Le radici che tengo

Di origini, famiglia e culture radicanti

Piccola premessa. Non sono mai stata così lontana dalla Sicilia come durante quest’anno. Anno in cui sono tornata a casa solo per due settimane tra Natale e Capodanno. E la cosa comincia a produrre strani effetti.

Onde-Divisori-Web-63156

Da un po’ di tempo a questa parte, devo ammetterlo, faccio fatica a rispondere alla domanda: “di dove sei?”. La risposta estesa, infatti, suonerebbe più o meno così: “io sono siciliana, cioè mio papà è siciliano e io sono cresciuta in Sicilia, però mia mamma è veneta e io sono nata e cresciuta anche in Veneto, però ho vissuto negli ultimi anni a Torino dove tra l’altro ho un sacco di parenti. Però ora vivo qui”. Trovandomi all’estero, sarebbe più semplice dire: sono italiana e stop. Però, io non è che sono proprio all’estero-estero. Infatti, qui in Istria non basta, perché bisogna distinguere tra italiana d’Italia e italiana autoctona. E poi siccome noi italiani ci teniamo sempre a precisare l’origine regionale esatta e magari anche la provincia nel caso delle regioni più grosse, va sempre a finir male. Ad oggi, nelle mie conversazioni, pare essersi affermata la seguente definizione rispetto alla mia origine: siculo-veneta-piemontese. A questa tripartizione identitaria ormai mi sto affezionando e quasi quasi ci aggiungo pure “istro”, prima di veneta, però staccato: istro – veneta (il motivo del trattino lo spiego su richiesta a eventuali interessati di questioni di lana caprina, quali letterati e appassionati di culture e identità multiple).

giphyVi assicuro che a volte è piuttosto faticoso tenere insieme tutta questa roba. Non solo per quanto riguarda le relazioni familiari e i rapporti interpersonali da mantenere e coltivare a distanza. Provate a immaginare quante voci e punti di vista si siedono in parlamento dentro di me quando devo fare scelte o prendere posizione su delle cose. Il mio nucleo familiare e la cerchia di amici che mi conoscono da una vita vivono in Sicilia, questo significa che sono cresciuta a pane e sicilianità, folklore, baccano e gioia di vivere, ma anche con tanti problemi alla luce del sole. Tanto sole. Accanto, lo stuolo di ricordi, di tradizioni, di modi di fare, di paesaggi da fiaba, di cugini e zii dell’alto-vicentino. Proprio veneti delle montagne, mica veneti della pianura! Due mondi diversi e con orizzonti opposti. Così, passando per il Piemonte, l’impasto della mia personalità è concluso, ma è facile fare un po’ di confusione. Non sempre sono sicura che si riesca a capire come vedo il mondo, le relazioni, le amicizie, la famiglia. 

Onde-Divisori-Web-63156

Per me siete tutti parte della mia vita che non è affatto quella di una solitaria e sradicata, ma soltanto quella di una fanciulla ormai donna, che vi porta con sé dappertutto e si confronta con voi ogni volta. Senza di voi “radicati” non sarei andata mai da nessuna parte! Sono tipo una di quelle piante che nasce direttamente dalla radice e continua a spostarsi ogni volta, lanciando un’altra radice più in là (vedasi specie stolonifere in botanica). E dai diversi stili di vita delle mie regioni, cerco di prendere le caratteristiche migliori e farne una cosa bella di cui potete essere fieri anche voi, che vi considerate spesso così male.

Della sicilianitudine mi prendo: la libera espressione del corpo e della mente, il ridere forte, le riunioni di famiglia, il giro di amici che se ci sei dentro non ti molla e non ti lascia solo manco per un secondo!

Della piemontesitudine mi prendo: la cortesia e il sorriso gentile, il senso del dovere, il rispetto per le file, la puntualità, l’ordine!

Della venetitudine mi prendo: la discrezione, il riuscire a parlare sottovoce e capirsi lo stesso, l’incredibile capacità di sapere indorare sempre la pillola e, soprattutto, la fantistica abitudine di lamentarsi molto poco!

Per concludere questa carrellata di amore identitario con una citazione: sono le mie radici la mia grande bellezza. Sono così fortunata da averla sempre a portata di mano e di poterne mangiare a volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

Torino San Salvario Tribute – Fantasia n. 2

Studiare, vivere e sognare a Torino. San Salvario Addicted si racconta…

Gennaio 2011. Mi trasferivo per proseguire gli studi, passando dalla caotica Palermo alla razionale Torino. Mi insediavo lungo le mura del quartiere storico di San Salvario: Corso Vittorio Emanuele II. Però lato Via Madama Cristina, eh? Quindi più di quà che di là. Non scherziamo. Diventavo, nel giro di poco, San Salvario Addicted. Tento la disintossicazione da nemmeno un anno, come tanti hanno già tentato prima di me. “Un anno si perdona a tutti”, dice la mia più-che-amica Aila. Per cui, questo post dedicato a Torino come se si trattasse di un passato andato e superato suona un po’ strano. Però mi è venuta voglia di scriverlo. E così ho fatto. Crisi d’astinenza?

murales Palazzo Nuovo

Sono tra le ultime, o giù di lì, ad essersi laureate nella storica sede universitaria di Palazzo Nuovo, prima che venisse chiusa a causa delle rilevazioni insostenibili di amianto nell’aria. Tra le ultime che si ricorda i colori del murales dipinto su un lato del palazzo, una delle poche gioie per gli occhi nelle innumerevoli giornate grigie che ti accompagnavano a lezione. Sono tra le ultime ad aver fatto serate al Gabrio. Quello di prima? No, quello vecchio proprio. Tra le ultime a ricordare i Murazzi “come erano una volta”, quando i locali erano tutti aperti, c’era così tanta folla e truzzi che non potevi camminare, la perdizione ai tuoi piedi, l’alba sempre dietro l’angolo. Tra le ultime che l‘Imbarchino del Valentino lo frequentava nei suoi tempi di gloria, quando dicevi “ci vediamo all’Imbarchino?” e non al Valentino. Cioè, il Valentino senza l’Imbarchino… parliamone. All’Imbarchino, appena arrivava Marzo, ci facevo colazione e ci studiavo e ci facevo apericena e ci facevo i venerdì sera e se non fosse che abitavo vicino, di sicuro qualche volta ci avrei anche dormito. Là, sdraiata sotto l’albero grande. Se mi concentro ancora sono sicura di trovare tante altre cose che sono cambiate o che prima non c’erano e sono iniziate. Per esempio io c’ero quando ha inaugurato la nuova gestione della Lunastorta a San Salvario (scusate sono troppo di parte per non citare questo posto), oppure quando è iniziata l’esperienza della Cavallerizza occupata, oppure…

Maddaaai! Esagerata, parli come mia nonna! Ci hai vissuto solo quattro anni!

Si, lo so. Ma che ci posso fare se Torino è tanta roba.

Qualsiasi cosa possa mai accadere alla mia memoria in futuro, di una cosa sono certissima. Torino per me sarà sempre associata a San Salvario. Mi dispiace per i Vanchigliesi, per i Quadrilateri, per i centro-centro, per i PortaPalazzinari, per gli oltre Po’ e figuriamoci per gli oltre Doresi. Ma San Salvario è un’altra storia, un altro mood. San Salvario è dove non ti preoccupi mai di fare la spesa, perché da mangiare lo trovi sempre a qualsiasi ora del giorno e della notte, grazie non solo a tutte le botteghe Bangla, ma anche ai pizzaioli, ai pugliesi, ai greci, ai turchi, agli egiziani e a tanti altri. San Salvario è dove non ti preoccupi di come arrivare da qualsiasi parte, perché sei vicino a tutto, e comunque sei vicino alla stazione di Porta Nuova, alle fermate di metro e troverai un tram, un treno o un autobus fatto per te, di giorno e di notte (con qualche limite). San Salvario è dove con le belle giornate ci stai un attimo a passeggiare al parco del Valentino e a non annoiartene mai. San Salvario è dove, se sei davvero di San Salvario, la sera scendi a bere l’amaro nella tua tavernetta, pub, circolo, bistrot di fiducia, con il barista di fiducia, detentore di un ruolo sociale preciso, guida e conforto spirituale, punto di riferimento per gli sfoghi della gente al bancone, ma anche promotore di circuiti musicali, culturali e artistici di qualità superiore. San Salvario è dove ti abitui ad alti standard. San Salvario è dove tanti tratti somatici, tante usanze religiose, tanti stili di vita diversi convivono sulla strada, sul pianerottolo e nei cortili. San Salvario è dove impari a non considerare la diversità culturale un problema. Per lo meno, non un problema diverso da quello legato alla mancanza di lavoro e di inserimento sociale, come dimostrano benissimo numerosi quartieri e città difficili in Italia, abitati solo da italiani o solo da un tipo di persone.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il fatto è che per scoprire San Salvario non vi basta passarci da turista o uscirci una sera.  Qualche dritta sui locali giusti può aiutare, ma per i turisti che si fermano poco va più che bene Porta Palazzo e il Baloon. Anzi va pure meglio. E per quelli del sabato sera, beh… comunque i locali chiudono alle tre di notte. Fatevene una ragione. In ogni caso, semmai non doveste innamorarvi di San Salvario così tanto da decidere di trasferirvi anche voi qui… noi San Salvario Addicted non ci offendiamo mica. Anzi, ne resta più per noi. Bella lì.