Cenere, di Grazia Deledda

Tra tutti i libri che ho letto ultimamente c’è questo che non mi esce più dalla testa: “Cenere”, di Grazia Deledda. Forse perché è stato il libro che ha accompagnato i miei deliri e dormi-sveglia delle Idi di Marzo 2020. Forse perché ho riscoperto la potenza di una pasta madre che riposa per anni e poi, rimescolata con energia, lievita e trasborda.

Pasta madre, sì. Questa è Grazia Deledda: la premio Nobel per la letteratura nel 1926, seconda italiana dopo Giosue Carducci. Che anni quelli! I ruggenti Anni Venti. Che vertigini a pensarci e quanto fugaci! E lei, questa donna che ho conosciuto solo in foto in cui sembra una nonna, anche un po’ noiosetta, che ho incontrato solo a margine di un canone letterario scolastico che la sorpassa in fretta per favorire altri più illustri, un po’ meno da Nobel in anni in cui vincerlo voleva dire far parte dell’Olimpo, voleva dire che tutti avevano il dovere morale di leggerti almeno una volta nella vita, in anni in cui perderlo generava astio e invidia e critiche anche molto offensive tra scrittori e scrittori e da scrittori rivolte a scrittrici…

Insomma lei; madre della letteratura italiana contemporanea che alla fine mi sono letta per i fatti miei durante l’adolescenza, un po’ per caso, un po’ perché nonostante l’edizione economica ingiallita e brutta a vedersi, nessuno aveva mai avuto il coraggio di disfarsene veramente di quel libro arrivato dall’alba dei tempi fino a me.

E tuttavia ho scoperto solo a marzo 2020 di avere letto il libro sbagliato a quindici anni. Leggevo “Canne al vento” tra una pausa e l’altra, tra una siepe e un albero, tra una puntata dei Simpson e una mezzoretta di sole alla finestra. Leggevo “Colombe e sparvieri” – che mi ha cambiata ma non saprei dire perché e dove. E invece avrei dovuto, o meglio potuto, leggere questo qui: “Cenere”.

In questi dannati primi giorni di quarantena assoluta è diventata una certezza, ogni giorno di più mi chiedevo: “ma perché nelle liste libri consigliate per i ragazzi c’è “Canne al vento” e non invece questo? Perché, mannaggia, l’ho fatta pure io una lista-libri in cui non ce l’ho messo?” Scusate ragazzi, è che “Cenere” me l’ero proprio scordato. Da adesso in poi ci sarà.

Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull’orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti.

Tratto dall’incipit di “Cenere”, Grazia Deledda

Il romanzo inizia raccontando di Olì, una bella e giovane quindicenne. Ma non sarà la storia di Olì soltanto a tenerci avviluppati. Sarà soprattutto la sua storia di ragazza madre, la storia del figlio che poi verrà abbandonato e accolto dal suo vero padre, che diventerà qualcuno a forza di studiare, che si innamorerà della figlia del padrone, che cercherà fino alla fine di ritrovare la madre e che…

Che dire senza rovinare troppo l’atmosfera! Dico solo che a trentatrè anni sono tornata adolescente grazie al modo in cui l’autrice dipana pensieri, sogni ed emozioni dei protagonisti. E in una lingua così bella, così letteraria e allo stesso tempo così gentile che… che insomma: mi è venuta voglia di riscoprirla questa madre della letteratura donna Grazia Deledda e così ho scovato, grazie alle iniziative di “solidarietà digitale”, un podcast di Michela Murgia che legge “Canne al vento”. E ho capito tutto. E ho avuto conferma.

E ascoltate questa introduzione magistrale – download o link a spreaker qui sotto – e fatemi sapere se anche per voi è andata così!

https://www.spreaker.com/user/emonsedizioni/01-canne-al-vento-introduzione-di-michel

Qualcuno/a che si ritrova con un doppione di francobollo da regalare?

La soldata nel “Limbo” di Melania Mazzucco

Ovvero del romanzo neocoloniale italiano possibile o scrivibile. Melania Mazzucco e l’Afghanistan immaginato attraverso gli occhi di una donna soldata.

Non storcete il naso al leggere o sentire la parola “soldata”, che è il femminile regolare di soldato. No, non ci sarebbe bisogno di scomodare il femminile in -essa, anche se non sembra più essere usato per prendere un po’ in giro la donna soldato, magari accompagnando la dizione a un tono sarcastico e al corruccio canzonatorio disegnato con gli angoli della bocca.

Ma veniamo a noi. Ho letto una prima edizione di “Limbo”, Einaudi 2012, presa in prestito alla biblioteca di Piobesi Torinese, senza nessuna aspettativa, solo perché Melania Mazzucco è un’autrice che mi piace molto e piano piano vorrei leggerne tutti i romanzi – potete leggerne un estratto qui: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620938PCA.pdf). Del resto è da quando mi sono trasferita qui, nella seconda cintura torinese che così, a scatola chiusa, mi fido della selezione della biblioteca e della bibliotecaria di Piobesi e devo dire che finora non mi hanno delusa per niente. Perciò, non avevo nemmeno idea che questo libro parlasse di guerra, di Afghanistan e di missioni dell’Esercito Italiano.

Ecco. Mi sono portata a casa “Limbo”, senza un perché. Nel corso della lettura ho capito come mai finora non avessi avuto modo di scoprire questo romanzo. Solo dal titolo non immagini certo che parli di una soldata: Melania Paris, sopravvissuta a un attacco durante una delle missioni italiane in Afghanistan. E quindi, nonostante il mio interesse per questioni di genere e militariste, nonostante i miei studi sul romanzo coloniale, postcoloniale, neocoloniale, imperialista e chi ha più etichette ne metta… certo che sarebbe sfuggito alle mie sommarie e saltuarie ricerche post-laurea.

Ma appunto, capita che anche se non li cerchi, i romanzi ti vengono incontro come ti vengono incontro certe storie, così come ti vengono incontro certe persone ecc ecc. E ti cambiano qualcosa, la vita o il punto di vista, l’idea o la mancanza di idea. Sono una lettrice all’antica, spesso romantica, calvinista nel senso del lettore secondo Calvino.

Ma tornando a Melania Mazzucco e a “Limbo”. Finora pensavo che il romanzo coloniale italiano non potesse esistere più, nemmeno in senso neocoloniale. Non per mancanza di materiale coloniale, quanto per mancanza di scritture complesse, di problematicità, per carenza di penne che riuscissero a non farsi ingabbiare dai tentativi di seduzione sempre in agguato provenienti dallo stile giornalistico o propagandistico, autobiografico o didascalico, filmico – che siano “buoni o cattivi”, per intenderci.

E invece eccola qui, l’erede del “Tempo di uccidere” di Flaiano, probabilmente a sua insaputa: Melania Mazzucco. Che sbanca e mette insieme questione di genere e militarismo con un personaggio forte, una storia verosimile e una scrittura come piace a noi, amanti della tradizione letteraria italiana. Che ci mette di fronte a un incontro coloniale – neocoloniale – che non avevo mai letto: tra una soldata e, in questo caso, gli afgani. (Se conoscete altri romanzi italiani del genere, vi prego di segnalarmeli).

Mi diressi verso il camion, impacciata dai dieci chili del giubbotto antiproiettile, dalle armi, dall’elmetto. Percepii uno scalpiccio. Tempo di reazione, una frazione di secondo: imbracciai il fucile. Ma dietro il muro spuntò solo un nugolo di ragazzini. Erano impolverati, scalzi, luridi. Li guardai, sorpresa, e però contenta. Alcuni avevano i capelli biondi, altri occhi scuri da tibetani. Anche loro mi guardarono. Il più piccolo, forse cinque anni, mi fissò come fossi un’extraterrestre. I più grandi fecero un gesto che mi sembrò decisamente osceno ma che sul momento preferii non decifrare. Mi gridarono qualcosa. Sentii dolore al polpaccio. Poi capii che mi stavano tirando le pietre. p.95

Ci sarebbero davvero tanti elementi da appuntare per una più approfondita analisi del romanzo, ne accenno solo alcuni sperando di suscitare la curiosità.

  • C’è la donna soldata per sua scelta volontaria, inserita all’interno del modello di società più maschilista del mondo, quale quello dell’esercito.
  • C’è l’Afghanistan contemporaneo, guardato attraverso gli occhi dello straniero.

  • Ci sono le missioni italiane all’estero, straordinariamente salvate dalla facile retorica. C’è l’ultima ruota del carro che convive con l’assurdo dell’essere “portatore di pace”, ma comunque simbolo di occupazione straniera e di guerra. C’è il mito degli “italiani brava gente” e lo scontro con la nuda verità.
  • C’è il contatto culturale possibile solo con collaborazionisti, per scelta o per mancanza di scelta, afgani. C’è il personaggio-ponte: l’interprete Karim Ghaznavi che finisce nell’esplosione insieme alla protagonista. Un afgano necessario a Manuela Paris, considerato che proprio in quanto donna, non viene ammessa a partecipare alle riunioni operative con gli afgani, cosa che nasconde dietro il “rispetto” della cultura locale l’ennesima anomalia maschilista non da poco e che la esclude dai molti contatti umani, anche con le donne del posto.

Solo un quotidiano di estrema sinistra ha parlato di Ghaznavi. […] L’autore del pezzo che menzionava Ghaznavi esprimeva un duro, polemico giudizio sulla missione e considerazioni amare sulla sorte dell’interprete e – più in generale – della popolazione afghana. Considerazioni che mi hanno offeso e ferito, pure se, in qualche modo, le condivido. Ma l’autore trasformava Ghaznavi in un simbolo anonimo della carneficina: non lo avevano mai visto. Solo io avrei potuto scrivere di quell’uomo, che era un individuo con un passato e una storia, con dei difetti e delle qualità, dei ricordi e dei sogni, come Lorenzo, come Diego, come Nicola Russo. Ma nessuno me lo ha chiesto, e dopo un colloquio col colonnello Minotto, per timore che qualcuno potesse leggerle e incolparmi di benevolenza nei confronti di un uomo accusato di un crimine, ho strappato le pagine del diario in cui parlavo di lui e le ho bruciate. So che Ghaznavi mi avrebbe perdonata, perché anche lui ha provato l’amarezza di ridurre in cenere parole che pure gli erano indispensabili.

Adesso il Professore esiste solo in pochi, sparsi fotogrammi della mia memoria. L’ultimo lo coglie pochi istanti prima della fine. L’8 giugno Ghaznavi era al lavoro per il comando della 9a compagnia, come sempre. Impeccabile, sudato, stanco, coi mocassini gialli di polvere e gli occhi tristi. Al momento dell’esplosione, era accanto al tenente Russo. Traduceva per lui parole essenziali o prive di importanza, che nessuno ormai conoscerà più. (pp.321-322)

  • C’è la disillusione della protagonista che, grazie al tentativo di salvare mito e realtà, permette la complessità del pensiero e dei punti di vista narrati in questo romanzo.
  • C’è la storia d’amore, per alleggerire qualche animo. A questo direi che avrei rinunciato volentieri, ma non ne faccio una colpa, in fondo la protagonista è pur sempre una donna e la lettrice, probabilmente, anche. Per cui comprendo questo cedimento che vena di rosa la parte dedicata al rimpatrio della soldata.

Infine, c’è la chiave di lettura di questa impresa letteraria, accennata nella post-fazione dell’autrice.

Le opinioni, gli errori e le invenzioni sono solo miei. Ho sintetizzato passaggi, modificato procedure, alterato il palcoscenico di certi riti. Un romanzo è una costruzione, un’avventura, un’ipotesi. La verosimiglianza mi interessava più della filologia, la possibilità più della cronaca, perciò mi sono presa parecchie libertà.

I Popoli della Terra è stata la mia lettura preferita nel 1974. Tre volte ho organizzato il mio viaggio in Afghanistan. La prima con la mia amica Francesca, la seconda con Annemarie Schwarzenbach. Entrambe ci sono andate senza di me. L’ultima volta sono arrivata al confine, nel deserto del Balucistan. La strada oltre la torretta della guardia era minata. Non chiedevano visti né permessi. C’era la guerra, di là, e un regime di cui non si sapeva niente. Passavano solo combattenti armati, medici, trafficanti di droga e contrabbandieri. Io contrabbando parole e sono passata – senza lasciare impronte sulla sabbia. Limbo è il mio viaggio.

“Limbo” è un viaggio immaginario di una contrabbandiera di parole in una terra straniera che non c’è. O meglio, che sembra non esserci più o forse non c’è mai stata. E l’unica cosa che il maresciallo Paris può fare per sentirsene vagamente parte è leggerla sui libri. E così, in fondo Manuela Paris diventa un po’ anche Melania Mazzucco: come lei una lettrice e una scrittrice dell’altrove.

I marescialli giocavano a carte nella baracca della logistica. A me non è mai piaciuto giocare a carte, e dopo le prime settimane, in cui mi sono unita a loro perché non volevo dare l’impressione di essere asociale o altezzosa o chissà cosa, preferivo starmene per conto mio. Seduta su una panca di legno, a un tavolo della mensa vuota, leggevo libri di viaggiatori che in macchina, a cavallo o perfino a piedi, pochi anni prima o nel 1939, come giornalisti, fotografi medici, spie o pacifisti, avevano percorso l’Afghanistan, il paese che stava là dietro il filo spinato, e che però a me era precluso. E ogni volta che il sole affondava nella caligine, e l’ombra scendeva dalle montagne, avvolgendo a poco a poco la base, le tende, gli hesco bastion di protezione e le torrette di guardia, avevo l’impressione che niente, là fuori, esistesse più. p. 234

Invece…

Foto tratte da:

https://www.taschen.com/pages/en/catalogue/photography/all/05326/facts.steve_mccurry_afghanistan.htm;

– https://skateistan.org/projects/kabul.

La garibaldina – storie e memorie di Sicilia orientale.

La garibaldina, di Elio Vittorini, viaggia su un treno diretto a Terranova, accompagnata da un ingenuo soldato che ne vedrà di tutti i colori. Ovvero quando estrai a sorte una lettura estiva, pescando dalla libreria di tua cognata.

La garibaldina (1950). Non sapevo nemmeno esistesse questo racconto di Elio Vittorini che ho trovato scorrendo i titoli della libreria di mia cognata, che a scrocco visito sempre quando torno a casa in Sicilia. Mi viene facile del resto, perché ha avuto la piacevole necessità, e anche bontà direi, di lasciare una parte delle sue letture da studentessa universitaria a qualche metro da me.

What a lucky girl! 🙂

Questo Vittorini non lo conoscevo. Conoscevo quello canonico di Conversazione in Sicilia. E invece, già dalle prime pagine, capisco che se sei cresciuta con lo sguardo che corre sulla Piana di Gela, dai pendii al mare, se il giallo del grano è il colore dell’estate e il verde del carciofo quello dell’inverno, se pensi all’acqua come a un bene primario, insostituibile e da tutelare senza che te lo insegnino a scuola, se il treno è un mezzo di trasporto affascinante tanto quanto incomprensibilmente inutile, se Canicattì è un posto ai confini del mondo che manco sei sicura che esista, anche se dista solo una settantina di chilometri da te che vivi a Niscemi… allora devi leggere assolutamente “La garibaldina”. Beh, suvvia, lo consiglierei a tutti quanti abitino nel circondario. In effetti, lo consiglierei anche se non ne sai niente di Sicilie e storie di Sicilie. Anche se non ne sai niente di Vittorini. Perché dentro questo racconto c’è Vittorini, ma anche molta sicilianitude, più di quanto me ne potessi aspettare. E non solo antropologicamente parlando.

1.C’è il viaggio. In treno, reale, lungo, interminabile, polveroso e scomodo. E, soprattutto, perennemente in ritardo. Un treno che deve portare un giovane bersagliere da Ragusa a Terranova (Gela) e che gli farà perdere quasi un giorno di licenza.

2. C’è l’acqua. Che manca e, dall’altra parte, l’antica nobiltà siciliana che mantiene la sua influenza e continua a essere padrona dei destini altrui.

Il treno avrebbe dovuto provvedere, con trasporto di carri cisterna, al rifornimento dell’acqua potabile per alcune località che n’erano prive tra Ragusa e Licata. Viaggiando a tempo di treno viaggiatori non poteva provvedervi, e le fontane di Comiso o di Licata restavano poi asciutte ogni giorno fino alle due del pomeriggio per le turbe di donne e di ragazzini che vi si recavano ad attingere anche da frazioni lontane dodici chilometri. IV

3. C’è la donna. La garibaldina Leonilda, un’anziana baronessa un po’ matta, un po’ capricciosa, un po’ imperiosa, un po’ giusta e un po’ sbagliata, contraddittoria ma comunque lucidamente presente a se stessa e al mondo, che fa girare come le pare.

 – E ora ci terrete fermi qui fino a che quello (un altro treno) non sia arrivato a Vittoria? – Era di questo indignata. Ombre di ferrovieri si raccoglievano, con in pugno lanterne, sotto al finestrino. Le rispondevano chiamandola “signora baronessa”, e cercavano di calmarla, ma lei voleva il capotreno, voleva il capostazione. – Che baronessa e baronessa! […] – Li hai sentiti? – continuò col nostro bersagliere. – Ci fanno ripartire prima che l’altro sia arrivato a Vittoria. È bastato ch’io facessi loro una sfuriata e ci mandano alla rincorsa dell’altro. XI

4. Ci sono le voci. Che corrono di balcone in balcone a Terranova, c’è il “curtigghio” (pettegolezzo) della vita sempre sotto gli occhi di tutti e da tutti giudicata. C’è il caldo, ci sono le tapparelle di paglia, per tenere aperto, cosa che adesso non serve più grazie ai climatizzatori.

Guardava dirimpetto, poco più avanti del lume sospeso in mezzo alla strada, i balconi dai quali pareva che fosse venuto lo scroscio di risa. Avevano stuoie di paglia, oltre al nero fogliame di ombre. I più, arrotolate in alto. Alcuni, invece, calate a metà. Uno, che era nel pieno chiarore del lume, l’aveva ancora calata tutta come contro il sole del pomeriggio. XXII

5. C’è la fame. C’è la guerra tra poveri. Ci sono le peripezie di un povero soldato e le angherie di poveri mietitori.

Il mietitore Giovinazzo e il mietitore dal fazzoletto rosso in testa si parlavano all’orecchio tra gurandi sghignazzate, e il vecchio disse al bersagliere che in fondo non ce l’avevano con lui. – È per la garibaldina che non li vuole più, – gli diceva. Continuava ad arricciare il faccino con smorfie maliziose, e gli diceva che doveva mettersi nei panni loro e compatirli. […] Mi spiego? Sono rimasti a spasso. Sono senza lavoro.

C’è tanto altro ancora che vi invito a leggere e a scoprire. Soltanto una cosa non c’è, e a lungo ho aspettato la sua comparsa, sempre lambita e presente sullo sfondo, ma mai nominata: Niscemi sulla collina. E così, con l’immaginazione, ce la aggiungo io a questa descrizione, con la quale vi lascio e vi auguro buona lettura.

Chiamata Dirillo e Ponte Dirillo da est a nord-est, e Uomo Morto a Nord, e Serra Gibliscemi più a nord, e Manfria e Mongiova nonché Suor Marchesa e Serra dei Drasi o complessivamente Buterese per tutto l’ovest-nord-ovest, questa fascia di mondo non compiuto, che se si districa dalle bave della malaria è solo in qualche punto affacciato sul lido del mare o elevato di almeno duecento metri, forma la notte da tre parti dell’altura di Terranova, come dalla quarta il mare, una immensità senza un lume in cui la vacillante lanterna d’un carretto fa temere a chi la scorge, finché non ode anche il cigolio delle ruote, di nemici stranieri e forse sovrannaturali che vengano a uno sterminio. XXII

Castelluccio sulla Piana di Gela, Giuseppe Leone