Digressione

Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Stato

So cosa dovrei fare

So cosa dovrei fare. Dovrei volare con lo sguardo oltre l’orizzonte per estendere il mio pensiero all’infinito. Dovrei tendere l’arco per scoccare frecce lunghe che si posino sul mio domani. Pensare di piantare i semi degli alberi e degli arbusti e dei fiori sotto cui troveranno riparo i sogni che sto costruendo. Dimenticare il passato che non mi serve, registrare da qualche parte le date importanti. Aggiungere didascalie a foto che non ricordo più quando ho scattato. Dovrei vivere il presente. Dovrei fare le pulizie di stagione stagionalmente e quando è la  stagione. Dovrei respirare a pieni polmoni, attivare la circolazione sanguigna, darmi da fare. Dovrei essere il più possibile produttiva. Dovrei impegnarmi in qualcosa. Preoccuparmi del mondo, di tanto in tanto. Dovrei non mollare mai, non cedere alla pressione.

Invece, mi perdo tra i tuoi riccioli biondi, mi affabulano le tue promesse di eterna bellezza e salute e gioventù. Mi inganna, ogni volta come fosse la prima volta, questa effimera ora d’amore.

 

 

Stato

Ti riconoscerei tra mille

Ti riconoscerei tra mille e mille. Tra volti che si accalcano per vedere lo spettacolo, tra gambe che si muovono in marcia verso un sogno, tra la gente che affolla le piazze, le strade, le uscite e le entrate delle metropolitane, che se ne sta sulle spiagge gremite nei giorni d’agosto. Tra frastuoni e rumori di industrializzazione che avanza, tra grida e canti della festa di paese, tra fischi di treni e navi che partono, tra suoni di aerei e allarmi di emergenze imminenti, saresti per me come un papavero bianco tra mille papaveri rossi. Saresti per me come il pino solitario su quella collina ricoperta di spighe di grano. Saresti il punto che tace, la forza di gravità che inghiotte ogni cosa, la fissazione di un colore su tutti gli altri.

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Tolentino e Isola, una storia di amicizia e solidarietà

Tolentino e Isola d’Istria. Due città separate da centinaia di chilomentri, dal Mar Adriatico e da un confine, eppure legate da un’amicizia che affonda le sue radici nel tempo.

Fin dagli anni Settanta, la comunità nazionale italiana di Isola ha coltivato e promosso i rapporti con gli abitanti di Tolentino,  prima grazie al Cantapiccolo e allo scambio frequente tra le famiglie dell’una e dell’altra parte, poi a livello sempre più istituzionale fino alla sigla del Gemellaggio ufficiale tra i Comuni di Isola e di Tolentino, tra il 1980 e il 1981. Nato da legami affettivi che non si sono mai persi del tutto e si sono anzi via via rinsaldati e rinnovati nel tempo, ha superato cambi di politica e di bandiera. Infatti, ai primi di novembre il Comune terremotato di Tolentino ha lanciato un appello che non è caduto nel vuoto e anzi, ha ricevuto una risposta lampo sia da parte della popolazione civile sia da parte degli enti istituzionali. Nel giro di due settimane erano pronti gli aiuti umanitari, erano stati raccolti i fondi necessari, erano stati ordinati e acquistati sei moduli abitativi. E il 17 novembre partivano, primi fra tutti, per Tolentino. E io con loro, al seguito di una delegazione istituzionale, con la possibilità di raccontare e fotografare questa bella storia di vera amicizia.

delegazione_isola-tolentino17 novembre – La delegazione è un misto di rappresentanza italo-slovena: il Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola Marko Gregorič, il Vicesindaco di Isola Gregor Perič e il Capogabinetto del Sindaco del Comune di Isola Polonca Skendžič, organizzatrice puntuale dei trasporti e responsabile dei contatti con Tolentino per tutto il tragitto e soggiorno. Viaggia con noi anche una troupe di RTV Capodistria con la giornalista Claudia Raspolič. Partiti intorno all’ora di pranzo, arriviamo in serata a Tolentino, accolti da Edoardo Mattioli, Presidente della Pro Loco con un passato da “cantapiccolo”. È sera e siamo attesi a cena, ma veniamo prima accompagnati per un breve tour panoramico:

Andando su, verso Visso e le altre frazioni non c’è più niente. Frazioni di montagna di settecento, mille persone. Non c’è più niente. Anche alcuni edifici costruiti con i criteri antisismici sono crollati. Le costruzioni in città hanno tenuto, però non sono più agibili. Adesso hanno iniziato a mettere qualcosa in sicurezza, fino a qualche giorno fa molte strade erano chiuse completamente. Ma vedete che è tutto deserto. Il centro storico è tutto inagibile, sono caduti i merli delle mura, le chiese sono chiuse, la Basilica di San Nicola è chiusa. L’ultimo grave terremoto pare risalga al 1700, così testimonia una vecchia immagine votiva.

Facciamo una breve tappa nell’area camper, zona di concentramento in caso di terremoto e dove tuttora preferisconoimg_8348 dormire per paura molte famiglie. Visitiamo anche un dormitorio, velocemente. Ci sono bambini che giocano a rincorrersi e fanno conoscenza l’uno dell’altro forse per la prima volta, trovando il bello in tutte le cose come solo i bambini sanno fare. A dire la verità i volontari che gestiscono il dormitorio non sembrano molto contenti di vedere giornalisti, forse non riuscendo a distinguere tra disturbatori e avvoltoi della notizia, ai quali purtroppo molti modi di fare giornalismo della catastrofe ci hanno abituato, e giornalisti sinceramente interessati alla cronaca e alla diffusione della conoscenza, in questo caso oltreconfine, in Slovenia.

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Infine, raggiungiamo la piazza principale, quella della Torre dell’Orologio, quartier generale e ritrovo operativo. Si sa che per ogni piccolo, medio, grande centro urbano d’Italia c’è una piazza principale, l’agorà di tutti, c’è un’abitudine alla frequentazione, un luogo di ritrovo naturale che non ha bisogno di essere geolocalizzato su nessun dispositivo mobile perché tu sappia dove si trovi e come si chiami: “Piazza”. Il ristorante La Genovese si trova subito attaccato alla Piazza. Risparmiato quasi per miracolo, dato che tutte le abitazioni, compreso il Municipio, non sono più agibili. La tavolata è numerosa, colorata e allegra. Protezione Civile della Val d’Aosta, il Sindaco Giuseppe Pezzanesi, gli Assessori comunali, amici e parenti, sloveni, valdostani e tolentinati tutti insieme, come se si trattasse della cena di Natale di una famiglia ritrovata. Si parla delle scosse di terremoto e delle conseguenze del terremoto, si ha l’esigenza di raccontare il trauma, di socializzarlo, ma in allegria. Sdrammatizzare, sorridersi, abbracciarsi, sono le manifestazioni concrete di comunità e vicinanza. E i tolentinati mi trasmettono un grande senso di dignità, determinata, fatta di amor proprio e sicurezza di poter contare sulla propria gente. Così, il calore e la forza che pensavi dovessi portare tu a loro, te lo danno loro a te. Poco spazio alla tristezza, nessuno per la disperazione. Alla fine della cena i valdostani ci preparano una bella sorpresa che suggella definitivamente la serata: la grolla, altrimenti detta “coppa dell’amicizia”.

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18 novembre – Alle nove del mattino circa, arrivano i TIR con i moduli abitativi. Con una certa emozione vengono scaricati e sistemati nella zona preposta temporaneamente. Alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali, tra i quali l’Assessore alle politiche sociali, delegato anche da parte del Sindaco, che in quel momento era in viaggio per Roma a riferire riguardo l’emergenza, ma anche alla presenza di alcuni esponenti della società civile come Don Gianni, parroco di Tolentino. I moduli abitativi, che contengono anche tutti gli aiuti raccolti, saranno successivamente destinati a uso ufficio parrocchiale e a uso abitativo per due famiglie in stretta necessità, così come individuate dall’amministrazione e dall’organizzazione che sta gestendo l’emergenza. Il fatto di ricevere moduli effettivamente abitabili e non semplici container non lascia indifferenti, date le polemiche tutte italiane riguardo questo aspetto. Oltre alla lentezza delle operazioni di acquisto e consegna, pare che le soluzioni abitative temporanee siano pensati non per essere autonome e/o individuali, ma per essere collegate a refettori, bagni e aree comuni. Nel frattempo si rischia di sgretolare del tutto l’unità sociale a causa dello spostamento della popolazione sulla costa e dei disagi che questo comporta. Chi potrà eviterà di certo una sistemazione da campo così pensata.

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Durante la giornata, facciamo un giro alla luce del sole tra le vie e i quartieri di Tolentino. Fa davvero impressione pensare che intere zone residenziali, dalle case bellissime, sono per la maggior parte del tutto da rifare. Dall’esterno, eccenzione fatta per alcune crepe e crolli evidenti, non sembrerebbe neppure. I danneggiamenti sono all’interno e alle fondamenta. Una città bella e ricca, centro d’eccellenza per l’industria manifatturiera e artigianale delle Marche, in Italia, nel mondo. Io, Tolentino, la conosco per la prima volta così e all’improvviso realizzo cosa significa quando scrivono che ad essere colpito è il cuore d’Italia, non solo dal punto di vista geografico, culturale e paesaggistico. Ci spiegano che, fortunatamente, le fabbriche non hanno avuto troppi danni e la produzione può andare avanti. Si continua a lavorare. Ma l’improvviso spopolamento non può che avere ricadute e conseguenze drammatiche per i commercianti e per tutta l’economia del territorio. Il post-terremoto non è soltanto ricostruire case, ma è ricostruire il tessuto economico e sociale, la vita di Tolentino. E forse dieci anni non bastano nemmeno, dicono.

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Pranziamo in una mensa scolastica, serviti da donne e volontari scout. Riprendere con la scuola, riprendere le attività sportive e ricreative, avere una propria casa e riappropriarsi dell’unità e serenità familiare, sono queste le priorità di Tolentino e di tutti i terremotati. Ma la priorità più alta fra tutte, che senti espressa da più parti è spesso questa: restare qui, restare insieme.

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Non sono andata a caccia di storie e di rappresentazioni del disagio. Ho parlato non tanto con i terremotati in senso stretto, quanto con coloro che li rappresentano (comunque anche loro nella categoria sfollati e terremotati). E queste persone non le conoscevo prima, tantomeno posso sapere i loro passati politici e personali. Ma ho visto il loro presente e conosciuto il loro adesso che è fatto di poche parole e molti fatti. Alla cena di commiato, il discorso di saluto del Sindaco Pezzanesi mi ha sinceramente colpito, proprio perché in certi contesti capisci che non è retorica, semplicemente perché non può esserlo. Perché il terremoto distrugge tutto e sconvolge tutti, senza fare distinzioni.

In una disgrazia gli unici aspetti positivi che emergono sono il valore della famiglia e della solidarietà. Ognuno di voi ha fatto la sua parte come se la nostra fosse una famiglia vera, come se noi fossimo fratelli che abitavano uno di qui e uno di là, che però quando la famiglia chiama, la famiglia c’è. Poi la solidarietà in generale, l’abbattimento delle barriere razziali, caratteriali, nazionali. Questa sera sono stato a cena in un centro in cui sono ospitate diverse etnie: macedone, albanese, slava, italiana… chi ha cucinato, chi ha comprato questo o quell’altro, ci si abbracciava, e i bambini, che sono la cartina di tornasole di una società civile e democratica, giocavano tutti insieme. Il buon Dio ci ha mandato una grande prova. Però noi eravamo vecchi dentro, arrugginiti, sporchi, non pronti ad apprezzare questi valori. Il terremoto da un lato ci ha distrutto dall’altro, che è quello caratteriale e umano, ci ha rigenerato. Su questa rigenerazione dobbiamo ricostruire la città che non sarà più la stessa città, perché per almeno per altri cinquanta o cento anni ci saranno questi valori: della solidarietà e dell’aiutarci vicendevolmente. Che avevamo dimenticato dopo la seconda guerra mondiale, riscoperti allora con un altro trauma. Stasera, uno mi ha detto ‘Sindaco cosa vuole che sia per noi un terremoto, noi abbiamo avuto una guerra dove le donne venivano violentate, ammazzate, altri erano messi nelle fosse comuni, per noi che abbiamo visto queste cose il terremoto è niente. Non abbiamo più la casa, ma siamo felici perché sappiamo di ripartire, ma tutti insieme’. Quindi, quando tornerete a Isola, portate questo messaggio: siamo più poveri immobiliarmente parlando ma molto più ricchi moralmente e intellettualmente. Grazie di cuore a tutti voi. Sperando che il terremoto abbia finito vi abbraccio a nome della comunità, esattamente 20471 persone.

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Tutti abbiamo assistito alle immagini agghiaccianti e abbiamo ascoltato le notizie che descrivevano le tremende conseguenze del terremoto del 24 agosto.  Nel corso dei mesi seguenti il cosiddetto sciame sismico ha reso invivibile la quotidianità di migliaia di persone. Le continue scosse di assestamento hanno continuato a recare danno fisico e psicologico alle zone colpite. Nel frattempo la macchina degli aiuti e dell’emergenza si attivava, nella speranza di far rientrare tutto nella norma quanto prima. Ma una nuova scossa di terremoto, il 26 ottobre e infine, l’ultima grande scossa del 30 ottobre, ha dato un definitivo colpo di grazia anche a quelle aree e a quei centri storici fino a quel momento risparmiati, se non dalla paura e dal trauma, dalle conseguenze strutturali. L’area terremotata definita “cratere” insiste sull’interno tre regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria, ma soprattutte le MarcheQuesta grande catastrofe segnerà la storia di questi luoghi, molto di più dei terremoti passati. Non per ordine di importanza in termini di danneggiamenti, ma perché quello che sta accadendo è una profuganza coatta di migliaia e migliaia di persone che, stando così le cose, saranno sradicate forse per sempre. Si spera che non succeda, ma quando si spengono i riflettori cosa resta? Solo il racconto e la memoria di un passato che ci si augura che non sia solo ricostruito, ma tramandato di generazione in generazione.

 

Stato

No Time No Space

Viaggiatrice anomala in territori mistici, segue per istinto le scie delle comete.

Ci sono momenti che, sono sicura, capitano a tutti periodicamente. Momenti in cui tutto sembra fermarsi attorno a te, muovi lo sguardo lentamente e lo poggi sulle cose con affetto, i tuoi sensi si affinano, percepisci i rumori o l’assenza di rumori. I colori e le geometrie ti catturano, l’olfatto registra delle sensazioni che sono, oserei dire, ambientali nel loro insieme. Ci sei pienamente. Sei presente a te stesso e vorresti che tutto si fermasse e rimanesse esattamente così com’è, per sempre: la situazione in cui sei, le persone o il paesaggio, quello che succede o non succede, chi passa e come, quello che c’è e quello che non c’è. Ti piacerebbe fissarlo sulla tela dei tuoi occhi o sulla pelle, come un quadretto d’artista.

Mi è successo diverse volte durante questa settimana di viaggio in luoghi noti, ma per me significativi. Mi è successo a Capodistria mentre aspettavo l’autobus che mi avrebbe portato a Trieste. Mi è successo durante le passeggiate al Valentino di Torino. Mi è successo stringendoti al mio cuore, amico e amica mia. Mi è successo a Busto Arsizio la mattina in cui accompagnavo la mia nipotina in asilo nido assieme a mio fratello. Mi è successo in un anonimo parco di Milano, dal nome importante Parco Gramsci, mentre aspettavo l’autobus per il ritorno. Mi è successo quando ho rivisto il mare e il sole al tramonto, spuntato quasi all’improvviso sul lato passeggeri opposto al mio. Mi succede ogni volta che ti guardo e rimarrei per sempre a osservare quelle pieghette attorno agli angoli della bocca che mi dicono che stai ridendo. Forse non c’è nulla di poetico, niente di divino, alcun sentimento o elemento magico. C’è soltanto una viaggiatrice anomala in territori mistici che segue per istinto le scie delle comete e che si innamora ogni volta di te, soprattutto stasera.

 

No time, no space.

Another race of vibrations

the sea of the simulation.

Keep your feelings in memory

I love you, especially tonight.

Citazione

Zanna Bianca, letteratura per ragazzi e qualche altra storia

Zanna bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, anno 1986. Questo libro ha la mia età e io do un valore a questa data che ci lega anagraficamente solo adesso.

Adesso che anni di studi universitari in Lettere mi hanno convertita a leggere anche le quarte di copertina, l’anno di uscita e l’anno di edizione per default. Non penso di averlo mai notato quando ero bambina. Del resto, non mi interessava questo genere di cose. Mi interessava solo leggere storie. Al massimo, se proprio me le vendevano bene, arrivavo a degnare di attenzione storie di storie o sulle storie. Ma la narrazione non doveva mancare mai.

14089332_1370291319667415_978398505_nPer i compleanni e altre occasioni ero la bambina perfetta. Non sbagliavi mai se mi regalavi un libro, oppure un pupazzo. Ancora meglio se arrivavi con tutti e due. In quella che una volta era una camera da letto e che ormai è diventata un vero e proprio archivio disordinatissimo di libri, studi, quaderni e memorie della mia vita, Zanna Bianca se ne stava orgogliosamente circondato da titoloni austeri. Quasi si rendesse conto di essere sopravvissuto ai repulisti epocali, di essere stato graziato dall’oblio degli scatoloni riempiti e messi in garage per fare spazio ai nuovi libri, ad altre carte. Io no, non l’ho mai “salvato” consapevolmente. Negli ultimi anni, ogni tanto, mi tornava alla memoria. Sembrava che mi chiamasse. Fino a che, nel 2014, ho deciso di abbandonare ogni remora e di andarlo a cercare. Pensavo che non sarei mai riuscita a ritrovarlo e invece di ritorno a casa per qualche tempo mi è bastato ripercorrere con lo sguardo e con le dita il dorso dei libri… ed è così che ho scoperto che quel birbante non se ne era mai andato dallo scaffale!

Ci siamo ritrovati come vecchi amici. Lo ammetto: gli ho sorriso e gli ho fatto “ciao!” ad alta voce. Da allora non ci siamo più lasciati. Mi ha seguita prima a Torino e ora qui, a Capodistria. Posso essere davvero sicura che se mi chiedete qual è stato il libro preferito della mia infanzia, eccolo: Zanna Bianca di Jack London.

L’istinto e la legge pretendevano da lui l’obbedienza; ma la crescita pretendeva la disobbedienza. La madre e la paura lo costringevano a tenersi lontano dal muro bianco; ma la crescita è vita, e la vita è destinata a cercare sempre la luce, sì che non era possibile arginare la marea della vita che montava in lui a ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni respiro che traeva. Alla fine, un giorno, la paura e l’obbedienza furono spazzati via dalla corrente della vita, e il lupetto grigio strisciò sul ventre, a gambe larghe, verso l’uscita. (Zanna Bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, Milano 1986, p.79)

Come non immedesimarsi a quella età! La natura selvaggia, l’incontro con gli uomini, la lotta per la sopravvivenza, la ragione dell’istinto, l’orrore dei maltrattamenti, la pazienza di Weedon Scott, l’animale selvatico che alla fine si innamora dell’essere umano, l’accettazione di un amore che permette a Zanna Bianca di ritrovare sé stesso…

ZannaBiancaReadingTimeA pensarci bene, nel mio piccolo canone di letteratura per l’infanzia, non ci sono maghetti o mondi da salvare. Ai miei giovani eroi e coraggiose eroine, Heidi, Pollyanna, Remigio, Jo, Pinocchio, Alice, Peter Pan, Gian Burrasca, Bastian e Atreiu, non veniva chiesto di risolvere le situazioni alla maniera dei grandi e anzi di riuscire a fare meglio di quanto avessero saputo fare loro nelle stesse circostanze. Nei libri io trovavo spesso tanti silenzi, momenti contemplativi e riflessivi, audaci pionieri che agivano in un mondo magico sì, avventuroso, ma creato da loro, dalla loro fantasia. E forse Zanna Bianca per me rappresentava tutto questo e li comprendeva. Imparavo con lui a convivere nella realtà con altri mondi che non si trovavano su dimensioni parallele, ma soltanto in altri punti di vista, in comportamenti e mezzi comunicativi diversi da quelli etichettati come “umani”. Complice la mia vita di campagna e la compagnia dei miei adorati cani e gatti, probabilmente per me la magia era lì, a portata di zampa.

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