Digressione

Di massimi sistemi scolastici – appunti

Della mia esperienza precaria come insegnante, il momento che mi piace di più, è quello in cui ne parlo su Skype con Giada, una volta in collegamento da Leuven, una volta da Torino, una volta da Tolosa, una volta da Niscemi e la prossima credo che sarà da Londra (no, non fa la hostess). Perché, io e lei, abbiamo iniziato a parlare di massimi sistemi mentre scrivevamo la tesi di laurea specialistica e, tra un curtigghio e un babbìo (ita. pettegolezzo e scherzo), non abbiamo smesso più. Tre i nostri temi preferiti: precarietà generazionale ed esistenzialismo, educazione e sistema scolastico, l’amore ai tempi del barbera. Sicuramente interessante il binomio amore-barbera, ma mi dispiace deludere i malcapitati lettori. Oggi parlerò di scuola.

Scuola. Vedo già ergersi le barricate, alzarsi la pressione arteriosa, vedo l’improvviso grattarsi da qualche parte, ora subito, ammettilo. Se sei un “precario della scuola” ti sta venendo l’orticaria, ne sono sicura. Probabili svenimenti non appena si associ il suddetto termine all’aggettivo: italiana. SCUOLA ITALIANA. Ma ecco… io tralascerei. Perché la mia esperienza precaria come insegnante, non mi deriva dal sistema italiano (per ora).

Le mie esperienze didattiche, titoli accademici a parte, si riassumono brevemente: doposcuola e attività di tutoraggio vario durante gli anni di università; insegnante doposcuola a studentessa (meravigliosa) con difficoltà alle superiori per un anno; alcune settimane a saltare in classi di medie inferiori comprese tra il Monte Rosa e la pianura Padana; sei mesi circa di insegnamento in co-teaching nelle scuole elementari, in lingua italiana, sul litorale sloveno. Barcamenandomi tra ambiti disciplinari umanistici, scientifici e vari ed eventuali. Per cui, della mia precarietà ne vado persino orgogliosa, perché se fossi rimasta ferma e fissa in una scuola in Italia non avrei mai potuto fare una così varia esperienza. Non avrei mai potuto vivere la quotidianità e le sfide scolastiche di ragazzi con disabilità, non avrei potuto sperimentare la specificità che distingue l’approccio coi bambini da quello con gli adolescenti, non avrei potuto imparare che comunicare è il vero obiettivo, insegnare a farlo, dare gli strumenti per decifrare, ipotizzare, interpretare il sapere. Insegnare ad ascoltare e a parlare, a condividere e a ri-costruire nozioni, idee, sentimenti. Non avrei mai potuto davvero convincermi, ancora e sempre di più, che l’inclusione è la mia filosofia, con tutte le implicazioni che ne derivano. Ché è per la scuola dell’inclusione che mi batterei e sprecherei il fiato e del resto non mi interesserebbe (test invalsi compresi, non li boicotterei nemmeno, sappiatelo).

Mon dieu, l’essere patetico dell’insegnante entusiasta!

 

Tu, oh mio/mia collega precario/a! È dall’idea di insegnamento che dovremo ripartire ogni lunedì e, nonostante tutto quello che ci richiedono di studiare, di sapere, di leggere e di applicare, in nessun manuale troveremo l’idea giusta, la definitiva, l’unica. Perché l’idea di insegnamento è un concetto filosofico, è l’utopia alla quale tendi, gli studenti che vorresti! Tutto il resto sono chiacchiere da bar, fatte con chi di pedagogia e di didattica non ne sa nulla, a cui annuisci col capo e fai un breve cenno di sorriso per pura cortesia, mentre sorseggi il tuo cappuccino e ti avvii, tu, non loro, ad affrontare gli incubi e i mostri che ti agitano le notti e si materializzano intorno alle ore 08:00 nella tua amata classe.

Fondamentale per sopravvivere a se stessi e per trovare alleati nel comparto scuola, con cui condividere pause merende, pianti e sfoghi, è dunque mettersi  la mano sulla coscienza e chiedersi: io perché insegno? Quali situazioni immagino che i miei studenti debbano affrontare un giorno? Che persone vorrei che diventassero in futuro? Ognuno di noi deve rispondere come vuole, deve dirsi la verità, senza sensi di colpa. Anche se le tue risposte fossero: perché mi pagano; capre sono e capre rimarranno; non me ne può fregar di meno. Io ti stimerò e capirò e mi confronterò con te, per il solo fatto che entri in classe e lasci fuori dalla porta i tuoi problemi di adulto per stare dietro ai loro, che possono essere anche peggiori dei tuoi alle volte, ma che comunque non interessano a nessuno, né ai genitori, né ai presidi, né ai colleghi, figuriamoci se stanno a cuore agli studenti. L’insegnante si giudica per l’operato e non per l’ideale.

Art. 33 della Costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.