No muos – ArciReport 15 Gennaio 2013

NO MUOS, IL PRESIDIO PERMANENTE CONTINUA – Di Pietro Cristina

muos

È difficile raccontare quello che sta succedendo, l’aria che si respira, l’incredibile stagione di lotta di Niscemi, una cittadina siciliana in provincia di Caltanissetta che abita una zona importante per l’agricoltura ma non solo, situata accanto ai resti meravigliosi di un antico querceto, al bosco di Santo Pietro, una collina vista mare sulla piana di Gela conosciuta dagli amanti del parapendio.

Il Muos è un sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, dotato di cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra, costituite da tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne UHF alte 149 metri. Sarà utilizzato per coordinare tutti i sistemi militari statunitensi dislocati nel globo, in particolare i droni, aerei senza pilota che saranno allocati anche a Sigonella. Una delle quattro stazioni al mondo la stanno costruendo in Sicilia, presso la base NRTF che si trova all’interno della riserva naturale ‘Sughereta di Niscemi’, dal 2000 sito di importanza comunitaria. All’interno di questa base sono già attive da vent’anni 41 antenne in banda HF e una a banda F alta circa 140 metri. Studi commissionati a ingegneri del Politecnico di Torino e recenti misurazioni Arpa hanno fatto emergere la pericolosità non solo derivata dalla messa in funzione del Muos, ma anche dell’attuale sistema di antenne in funzione, che supera già i limiti di legge imposti sulle emissioni. Che il Muos «non s’ha da fare» non lo dicono solo i cittadini niscemesi. Medici, giornalisti, ingegneri, ambientalisti e avvocati hanno rilevato una situazione disastrosa su ogni fronte e hanno prodotto la contro-documentazione necessaria per opporsi al progetto ed evitare danni alla salute umana e lo scempio della Riserva Naturale, un gioiello naturalistico europeo che appare oggi devastato: fuori la flora rigogliosa e resistente, dentro chilometri di reti militari e terra bruciata. Da anni la popolazione lotta contro questa nuova arma voluta ‘senza se e senza ma’ dagli Stati Uniti su un territorio che secondo la sua Costituzione «ripudia la guerra».

Da novembre è attivo il presidio permanente No Muos, accampato a Niscemi, in contrada Ulmo, su un terreno che dà sulla via principale di accesso alla base. Il popolo No Muos presidia notte e giorno attraverso turnazioni, svolge attività di monitoraggio, è riuscito a rallentare i lavori della base opponendosi ai mezzi pesanti col proprio corpo e rispedendoli a Sigonella più volte.

L’ultima notizia sul fronte No Muos scuote gli animi e fa arrabbiare, preannunciata da una nota al governo siciliano del Ministro dell’Interno che ha dichiarato che: «la base di Ulmo è un sito di interesse strategico per la nostra nazione e per i nostri alleati» e che «non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costi­tuzione». Si lascia largamente intendere la realtà dei fatti, questa nota è volta piuttosto ad assecondare gli alleati promotori del progetto interamente gestito e finanziato da loro. Si è dato quindi il via alle Forze dell’Ordine che nella notte del 10 gennaio, in atteggiamento antisommossa, hanno scortato e protetto la grande gru della ditta Comina necessaria al montaggio definitivo delle tre parabole. Tutte le vie d’accesso al paese di Niscemi e al presidio di contrada Ulmo sono state bloccate per ore da camionette di polizia che impedivano il passaggio di chiunque. Un intero paese e le sue campagne si è trovato nel giro di poco tempo militarizzato, sotto scacco e impotente di fronte allo Stato.

I presidianti che erano riusciti a concentrarsi prima dell’inizio dei blocchi hanno cercato di fermare i mezzi usando solo il loro corpo, inermi e pacifici, ma sono stati trascinati bruscamente e manganellati.

All’indomani, il presidente della Regione Sicilia Crocetta ha dichiarato: «I siciliani sappiano che il governo siciliano non farà alcuno sconto sulla salute dei cittadini e, nel giro di qualche giorno, il provvedimento di sospensione dei lavori e della messa in mora dell’esercizio dell’impianto Muos sarà emanato, per cui a nulla servono forzature di stampo autoritario per imporre alla Sicilia strumenti che potrebbero essere collocati in aree più idonee, dove non ci siano rischi per la salute dei cittadini». Quello che suscita scandalo è che si è atteso tanto, troppo tempo, nonostante le inchieste, le rilevazioni Arpa, le proteste forti di argomentazioni incontrovertibili, l’unione del popolo siciliano che scavalca lo stretto e trova la solidarietà dei No Tav, dei No dal Molin, dei pacifisti e di tutti quelli che denunciano un’Italia serva degli americani che ancora chiede tasse per pagare gli stipendi di chi dovrebbe proteggerti e non lo fa.

La politica della regione Sicilia poteva essere meno blanda e chiedere già da tempo la revoca delle concessioni in autotutela, piuttosto che votare una mozione che ha subordinato la richiesta di revoca delle concessioni ad ulteriori accertamenti, all’indomani delle gravi e preoccupanti dichiarazioni del Ministro Cancellieri. Come abbiamo già evidenziato in un comunicato stampa dell’11 gennaio, «scorgiamo una drammatica continuità con gli anni passati: Sicilia avamposto militare nel mediterraneo, ieri base missilistica e nucleare oggi avamposto ipertecnologico della guerra prossima ventura, frontiera ostile di un nord arrogante e ricco verso il sud e il mondo intero. Le botte e le cariche di stanotte hanno forzato i presidi di tanti cittadini siciliani, calpestando la democrazia e il diritto, ma non spazzano via l’aspirazione, la volontà, la vocazione della Sicilia e dei siciliani ad essere ponte di pace nel Mediterraneo».

I soci dell’Arci Liberamente di Niscemi sono da sempre a fianco dei comitati No Muos a livello logistico e umano. Aspettiamo, ma ricordiamoci che qualsiasi risultato positivo si ottenga sarà solo perché dal basso si è creato il movimento, perché migliaia di cittadini hanno appoggiato e appoggiano la causa No Muos, perché i No Muos non si sono arresi e non si sono accontentati delle promesse e si sono fatti trovare pronti anche alle manganellate.

Il presidio permanente è fatto di persone, sguardi, voci, canzoni, coperte, sedie, poltroncine, tavoli, legna che arde, pentole per cucinare, una dispensa e cassette di frutta, documenti, volantini, pubblicazioni ambientali, computer. Ogni giorno e ogni notte il fumo della stufa sale in alto e manifesta la presenza della vita che resiste sullo sfondo della mega antenna, la più alta ma non l’unica, un simbolo di oppressione e di morte che nasconde dietro la collina l’ancora più opprimente Muos in costruzione.

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PER IL PRESIDIO PERMANENTE NO MUOS

In occasione di un arrivederci, Cristina Di Pietro.

 

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Splende il giorno nel bosco umiliato,

ti sussurra all’orecchio il destino,

oltre la rete si staglia il passato,

e incombe un presente infinito.

Troppe antenne che coltivano affanno,

tre parabole preannunciano morte,

su una terra che bruciata dal danno

attende della fenice la sorte.

Questa vista non ha nulla di umano,

il silenzio ti descrive l’orrore,

il dolore che nel petto alleviamo

sfasa il cuore e confonde l’umore.

Chi semina vento raccoglie tempesta

e una valanga chi più l’arresta?

È per la vita che ci raduniamo,

per proteggere quello che amiamo.

Se quello che eri non sarai più

le antenne, è sicuro, cadranno giù.

Nei sogni, già grande e presto, il futuro

lo immaginiamo né dubbio né oscuro:

cortecce, versi di animali creature,

intrecci odorosi, di muschi frescure.

Senza antenne, cemento, via i militari,

senza reti, vedette e cambi di guardia,

un paesaggio che è tra i più vari

dall’Etna al tramonto ecco s’allarga.

Qui ti trova l’amore, la speranza,

così corre la bella gioventù.

Nel sangue monta la forza del vento,

dagli occhi balenano i colori del mondo.

Blocchiamo il disastro che avanza

chi si oppone ci rinsalda di più,

non saremo né santi né eroi

ma solo degni di chi dopo noi.

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11 Gennaio 2013 NO MUOS!

Il venerdì nero della Sicilia inizia presto. Poco più tardi passa la gru che completerà la costruzione del MUOS nella sughereta di Niscemi

di Salvatore Giordano

Già all’una, in piena notte, numerosi mezzi, blindati e non, della polizia e dei carabinieri con centinaia di uomini in assetto antisommossa cinge un assedio spaventoso alla contrada Apa-Ulmo di Niscemi. Scopo dei blocchi, evidente e dichiarato (e forse pure annunciato dalle parole, solo all’apparenza prive di senno, di ministri tecnici e mestieranti della politica) è impedire il transito ai cittadini, siciliani e non, diretti al presidio No MUOS. Un presidio, peraltro, sorto su una proprietà privata di cui il movimento sta perfezionando l’acquisto.

Ma il perché di un tale schieramento contro semplici cittadini, pacifici, armati solo delle proprie ragioni (ragioni peraltro sancite dal buon senso prima ancora che dalle norme del diritto italiano e comunitario, dalla costituzione italiana e persino dalle convenzioni e dai trattati internazionali) non sfugge: quello schieramento vuole sì spaventare, dissuadere mi sembra inappropriato, ma non solo. Vuole spaventare, ma punta a impedire, riuscendoci, ai padri e alle madri di famiglia e ai numerosi ragazzi accorsi, anche solo di avvicinarsi al tragitto che seguirà la gru.

Già la gru: “grazioso” aggeggio meccanico che solleva quattro o cinquecento tonnellate sino a 165 metri di altezza. Avete sentito bene: 165 metri. Cosa solleveranno mai, stavolta? E tanto in alto? Niente di che, normale amministrazione per le arms-mafie e i signori della guerra: ciò che ancora manca all’arma perfetta per le guerre del terzo millennio. Ossia le parabole che completeranno la costruzione della stazione di terra del MUOS in Sicilia all’interno della riserva naturale Sughereta di Niscemi ove sorge una base militare a esclusivo uso della marina militare degli Stati Uniti. Per due mesi gli attivisti No MUOS con la loro pacifica azione di denuncia sono riusciti a ritardarne il passaggio. Oggi, di colpo, non possono più avvicinarsi: il governo italiano ha deciso, rendendosi complice, di fatto, delle logiche della guerra e degli interessi della shock economy, di un’economia basata sulla guerra e che realizza, in barba a ogni crisi, affari fiorenti e profitti miliardari. Profitti dell’industria bellica che hanno un alto, altissimo, costo sociale e umano: queste armi di Niscemi, a forma di tre antenne paraboliche, grandi ciascuna quanto un campo di calcio, posizionate su giganteschi pilastri di cemento armato alti 150 metri circa, causano gravi danni (oltre che all’ambiente e alla sua bellezza e varietà di flora e fauna) alla salute e alle attività umane, economiche o ricreative che siano. E non basta: il MUOS è circondato da 91 antenne (che, forse, ma non posso dirlo con certezza, nel frattempo sono diventate 95) alcune alte decine e decine di metri, una addirittura 150 metri. Antenne tutte utilizzate esclusivamente dalla marina militare americana, senza che lo stato italiano o la NATO vi abbiano il benché minimo accesso, per guidare droni (aerei senza piloti che stazionano in Sicilia, sempre più impiegati nelle operazioni belliche), sottomarini ad armamento nucleare, missili. Antenne che studi del politecnico di Torino, o compiuti da fisici indipendenti e da agenzie pubbliche di ricerca hanno accertato, non solo come nocive, ma come letali perché superano di molto i limiti consentiti dalla legge. Una legge aggirata anche dalla rigidissima normativa regionale che, con un codicillo al regolamento emanato il 5 settembre scorso, non si applica “agli ambiti militari”… Sic!

Chi arriva nelle prime ore di questo venerdì nero, i più in macchina, qualcuno a piedi, si trova dinanzi la polizia, nei suoi minacciosi equipaggiamenti, schierata davanti a fari accecanti, telecamere blindate e idranti puntati contro la gente. I mezzi sono schierati a bloccare le strade: una paletta intima l’alt, una folta pattuglia di irriconoscibili agenti armati di manganelli in mano e protetti da caschi e scudi circonda chi arriva. Realizza l’accerchiamento con fare svelto, professionale, distaccato e poi grida una sola frase: “di qua non si passa.” Se sei alla guida, provi a farfugliare qualcosa, se puoi fare inversione, mentre chi sta nel sedile accanto al tuo attacca un “la leucemia ce la prendiamo tutti, anche i vostri figli”, intanto armi da fuoco impugnate da altre mani guantate spuntano a dar manforte a chi minaccia l’uso del manganello. La frase cambia di poco, ma il tono è ancora più perentorio: “di qua non si può passare”. Dal buio spunta un altro agente, che si agita, tradendo l’aplomb dei suoi colleghi, e ti intima di abbassare le luci. Non avendo capito al volo, abbassi il finestrino, in cuor tuo stramaledici quel sant’uomo di Rosario Crocetta che se avesse revocato le autorizzazioni, lui che poteva, ti avrebbe risparmiato l’umiliazione di vederti un manganello sfiorarti il naso fin dentro la macchina perché non hai abbassato le luci che disturbano le riprese delle telecamere dal blindato. Capisci, però, che ti aspetta di peggio. E che il blitz notturno, perché è di notte che si muove chi ha qualcosa di losco da fare, perché il favore della notte arride ai signori della guerra, ti vedrà soccombere. Ma non ti arrendi subito, ragioni, cerchi di unirti ad altri, ti informi.
Saputo, con una certa approssimazione, dov’è arrivato il lento viaggio notturno della gru, se sei in mezzo a quella gente che almeno vuol vedere e poter raccontare a tutti quel che stanno facendo di notte e lontano dagli occhi della stampa locale e nazionale, percorri mille viottoli di campagna, fino a quando ne trovi uno non presidiato in armi e aggiri il blocco.

Sai che altri sono più avanti, stanno tentando di rallentare il transito della gru e del convoglio che la scorta: una colonna composta da una mezza dozzina di camion, molti mezzi e tanti uomini della polizia e dei carabinieri. Sai che quelli che sono andati un po’ più in là sono già stati sopraffatti, ma fai anche tu la stessa cosa degli altri: ti fermi e aspetti. Il freddo punge, le voci si rincorrono ai cellulari o con lo scambio di sms, il tempo passa in un attimo e arriva il convoglio. Alzi le mani, applaudi, ti fai vedere: si fermano. Provi a dialogare con i celerini (lo so che non si dice più così, ma non li voglio offendere, per carità), ma ti rendi conto che ti eri illuso: uno in borghese, in mezzo a quelli come te, si mette di lato e dice, teatrale: “Al tre!” Tutti lo guardano, lui scandisce: “Signori, u-no, due-e, TRE!”. Ti strattonano, in tanti, ti spingono, con gli scudi, con i manganelli con le mani guantate. Anche l’ultima resistenza è piegata. Qualcuno si rialza, grida, invoca. Un celerino, detto sempre senza offesa, si sofferma un momento e ti parla in siciliano — che arte, in mezzo fra il cinico e il qualunquista che gli hanno insegnato! — per dirti quello che non ti aspetti, quasi a giustificarsi: “Abbiamo l’ordine di farli passare, non possiamo fermarli, prendetevela con gli onorevoli che avete votato, non ce n’è al vostro paese?”

“Già, gran pezzo di rintronato”, gli vorresti rispondere, “io di gente così non ne voto”, ma lui si è già unito ai suoi colleghi. Peccato non portasse un cartellino identificativo, obbligatorio per tutti gli altri dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

http://www.mediterraneoforpeace.it/?p=1963