Jamba tribute

jamba city jamba soul / Palermo anno zero

Di questo maggio mi sono persa svariati pezzi, come ho già detto nel post precedente, concentrata com’ero nello sforzo di riportare tutto a casa. Dietro questa tensione e concentrazione c’era il desiderio, covato da anni ormai, di rientrare in Sicilia definitivamente. Per innumerevoli motivi e soprattutto per uno: perché o ci provo adesso a tornare oppure la faccio finita e mi arrendo anche io alla nostalgia. Io, per inciso, la nostalgia non l’ho mai sopportata.

Passate le fatidiche due settimane di ulteriore quarantena e di riassesto degli equilibri sono arrivate le docce fredde. Ehi ma quest’anno il 9 maggio e il 23 che fine hanno fatto? Beh, dai è stato il giorno in cui mi sono rocambolescamente messa in viaggio per la Sicilia ed è stato poi il giorno del tanto temuto e atteso momento del tampone. Due eventi che hanno comunque onorato il loro valore simbolico. Ehi ma allora sei tornata, ma che si dice….

Si dice che ho scoperto con orribile ritardo – ieri – che un tizio, tale Jamba, se ne è andato così. A brucio. Mentre se ne stava a Londra. E sto cercando di elaborare questo fatto e il motivo per cui mi ha colpito così tanto.

Premettiamo questo. In pochi sanno cosa mi piace realmente e che musica ascolto davvero. E, come se non bastasse, penso che nessuno tranne me abbia mai saputo della mia ammirazione per questa anima bella: Giuseppe Jamba Giambertone: “http://www.gotaste.it/. Correva l’anno… non lo so. Devo controllare il curriculum o FB ormai perché è stato circa quindici anni fa. Ecco. Correva l’anno 2005. Arrivavo a Palermo, dopo una intensa prima esperienza catanese, piena di energia, pronta a reggere il confronto, insaziabile di conoscenza e di vita, con gli occhi spalancati su una realtà metropolitana meravigliosa: un caleidoscopio brulicante, un crogiolo di culture e idee provenienti da tutta la Sicilia e non solo, una storia che dire stratificata è dire niente, impossibile da cogliere, inammissibile per moltissimi suoi aspetti, opulenta e povera allo stesso tempo, esplosiva e reduce dalle esplosioni. Incontravo una generazione di palermitani in lotta, liberati dal coprifuoco e dalla paura degli anni Novanta, diffidenti a prescindere e disposti ad aprirti solo se se ne condividevi le battaglie senza quartiere e la necessità di riappropriazione di spazi dove far correre idee, trovare la pace, coltivare la gioia e vivere di fantasia. Arrivavo a Palermo e la vita universitaria era tutto: era cultura imposta e controcultura, era amica e nemica, la porta per l’inferno e l’uscita a riveder le stelle. E certo… perché i vent’anni sono così e chi non se lo ricorda più vuol dire che è nato vecchio. Niente. Era tutto un parco giochi, un’esperienza da attraversare, una mappa del tesoro da ritrovare… un viaggione. Così lo chiamavamo a vent’anni. E insomma. Cosa c’entra Jamba. C’entra perché quando sono arrivata lei, Palermo, mi si è buttata addosso e mi ha scippato l’anima, ma per conoscerla davvero non potevo accontentarmi di starle solo dietro, io che ero lì per questo, attratta dalla vita urbana, dal mito della metropoli. Io che volevo capire a cosa servisse ammassarsi tutti in un posto se poi ci si viveva così male, in un lamento di sofferenza e denuncia continuo. Io che volevo capire questa isola in cui mi sono ritrovata ad abitare, io che volevo capire me stessa. Non avrei scommesso niente su Palermo e invece.

Ecco. A cosa servisse l’ho capito ascoltando la scena rap di Palermo. Non era possibile non imbattersi o ignorare la portata corrosiva dei testi e della musica di Jamba e delle crew. Punto. La cosa interessante è che, sebbene fosse già l’epoca del digitale e di youtube, era ancora l’epoca in cui l’immagine non contava. Quindi io per lungo tempo ho solo ascoltato pezzi e brani di questa scena perché appunto, non essendo tecnicamente una “invasata”, devo ammetterlo, non è che mi fiondassi a tutti gli eventi hip hop. Capitava di certo perché, parliamoci chiaro: il mondo girava attorno a Vucciria – Ballarò – Ex Carcere quando era all’ex-carcere, Zeta, Piazza Magione e poi… insomma Ask e cose così. Essendo io una fuorisede – una di paese, dicono a Palermo – ovviamente in un primo momento non potevo che frequentare posti al centro e limitarmi ad ascoltarla quella periferia del cuore.

Insomma. Caro Jamba, arrivo tardivamente a manifestare a tutti questa mia ammirazione, non segreta, ma certo che si poteva scambiare per adulazione altrimenti perché… sei morto: il 14 Maggio 2020.

E devo elaborare.

Ho seguito sempre sia i video che giravi per gli altri, sia i testi e i tuoi pezzi. Non come la migliore tua fan, piuttosto come quella che arriva alle feste sempre un po’ in ritardo, ascolta e si incanta e poi l’amica le tira il gomito perché si deve andare da qualche altra parte. Come quella che poi spunta un super video o brano e dice: “sti ca^^ che figata”. Come quella che ogni tanto sbircia sui profili social e pensa: “ma certo, lo sapevo che c’entrava lui in sta cosa”. Come quella che scopre che ti eri trasferito a Londra e si stupisce: “ma come è possibile.”

Adesso mi è tutto chiaro. C’è chi si riempie la bocca di parole e retorica e poi c’è la cultura e l’identità made in Sicily. Ed è una cultura fatta di pane, amore e lotta disarmante contro il potere. Di anime belle come la tua.

Quindi lascerò qui sotto qualche link.

Ma prima ringrazierò te e tutti quelli che ti hanno voluto bene e sostenuto nella vita molto più di me. Perché ho capito due cose – ancora in più.

  1. Ti sei portato via anche un pezzo del mio cuore, ma non voglio che tu me lo restituisca, perché si trova in ottime mani.
  2. Ho iniziato ad avvicinarmi alla tua musica non perché mi piaceva il rap, ma perché mi piace la poesia. E tu di Palermo sei il poeta.
Ad ognuno lascio un pezzo del mio cuore
Gente che sa che vuole
Tutti coi pugni al sole

Qualche anno fa mica ci pensavo a come si svolgeva la vita qui in città, né tantomeno per il mondo. Crescendo mi sono reso conto che è mio affare difenderlo fino in fondo.

Propongo lotta ma di quella seria
di quelle che boicottano il potere che ci impera.
Ripenso alla storia passata e penso ai lager
e dubito che l’uomo sia poi così sapiens
rifletto su ciò che mi hanno insegnato a scuola fino ad ora
ingannato dalla mia stessa cultura…

Qualche ora passata con i suoi amici per capire meglio di chi parlo e del perché la sua storia deve essere conosciuta da tutti.

REST IN POWER

ONE LOVE

Palermo City Tribute – Fantasia n.1

Facoltà di Lettere e Filosofia e dintorni… soprattutto.

Per i primi anni ho percorso sempre la stessa strada che mi portava all’università. Non ogni giorno di lezione, lo confesso. E nemmeno ogni volta che sarebbe stato necessario. Mi svegliavo con la luce del sole che entrava prepotente dagli infissi. Un intrusione che ricordo sempre con vivezza, ma mai con fastidio. Mi alzavo e attraversavo il lungo e largo corridoio della casa arcobaleno di Via Cappuccini. La mia prima vera “casa di studenti”, dove i miei coinquilini mi hanno fatto conoscere la Palermo di cui mi sono subito invaghita. Per inciso, quella che mi trascinava nei quartieri decadenti, sporchi e maledetti. Quella dove bazzicavano le menti creative dell’Università e a volte anche quelle della Palermo bene.

TestaGrossa_palermoFatto il caffè mi preparavo per andare a lezione. Uscivo dalla porta di casa e mi immergevo nell’ombra dell’androne per poi riemergere oltre il pesante portone di legno e ritrovarmi direttamente in strada, in Via Cappuccini bassa. Passavo da quel vicolo dove si affaccia anche il laboratorio di Testagrossa, mitico panellaro di Piazza Indipendenza. Dopodiché mi toccava affrontare il traffico e sfidare con lo sguardo le persone alla guida per riuscire ad attraversare.

Ricordo tutti i cattivi odori della strada, quello delle patate a bollire, quello dell’asfalto, quello degli scarichi delle auto. Ricordo che lanciavo sempre uno sguardo all’ingresso del Palazzo della Regione quando ci passavo davanti. E pensavo a come era distante da me tutto quello che accadeva al suo interno. Avevo vent’anni e non erano ancora successe molte cose. Ricordo che, una volta superata Piazza Indipendenza, alzavo sempre gli occhi al cielo che lì si liberava degli alberi e dei palazzi e si prendeva un bel pezzo di spazio.

La mia memoria sembra aver cancellato ogni nuvola, perché adesso questo cielo me lo ricordo solopalermo_palazzo_normanni splendente. Come se durante quegli anni non fossero esistite giornate uggiose. Forse perché poi ho vissuto altrettanti anni a Torino e il paragone non ha retto. Fatto sta. Nessuna nuvola grigia su Palermo è soppravvissuta al setaccio. Solo un profondo azzurro seghettato dalle guglie del Palazzo dei Normanni. Nonostante questo, mi ricordo molto bene di un paio di alluvioni, le vie come fiumi in piena, una città che si fermava.

Prima dell’ingresso alla cittadella universitaria facevo un giro, reale o immaginario se ero in ritardo, a Villa d’Orleans in Corso Re Ruggero. Infine, venivo travolta dalla bolgia dantesca degli studenti: chi di corsa, chi in comitiva, chi lento da far morire, chi in stato di panico evidente. E alla fine di Viale delle Scienze, circa un altro chilometro di passeggiata in leggera pendenza, ragione per cui partivi con il cappotto e arrivavi seminudo all’ingresso della Facoltà… eccola: Lettere e Filosofia. Posso dire di non aver amato per nulla quel luogo. Un edificio male attrezzato, noioso e assolutamente inadeguato. Sinceramente brutto. Forse è per questo che disertavo spesso e volentieri. Forse è per questo che non frequentavo le aule studio e le bilioteche. Oltre che perché non si trovava mai posto.

Lettere_Filosofia_Palermo

Quello che era veramente bello erano le persone di cui ti circondavi, quelle con cui scambiavi battute sceme davanti alla macchinetta del caffè, quelle con cui discutevi di massimi sistemi e del futuro incerto ma che consideravi di tua proprietà. Era il gioco di sguardi brillante dei compagni e delle compagne che ti proponevano argomentazioni acute. Erano quelle parole in aule dove mancava tutto, ma i professori bastavano e avanzavano a scuoterti la mente. Era una specie di vibrazione collettiva che pervadeva i senti.

E adesso che scrivo, mi rendo conto che parlo di un’altra dimensione. Realizzo che sono passati dieci anni dal mio primo ingresso in quel luogo che mi ha temprato il carattere, mi ha decostruito il modo di pensare, mi ha concimato e consumato allo stesso tempo. E adesso che non sono più la stessa, ma sono meglio anche grazie agli esami e ai Professori e alle Professoresse più odiati, adesso che vedo che certe amicizie nate là effettivamente non sono mai morte e che certe relazioni instaurate in quegli anni rappresentano lo sguardo sul mondo di cui mi fido…

Ti perdono tutto Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Persino le lunghe file della speranza in segreteria.