Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

Torino San Salvario Tribute – Fantasia n. 2

Studiare, vivere e sognare a Torino. San Salvario Addicted si racconta…

Gennaio 2011. Mi trasferivo per proseguire gli studi, passando dalla caotica Palermo alla razionale Torino. Mi insediavo lungo le mura del quartiere storico di San Salvario: Corso Vittorio Emanuele II. Però lato Via Madama Cristina, eh? Quindi più di quà che di là. Non scherziamo. Diventavo, nel giro di poco, San Salvario Addicted. Tento la disintossicazione da nemmeno un anno, come tanti hanno già tentato prima di me. “Un anno si perdona a tutti”, dice la mia più-che-amica Aila. Per cui, questo post dedicato a Torino come se si trattasse di un passato andato e superato suona un po’ strano. Però mi è venuta voglia di scriverlo. E così ho fatto. Crisi d’astinenza?

murales Palazzo Nuovo

Sono tra le ultime, o giù di lì, ad essersi laureate nella storica sede universitaria di Palazzo Nuovo, prima che venisse chiusa a causa delle rilevazioni insostenibili di amianto nell’aria. Tra le ultime che si ricorda i colori del murales dipinto su un lato del palazzo, una delle poche gioie per gli occhi nelle innumerevoli giornate grigie che ti accompagnavano a lezione. Sono tra le ultime ad aver fatto serate al Gabrio. Quello di prima? No, quello vecchio proprio. Tra le ultime a ricordare i Murazzi “come erano una volta”, quando i locali erano tutti aperti, c’era così tanta folla e truzzi che non potevi camminare, la perdizione ai tuoi piedi, l’alba sempre dietro l’angolo. Tra le ultime che l‘Imbarchino del Valentino lo frequentava nei suoi tempi di gloria, quando dicevi “ci vediamo all’Imbarchino?” e non al Valentino. Cioè, il Valentino senza l’Imbarchino… parliamone. All’Imbarchino, appena arrivava Marzo, ci facevo colazione e ci studiavo e ci facevo apericena e ci facevo i venerdì sera e se non fosse che abitavo vicino, di sicuro qualche volta ci avrei anche dormito. Là, sdraiata sotto l’albero grande. Se mi concentro ancora sono sicura di trovare tante altre cose che sono cambiate o che prima non c’erano e sono iniziate. Per esempio io c’ero quando ha inaugurato la nuova gestione della Lunastorta a San Salvario (scusate sono troppo di parte per non citare questo posto), oppure quando è iniziata l’esperienza della Cavallerizza occupata, oppure…

Maddaaai! Esagerata, parli come mia nonna! Ci hai vissuto solo quattro anni!

Si, lo so. Ma che ci posso fare se Torino è tanta roba.

Qualsiasi cosa possa mai accadere alla mia memoria in futuro, di una cosa sono certissima. Torino per me sarà sempre associata a San Salvario. Mi dispiace per i Vanchigliesi, per i Quadrilateri, per i centro-centro, per i PortaPalazzinari, per gli oltre Po’ e figuriamoci per gli oltre Doresi. Ma San Salvario è un’altra storia, un altro mood. San Salvario è dove non ti preoccupi mai di fare la spesa, perché da mangiare lo trovi sempre a qualsiasi ora del giorno e della notte, grazie non solo a tutte le botteghe Bangla, ma anche ai pizzaioli, ai pugliesi, ai greci, ai turchi, agli egiziani e a tanti altri. San Salvario è dove non ti preoccupi di come arrivare da qualsiasi parte, perché sei vicino a tutto, e comunque sei vicino alla stazione di Porta Nuova, alle fermate di metro e troverai un tram, un treno o un autobus fatto per te, di giorno e di notte (con qualche limite). San Salvario è dove con le belle giornate ci stai un attimo a passeggiare al parco del Valentino e a non annoiartene mai. San Salvario è dove, se sei davvero di San Salvario, la sera scendi a bere l’amaro nella tua tavernetta, pub, circolo, bistrot di fiducia, con il barista di fiducia, detentore di un ruolo sociale preciso, guida e conforto spirituale, punto di riferimento per gli sfoghi della gente al bancone, ma anche promotore di circuiti musicali, culturali e artistici di qualità superiore. San Salvario è dove ti abitui ad alti standard. San Salvario è dove tanti tratti somatici, tante usanze religiose, tanti stili di vita diversi convivono sulla strada, sul pianerottolo e nei cortili. San Salvario è dove impari a non considerare la diversità culturale un problema. Per lo meno, non un problema diverso da quello legato alla mancanza di lavoro e di inserimento sociale, come dimostrano benissimo numerosi quartieri e città difficili in Italia, abitati solo da italiani o solo da un tipo di persone.

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Il fatto è che per scoprire San Salvario non vi basta passarci da turista o uscirci una sera.  Qualche dritta sui locali giusti può aiutare, ma per i turisti che si fermano poco va più che bene Porta Palazzo e il Baloon. Anzi va pure meglio. E per quelli del sabato sera, beh… comunque i locali chiudono alle tre di notte. Fatevene una ragione. In ogni caso, semmai non doveste innamorarvi di San Salvario così tanto da decidere di trasferirvi anche voi qui… noi San Salvario Addicted non ci offendiamo mica. Anzi, ne resta più per noi. Bella lì.

Dormire, sognare, forse migrare…

Refugees Welcome and Anyone. Un post dedicato a chi di accoglienza parla e vive.

Le persone nascono, vivono e muoiono. Come tutti gli esseri viventi, nel frattempo, si muovono. D’accordo, può anche darsi che qualcuno viva, cresca e muoia sempre nello stesso posto. Ma la scala del tempo umano è davvero irrisoria se paragonata anche solo alla misura di un secolo. Le popolazioni, le famiglie, i singoli e gruppi più o meno estesi di individui, sono soliti spostarsi nello spazio. Fondano città, abitano alcune zone, ne disabitano altre, le commutano, scambiano parentele, lingue, usanze, alimenti, tecnologie e caratteri somatici. Modificano l’ambiente e lasciano tracce del loro passaggio ovunque: che sia la cenere di un fuoco domestico o le fondamenta del palazzo del potere o l’ossario dei defunti o l’immondizia di questa era. Sia a livello globale, sia a livello locale, la migrazione è un processo costante nel tempo. La particolarità di questo fenomeno sembrerebbe essere che fa parte della storia, ma non della memoria umana.

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Qual è il confine tra le definizioni di viaggiatore, girovago, nomade, migrante? E tra forestiero, estraneo, invasore, ostile, rivale? E tra cittadino, zingaro, apolide e rifugiato? Solo una linea artificiale, arbitraria, onnipotente, che si trasmette culturalmente. Questa può coincidere con un’altalenante demarcazione di frontiera di stato, ma anche con una ancor più effimera identità di gruppo. Anche se non sembrerebbe, stiamo proprio parlando di quel problema lì, che nel giro di una cinquantina d’anni non si può proprio più ignorare. Quello del mescolamento, della migrazione, del ribaltamento dei punti di vista, dell’accettazione del diverso e dell’accoglienza. E certo non è solo un problema “dell’Occidente o dell’Oriente o del Terzo Mondo o del…cos’altro c’era?”. C’è un mondo. E basta. E ci siamo noi. Che poi, neanche è vero che ci siamo solo noi a questo mondo.

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Dunque. Secondo la mia opinione, il “problema” consiste proprio nel fatto che sia considerato un problema. Per questo è ora di finirla. Bisogna che tutti disimpariamo certi atteggiamenti psicologici quotidiani che inconsapevolmente ci determinano e ci fanno vivere situazioni di disagio laddove così non dovrebbe essere. Avere paura, provare rancore e odio, sentire l’orgoglio di essere diversi o uguali, cercare la “verità” e la soluzione “quella giusta” non ci renderà più forti in questo nostro presente transfrontaliero, fatto di identità multistrato, di pensieri divergenti, di caos creativo e di migrazioni. Ci viene chiesto di diventare parte attiva nel processo di ridefinizione dello spazio e del tempo che abitiamo, accoglienti nei confronti dell’altro e inclusivi. A tutti i livelli relazionali, personali, sociali, locali e globali. Il principio di coesistenza pacifica è qualcosa di imprescindibile del nostro tempo e le ragioni sono, oltreché di contingenza economica e sociale, anche di necessità biologica (sopravvivenza) e psicologica (identità). Non si tratta soltanto di spirito umanitario, insomma. Come è possibile pensare che la migrazione sia ancora una cosa da gestire in emergenza? Non esiste un’emergenza migranti. Esistono modalità di gestione possibili dei flussi migratori che non si possono arrestare, né ignorare. Ce ne faremo una ragione? Questo spetta solo a noi, come individui. Nel frattempo, almeno, non raccontiamo certe menzogne in giro. Non reprimiamo la creatività dei bambini insegnandogli che chi varca un confine è un nemico, togliendo loro la possibilità di arricchirsi spiritualmente e culturalmente.

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Bene. Tutto questo preambolo pseudomoralista per dire cosa? Dove voglio andare a parare? Voglio andare a parare lì, al “problema accoglienza”. Ma speravo di non farlo in modo polemico, perché in questo momento non mi interessa che ci sia chi è pronto a farci i soldi sull’accoglienza, o meglio, mi interessa, ma mi pare che si sappia fin troppo bene a chi additare responsabilità, a chi chieder conto e anche chi contraddire e contro chi alzare la voce. Soprattutto quando l’emergenza si crea nonostante si tratti di qualcosa in lista d’attesa da un bel po’. Voglio dare spazio ad altro che sta accadendo in questi mesi. Come non stupirsi ed emozionarsi di fronte la libertà e la spontaneità d’azione di diversi cittadini austriaci che sono partiti in massa per recuperare più richiedenti asilo possibili e portarseli a casa? E poi l’iniziativa di giovani tedeschi Refugees Welcome, che pensa a un nuovo modello di ospitalità diffusa e condivisa? Pure le tifoserie hanno detto la loro, a noi, che sport e politica vanno insieme solo in senso negativo. E questo mi fa immaginare a chissà quante altre iniziative individuali e di gruppo che sicuramente sono in corso, ma che i media nazionali non raccontano.

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E allora il punto è questo. Per fare accoglienza servono idee concrete e braccia per realizzarle. Ci servono alternative, autorganizzazione, modelli di inclusione possibili e esempi di coesistenza reale e pacifica. Ci serve imparare l’accoglienza come modo di essere. Ci serve, oltre all’accoglienza istituzionalizzata, Askavusa Lampedusa, ci serve la Rete Antirazzista di Catania, il torneo sportivo Mediterraneo Antirazzista, ci serve l‘Ex-Moi di Torino (e scusate se altre realtà, che sicuramente esistono, non le conosco). Ci servono loro, le comunità migranti, quelle che già abitano qui e quelle che ancora devono arrivare. Serve imparare sul campo, mettere in gioco se stessi e le proprie convinzioni, scoprire che è dannatamente complicato e che rischia pure di fare male. Più facile senza dubbio non cambiare mai idea, giudicare l’operato altrui con distacco e lasciar fare a chi di dovere. Eppure è così ovvio, così lampante, il fatto che abitiamo sotto lo stesso cielo, che il mondo si è ristretto e che tutti dipendiamo da tutti e che il tempo non torna indietro e non c’è più spazio per distogliere lo sguardo. All’orizzonte si continua a vedere sempre e solo altra gente che arriva o che parte. Felice, triste, migrante.

 Anyone Welcome

 

Marcia Europea dei Sans Papier e Migranti

Ci sono cose che fanno notizia e cose che non la fanno. È un dato di fatto. Ci sono bambini che meritano un servizio su Sky, come quel bambino indiano caduto disgraziatamente in un pozzo, e bambini che non lo meritano, come il bambino palestinese ucciso da un raid aereo israeliano qualche giorno fa. Ci sono barconi di centinaia di clandestini che fanno emergenza e centinaia di migranti per la Marcia Europea dei Sans Papier che attraversano le frontiere e non la fanno.

La Marcia Europea dei Sans Papier e Migranti è iniziata il 2 Giugno da Bruxelles. Ha attraversato la Francia, la Germania, la Svizzera in questi giorni sta attraversando il Nord Italia e si concluderà a Strasburgo, alla sede del nostro parlamento europeo.

Oggi, a Torino, in Piazza Madama si è svolta un’assemblea pubblica per parlare del diritto di asilo e delle problematiche relative alla migrazione in Italia. Nell’attesa dell’inizio degli interventi, musica e lenzuola colorate dai presenti hanno animato la piazza. Giovani e meno giovani avvicinavano i passanti, mostravano magliette e un bollettino informativo chiedendo fondi per la loro causa, sorridevano e parlavano francese. Nonostante Torino sia la città con l’esperienza di integrazione tra le più riuscite in Italia la prima legittima domanda che comunque ti sarebbe venuta in mente sarebbe stata: ma chi sono e che vogliono questi?

I Sans Papier sono: immigrati sprovvisti di documenti di cittadinanza e di identità. Da noi in una parola vuol dire: clandestini. Questo termine suona male, sembra che si tratti di gente di malaffare, destinata alla criminalità, che non ha diritto di essere trattata come tutti gli altri. Sembra che sia un reato, una colpa dovuta al non saper rispettare le regole, sono appunto degli irregolari. Nonostante molte associazioni di volontariato, collettivi e singoli si battano per cambiare il senso della parola “clandestino” mi sa che per ora è meglio continuare a chiamarli Sans Papier. Così forse sembrano essere qualcosa di più: delle persone NON ANCORA provviste di cittadinanza, NON ANCORA passibili di identità. Il che suona molto diverso, quasi come se la colpa della loro irregolarità sia una colpa storica, dovuta a fattori esterni al singolo uomo o donna.

L’obiettivo è di rivendicare la libertà di circolazione e di residenza, la regolarizzazione globale di tutti i Sans-papiers, l’esercizio totale dei diritti dei migranti, la protezione e il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, la cittadinanza di residenza, il rispetto dei diritti dei rom e dei sinti. Dall’ Appello della Marcia http://marcia-europea-dei-sans-papiers.blogspot.it/

Qual è la situazione dei migranti in Italia? Ce lo raccontano in due lingue, francese e italiano, alcuni rappresentanti delle realtà locali di Torino che hanno aderito attivamente alla Marcia, ce lo raccontano amici arrivati da Napoli, ce lo raccontano i migranti che vivono quotidianamente in queste condizioni. In Italia i richiedenti asilo politico e tutti i migranti che passano le frontiere da clandestini (anche per altri motivi per esempio semplicemente perché la burocrazia è molto più lenta della realtà, vedi caso Libia) sono costretti ad accettare quello che è in serbo per loro: violazione dei diritti europei dei migranti, detenzione, irregolarità, espulsione, sfruttamento e tutto quello che potete immaginare che accada a uomini che non esistono tra cui minori, donne, giovani e anziani che approdano in Italia e diventano clandestini senza mai incontrare un mediatore o un avvocato. L’emergenza immigrati in Italia è un bel giro d’affari di soldi sprecati se considerate, per esempio, che per ogni persona espulsa quattro sono gli accompagnatori sui voli. I migranti sono costretti a vivere in strutture non idonee a loro come gli hotel di Napoli, ma idonee agli albergatori. Nessun corso di italiano, nessun interesse istituzionale, ma solo volontari italiani che si occupano di loro, per fortuna!

L’Europa stanzia fondi per la gestione dei flussi, ma dove vanno a finire? Una buona parte di sicuro alla Frontex: Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. La gestione riguarda attività di pattugliamento aeree, marittime e terrestri e la stipula di accordi per favorire il rientro in “patria” dei respinti alle frontiere. Nel 2011 il budget della Frontex, in costante aumento dal 2005 anno di nascita, ha superato gli 88 milioni di euro.

Alla fine della giornata, tra i tanti dubbi legati a tutta questa storia, tra le tante difficoltà e tutte diverse legate certo ai paesi di provenienza, ma ancora di più legate ai paesi di accoglienza, una serie di domande sorgono spontanee. Ma è possibile che in Italia si abbia così tanta paura di circa 500.000  migranti irregolari, anzi non ancora regolari sparsi su tutto il territorio nazionale? E sono sicura che se vai in giro a chiedere: hai mai visto un clandestino? Nessuno ti dice di sì. E se la risposta è sì i casi sono due: o hai beccato un volontario che si vergogna del suo paese, o il soggetto si riferisce ai temuti barconi della speranza che approdano a Lampedusa che assillano i suoi incubi televisivi, e qui vale la pena di ricordare che del totale solo il 5% arriva via mare.

Davvero non si trova cosa fargli fare e dove metterli, a parte farli lavorare in nero e fargli occupare case e fargli fare manifestazioni e fargli pagare il doppio tutto, anche la vita? Ma davvero non abbiamo i soldi per portare avanti veri progetti di accoglienza e di integrazione su tutto il territorio nazionale? E quanti posti di lavoro “pulito” si potrebbero creare? Che circuito positivo si potrebbe innescare dal punto di vista sociale e economico?

Invece, abbiamo un sacco di soldi per trasferirli da un posto all’altro, per accompagnarli in aereo, per pagare alberghi, per costruire i cpt, per pagare forze dell’ordine straordinarie, le trasferte della croce rossa, le medicine e le vettovaglie degli aiuti umanitari? Chi ci guadagna? Loro no, ma noi neanche.

Di seguito il programma della Marcia in Italia

Dal 25 giugno al 2 luglio 2012
In provenienza della Svizzera – verso la Francia
Torino – Bussoleno – Avigliana

Lunedì 25 giugno : Tragitto Wünnewil – Torino – ITALIA
Bus (300km) Wünnewil – Torino
Ore 14.00 : Arrivata della marcia a Chiasso, Svissera.
Passagio della frontiera a piedi.
Fine del pomeriggio : Arrivata a Torino.
Serata di benvenuto de Marcia a Torino.
 
Martedì 26 giugno : Manifestazione a Torino
17:00 : Grande manifestazione a Torino Corso Giuglio Cesare (angolo via Andreis)
Regolarizzazione, lavoro, dignita’, cittadinanza, casa e asilo.”
Percorso : Via Milano, Via Pietro Micca, P.zza Castello, Via Roma, Via Nizza, Via Bertholet, P.zza Madama Cristina.

Mercoledì 27 giugno : Assemblea pubblica a Torino
17.00 : Assemblea publica Piazza Madama Cristina a Torino.
Diritto di asilo in Europa“.

Giovedì 28 giugno : Treno e marcia Torino – Avagliana – Bussoleno
10:00 : Di Fronte stazione Porta Nuova a Torino
Treno (30km) Torino – Avagliana
11.50 : Da Stazione Avagliana Corso Laghi.
Marcia 28km si prende “SS25” in direzione Bussoleno.
Paesi attraversati: Sant’Ambrogio di Torino, Chiusa di San Michele, Vaie, Sant’ Antonino di Susa, Villar Focchiardo, Borgone di Susa, San Didero, Bruzolo, Chianocco, Bussoleno.

Venerdì 29 giugno : Assemblea pubblica a Bussoleno
17:00 : Assemblea pubblica : “Condizioni di lavoro e libertà di circolazione in Europa.”
Presso “La Sala consigliare” a Bussoleno.

Sabato 30 giugno : Marcia e treno Bussoleno – Villar Focchiardo – Torino
10.00 : Luogo di partenza della marcia : dalla Stazione Bussoleno
Marcia 10km si prende “SS25” in direzione Villar Focchiardo.
Paesi attraversati: Chianocco, San Didero, Bruzolo, San Didero, Borgone di Susa, Villar Focchiardo. Treno (45km) Villar Focchiardo – Torino.

Domenica 1 luglio : Tragitto Torino
17:00 : Festa della solidarieta’ : suoni, djembe…
Al parco del Valentino a Torino

Lunedì 2 luglio : Tragitto Torino – Strasburgo
7.00 : Di fronte stazione Porta Nuova a Torino
Bus (550km).