Letture interrotte – prima edizione

Ho iniziato a leggere un libriccino. L’ho interrotto esattamente a pagina 16. Rare volte mi capita di abbandonare le letture, soprattutto perché, ritenendo di non dover impiegare male il mio tempo, scelgo accuratamente quelle che intendo intraprendere. Anche al di là della loro appartenenze di genere. Per cui, per esempio, mi è capitato di leggere romanzi rosa molto pop e poco rilevanti, ma con la consapevolezza che quel momento dedicato alla lettura era anche un momento scelto per estraniarmi da certa dura realtà. Questo perché non si dica che faccia la schizzinosa o che nutra chissà quali pregiudizi anacronistici.

Negli scorsi giorni mi è dunque capitata questa cosa qua: che nemmeno sono arrivata a metà. Ho abbandonato a pagina 16. La causa di tutto ciò è ben poca cosa forse, una semplice esplicitazione di principio e di metodo buttata là, ma che ho interpretato benissimo e che ha confermato alcune intuizioni: “… dato che non possiamo non essere crociani”.

Sì, questa è la frase incriminata ahimé, che non me ne voglia l’autore, ma interrompere la lettura è stato più forte di me.

Di crociate crociane nella cultura italiana ne abbiamo subite diverse, si è trattato spesso di guerre ingiuste e oppressive e sebbene non si possa negare il peso della cultura e il peso specifico di Benedetto Croce… io delle remore nei confronti delle sue linee e direttive di pensiero riguardo soprattutto alla sua critica letteraria – perché è quella che più mi ha in-formata, circuita oserei dire – ce le ho e ce le avrò per sempre.

No, non è che non si può non essere crociani. Si può eccome, in molti campi del sapere.

Solo per fare esempi che possono essere magari un po’ comprensibili a chi non lo conosce (ovviamente qui non parliamo semplicemente del Croce antifascista che tutti abbiamo studiato, ma parliamo anche dell’uomo e dell’intellettuale), Benedetto Croce è stato anche uno di quelli che non si fece problemi a dire a Sibilla Aleramo che avrebbe fatto meglio a stare zitta anziché pubblicare “Una donna”; che le scrittrici femminili, benché apprezzate dal pubblico, le definiva “romanzatrici” in senso dispregiativo…

Pazienza.

Horror vacui e maledetta primavera.

Sarà anche primavera, ma a me non pare. E anche correndo il rischio di sembrare noiosa sì, mi lamento. Oggi un po’ di timida luce, a un certo punto del giorno, è venuta fuori. Ma fa ancora freddo. E comunque, anche non facesse freddo. Pioverebbe.

Perché questa è la primavera piemontese: un fastidio di sciarpe e cappelli che non ti abbandonano, magari si alleggeriscono e diventano di cotone, ma non ti abbandonano; un ammasso di strati che ti fa impiegare dieci minuti del tuo tempo – prezioso – solo per vestirti e svestirti; litri di caffeina al giorno perché come diavolo fai con questa luce bianchiccia a spiccicarti le palpebre degli occhi la mattina e a diventare produttiva?!

Va beh, lamentiamoci del governo ladro e di altre cose così.

Nel frattempo…

Dicono sia primavera. Le fronde degli alberi non sembrano essere d’accordo con questa affermazione, ma lo assicurano gli uccellini che hanno iniziato a farmi da sveglia e se la chiacchierano a pochi metri dalle mie finestre. Dove se ne stavano nascosti prima non lo so, fatto sta che adesso voglia di stare zitti non ne hanno più.

Anche noi, dovremmo fare come loro. Non rimanere poi così zitti. Dovremmo uscire dalle tane comunque e qualunque cosa ci sia là fuori. Invece… qui: incollati agli schermi, magari indignati dalle porcherie e dalle rovine che ci tocca vedere e incapaci di agire, incastrati dalle vite più o meno frutto della nostra scelta, in cui gli impegni e le responsabilità e le precarietà e le preoccupazioni possiamo solo anestetizzarle manifestando piacere estetico nei confronti di futili immagini di travel-blogger e fashion-insta e palestra-addicted con cui ingozziamo il cervello. Perché, se devi rimanere in equilibrio e ballare su un laccio allo stesso tempo, ti serve fissare un punto. Qualsiasi. Il più lontano – dalla realtà, possibilmente. Su, non buttiamoci giù. Qualcuno dovrebbe dire a questo punto.

 

Credo che non sia un periodo in cui ci si può permettere di fallire, questo.

In cui ci si può permettere di rallentare, questo.

In cui ci si può fermare a osservare, riflettere e poi agire.

Non è un periodo in cui mi posso sedere al sole per mezz’ora ogni pomeriggio a non fare niente, questo. Alla peggio alla peggio… almeno una story o una foto o un commento, mannaggia a te.

L’horror vacui ci ha sommerso. E io di solito sono una persona che tende a vedere le cose in modo positivo e che ha fiducia nell’essere umano. Anzi, ecco. Direi che ho fiducia nell’umanità. E però mi chiedo se questa “umanità” esista ancora. Mio malgrado, mi tocca diventare spesso esattamente quello che non avrei mai voluto. Ammaestrata ed educata ad eseguire procedure, a risolvere problemi, a incasellare le cose nella scatoletta giusta, a rincorrere il risultato. Nonostante le manfrine e i paroloni dedicati alla “creatività” necessaria di questi tempi, a me pare sempre più una presa in giro.

La creatività si nutre anche di silenzio, di tempo e di noia. L’intuizione è un lampo nel buio, un suono di diapason nel silenzio. Nel rumore in cui siamo immersi creiamo il nulla attorno a noi ogni giorno. E io pure contribuisco alla creazione del nulla, naturalmente. Quasi ogni giorno. Dico quasi perché per fortuna, di carattere sono un po’ meditativa di mio, e poi perché ho anche un lavoro di quelli belli.

A scuola.

A contatto con le persone e i problemi delle persone.

Dove cerchiamo di risolverci e creare qualcosa.

Almeno lì.

Risciacquando i panni in Arno – Firenze, febbraio 2018

C’erano molte cose a cui pensavo mentre prendevo il treno per Firenze. Stavano succedendo in diverse parti d’Italia e io me le stavo perdendo.

Avrei voluto esserci alla manifestazione antifascista a Macerata, al corteo di solidarietà per Afrin a Torino, all’appuntamento antimilitarista a Punta Izzo in Sicilia. Ah sì, c’era anche il Carnevale. Beh, il Carnevale l’ho evitato un po’ volendolo. Non mi sono mai sentita in vena di prendere parte a questa festa popolare, devo ammetterlo. Che poi se la vita è oggi tutta un carnevale e noi siamo le maschere di noi stessi, non faccio altro che viverla ogni giorno questa carnevalata che è la società.

Giusto per non divagare, il fatto è che mentre il Bel Paese mi chiamava a raccolta su più punti, venerdì scorso io invece parevo fuggire. Con uno zaino pieno di libri e di chiavi di case e con altre case, delle quali non avevo le chiavi, ma che mi aspettavano aperte comunque.

E andavo, fuggivo, fuggivo col corpo e con la mente, a tutta velocità sul Freccia Rossa Torino – Firenze, mentre tornavo invece come sempre a qualcosa di me che non mi lascia mai, una specie di tela che mi imbriglia tra le trame del tessuto reale, fatto di amicizia, senso di appartenenza, radice, essenza e sostanza.

Scrivevo una mail così, ad Elena, al ritorno da Firenze. Era il 2014.

1 maggio Firenze – Torino, Carrozza 7 posto 9

Non so se forse è il destino dei viaggiatori rincuorarsi per un sorriso rubato all’ombra dei platani, sperando che ancora non piova, che rimanga il verde incolto sui prati, le camomille quasi alla fine, quel disordine delle siepi germogliate senza ritegno per le cure del giardiniere stanco. Che pare Firenze dai recinti di una villa malcolta? Puoi sentirti all’avventura su suoi brevi sentieri fintosegreti. Come se fosse possibile avere ancora paura di rischiare di rimetterci le scarpe o di sbucciarsi i ginocchi.

Non è forse destino dei viaggiatori struggersi? Per tutte le vite che non avrai mai, per tutte le mani che non sfiorerai, per tutti gli abbracci e le carezze sempre troppo brevi, intime e distanti come solo sanno quanti capiscono il meglio per te e di te colto sempre, ora come allora, in un tuo sguardo che fugge lontano.

Firenze non mi vinci. Non mi vincono le tue marie in fiore e novelle, non mi vince l’ordine che sa dare alla mia mente certa tua estetica perfezione. Mi vince un merlo dal becco giallo, un gatto rosso sul davanzale, mi vincono giri di tango rubati, i passi nuovi di vecchi compagni, umori, soggezioni e impressioni raccolti dagli angoli degli occhi. E se anche m’abbandono alle folate di un vento improvviso e maldestro che trascina con me quello che vedo solo attraverso le ciglia di altri…perché non goderselo?

Scrivo invece così oggi. A tutti voi. Sempre tornando, ma a Capodistria. Più o meno quattro anni dopo.

Firenze hai vinto tu. Ha vinto la tua sospensione nel tempo, la tua storia di bellezza, il fianco bianco che allude muto alle ebbrezze delle passanti. Ha vinto la tua notte, il silenzio delle strade carico di vita, hanno vinto gli anfratti e le segrete dei palazzi vecchi e nuovi dentro cui ci nascondiamo, ci incontriamo, ci amiamo. Ha vinto la domenica presa di petto, cosparsa di raggi sottili capaci di calore, animata da nuvolette capricciose, hanno vinto l’orizzonte merlato, le cupole, le torri e le genti del parco a caccia di pensieri felici.

Firenze: sai che la tua sicura eleganza, il tuo orgoglio, il tuo ostentare l’amore che ti viene dedicato da secoli mi dà di solito ai nervi. E poi… finisce sempre che passiamo e spassiamo sul Ponte Vecchio come abbiamo fatto e faremo ancora, noi gente qualunque. In effetti non ci sarebbe nulla di speciale. In fondo c’è solo un fiume come tanti altri fiumi. E c’è una città attraversata dal fiume, proprio come tante altre città. Però questa è Firenze. Lo capisci perché è oggettivamente un capolavoro.

Hai vinto non solo la poesia, ma persino l’invidia hai vinto questa volta, Firenze.