Ecofemminismo, liberamente tratto da: Marea – trimestrale femminista dal 1994

Letture femministe sconsigliate sotto l’albero di Natale, sia che sia sintetico sia che sia vero.

Dicembre. Comincia la fine dell’anno. E io mi trovo in zone temperate dell’Europa, ma comunque dal clima freddo. Ieri il gelo ha gelato le cose. A giudicare dalla mia capacità di resistenza fuori, sperimentata nel giro di una cinquantina di metri ovvero quelli che mi separano o dall’immondizia o dal lavoro, credo che il freddo potrebbe metterci anche meno di un quarto d’ora per gelare anche le persone. Fuori si congela, è scesa la neve che si è trasformata in ghiaccio. Però dentro, nelle case, possiamo dimenticare il fuori. Siamo ricchi. Abbiamo i termosifoni e il termostato che mantiene la temperatura interna costante. Possiamo farci una cioccolata calda. Possiamo stare in pantofole a leggere sul letto, o sul divano o in poltrona, anche se fuori è già buio… perché abbiamo persino una splendida luce adatta e conciliante.

E questa sera, con tutta la consapevolezza del mondo in cui vivo e della dolce vita che conduco, leggo: Marea (trimestrale femminista dal 1994). Sono un po’ indietro, devo ammetterlo. Devo ancora finire il numero autunnale, cioè quello che mi è arrivato a Settembre! Ma per chi mi ha un po’ seguito, sul blog o su instagram o nella vita reale, credo di poter giustificare il ritardo.

Il n. 3 del 2017 è dedicato all’ecofemminismo. Ecofemminismo: una parola che mi sembra così densa, così attraente e così respingente allo stesso tempo. Come la spieghi senza far scappare nessuno prima ancora che ne cominci a parlare? Già c’è un prefisso che mette sull’attenti e attiva tutta una serie di campi semantici legati a ansie e sensi di colpa del caucasico medio:

eco-logia>ambiente>spreco di risorse>inquinamento>senso del dovere>moriremo tutti.

Come se non bastasse manco il tempo di iniziare che finisce con -femminismo.

Femminismo>donna arrabbiata> non ti capisco> noia>non vorrà mica farmi la morale>ma perché ma che ti manca a te nella vita> ne hai di tempo per pensare> ma a me piace se mi aprono la portiera della macchina, significa che sono sbagliata?

Beh, insomma ci provo. Chiedendo aiuto a chi ne sa più di me e ne scrive in questa rivista. Di base, immaginate di allargare la prospettiva femminista e le tematiche femministe al senso di responsabilità nei confronti non solo di sé stesse, non solo della società ma del mondo in cui viviamo. In questo senso, negli interventi che toccano diversi temi e raccontano diverse esperienze, spesso il concetto di femminismo viene considerato un iperonimo di ambientalismo nel senso che, se sei femminista non puoi che essere ambientalista. Utile il ripasso della storia dell’arrivo dell’ecofemminismo in Italia tramite le donne del gruppo politico dei Verdi (un “antico” partito politico che non ha niente a che vedere con la Lega, è mio dovere specificarlo perchè #chenesannoiduemila?!). A questo proposito vi riporto il titolo di un libro uscito da poco, consigliato dalle autrici di Marea, e che promette bene: “L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria”. Inoltre, come emerge da un intervento che ho trovato sicuramente tra i più interessanti per questioni politicamente personali, Antonella Cunico racconta l’intreccio tra ambientalismo e femminismo nel suo percorso politico come attivista No Dal Molin, nel suo intervento: “Nonviolenza, ecologia e femminismi a Vicenza” (pp.21-28). Questa volta è la parola ambientalismo che sembra essere un altro iperonimo e contenere il concetto di antimilitarismo. Perché se sei ambientalista non puoi non credere in un’altra economia rispettosa della natura e di tutte le creature che abitano sulla terra.

Ed è proprio questo che mi piace delle teorie della complessità, qual è quella femminista. Che apri un cassetto e ne trovi dentro un altro, che parti per un corridoio che poi si biforca, che entri in una stanza e ci trovi delle scale che portano ad un’altra che non sapevi ci fosse, che sembra tutto un labirinto da cui è impossibile uscire e che invece rivela soprendenti analogie e collegamenti. E alla fine ti ci ritrovi, perché è possibile ritrovarsi tutti nel pensiero umano.

Così l’ecofemminismo cerca di mettere ordine nell’apparente disordine e di collegare tra loro diversi interessi e lotte e azioni femministe. Giustamente Letizia Tani si chiede: “L’ecofemminismo salverà il mondo?” Forse no, però è indubbio che:

Le donne stanno tornando ad essere le protagoniste dei processi di cambiamento. Il World Economic Forum di Davos ha sottolineato come siano le donne le figure più incisive nella lotta ai cambiamenti climatici, ecologiste e femministe insieme. (p.35)

 

 

Quando l’immateriale diventa materiale

Non avevo fretta di pubblicare, non l’ho mai avuta. Solo nello scrivere, questo bisogna dirlo, avevo fretta. Ricordo come fossero ieri quelle settimane a cavallo tra il 2013 e il 2014. Ero ancora una studentessa di Palazzo Nuovo a Torino e l’unico tempo a disposizione ce l’avevo sotto le feste di Natale. Ho deciso di non tornare a casa per dedicarmi a questo, a scrivere di quello che era successo e stava succedendo in Sicilia, a Niscemi, attorno a una base militare USA che se ne stava lì indisturbata dal 1991. Naturalmente volevo che le persone leggessero subito tutto quello che avevo scritto, ma avevo voglia che venisse fuori qualcosa fatto per bene… per questo ho aspettato prima di divulgarlo. Ho chiesto a persone di fiducia e capaci, che la fortuna della vita mi ha dato intorno (tra cui Fabio, Ylenia e Giada che hanno dedicato – e dedicano ancora – tempo e competenze). Perché quello che avevo scritto era importante prima di tutto per le persone accanto a me, per il mio paese, amato e odiato, per questa Sicilia e per quei bambini che i genitori portavano a sfilare con me alle manifestazioni e che proteggevo, in cui speravo. Aveva un senso prima di tutto se aveva un senso per loro. Perché non era per la gloria mia o per il mio nome o per il mio piacere che scrivevo, ma con uno scopo: divulgare e condividere conoscenze e saperi. Spinta dalla cosa più immateriale che esista: l’amore. E alla fine, nel 2015 l’abbiamo messa in rete questa storia No Muos, sottoforma di blog a puntate. Mi sono, e ci siamo, sentiti soddisfatti.

E infine ecco,  l’immateriale è diventato davvero materiale. La casa editrice Nulla Die ci ha creduto senza battere ciglio. Adesso è un libro che tutti possono acquistare e leggere. Che si aggiunge ad alcuni altri e si aggiunge a un documentario e a un docufilm, a qualche studio accademico. Ma sono ancora pochi. Troppo pochi. Ci sono ancora tante cose da raccontare. Perché non è finito tutto nel 2013, non è finita ancora!

Ci sentiamo soddisfatti, ma vogliamo di più: vogliamo quelle antenne cadere giù.

 

Oltre le reti – Cronache da Contrada Ulmo racconta gli eventi che hanno interessato un momento molto particolare per il movimento No Muos: quello della nascita del Presidio Permanente e dell’avviarsi di una stagione di lotta che ha visto come protagonista la città e gli abitanti di Niscemi. Gli eventi presentati in questa storia coprono il periodo che va da settembre 2012 a settembre 2013. I fatti riguardano principalmente la Contrada Ulmo secondo il punto di vista dell’autrice, attivista No Muos, che ricostruisce non solo i rapporti all’interno del movimento ma anche i rapporti tra e con le istituzioni.

Oltre le reti  – Cronache da Contrada Ulmo ha l’intento di essere uno strumento di studio e memoria, una documentazione e una testimonianza che conservi la traccia di grande portata per la storia sociale in generale e della Sicilia, di Niscemi, in particolare. Il volume è corredato di un apparato di note liberamente consultabili sul sito ufficiale del progetto: www.OLTRELERETI-CRONACHE DA CONTRADA ULMO.org, che raccoglie documenti, link, articoli e video.

 

 

 

 

Pensare globale agire locale – No Muos

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, strumento di telecomunicazione avanzato e per questo strumento delle guerre del secolo ventunesimo è ancora lì, con le sue 46 antenne più 3, quelle MUOS.

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, continua a diffondere morte e distruzione nel mondo, continua a occupare localmente un territorio molto vasto. Una porzione di terra siciliana che resiste alla desertificazione da millenni tenendo in vita come quasi per miracolo, una quercia secolare. (Leggi: “Foto-diario” di una passeggiata alla Sughereta: bellezze naturalistiche distrutte dal MUOS)

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, viene difesa dallo Stato italiano con un ingente dispendio di forze armate, di polizia e di militari. A difendere la terra, la sughereta e le vittime delle guerre, invece, come sempre ci sono loro: i No Muos e tutti quelli che lottano per un mondo libero dalle schiavitù militari.

Quest’anno, la polizia italiana, aveva pure la cavalleria e qualche lacrimogeno (inquinante) sparato a caso su manifestanti determinatamente pacifici.

Si è concluso il Campeggio di lotta No Muos al Presidio di Contrada Ulmo. Da “attivista storica”, per me è stato bello vedere questi nuovi volti, anche molto giovani, sotto gli eucalipti e per le strade della Contrada. Per me è stato bello parlare con voi, rispondere alle vostre domande, ascoltare le vostre riflessioni. Ma la cosa che mi ha riempito di orgoglio è stata questa: sapere che nonostante la repressione che allontana, nonostante la dura realtà economica che porta molti, conclusi gli studi o stanchi di essere sfruttati, a cercare fortuna altrove, nonostante tutto… i militari della base continuano a essere disturbati, continuano a dover preoccuparsi, continuano a sentirsi sotto assedio. Non solo dai locali, anzi. Grazie a questo campeggio è emerso ancora una volta uno degli aspetti più importanti della lotta antimilitarista contro il MUOS di Niscemi: è un agire locale che pensa globale.

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E continuo a chiedermi voi, invece, da che parte state? Davvero la guerra e la devastazione dell’ambiente non vi importano? Davvero non avete ancora capito lo stretto legame tra la cultura della violenza armata e l’economia dell’industria militare, che hanno giocato un ruolo fondamentale nel determinare il nostro presente così inquietante. Davvero non riuscite a pensare a un altro presente, un altro futuro, non riuscite a credere nel pensiero umano creativo, non conoscete forse le potenzialità della fantasia e dell’immaginazione. Non sognate più la libertà, la felicità? Davvero?

Sarà allora l’urgenza, un giorno, a dettare la vostra legge. Noi invece e altri come noi in tutto il mondo non abbiamo perso la voglia di sognare, ce ne freghiamo dei like su instagram o di diventare web influencer, perché il mondo vero è reale. Cerchiamo di organizzare la ricostruzione da tempo, perché è già il tempo di ricostruire. E siamo qui e ovunque, a fianco e nel cuore di chi lotta.

E se non l’avete visto, guardate questo docufilm … su Netflix non c’è. 😉