Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Didattica della letteratura italiana: il curriculum a livelli o layered curriculum

Un esempio di curriculum a livelli per la lettura, lo studio e l’approfondimento de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni nelle classi di scuola media superiore.

Hai dieci settimane di tempo per leggere i primi otto capitoli dei Promessi Sposi del tuo libro di testo e per portare a termine tutte le attività previste dai compiti di seguito assegnati. Puoi decidere se dedicare l’ora in classe allo svolgimento degli esercizi oppure alla lettura individuale (o a tutte e due), regolandoti secondo le tue esigenze scolastiche e/o extrascolastiche. Scegli tra le seguenti attività facendo attenzione al calcolo del punteggio e al minimo previsto.

Sembra l’inizio di un gioco avvincente e invece… è solo un modo diverso di fare didattica e ottenere risultati da tutta la classe. Si tratta della strategia del “layered curriculum“, un metodo per differenziare e personalizzare l’apprendimento senza perdere di vista gli obiettivi e, cosa non da poco, stimolando la partecipazione attiva e la motivazione dello studente. L’idea principale, semplice e allo stesso tempo rivoluzionaria di Kathie Nunley, consiste nel proporre diverse attività a scelta dello studente che rispettino i diversi stili di apprendimento. Questo è il mio primo esperimento di programmazione a livelli, ispirato a una storia vera: quella di mio fratello quindicenne alle prese con I Promessi Sposi. Se siete insegnanti o anche solo semplicemente curiosi date un’occhiata e, soprattutto, se qualcuno volesse sperimentare il metodo… mi faccia sapere come è andata!

I PROMESSI SPOSI – compiti di lettura, approfondimento e analisi

 

Buon lavoro!

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Digressione

Tempo di uccidere – Ennio Flaiano

Tempo di uccidere – Ennio Flaiano 1947. Un grande romanzo della tradizione letteraria coloniale e postcoloniale italiana di Cristina Di Pietro

Il razzismo, il colonialismo italiano in Etiopia, la necessità storica, il corpo della donna, l’Africa, il potere, la malattia e il senso di colpa. Ennio Flaiano, il primo grande autore a rompere la tradizione del romanzo coloniale italiano.

etiopia_coloniaTempo di uccidere, pubblicato da Longanesi nel 1947, è un romanzo ambientato in Etiopia durante l’occupazione militare italiana, più precisamente tra il novembre del 1935 e l’aprile del 1936. Con questo romanzo Flaiano vince la prima edizione del Premio Strega. Nello stesso anno vengono pubblicati: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Il sentiero dei nidi di ragno, Prima che il gallo canti, La romana, Cronache di poveri amanti e all’estero La peste, Doktor Faust e Che cos’è la letteratura?. Se in Italia comincia a emergere la tendenza neorealista che caratterizzerà tutto il secondo dopo-guerra e le opere degli autori maggiori, come da subito Alberto Moravia individua nella sua recensione al romanzo, Flaiano costruisce sulla linea di Camus e di Kafka una storia allegorica e col suo protagonista così inetto si porta più vicino al panorama europeo che nazionale. Tuttavia italianissima è la genesi del suo lavoro, tanto è vero che lo spunto parte da un diario da lui redatto quando prese parte alla guerra e pubblicato postumo: Aethiopia. Appunti per una canzonetta.

Se volete scoprirne di più, eccco per voi un lavoro di poche pagine in cui tratto i temi di cui ho accennato sopra, attraverso l’analisi del testo. Può essere utile agli studiosi o appassionati di letteratura coloniale, postcoloniale e di genere distribuito con Licenza Creative Commons, esattamente come tutti gli altri lavori che metto a disposizione su questo blog (ma anche su academia.edu) e che potete trovare nella categoria download.

TEMPO DI UCCIDERE – Ennio Flaiano

Licenza Creative Commons
Tempo di uccidere – Un grande romanzo della tradizione letteraria coloniale e postcoloniale italiana di Cristina Di Pietro è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Per qualsiasi informazione di carattere bibliografico o curiosità e domande, se vi venisse voglia di saperne di più, sarò felice di rispondere alle vostre mail.

Galleria

Piccolo canone di letteratura italiana a Lubiana

Lubiana, Istituto Italiano di Cultura. Una mostra fotografica presenta scrittori e scrittrici della letteratura italiana.

Un paio di giorni fa mi trovavo a Lubiana, presso l’Istituto Italiano di Cultura in Slovenia. Ero lì per un motivo molto specifico, la presentazione di un’antologia che esamina la storia della della letteratura italiana in Istria, in particolare di Capodistria, Isola e Pirano (per ulteriori dettagli e la versione pdf del volume clicca qui). Non ero mai stata in un Istituto Italiano di Cultura. Da italiana e soprattutto da letterata e amante della mia cultura, non di meno affascinata da tutte le altre, ho solcato la soglia degli uffici con una certa emozione. Per la prima volta non ho associato la presenza all’estero del Paese di cui sono cittadina a una presenza militare, coloniale e invasiva. Ed è anche bello sapere che se mi trovo all’estero per qualsiasi motivo, esiste uno spazio dove si parla la mia lingua e si coltiva la mia tradizione letteraria ed artistica. Qualcosa che non sarebbe male se venisse garantito a tutti. Devo anche aggiungere che, comunque, il sospetto con cui guardo a queste istituzioni che trattano un tema tanto delicato e spesso usato in modo subdolo, quale è quello culturale, non mi abbandona.

“Gli 83 Istituti Italiani di Cultura (IIC) nel mondo sono un luogo di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con il nostro Paese. Promuovono all’estero l’immagine dell’Italia e la sua cultura, classica ma anche e soprattutto contemporanea.”

Promuovere l’immagine dell’Italia all’estero…. beh.

Parliamone, no?

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Ho cercato di sbirciare dentro le stanze degli uffici e di curiosare qua è la per capire che aria si respirasse. L’occhio mi è caduto su un corridoio laterale, dove è stata allestita una mostra fotografica. Diversi i ritratti fotografici appesi sotto al titolo “Scrittori Italiani – Ritratti”, fotografie di Michele Corleone. Come non resistere alla curiosità di vedere su chi fosse caduta la scelta? Ovviamente non ho potuto fare a meno di segnarmeli tutti, ed eccoli qua.

Maria Luisa Spaziani

Fernanda Pivano

Dacia Maraini

Tonino Guerra

Niccolò Ammaniti

Dario Fo

Andrea Zanzotto

Erri De Luca

Andrea Camilleri

Bruno Munari

Carlo Ginzburg

Alcuni nomi me li aspettavo, ma per la maggior parte degli altri si è trattata di una bellissima sorpresa. Che mi ha fatto pensare che se all’estero nomi consacrati al canone letterario possono trovarsi insieme a best-seller, come Camilleri e Ammaniti, e “best-militant” come Erri De Luca, senza tralasciare anche qualche voce femminile ricercata… ecco, penso che sia un ottimo modo per veicolare pacificamente l’idea di una letteratura italiana che in troppi considerano finita, morta e sepolta, e che invece è ancora più viva e attiva che mai. Un’immagine della cultura italiana nella quale mi rappresento: dialogante, inclusiva, pronta a scardinare gli stereotipi e critica nei confronti delle regole prestabilite, ma capace anche di non perdere quei caratteri di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza che tanto raccomandava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.

 

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Una famiglia istriana, di Ester Sardoz Barlessi

Storia e microstoria. Strutture sociali e rivoluzioni. Grandi eventi e quotidianità. Ester Sardoz Barlessi ci invita a entrare in una dimensione particolare e allo stesso tempo universale. Quella di una famiglia istriana tra le due guerre mondiali fino alle soglie del nuovo secolo.

 – È una femmina – disse con voce stanca Giovannina dalle bianche mani – si riprenderà. Le femmine sono più resistenti dei maschi. Angela sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e che tutto il dolore che le aveva lacerato il ventre le si era spostato nel petto. – Mi dispiace Nicola – mormorò, ed egli non trovò nessuna parola per confortarla. (Una famiglia istriana, Ester Sardoz Barlessi, EDIT, Fiume 2005, p. 16)

Siamo nel 1905 e la misoginia non è folklore o oggetto di ironia bipartisan, è la realtà. La protagonista di questo racconto non è una vittima della storia, né un esempio di ribellione o modello eversivo apripista di alcunché. Angela è essenzialmente una donna, moglie di Nicola, e una madre che vive per la famiglia. Quale famiglia? Quella che oggi in molti definiscono tradizionale, quella dei valori patriarcali, in cui la nascita di una femmina non voleva dire una gran gioia per nessuno. E infatti, quando finalmente nasce il desiderato maschietto:

Angela lo considerava un dono del cielo e con un non ben definito senso di colpa verso le figlie, sentiva di amarlo in un’altra maniera. E fu sempre così. Lo coccolava pensando che un giorno, essendo maschio, avrebbe avuto una vita più facile e tirava su Domenica inculcandole il rispetto e la sottomissione verso gli uomini come sua nonna aveva fatto con lei.” (p.47)

Sarebbe stata in grado di pensare e agire altro una donna analfabeta nelle sue condizioni, allora? Quale consapevolezza e dunque colpa può avere nel perpetuare il sistema sociale di oppressione uomo-donna? E anche consapevole, in quel contesto, sarebbe stata una madre migliore se avesse insegnato alle figlie e ai figli la ribellione, sapendo di riservargli così facendo a una vita ancora più dura? Sono queste le domande che sorgono spontanee e sollevano annose questioni femministe, vecchie e nuove. Eppure, ridurre il lavoro di Ester Sardoz Barlessi (Pola 1936) soltanto a questo aspetto storico e sociale del ruolo della donna, moglie e madre, guardiana della famiglia e responsabile comunque delle vite concessegli in dono da dio, sia maschi sia femmine, sarebbe poco. Infatti, si tratta di un romanzo storico di ampio respiro, che racconta della forza e delle necessità contingenti delle madri, in un tempo in cui le famiglie, le sacre unioni, furono divise dalla guerra e le donne, i bambini e gli anziani istriani dovettero abbandonare tutto e rifugiarsi nei campi profughi adibiti per loro dall’Impero a Wagna, in Stiria, in condizioni degradanti e poco sicure. Nel contempo, gli uomini, costretti a rimanere per combattare loro malgrado in quanto maschi, vissero l’abbandono e la solitudine improvvisa, senza sapere come cavarsela in una casa vuota, senza sapere neppure cucinare un piatto di pasta, preparare il caffè, rifare il letto. Ma la tempesta non si placò con la fine dalla prima grande guerra. Le famiglie istriane, ritrovate per breve tempo la pace e la gioia del ricongiungimento, dovettero affrontare nuove crisi e nuove separazioni durante la seconda grande guerra e ancora oltre, gli esodi e le fughe, il clima di odio e sospetto caratterizzava la quotidianità della vita pubblica e privata.

Tutti volevano l’Istria. […]. Ogni mattina si scoprivano nuove scritte sui muri delle case inneggianti alla Jugoslavia o all’Italia. […]. Le famiglie di idee diverse non si salutavano più, si disgregavano affetti e legami di sangue. […] Quanta amarezza nel vedere giornalmente i suoi figli che si scannavano fra loro! Ormai quando erano insieme, non potevano avviare nessuna discussione senza toccare la politica e ogni vota finiva con una lite. Nicola, per sfuggire all’atmosfera opprimente della casa, aveva incominciato ad andare all’osteria della Maria a giocare a carte o a bocce tutti i pomeriggi. – Ah, la politica! Che gran puttana, diceva, divide i figli dalla madre, il fratello dalla sorella! Meglio che non veda, meglio che non senta! Abbiamo avute tante di quelle disgrazie che ci mancava l’odio adesso! (p.133)

Per ulteriori informazioni di carattere storico invito a consultare il sito del Centro Ricerche Storiche di Rovigno: “http://www.crsrv.org” e il Pdf scaricabile presso il sito dell’associazione “Giuliani nel Mondo” http://www.giulianinelmondo.it/upload/libro%20mostra.pdf

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Ho imparato due cose dalla lettura di questo romanzo. La prima riguarda una lacuna di conoscenza storica vera e propria, poiché non sapevo praticamente nulla dell’Istria, degli italiani e di quello che accadde durante la prima guerra mondiale nei territori istriani del grande Impero dei popoli austroungarico. E sapevo (so ancora) ben poco degli eventi successivi che riguardarono questa zona di confine. La seconda cosa, più letteraria, riguarda la capacità di comunicazione di questa autrice che fa uso di uno stile che si muove sapientemente tra il punto di vista soggettivo e oggettivo dei personaggi e della storia, tra il coinvolgimento emotivo e la pura descrizione. In grado di costruire un’impalcatura equilibrata nella narrazione di eventi così tanto tragici, che si regge sull’incredibile forza di abnegazione di una madre. Un equilibrio forse raggiunto per accumulo di sofferenze e dubbi, lacerazioni identitarie, proprio di scritture in grado di fare pace con la storia individuale e collettiva. L’autrice Ester Sardoz Barlessi apre la porta di casa della famiglia Viscovich e ci invita a entrare nel loro mondo. Non esprime un giudizio sugli eventi del secolo o sulle azioni dei suoi personaggi, ma solo ci chiede: “non pensi che questa storia sia degna di essere ricordata?” Ai lettori l’ardua sentenza! Italiani, sloveni, croati, austriaci? Esiliati, emigrati, rimasti, oppure nemmeno lontanamente imparentati? Io penso che chiunque possa prendere in mano questo racconto e, leggendolo, sentirsi in famiglia.

Una famiglia istriana è uscito per la prima volta in edizione bilingue: “Una famiglia istriana/Jedna istarska obtelj Traduzione di/preveo Mladen Radic Pietas Iulia (Pula-Pola, 1999)”

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Confessioni di un italiano, Ippolito Nievo

“Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1755, giorno dell’evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”

È il famosissimo incipit de “Le confessioni d’un Italiano”, un romanzo su cui si è scritto molto, ma che si legge ormai poco, forse per il carattere stilistico non proprio alla moda. Ippolito Nievo, garibaldino padovano e autore sfortunato di questa storia, muore trentenne nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole che tornava dalla Sicilia il 4 marzo 1861. Durante la spedizione dei Mille del 1860 viene lasciato a capo dell’amministrazione militare di Palermo e diventa poi colonnello. Un motivo in più, forse, per interessarci alla sua storia e al suo romanzo pubblicato postumo nel 1867.
Il protagonista è Carlo Altoviti che, ottantenne, decide di raccontare le vicende che lo hanno visto protagonista tra il 1775 e il 1858. Un periodo che si intreccia vivamente con le trasformazioni italiane: dalla campagna napoleonica in Italia alle rivolte del 1848. Vero e proprio alter ego dell’autore, Carlo conduce una vita fortemente improntata all’idealismo pratico. Lui è un patriota ma soprattutto un combattente per la libertà non solo del Veneto ma anche delle altre regioni. La sua storia d’amore con la Pisana, amata fin dall’infanzia, assicura romanticismo e tensione.
Scritto in tempi non sospetti, precedenti qualsiasi polemica sull’unificazione d’Italia, questo romanzo tramanda un’idea di identità fluida e piena di sfaccettature anche linguistiche. Siamo di fronte a un Italia multiculturale per nascita e che non teme la commistione e la fusione di lingue e popoli, una caratteristica fin troppo trascurata dalla storia e dimenticata ai giorni nostri.
Di fatto è una storia d’amore, di fondo decisamente retorica, di intento assolutamente patriottico, ma ricordare ogni tanto quanto sia stato davvero spontaneo l’inizio del Risorgimento non fa mai male, e grazie a Nievo diventa pure piacevole.
Cristina Di Pietro

Diario notturno, Ennio Flaiano

Le invasioni dei barbari essendo oggi improbabili, la Natura vi supplisce con le invasioni interne e legali: i Vandali sono all’Edilizia, Attila dirige la riforma agraria, i Goti aspettano di andare al potere. Tutti mirano a distruggere qualcosa perchè il barbaro, sempre stupido e impaziente, deve muoversi e fare, altrimenti si annoia.
E. Flaiano, Diario Notturno, Milano, Adelphi, 2009. €14,50

Ennio Flaiano (1910-1972) non è un autore molto conosciuto eppure la sua rivalutazione negli ultimi tempi va lentamente affermandosi. Sempre attento a non farsi ingabbiare in quegli anni in cui la divisione tra gli intellettuali di destra o sinistra era molto netta, dichiarò: Io scrivo per non essere incluso. Espressioni come: “salire sul carro dei vincitori” e “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria” sono entrate a tal punto nel patrimonio linguistico comune da cancellare la memoria dell’autore. E’ stato lui il più importante sceneggiatore di Fellini con i pluripremiati La Dolce Vita, Fellini Otto e mezzo, I Vitelloni e tanti altri. Ha lasciato anche un romanzo unico nel suo genere: Tempo di Uccidere ambientato in Etiopia all’epoca dell’impresa coloniale italiana. La sua produzione sconfinata si caratterizza per essere fatta da aforismi, racconti brevi, ritratti umoristici all’insegna di una satira mai volgare né sguaiata, elegante come quella degli antichi latini ma non meno pungente. Diario Notturno pubblicato per la prima volta in volume nel 1952 raccoglie gli articoli scritti tra il ’43 e il ’56. La raccolta si apre con il Supplemento ai viaggi di Marco Polo, in cui si narra di un viaggiatore che va in visita nel paese dei poveri (l’Italia). Graffianti i ritratti e le usanze di questi abitanti: “Le donne hanno una curiosa particolarità: si sviluppano secondo i desideri dei maschi”. Ennio Flaiano è l’autore ideale per chi è curioso di letture al di fuori dei canoni, per chi crede che una società davvero libera è quella in cui si può fare satira, per chi non ama i mattoni ma non vuole rinunciare a una buona scrittura e a farsi una cultura. Soprattuto per chi non ha molto tempo ma vuole ritagliarsi 10 minuti per sorridere.