Passepartout

Come essere tra le braccia di chi vuoi bene prima di dormire o prima di soffrire o dopo aver superato una prova che pensavi insuperabile, lasciarsi andare alla certezza di un mondo che si racchiude nel tuo corpo solo protetto da un altro corpo, come prima di nascere e dopo di morire, escludere minacce e paure.

Come essere sulla battigia del mare a guardare un incredibile tramonto in una sera d’estate in cui tutto ti sembra vada lento e scorra perfetto in pace, come l’acqua e il cielo che si incontrano laggiù baciati dal sole che scende e le preoccupazioni scendono con lui e si acquetano dolcemente sotto lo scroscio delle onde che leggere e belle si accavallano le une sulle altre ai tuoi piedi.

Come vedere un volto amico e sentirne la voce quando tutto attorno crolla, quando nell’urgenza del momento, del periodo, della vita, dimentichi di essere sola al mondo – lì, adesso o per lungo tempo – essere solo tu a dover fare, dire, prendersi cura di, pensare a, su cui si può contare…

Così l’emigrante, l’esiliato, la viaggiatrice, lo sradicato si sente quando tiene in mano una chiave di qualche casa ed è infine la sua o di qualcuno che gliela dà però come per sua, o quando non ne tiene nessuna perché lì dove andrà o tornerà non ne avrà bisogno. Se non l’hai mai provata questa sensazione, riesci a immaginarne la dolcezza?

Così mi sento io ogni volta. Quando ritorno in Piemonte e mi fate sembrare il San Pietro di me stessa che custodisce copie di chiavi del cuore. Oppure quando ritorno in Sicilia e mi prendete un po’ in giro per questa aria da girovaga dei miei stivali, ché non me ne serve nessuna lì e quasi quasi proprio non ne voglio neanche, tanto mi piace poter abbandonarmi a voi o comunque a qualcuno là, della comunità.

Così mi sento io, davvero, ogni volta che ripasso tutti i luoghi del mio eterno ritorno e ritrovo te, il tuo sorriso, il tuo bene. Tu sei per me la chiave più bella del mondo: quella che apre, accoglie, ristora, rincuora.

Tu che lo sai.

Grazie.

Dormire, sognare, forse migrare…

Refugees Welcome and Anyone. Un post dedicato a chi di accoglienza parla e vive.

Le persone nascono, vivono e muoiono. Come tutti gli esseri viventi, nel frattempo, si muovono. D’accordo, può anche darsi che qualcuno viva, cresca e muoia sempre nello stesso posto. Ma la scala del tempo umano è davvero irrisoria se paragonata anche solo alla misura di un secolo. Le popolazioni, le famiglie, i singoli e gruppi più o meno estesi di individui, sono soliti spostarsi nello spazio. Fondano città, abitano alcune zone, ne disabitano altre, le commutano, scambiano parentele, lingue, usanze, alimenti, tecnologie e caratteri somatici. Modificano l’ambiente e lasciano tracce del loro passaggio ovunque: che sia la cenere di un fuoco domestico o le fondamenta del palazzo del potere o l’ossario dei defunti o l’immondizia di questa era. Sia a livello globale, sia a livello locale, la migrazione è un processo costante nel tempo. La particolarità di questo fenomeno sembrerebbe essere che fa parte della storia, ma non della memoria umana.

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Qual è il confine tra le definizioni di viaggiatore, girovago, nomade, migrante? E tra forestiero, estraneo, invasore, ostile, rivale? E tra cittadino, zingaro, apolide e rifugiato? Solo una linea artificiale, arbitraria, onnipotente, che si trasmette culturalmente. Questa può coincidere con un’altalenante demarcazione di frontiera di stato, ma anche con una ancor più effimera identità di gruppo. Anche se non sembrerebbe, stiamo proprio parlando di quel problema lì, che nel giro di una cinquantina d’anni non si può proprio più ignorare. Quello del mescolamento, della migrazione, del ribaltamento dei punti di vista, dell’accettazione del diverso e dell’accoglienza. E certo non è solo un problema “dell’Occidente o dell’Oriente o del Terzo Mondo o del…cos’altro c’era?”. C’è un mondo. E basta. E ci siamo noi. Che poi, neanche è vero che ci siamo solo noi a questo mondo.

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Dunque. Secondo la mia opinione, il “problema” consiste proprio nel fatto che sia considerato un problema. Per questo è ora di finirla. Bisogna che tutti disimpariamo certi atteggiamenti psicologici quotidiani che inconsapevolmente ci determinano e ci fanno vivere situazioni di disagio laddove così non dovrebbe essere. Avere paura, provare rancore e odio, sentire l’orgoglio di essere diversi o uguali, cercare la “verità” e la soluzione “quella giusta” non ci renderà più forti in questo nostro presente transfrontaliero, fatto di identità multistrato, di pensieri divergenti, di caos creativo e di migrazioni. Ci viene chiesto di diventare parte attiva nel processo di ridefinizione dello spazio e del tempo che abitiamo, accoglienti nei confronti dell’altro e inclusivi. A tutti i livelli relazionali, personali, sociali, locali e globali. Il principio di coesistenza pacifica è qualcosa di imprescindibile del nostro tempo e le ragioni sono, oltreché di contingenza economica e sociale, anche di necessità biologica (sopravvivenza) e psicologica (identità). Non si tratta soltanto di spirito umanitario, insomma. Come è possibile pensare che la migrazione sia ancora una cosa da gestire in emergenza? Non esiste un’emergenza migranti. Esistono modalità di gestione possibili dei flussi migratori che non si possono arrestare, né ignorare. Ce ne faremo una ragione? Questo spetta solo a noi, come individui. Nel frattempo, almeno, non raccontiamo certe menzogne in giro. Non reprimiamo la creatività dei bambini insegnandogli che chi varca un confine è un nemico, togliendo loro la possibilità di arricchirsi spiritualmente e culturalmente.

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Bene. Tutto questo preambolo pseudomoralista per dire cosa? Dove voglio andare a parare? Voglio andare a parare lì, al “problema accoglienza”. Ma speravo di non farlo in modo polemico, perché in questo momento non mi interessa che ci sia chi è pronto a farci i soldi sull’accoglienza, o meglio, mi interessa, ma mi pare che si sappia fin troppo bene a chi additare responsabilità, a chi chieder conto e anche chi contraddire e contro chi alzare la voce. Soprattutto quando l’emergenza si crea nonostante si tratti di qualcosa in lista d’attesa da un bel po’. Voglio dare spazio ad altro che sta accadendo in questi mesi. Come non stupirsi ed emozionarsi di fronte la libertà e la spontaneità d’azione di diversi cittadini austriaci che sono partiti in massa per recuperare più richiedenti asilo possibili e portarseli a casa? E poi l’iniziativa di giovani tedeschi Refugees Welcome, che pensa a un nuovo modello di ospitalità diffusa e condivisa? Pure le tifoserie hanno detto la loro, a noi, che sport e politica vanno insieme solo in senso negativo. E questo mi fa immaginare a chissà quante altre iniziative individuali e di gruppo che sicuramente sono in corso, ma che i media nazionali non raccontano.

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E allora il punto è questo. Per fare accoglienza servono idee concrete e braccia per realizzarle. Ci servono alternative, autorganizzazione, modelli di inclusione possibili e esempi di coesistenza reale e pacifica. Ci serve imparare l’accoglienza come modo di essere. Ci serve, oltre all’accoglienza istituzionalizzata, Askavusa Lampedusa, ci serve la Rete Antirazzista di Catania, il torneo sportivo Mediterraneo Antirazzista, ci serve l‘Ex-Moi di Torino (e scusate se altre realtà, che sicuramente esistono, non le conosco). Ci servono loro, le comunità migranti, quelle che già abitano qui e quelle che ancora devono arrivare. Serve imparare sul campo, mettere in gioco se stessi e le proprie convinzioni, scoprire che è dannatamente complicato e che rischia pure di fare male. Più facile senza dubbio non cambiare mai idea, giudicare l’operato altrui con distacco e lasciar fare a chi di dovere. Eppure è così ovvio, così lampante, il fatto che abitiamo sotto lo stesso cielo, che il mondo si è ristretto e che tutti dipendiamo da tutti e che il tempo non torna indietro e non c’è più spazio per distogliere lo sguardo. All’orizzonte si continua a vedere sempre e solo altra gente che arriva o che parte. Felice, triste, migrante.

 Anyone Welcome