Ho poco da dire

Vorrei raccontarvi e spiegarvi questo punto di vista privilegiato, lontano dalle mete vacanze più gettonate. Un punto di vista che va dall’alto verso il basso. Vedo il mare che si confonde col cielo all’orizzonte e qui vicino, alla riva, che bagna la falesia. La cinge, più che altro, la falesia. Perché l’acqua è così calma che le onde non si avvertono nemmeno. Questa piccola lingua di terra sembra un sorriso da qui. Un sorriso di ciottoli e scogli, nascosto tra i rami di pino. Profuma di iodio e di resina. In pochi si avventurano per queste scalette, le uniche che possono portarti fin giù alla spiaggetta. In pochi saremo laggiù a farci il bagno.

Dove siamo? Dove sono? Sono qui, sul Litorale sloveno, a respirare a pieni polmoni aria pulita e a guardare lunghi crepuscoli in riva al mare. Non so più il perché sono qui o lì. Negli ultimi anni ho definitivamente smesso di dare troppo senso al mio vagare, ai miei trasferimenti, ai miei precari desideri che vorrebbero farmi restare ogni tanto. Riposare, questo mi sembrava una volta l’obiettivo ultimo della ricerca di senso e di amore. Adesso mi pare che il senso del mio andare sia solo andare andare andare… e amare ogni luogo che mi accoglie e ogni parte di sé che una persona decide di rivelarmi o consegnarmi.

Ho poco da dire, sì. Poco altro da aggiungere. Si zittisce tutto al tramonto, qui. Persino il silenzio.

Tra poco riparto.

Tra poco sarò in Sicilia.

Tra poco tornerò di nuovo.

Pensare globale agire locale – No Muos

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, strumento di telecomunicazione avanzato e per questo strumento delle guerre del secolo ventunesimo è ancora lì, con le sue 46 antenne più 3, quelle MUOS.

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, continua a diffondere morte e distruzione nel mondo, continua a occupare localmente un territorio molto vasto. Una porzione di terra siciliana che resiste alla desertificazione da millenni tenendo in vita come quasi per miracolo, una quercia secolare. (Leggi: “Foto-diario” di una passeggiata alla Sughereta: bellezze naturalistiche distrutte dal MUOS)

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, viene difesa dallo Stato italiano con un ingente dispendio di forze armate, di polizia e di militari. A difendere la terra, la sughereta e le vittime delle guerre, invece, come sempre ci sono loro: i No Muos e tutti quelli che lottano per un mondo libero dalle schiavitù militari.

Quest’anno, la polizia italiana, aveva pure la cavalleria e qualche lacrimogeno (inquinante) sparato a caso su manifestanti determinatamente pacifici.

Si è concluso il Campeggio di lotta No Muos al Presidio di Contrada Ulmo. Da “attivista storica”, per me è stato bello vedere questi nuovi volti, anche molto giovani, sotto gli eucalipti e per le strade della Contrada. Per me è stato bello parlare con voi, rispondere alle vostre domande, ascoltare le vostre riflessioni. Ma la cosa che mi ha riempito di orgoglio è stata questa: sapere che nonostante la repressione che allontana, nonostante la dura realtà economica che porta molti, conclusi gli studi o stanchi di essere sfruttati, a cercare fortuna altrove, nonostante tutto… i militari della base continuano a essere disturbati, continuano a dover preoccuparsi, continuano a sentirsi sotto assedio. Non solo dai locali, anzi. Grazie a questo campeggio è emerso ancora una volta uno degli aspetti più importanti della lotta antimilitarista contro il MUOS di Niscemi: è un agire locale che pensa globale.

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E continuo a chiedermi voi, invece, da che parte state? Davvero la guerra e la devastazione dell’ambiente non vi importano? Davvero non avete ancora capito lo stretto legame tra la cultura della violenza armata e l’economia dell’industria militare, che hanno giocato un ruolo fondamentale nel determinare il nostro presente così inquietante. Davvero non riuscite a pensare a un altro presente, un altro futuro, non riuscite a credere nel pensiero umano creativo, non conoscete forse le potenzialità della fantasia e dell’immaginazione. Non sognate più la libertà, la felicità? Davvero?

Sarà allora l’urgenza, un giorno, a dettare la vostra legge. Noi invece e altri come noi in tutto il mondo non abbiamo perso la voglia di sognare, ce ne freghiamo dei like su instagram o di diventare web influencer, perché il mondo vero è reale. Cerchiamo di organizzare la ricostruzione da tempo, perché è già il tempo di ricostruire. E siamo qui e ovunque, a fianco e nel cuore di chi lotta.

E se non l’avete visto, guardate questo docufilm … su Netflix non c’è. 😉

 

Passeggiata sul Carso triestino – luglio 2017

Sono arrivata fin qui due anni fa quasi stanca della vita, nonostante mi appassioni tutto di lei. Ho pensato che era arrivato il tempo di ritirarsi per un po’, cambiare aria per averla più a portata di mano e più pulita. Ho pensato che era il momento di avere tempo per chiudersi in se stessi, meditare la serenità, estraniarsi dal secolo e dare spazio a quello che chiamiamo spirito, troppe volte sommerso dalle cialtronate altrui e proprie, dai dubbi dell’esistenza, compromesso dai punti di vista a cui ti abitui, amati e odiati. Sono arrivata in un giorno d’estate, né caldo né freddo. Tutto sembrava semplice e perfetto, pronto a scorrere liscio e a distendersi come il mare calmo che è diventato il mio orizzonte di ogni giorno.

La buona notizia è che è ancora così. Per questo oggi passeggio serena sotto i pini neri del Carso triestino con una strana compagnia, fatta di adolescenti di cui non conosco un solo nome, ma che mi guidano tra i sentieri che sono casa loro. Il paesaggio è verde e silenzioso, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo dalle strade. Mentre ci inerpichiamo calpestando frantumi di roccia bianca, all’ombra di querce, frassini e pini, il sole cocente arriva a chiazze, intrufolandosi tra le foglie. Loro, i ragazzi, ridono mentre camminano. Io osservo. Qualcuno più grande di me, che ne sa di piante e di storie di piante, racconta che un tempo il paesaggio non era questo. Sono stati gli austriaci a introdurre i pini neri, ad esempio, e a costruire i muretti a secco, per proteggere i campi dalla Bora, per far fermare la terra ed evitare l’arsura. Storie naturali e di relazioni tra uomo e ambiente che in pochi conoscono e che ti fanno vedere anche piccole cose all’improvviso con occhi diversi.

A sapere qual è la pianta giusta per trattenere la terra buona e far crescere un bel bosco rigoglioso e accogliente, la seminerei sul cuore di molte persone.

Camminiamo e ancora il mare non si vede, ma si sente. Questo odore inconfondibile mi riporta a un anno fa, nello stesso periodo. Ero proprio lì, ma per la prima volta, e mi ha fatto sentire come a casa perché era un misto di salsedine, di resina e di terra. Sapeva di siciliano, sapeva di Mediterraneo. Ma questo è l’Alto Adriatico. E ancora non lo vediamo.

Saliamo. E finalmente eccolo: il Golfo di Trieste fino quasi a Pirano! Possibile? Ecco, mi piace così tanto che vorrei dire che è il mio Carso… ma non lo è.

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