Digressione

Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Stato

So cosa dovrei fare

So cosa dovrei fare. Dovrei volare con lo sguardo oltre l’orizzonte per estendere il mio pensiero all’infinito. Dovrei tendere l’arco per scoccare frecce lunghe che si posino sul mio domani. Pensare di piantare i semi degli alberi e degli arbusti e dei fiori sotto cui troveranno riparo i sogni che sto costruendo. Dimenticare il passato che non mi serve, registrare da qualche parte le date importanti. Aggiungere didascalie a foto che non ricordo più quando ho scattato. Dovrei vivere il presente. Dovrei fare le pulizie di stagione stagionalmente e quando è la  stagione. Dovrei respirare a pieni polmoni, attivare la circolazione sanguigna, darmi da fare. Dovrei essere il più possibile produttiva. Dovrei impegnarmi in qualcosa. Preoccuparmi del mondo, di tanto in tanto. Dovrei non mollare mai, non cedere alla pressione.

Invece, mi perdo tra i tuoi riccioli biondi, mi affabulano le tue promesse di eterna bellezza e salute e gioventù. Mi inganna, ogni volta come fosse la prima volta, questa effimera ora d’amore.

 

 

Stato

Ti riconoscerei tra mille

Ti riconoscerei tra mille e mille. Tra volti che si accalcano per vedere lo spettacolo, tra gambe che si muovono in marcia verso un sogno, tra la gente che affolla le piazze, le strade, le uscite e le entrate delle metropolitane, che se ne sta sulle spiagge gremite nei giorni d’agosto. Tra frastuoni e rumori di industrializzazione che avanza, tra grida e canti della festa di paese, tra fischi di treni e navi che partono, tra suoni di aerei e allarmi di emergenze imminenti, saresti per me come un papavero bianco tra mille papaveri rossi. Saresti per me come il pino solitario su quella collina ricoperta di spighe di grano. Saresti il punto che tace, la forza di gravità che inghiotte ogni cosa, la fissazione di un colore su tutti gli altri.

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Parlare con i limoni

limóne s. m. [dall’arabo līmūm]: agrume molto noto, importante soprattutto per il frutto ovoide, dalla buccia giallo-pallida, più o meno sottile, liscia o rugosa, profumata, con polpa succosa e acidissima, ricca di vitamina C.

Mi piace farmi ispirare dai colori e dai rumori della campagna. Soprattutto quando torno in Sicilia è più forte di me. Qui, sulla punta Sud della Trinacria, la terra è di colore rosso e giallo, a dicembre il trifoglio è alto e fiorito, gli ulivi centenari e quelli  dal fusto tenero si preparano all’Inverno che ancora deve arrivare, le pianure e le valli ti mostrano e raccontano tutte le ere archeologiche. Dalla piana di Gela e dagli altopiani di Vittoria, la Val di Noto ti accompagna con un unico sguardo fino all’Etna innevato all’orizzonte.

limoni_siciliaE poi ci sono loro: i limoni. Li vado a cercare tra le foglie e i rami come si cerca l’amore: bello, solare, agrodolce e profumato di vero. E quando lo trovo, quel limone lì… lo colgo e lo stringo tra le mani e lo annuso e chiudo gli occhi e alla fine me lo metto in tasca per tenerlo a portata di olfatto quando mi va. Finché dura. E capisco la spontaneità di una Sina Marnis, la protagonista di Lumìe di Sicilia, che non si cura di chi gli ha portato le lumìe e tanto meno le importa del suo passato e soltanto si riempie di gioia e grida: “Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!” – per leggere l’opera Lumìe di Sicilia di Pirandello clicca qui.

Così penso che sia per molti che conoscono l’odore di cui parlo, soprattutto per chi è vissuto in Sicilia ed è andato via, forse trovando limoni migliori ma mai uguali a questi che sempre sapranno di antico e di nuovo, di dolce e di amaro, di magico e reale. Infatti so che presto mi ricapiterà di sognare alberi di limoni nei cortili, proprio come I limoni di Eugenio Montale – qui il link de “I limoni” recitata da Franca Nuti.

[…] e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Per questo va a finire che almeno una volta al giorno passo sempre a parlare coi limoni del mio giardino, perché mi hanno detto e mi dicono tante cose e credo che tante cose ancora avranno da dirmi, però una volta che sarò andata via di nuovo chi lo sa quando ci rivedremo!

Citazione

Verrai, vivrai, sarai?

“La stagione dell’amore viene e va, i desideri non invecchiano quasi mai con l’età…” cantando la mia sulle note di Franco Battiato.

 

 

Ti rincorrerà

come lo scampanìo delle sette in punto

che hai ascoltato dicendo addio al giorno

e benvenuta alla sera.

Ti ricorderà

come ci si sente ad avere il cuore in festa,

il cielo sgombro, l’aria in faccia,

in un secondo tutto il mondo.

Sarà un amore come mai,

come niente, come nessuno.

 

Dici?

– Dico.

Digressione

Capodistria – ottobre 2016

C’è a chi cade la mela in testa… e a chi basta un oliva!

L’urgenza di scrivere, l’urgenza di andare, l’urgenza di riflettere ma anche di smettere di pensare. L’urgenza di parlare, l’urgenza di tacere. Come una nuvola che passando copre il sole, come le ombre all’imbrunire, come incontrare per strada chi ti strappa un sorriso in una “giornata no”. L’urgenza cambia qualsiasi stato d’animo precedente, lo annulla, segna una svolta e pretende attenzione. Così, da un fatto intimo prima di tutto, che tocca le corde del cuore e mi fa contrarre i nervi, l’urgenza mi fa riscoprire quello che faccio, quello per cui mi dedico e mi impegno. Mi costringe a stabilire e rispettare le priorità che mi sono data.

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Già… le priorità della vita e la scala di valori che le accompagnano. Una volta ai primi posti c’erano gli amici e la famiglia, essere una persona utile per la società, ieri erano la laurea e “salvare il mondo”. Di questi tempi qualcosa sta cambiando ancora e al momento sembrano un po’ confuse. Al vertice della classifica si trovano in ex aequo: scrivere, insegnare, vivere in pace. Vivere in pace, che strana priorità. Non l’ho mai capita e mai messa in elenco prima. Invece da un paio d’anni… eccola qua. Direttamente in vetta alla classifica. Che quasi all’inizio non volevo confessarlo a me stessa, perché mi sembrava una cosa da vecchi, da nonni, questa cosa qui: vivere in pace. Ma sta lì. E ogni tanto l’urgenza mi coglie e me la ricorda. Così, oggi ho lasciato perdere tutto quello che avevo in programma, perché mi hanno chiesto se avevo voglia di partecipare alla raccolta delle olive di famiglia e io manco ci ho pensato due volte: sì, perché ho sentito l’urgenza di vivere in pace. Scriverò, insegnerò, forse salverò il mondo… ma domani. Oggi no.

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