Artico

Per i geografi comincia con una linea nella mappa, il Circolo Polare Artico, latitudine 66°33’39”. Per i climatologi l’Artico è un’area definita dalla temperatura, per i biologi è un modo di descrivere un ecosistema, per chi si occupa di geopolitica è una regione che s’estende molto più a sud del Circolo Polare, delimitata dalle ambizioni degli Stati di rivendicare un ruolo artico, come nel caso della Cina, di Singapore, dell’Australia, ma anche dell’Italia. L’Artico però, prima di tutto, è un’idea. Perlopiù sbagliata.

Artico, la battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian

Il Grande Nord di Mian

Artico. La battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian, Neri Pozza 2018

La conquista del Nuovo Artico è un selvaggio Far West internazionale, affollato da uno sceriffo internazionale che se ne sta al caldo in riva al Tamigi. Tutto molto esotico ed eccitante. Un’arena di gladiatori che lottano senza tante regole. L’ultima delle ultime frontiere è, sopra ogni cosa, un continente di struggente bellezza e sul punto di cambiare per sempre. Perfetto per essere invaso da milioni di turisti e da navi da crociera.

Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord – 2018

La storia di come ho conosciuto questo libro è semplice. Ne ho sentito parlare alla radio, probabilmente Radio3, e me lo sono segnato, poi me lo sono dimenticato, poi ho cominciato a ricordarlo spesso ma non trovavo il foglietto con l’appunto preciso, poi ossessionata dal fatto che mi ricordavo benissimo il tema e l’approccio – forse era un’intervista con l’autore? – ho tentato la ricerca online su parole chiave ma senza risultato. Poi ho ritrovato il biglietto e finalmente eccolo qua, dopo un anno tra le mie mani: letto, sottolineato, stropicciato.

Artico. La battaglia per il Grande Nord – Un libro da leggere tutto d’un fiato. Avvincente e intrigante, colpi di scena, grandi imperi e grandi superfici, spystories, voci dimenticate, inascoltate o messe a tacere, oppressi e oppressori in lotta per la sopravvivenza, paesaggi selvaggi e tanta ancestrale décadence. Per gli amanti delle classificazioni di genere una non-fiction d’eccellenza. Reale da morire.

Bravo Marzio G. Mian, con questo racconto giornalistico il tuo viaggio diventa per me progressivamente un viaggio nella conoscenza, arricchito da quella letterarietà – di tradizione odeporica, dovrei dire, da geografo e antropologo – insomma, che però spiega, dannatamente e lucidamente spiega, cosa diavolo sta succedendo e dove e perché.

Cosa diavolo sta succedendo – L’Artico si sta sciogliendo. E questo è il fatto di partenza e fin qua siamo abbastanza preparati. Ma presto viene demistificata l’immagine triste dell’orso polare triste. Qua il punto non è l’orso polare che ci fa tanta tenerezza.

E dove – Al Polo Nord. O meglio, nel Circolo polare artico. Di cui abbiamo in testa solo immagini piccole perché a scuola studiamo solo la terra guardandola su mappe che hanno al centro l’equatore e, si dovrebbe sapere, che poi i poli risultano cartograficamente, visivamente, più piccoli, ma non è proprio così è che sono schiacciati perché è impossibile riprodurre su un piano una sfera – repetita iuvant. L’Artico sta cambiando, si sta sciogliendo e sta allo stesso tempo è diventato e sempre più sarà il nuovo centro del mondo, economico e politico. “Il 90 per cento del commercio internazionale avviene tra Asia, Europa e Nord America, e l’Artico è la bretella di congiunzione fra i tre continenti.” p.155

Guardate come sembra piccola piccola la nostra Grande Nazione!

E perché – Stati Unita da una parte, Russia e Cina dall’altra, Europa sconnessa e in bilico, autodeterminazione di alcuni popoli e di altri no, basi militari già dalla Guerra Fredda e che ve lo dico a fare, impianti di estrazione e bombe ecologiche pronte ad esplodere, crisi umanitarie lente e progressive, giacimenti di nickel, rame e petrolio come se non ci fosse un domani, e in effetti il domani sembra non esserci più per l’Artico. Da una parte il devasto che si porta a compimento, come eredità della grande storia colonizzatrice del caucasico carattere dell’homo sapiens, tutto patriarcato e sfruttamento? Dall’altra nuove opportunità per una delle periferie degli imperi più misterica, la terra degli iperborei, il grande nulla o il grande pieno a seconda dei punti di vista ma di sicuro, da non sottovalutare ahimé, la reiterazione del progresso alla capitalista maniera, che propone facili occasioni di “sviluppo” mercificando qualsiasi idea, compresa quella dell’identità e dello spirito del tempo, del patrimonio naturale con riconversioni turistiche, conversioni portuali e urbanistiche di intere nuove aree, data la localizzazione geografica ormai sempre più ice-free, con temperature sempre più facili da sopportare. Un laboratorio di sperimentazione dunque, dove convivono e quasi ci affascinano l’efficienza e la presunta felicità di stati-nazione (Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda) che fanno scuola di green-economy e di società liberata tutte da imitare, sì certo, ma costruite sulla contraddizione e sulle spalle di uno sfruttamento del territorio che si arricchisce grazie al cambiamento climatico, ciò che dice con bei discorsi di voler combattere e anzi si pone come modello di buone prassi? Ma soprattutto ci sono arsenali e basi militari. Tante e brutte brutte. Uno dei posti più inquinati dalla presenza atomica al mondo e comunque già pronta a scatenare l’inferno. Non è una questione di Est e Ovest, la fine del polo Nord finalmente fa cadere anche l’ultimo velo di Maya. Non esiste ideologia buona e ideologia cattiva, liberale e meno liberale, non esiste teoria buona e prassi migliorabile, etica-morale e necessità-praticabilità, non può esserci spazio per la giustizia se la gestione dell’òikos – casa, famiglia, nell’antica grecia, termine da cui deriva economia – è la stessa e si fonda sul mito capitalista.

Ma che me ne frega a me che me ne sto a leggere nel mio giardino settembrino in Sicilia – La storia contemporanea della scomparsa dell’Artico, Marzio G. Mian la condisce ad arte e tra gli aneddoti – che di aneddotico in senso letterale hanno ben poco – ce ne sono alcuni tutti italiani. In questa storia l’Italia è sempre stata protagonista, per esempio ai tempi delle imprese artiche sotto il fascismo e con l’italico ardimento di Umberto Nobile. Ancora oggi con l’ENI in prima fila nella spartizione della miniera d’oro che fa impallidire, a quanto pare, la storia dell’Arabia Saudita. Quando poi mi cita Ibsen e Pirandello, ecco, mi rendo conto alla fine del capitolo di non aver mai percepito il circolo polare artico più vicino alla mia appartenenza geografica e culturale.

E comunque se vi serve qualche notazione tecnica rispetto al problema globale derivato dalla scomparsa dell’Artico, eccola qua ben spiegata.

La perdita di questo patrimonio (il ghiacciaio artico) significa entrare in quella che il climatologo americano Mark Serreze ha chiamato spirale mortale, la fine del sistema termodinamico e climatico finora conosciuto in presenza di un Artico palaka, come direbbero gli eschimesi, molto freddo e ghiacciato; va in tilt quel sistema anticiclonico che azione, per dire, il jet stream globale, le correnti atmosferiche ovest-est ora però sempre più flebili, tanto che le masse di bassa pressione ristagnano, si espandono e diventano bombe atomiche d’acqua e vento pronte ad esplodere, soprattutto a fine estate, in fenomeni devastanti eccezionali. […] Insieme ad esperti come Carlo Carraro ex rettore di Ca’ Foscari e riferimento per del Centro Euro-Mediterraneo per il Cambiamento Climatico, ho provato a fare due conti sull’impatto economico per l’Italia, associando varie voci dall’agricoltura, alla pesca, al turismo, al dissesto idrogeologico: una bolletta climatica che ammonta tra i 30 e i 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. Calcoli indicativi ‘perché soprattutto nelle aree temperate del pianeta, l’incognita Artico non permette di fare previsioni razionali’ mi ha detto Carrara.” pp.76-77

Davvero mi viene difficile enucleare le storie e le informazioni così bene assortite nel libro per cui ne raccomando la lettura, anche perché devo dire che mi pare alla portata di tutti, scorrevole e breve. Però qualche rinforzo alle mie idee e agli studi precedenti ne ho tratto. Soprattutto da alcuni punti di vista.

  • La storia delle popolazioni eschimesi e del Grande Nord, le interviste e le note di folklore contenute in questa narrazione – anche a tratti giustamente antropologica – dimostra e dimostrerà ancora una volta questo: che a pagare le spese, la bolletta, del cambiamento climatico sono e saranno coloro che a vivere con poco, ad essere ecologicamente sostenibili, lo sanno fare da sempre: gli Inuit ad esempio e in questo caso.
  • Il connubbio guerra, economia capitalista e distruzione sociale e ambientale è operante e vivo e il suo impatto nell’Artico è impressionante. La presenza militare ha macchiato per sempre il luogo e la contesa bellica fra gli stati-nazione e le proprie economie da “difendere” hanno non solo portato alla proliferazione nucleare, ma hanno inquinato irreparabilmente e continuano a essere il motore di questo falso progresso in cui a vivere nel benessere sono in pochi e a esserne felici ancora in meno. La guerra, la militarizzazione e la necessità della ricorsa alle armi è solo l’altra faccia della stessa maledetta medaglia. L’apparato militare ha bisogno di risorse economiche per aver ragione di esistere, le risorse economiche hanno bisogno dell’apparato militare per essere conquistate o difese.

Non risparmia nessuno Marzio G. Mian. Racconta delle più recenti amministrazioni imperialiste USA, del Canada, dell’Europa, della Russia da Stalin a Putin, della Cina, e qui e là gli intrecci con gli stati dell’Europa del Nord senza passarne sotto silenzio il loro uso della retorica, compresa quella fantasy, del “Nord”. Accenna anche il danno dell’ambientalismo facilone, quello di alcune campagne animaliste che hanno messo in seria difficoltà la popolazione Inuit, ma non i grandi pescherecci, una popolazione talmente forte da riuscire a sopravvivere in condizioni estreme, ma all’occorrenza considerata incivile, sottosviluppata e anacronistica dal nostro superiore, acculturato e ipercorrettista – persino nel suo essere ambientalista ammettiamolo – punto di vista occidentale.

I canadesi lo chiamano northern character, lo spirito del Grande Nord, che evoca l’esplorazione, l’intraprendenza in condizioni difficili in luoghi bianchi, isolati, incontaminati. Ma è una convenzione del pensiero occidentale credere che tutte le creature siano spinte a esplorare, che gli esseri umani cerchino terre nuove, spronati dalla ricerca di prosperità. “Si è ammantata di poesia e di romanticismo una rapina” mi dice Tony Penikett, due volte premier del territorio canadese dello Yukon e per vent’anni al tavolo dei negoziati per l’autogoverno. (p.199-200)

C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno. C’è chi tenta di cavalcare le onde, immense, di questo nuovo Oceano. Da un punto di vista storico tradizionale, sembra una ragionevole occasione di riscatto, un’opportunità di protagonismo e non quello che è, nient’altro che il solito specchietto per le allodole che ahimé molti dei nostri territori, sperimentano e hanno sperimentato allo stesso modo. La colonizzazione del pensiero capitalista e la chimera del benessere all’occidentale maniera, la chimera della riccanza, si dovrebbe dire per capirci, affascina e strega tutti. Chi non c’è cascato?

In questa parte di pianeta il bicchiere del global warming è mezzo pieno. E si brinda. Nel Grande Nord difendono il sacrosanto diritto di trasformare un problema (per il resto del mondo) in un’occasione storica imperdibile. Pianificazioni immaginifiche, business plan, cantieri, bulldozer, investimenti. Brochure digitali annunciano un futuro adrenalinico, sembra fantaeconomia ma è un mare di opportunità grande pressocché quanto il Mediterraneo. Più il ghiaccio si rompe, meno rotture di scatole per cavalcare l’onda. (p.153)

E così persino da qui, ancora una volta, me ne sto anche io sto dalla parte degli inuit, perché mi piace stare dalla parte di chi perde? Per compassione? Non so, penso più per semplice legame empatico umano e perché non potrebbe dirlo con parole migliori Marzio G. Mian quando a un certo punto scrive: “Produciamo benessere senza trovare mai la vera felicità”.

L’Artico. Anzi il Nuovo Artico: aqua nullius?

Ne hanno scritto climatologi, oceanografi, economisti, esperti di geopolitica e strategia militare. Lavori che contribuiscono a diffondere consapevolezza sulle cause e le conseguenze del cambiamento climatico nella regione più fragile del pianeta. Si tratta tuttavia di studi settoriali per addetti ai lavori e declinati al futuro sulla base di proiezioni e algoritmi. Materiale prezioso, ma freddo, tendenzialmente apocalittico e privo di quegli ingredienti umani senza i quali il quadro resta sfuocato e improbabile. Quasi fantascienza. E così quel che accade lassù continua a essere percepito come il problema d’un altro pianeta. Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze dispiegate sul campo di battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime delle frontiere. – Marzio G. Mian in conclusione

E ci sei riuscito. E chi non legge questo libro si perde proprio un pezzo di storia contemporanea ben scritta. Con tutte le critiche e dibattiti del caso, se lo leggerete scrivetene e fatemi sapere, che ben vengano!

Pericoli pubblici

Quando penso a quanti incendi eclatanti quest’anno sono oggetto di cronaca e quanti piccoli e medi e grandi e sparsi per tutta la Sicilia ne hanno disegnato lo skyline di questa estate, mi viene in mente che siamo spesso più bravi a guardare i giardini dei vicini e a dire agli altri cosa fare, anziché curarci del nostro. Vedo piangere lacrime di coccodrillo e indignazioni social ovunque per l’Amazzonia. Ma quanti di noi fanno donazioni in favore di associazioni ambientaliste? Quanti di noi sono disposti a scendere al fianco di comitati di tutela del bene pubblico che da decenni ricevono in Italia solo denunce e intimidazioni e stigmi sociali che li descrivono come violenti e criminali.

Nel mondo, secondo https://www.globalwitness.org centinaia di defenders of land sono stati uccisi e uccise! La mobilitazione di opinione internazionale è molto importante, importantissima. Ma se vogliamo davvero fare qualcosa per questa terra e anche per l’Amazzonia, oltre che supportare quella lotta, partiamo anche da noi stessi e dai nostri territori.

I pericoli pubblici sono ben altri: sono il credere ancora nell’idea di progresso da Rivoluzione industriale da fine Ottocento; portare avanti politiche economiche anacronistiche e incompatibili col sistema chiuso in cui viviamo; non assumersi la responsabilità della devastazione globale sulla quale abbiamo costruito il benessere occidentale; rimanere arroccati alle politiche derivate dal rigido sistema di organizzazione basato sullo stato-nazione che, tra l’altro, ha dimostrato nel corso nel Novecento europeo tutti i suoi limiti e tramite la quale non si è risolto mai nessun conflitto; delegare all’economia capitalista la risoluzione delle crisi; non investire in istruzione e protezione civile… e non so, la lista può essere infinita.

Il pericolo pubblico numero uno si chiama Sindrome di Cassandra. Cassandra è una figura della mitologia greca, una profetessa che prevedeva catastrofi ed era destinata a non essere mai creduta. Così, popolarmente, si dice che ha la sindrome di Cassandra chi sta lì a fare catastrofismo convinto allo stesso modo che sia impossibile fare qualcosa per evitare che ciò che si ipotizza diventi realtà.

Non lasciate che la salvaguardia ambientale sia sempre e solo il solito compitino carino che a scuola lasciano da fare ai vostri figli.

Non lasciate che la lamentela e il catastrofismo siano sempre e solo il solito modo per deresponsabilizzare voi stessi e anche chi deleghiamo perché prenda decisioni al posto nostro.

Per lavarci la coscienza non c’è più acqua