, IL PRESIDIO PERMANENTE CONTINUA – Di Pietro Cristina

muos

È difficile raccontare quello che sta succedendo, l’aria che si respira, l’incredibile stagione di lotta di Niscemi, una cittadina siciliana in provincia di Caltanissetta che abita una zona importante per l’agricoltura ma non solo, situata accanto ai resti meravigliosi di un antico querceto, al bosco di Santo Pietro, una collina vista mare sulla piana di Gela conosciuta dagli amanti del parapendio.

Il Muos è un sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, dotato di cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra, costituite da tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne UHF alte 149 metri. Sarà utilizzato per coordinare tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo, in particolare i droni, aerei senza pilota che saranno allocati anche a Sigonella. Una delle quattro stazioni al mondo la stanno costruendo in Sicilia, presso la base NRTF che si trova all’interno della riserva naturale ‘Sughereta di Niscemi’, dal 2000 sito di importanza comunitaria. All’interno di questa base sono già attive da vent’anni 41 antenne in banda HF e una a banda F alta circa 140 metri. Studi commissionati a ingegneri del Politecnico di Torino e recenti misurazioni Arpa hanno fatto emergere la pericolosità non solo derivata dalla messa in funzione del Muos, ma anche dell’attuale sistema di antenne in funzione, che supera già i limiti di legge imposti sulle emissioni. Che il Muos «non s’ha da fare» non lo dicono solo i cittadini niscemesi. Medici, giornalisti, ingegneri, ambientalisti e avvocati hanno rilevato una situazione disastrosa su ogni fronte e hanno prodotto la contro-documentazione necessaria per opporsi al progetto ed evitare danni alla salute umana e lo scempio della Riserva Naturale, un gioiello naturalistico europeo che appare oggi devastato: fuori la flora rigogliosa e resistente, dentro chilometri di reti militari e terra bruciata. Da anni la popolazione lotta contro questa nuova arma voluta ‘senza se e senza ma’ dagli Stati Uniti su un territorio che secondo la sua Costituzione «ripudia la guerra».

Da novembre è attivo il presidio permanente No Muos, accampato a Niscemi, in contrada Ulmo, su un terreno che dà sulla via principale di accesso alla base. Il popolo No Muos presidia notte e giorno attraverso turnazioni, svolge attività di monitoraggio, è riuscito a rallentare i lavori della base opponendosi ai mezzi pesanti col proprio corpo e rispedendoli a Sigonella più volte.

L’ultima notizia sul fronte No Muos scuote gli animi e fa arrabbiare, preannunciata da una nota al governo siciliano del Ministro dell’Interno che ha dichiarato che: «la base di Ulmo è un sito di interesse strategico per la nostra nazione e per i nostri alleati» e che «non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costi­tuzione». Si lascia largamente intendere la realtà dei fatti, questa nota è volta piuttosto ad assecondare gli alleati promotori del progetto interamente gestito e finanziato da loro. Si è dato quindi il via alle Forze dell’Ordine che nella notte del 10 gennaio, in atteggiamento antisommossa, hanno scortato e protetto la grande gru della ditta Comina necessaria al montaggio definitivo delle tre parabole. Tutte le vie d’accesso al paese di Niscemi e al presidio di contrada Ulmo sono state bloccate per ore da camionette di polizia che impedivano il passaggio di chiunque. Un intero paese e le sue campagne si è trovato nel giro di poco tempo militarizzato, sotto scacco e impotente di fronte allo Stato.

I presidianti che erano riusciti a concentrarsi prima dell’inizio dei blocchi hanno cercato di fermare i mezzi usando solo il loro corpo, inermi e pacifici, ma sono stati trascinati bruscamente e manganellati.

All’indomani, il presidente della Regione Sicilia Crocetta ha dichiarato: «I siciliani sappiano che il governo siciliano non farà alcuno sconto sulla salute dei cittadini e, nel giro di qualche giorno, il provvedimento di sospensione dei lavori e della messa in mora dell’esercizio dell’impianto Muos sarà emanato, per cui a nulla servono forzature di stampo autoritario per imporre alla Sicilia strumenti che potrebbero essere collocati in aree più idonee, dove non ci siano rischi per la salute dei cittadini». Quello che suscita scandalo è che si è atteso tanto, troppo tempo, nonostante le inchieste, le rilevazioni Arpa, le proteste forti di argomentazioni incontrovertibili, l’unione del popolo siciliano che scavalca lo stretto e trova la solidarietà dei No Tav, dei No dal Molin, dei pacifisti e di tutti quelli che denunciano un’Italia serva degli americani che ancora chiede tasse per pagare gli stipendi di chi dovrebbe proteggerti e non lo fa.

La politica della regione Sicilia poteva essere meno blanda e chiedere già da tempo la revoca delle concessioni in autotutela, piuttosto che votare una mozione che ha subordinato la richiesta di revoca delle concessioni ad ulteriori accertamenti, all’indomani delle gravi e preoccupanti dichiarazioni del Ministro Cancellieri. Come abbiamo già evidenziato in un comunicato stampa dell’11 gennaio, «scorgiamo una drammatica continuità con gli anni passati: Sicilia avamposto militare nel mediterraneo, ieri base missilistica e nucleare oggi avamposto ipertecnologico della guerra prossima ventura, frontiera ostile di un nord arrogante e ricco verso il sud e il mondo intero. Le botte e le cariche di stanotte hanno forzato i presidi di tanti cittadini siciliani, calpestando la democrazia e il diritto, ma non spazzano via l’aspirazione, la volontà, la vocazione della Sicilia e dei siciliani ad essere ponte di pace nel Mediterraneo».

I soci dell’Arci Liberamente di Niscemi sono da sempre a fianco dei comitati No Muos a livello logistico e umano. Aspettiamo, ma ricordiamoci che qualsiasi risultato positivo si ottenga sarà solo perché dal basso si è creato il movimento, perché migliaia di cittadini hanno appoggiato e appoggiano la causa No Muos, perché i No Muos non si sono arresi e non si sono accontentati delle promesse e si sono fatti trovare pronti anche alle manganellate.

Il presidio permanente è fatto di persone, sguardi, voci, canzoni, coperte, sedie, poltroncine, tavoli, legna che arde, pentole per cucinare, una dispensa e cassette di frutta, documenti, volantini, pubblicazioni ambientali, computer. Ogni giorno e ogni notte il fumo della stufa sale in alto e manifesta la presenza della vita che resiste sullo sfondo della mega antenna, la più alta ma non l’unica, un simbolo di oppressione e di morte che nasconde dietro la collina l’ancora più opprimente Muos in costruzione.

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