Il mio luogo #audioblog, cos’è?

Fare un audioblog. L’idea mi è venuta un po’ per caso, un po’ pensando ai miei amici e ai miei lettori e lettrici e alle loro giornate tipo.

Che magari davvero davvero vorrebbero leggermi e spesso mi scrivono “stasera con calma”, “ti leggo domani mattina, perché ora non posso…”. Anche per me va così. Infatti, per esempio, mi ritrovo spesso ad ascoltare le rassegne stampa alla radio anziché a leggere i giornali. In mezz’ora Radio3 mi dice tutto quello che voglio sapere.

Allora mi sono detta: ma se io ci metto anche l’audio di quello che ho scritto… magari due minuti mentre sei in metro, in macchina, in ascensore, sotto la doccia, mentre porti fuori il cane, magari li trovi! Anche prima di andare a dormire e l’ultima cosa che vuoi è metterti a leggere, però se qualcuno invece le legge a te le cose, non è meglio?

Senza contare tutte le cose belle della versione audio legate a una maggiore accessibilità.

Senza contare che è una sfida bellissima per me e che mi stimolerà e cambierà di sicuro anche la mia scrittura.

Certo, non sono una professionista e non ci conterei su registrazioni e letture professionali.

Ma ormai è fatta. Ho già registrato i post di gennaio. E a brevissimo li metterò su questa nuova categoria: #audioblog.

Are you ready? 😀

cristina di pietro

 

 

Vengo via con te

Oggi è bello fuori, è azzurro. Un’insolita e dolce luce invernale mi ha svegliata, riscaldandomi la nuca mentre dormivo ancora. Di solito cedo all’indolenza del mattino come cedo spesso e volentieri a tutto quello che mi trascina in orizzontale: il divano, la distesa verde di un bel prato di campagna, la panchina del parco da cui contemplare il fiume o le persone. Tu. Chiamala forza di gravità, se vuoi.

Il fine settimana è appena iniziato. So che viviamo il tempo in modo meccanico e artificiale, scandito da ore e giorni e ritmi di alti e bassi rendimenti economici. Dentro una parabola che traccia i livelli di tensione emotiva e affettiva da gestire di lunedì in lunedì. So che vivo in un periodo storico e geografico in cui avere il fine settimana e sentirlo tutto, sapere cosa significa averlo o non averlo, rappresenta uno status symbol. So che è come se dovessi sempre scusare una parte di me, quella bene educata e a volte fin troppo consapevole e responsabile del mondo. Quasi quasi, anche il fine settimana finisce per diventare un dilemma morale.

 

 

Basta. Ho deciso.

Oggi vengo via con te. Ho voglia di ridere, giocare, dire stupidaggini, cantare, ballare e passeggiare…

Ho voglia di guardare il mondo come si guarda un film in cui i protagonisti non siamo noi, nemmeno alla lontana.

Ho voglia di essere gentile con tutti e sorridere agli sconosciuti e abbracciare nuove persone.

Ho voglia di fare finta che oggi sia sempre.

Vengo via con te. Tu sei l’unico fine settimana che voglio.

 

Quelli che… avere trent’anni oggi ma stare sul pezzo lo stesso

La retorica dei trent’anni mi ha travolta. E adesso che ne ho appena fatti 31 me ne devo fare una ragione. Sono una -enta tipo. Né più, né meno.

I trentenni di oggi, uomini e donne, sono destinatari di una narrazione dai tratti fortemente ironici praticamente su tutti gli organi di informazione, propaganda e intrattenimento. Si tratta a ben vedere di contenuti creati dai trentenni, ad uso e consumo dei trentenni, autoironici. Io ci sono dentro. Seguo, approvo, rido, condivido. Confermo: ci descrivono alla perfezione. Ci piace ridere del nostro essere degli sfigati di trent’anni che credono ancora di averne venti e che non si capacitano del fatto che il nostro eterno presente, diventa evidente quando per la prima volta ti senti dare del lei, poi così tanto immutabile non è… anzi, non era!

Rachel fa trent’anni

Tuttavia, non lasciatevi ingannare, poiché di senso dell’umorismo si tratta, di autoironia. E si sa che l’autoironia, il saper ridere di se stessi, nasconde un’intelligenza delle cose, una consapevolezza e una precisa capacità di connessione tra diversi elementi, anche in netto contrasto tra loro, non indifferente.

Il trentennio è ormai considerato un rito di passaggio, per cui organizzare feste, viaggi e cose straordinarie non tanto per dire addio a una vita passata, quanto per ricordare che ancora si può, che la vita inizia adesso (di nuovo?!) e che questi anni si può non sentirli. Che la gioventù è dentro di noi, che non cambia niente, tutto sommato. Cosa si nasconde dietro questo? Il vuoto di una generazione che dopo il diciottessimo e la laurea triennale non ha più riti di passaggio da festeggiare? (Non a caso, restano fuori dalla retorica dei trenta i trentenni normali, quelli che si sposano e fanno figli.) O forse addirittura un retaggio degli anni Ottanta/Novanta sbrillucicosi e guerrieri, che ti volevano sempre in pista, giovane e bello? Chissà.

Nel dubbio, alcuni di noi, si immedesimavano in Daria e i suoi amici.

Comunque sia, siamo sempre e ancora semplicemente noi. La Generazione Y. Quei famosi millenial cresciuti con tutti gli agi, con l’idea che la vita è bella e aspetta solo noi e poi invece quello che ci ha aspettato è solo la fatica di affrontare i fallimenti, la separazione dagli affetti, la lacerazione del cuore e l’idea di non essere completi da nessuna parte perché ne manca sempre uno, di pezzo o persona. Quelli che si ritrovano adesso a ricordare ogni tanto il mondo senza internet. Quelli che a trent’anni riflettono sul fatto che hanno visto il progresso e il regresso della democratizzazione della conoscenza.

Quelli che… la guerra solo in televisione eppure i sentimenti da disastro da dopoguerra sono dentro e attorno a noi.

Perciò, ridiamoci su.

The Jackal

E comunque siamo anche quelli belli.

Quelli che… ok la crisi dei valori ma il senso della famiglia (tradizionale o no che sia) non si è mai perso e l’amicizia è sacra e prima le donne e i bambini.

Quelli che… io sono dottore ma mio nonno era muratore, operaio, contadino.

Quelli che… “con la cultura non si mangia” (mitico Tremonti 2010) e allora spiegateci cosa mangiano moltissime città, per non parlare di quelle universitarie, d’Italia e nel mondo, e perché ci avete voluto tutti laureati e perché a trent’anni devo ancora acculturarmi per fare il mio lavoro e rispiegateci quella roba lì del lifelong learning con cui ci avete ossessionato fin dalla tenera età (ironia da trentenne, non c’è bisogno che spieghiate niente, grazie. Comunque per chi volesse approfondire il concetto consiglio il seguente link: Se-la-cultura-costa-cara-provate-a-pensare-a-quanto-costi-lignoranza).

Quelli che… gli altri siamo noi e il mondo è di tutti e ci sono la proprietà privata e il bene comune. E il bene comune, l’ho imparato a scuola, bisogna difenderlo scendendo in strada e nelle piazze.

Siamo quelle che… a trent’anni so cosa voglio, ho lottato per averlo, finalmente è finita l’era della mano morta sull’autobus o ai concerti e posso smetterla di temere avance sessuali ingiustificate – ché sono una signora io come si permette! – la mia intelligenza nonché bellezza non sono in discussione e tu sfigato trentenne di genere maschile provaci pure con le ventenni che a me servono uomini accanto, non ragazzini. E già che ci sei, fatti più in là, che devo lavorare.

 

Trentenne vissuta nell’UE del 2017 scripsit.

 

Buon fine anno a tutti coloro che si avvicinano, con timore, alla soglia dei trenta!