Amore liquido, sulla necessità dei legami affettivi

Volevo leggere un romanzo e invece mi sono lasciata sedurre da un saggio. Io che di saggi ne ho voluto sapere molto tardi nella vita e che ho imparato ad apprezzare solo per causa maggiore, cioè studio e/o dimostrazione di eruditismo a qualcun altro deputato a valutare e giudicare la mia intelligenza su dati oggetti del sapere. Negli ultimi anni invece, mi capita anche di caderci letteralmente dentro a certa saggistica. Caderci dentro risucchiata dalla sensazione di cogente utilità suscitatami dal titolo. In poche parole, perché hanno a che vedere con me.

Così Zygmunt Bauman mi frega col suo titolo “Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi”. Mi frega, perché pensavo di scoprire l’origine del disagio relazionale e della fine dell’urbanitas amaro-dolcemente postmoderna, in sostanza pensavo di raggiungere un tassello al ben noto: “Ah ecco perché la maggior parte degli uomini – e delle donne – che conosco ha paura della sua ombra e l’amore caro mio non ci salverà”; e invece mi sono ritrovata a ragionare sulla mixofobia, sul caos e sull’impossibilità di trovare soluzioni locali a contraddizioni globali. Niente male per uno che fin dalle prime pagine afferma.
Il principale eroe di questo libro è la relazione umana, mentre gli altri protagonisti sono uomini e donne, nostri contemporanei, disperati perché abbandonati a se stessi, che si sentono degli oggetti a perdere, che anelano la sicurezza dell’aggregazione e una mano su cui poter contare nel momento del bisogno, e quindi ansiosi di instaurare relazioni ma al contempo timorosi di restare impigliati in relazioni stabili, per non dire definitive, poiché paventano che tale condizione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare e che dunque possa fortemente limitare la loro tanto agognata libertà di… sì avete indovinato, di instaurare relazioni.
Importanti le suggestioni dell’uomo senza legami, paragonato all’uomo senza qualità di Musil, così come illuminante rimane l’idea che: le persone e l’altro da sé compresi i figli non sono che usati come oggetti di consumo e soddisfacimento emotivo. Però la parte conclusiva del libro è dedicata non all’individuo e ai suoi poveri legami individuali, ma all’umanità che questa individualità crea, o meglio distrugge. Così dopo aver chiarito che problemi abbiamo con l’impegno (morale, aggiungerei per i più esigenti)…
L’impegno verso un’altra persona o verso più persone, in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno “finché morte non ci separi”, nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, assomiglia sempre più a una trappola da scansare a ogni costo.
Qui vi voglio. Presenti e attenti. Perché a un certo punto, stavi lì a pensare a te e alle tue relazioni affettive o anaffettive, ed ecco che arriva la conclusione in medias res. Che se non sei concentrata perché stai leggendo prima di andare a dormire ti sfugge. Tra una definizione di umanità intesa come insieme di esseri viventi della stessa specie umana e la constatazione che costruire case sicure e isolate dal resto e muri contro gli stranieri – invenzione moderna non è lo straniero, ricorda Zeuman, ma il fatto che rimanga tale per sempre – sia una conseguenza dell’insicurezza affettiva.

Piccoli bimbi nevrotici al luna park degli orrori che non siamo altro!

Mantenere la distanza, e tanto meno aumentarla, è nel lungo periodo un’opzione esclusa: il muoversi lungo la superficie sferica finirà col ridurre la distanza che si era tentato di accrescere. La “perfetta unificazione civile del genere umano” è il destino che la Natura ha scelto per noi (Kant) … Prima o poi non ci sarà più uno spazio vuoto dove potranno avventurarsi quelli di noi che trovano troppo scomodi o stretti i luoghi già popolati. E quindi la Natura ci impone di considerare la reciproca ospitalità quale precetto supremo da abbracciare (cosa che alla fine saremo costretti a fare).
E così mi convince. Perché durante tutti i primi due capitoli del libro pensavo che si ok ho capito ma la libertà di instaurare legami significativi e la capacità di saperli mantenere anche a distanza in questo mondo che vivo è possibile eccome, non si tratta appunto di nevrosi e carenze affettive da sì, lì condivido, shopping compulsivo? Il resto sarà anche il prezzo da pagare per la mia libertà di scegliere chi amare e se amare eccetera? Mi convince, perché a metà libro più o meno capisco che quando parla di perdita di possibilità di instaurare legami affettivi e sentimentali con lo sconosciuto, imparando a conoscerlo nel legame, in situazione, e possibilmente ad amarlo, intende dire che questa proprietà umana non ha dove esercitarsi ed essere imparata nel nostro ricco mondo sempre connesso e poco o male legato e abitato. Che la solitudine e l’insoddisfazione emotiva è ciò che fa aumentare i consumi di beni di consumo. Ed è ciò che ci fa rinchiudere nelle case, temere di uscire per mancanza di sicurezza derivata guarda un po’ proprio dalla solitudine delle strade o dalla presenza di persone sconosciute nelle strade.

Mi viene in mente una volta in cui uno mi disse: “Ma io non ho bisogno di nessuno. Sto bene così, se gli altri (leggi le altre) hanno bisogno di me io che ci posso fare. La cosa non è reciproca“.

E non è il solo a pensarlo e a proclamarlo spesso anche con una certa aria di superiorità e pseudo-consapevolezza della propria coscienza mancante raggiunta in seguito a diverse lezioni di yoga recepite male. Bene, adesso so cosa rispondere al prossimo che se ne uscirà con stupide affermazioni del genere. Il problema sarà ricordarlo sul momento.
Più di ogni altra cosa, i sentimenti mixofobici vengono stimolati e alimentati da uno straripante senso di insicurezza. Sono gli uomini e le donne insicuri, incerti del proprio posto nel mondo, delle loro prospettive di vita e degli effetti delle loro azioni, i più vulnerabili alla tentazione mixofobica e i più facili a cadere nella sua trappola. La trappola consiste nel deviare l’ansia dalle sue cause reali e nel farla confluire verso obiettivi non correlati ad esse. CIAO.
E potrei chiuderla qui e andare a leggere questa volta un romanzo. Ma volevo dirvi un’ultima cosa e cioè che leggere il capitolo 4: “Aggregazione smantellata” anche pubblicato come “The fate of humanity in the post-Trinitarian world”, dove per mondo trino si intende l’unione di stato/nazione/territorio, può bastare. In alternativa, se avete voglia di leggere, va bene anche “Fiducia e paura nella città”.

Anatomia dell’oppressione: perché Femen perché contro le religioni

Anatomia dell’oppressione – La critica di due Femen alle religioni, di Inna Shevchenko e Pauline Hillier, Anankelab 2018.

Compro e leggo questo libro, desiderandolo fortemente, per diversi motivi. Perché a scriverlo sono le due iniziatrici del movimento Femen che avevo la curiosità di comprendere meglio; perché la prefazione è di Monica Lanfranco che ho ascoltato per la prima volta non sulle pagine del suo blog, ma dal vivo all’università; per la fiducia nei confronti di una casa editrice: AnankeLab di Torino, con la quale ho avuto l’occasione di pubblicare un racconto in seguito al loro concorso annuale “Il colore delle donne”.

A un certo punto, in quel racconto, scrivevo questo che le editrici hanno scelto per farne cartolina.

Così, non appena apro il libro e mi imbatto nel titolo del primo paragrafo “Hakerare la scheda madre” mi è già tutto ben chiaro: queste autrici daranno risposte a moltissime mie domande. Soprattutto a quella principale che spesso mi viene rivolta a voce o mi viene fatta intendere con una semplice espressione facciale di circostanza, non appena faccio emergere anche solo con un mezzo pensiero una tematica da femminista: “ma basta paranoie, è ancora il caso? qual è il tuo problema adesso, non avete la libertà, cosa vuoi?”. Una sensazione che mi fa sentire strana, perché non capisco come sia possibile che oggi le donne e gli uomini non sappiano o se ne infischino dei costi umani pagati nel passato, tramite i quali abbiamo adesso diritto di parlare, di uscire, di lavorare, di scegliere, di amare o non amare. Come è possibile che non sappiano o non si preoccupino del fatto che rappresentiamo una piccola minoranza privilegiata in un mondo per la metà ancora sottomesso di diritto e di fatto dal patriarcato. Così si chiama, questo sistema sociale e culturale, ed è una brutta cosa.

Due donne europee ce lo ricordano e ce lo spiegano. Si chiamano Inna Shevchenko e Pauline Hillier. A me, che ero caduta nel tranello del “mah, è femminismo questa cosa qua…andare con le tette al vento in giro per il mondo a ricercare visibilità mediatica”, mi fanno capire che sì. Lo è più di tutte le altre idee in circolazione. Fin dai primi discorsi, mi fanno sentire immediatamente loro compagna. Loro che a causa di “due tette al vento” subiscono violenze, carcere, torture e rischiano davvero la vita.

Le donne coraggiose che spezzano il silenzio imposto da secoli e criticano, con il loro libero pensiero e la loro voce disinibita, i valori sessisti e iniqui della religione si espongono, più o meno pericolosamente a seconda del loro paese d’origine, a reali pericoli. Quotidianamente devono lavare gli sputi dal loro volto, cadono e si rialzano, affrontando tempeste. La loro vita viene sconvolta e spesso perdono famiglia, impiego, libertà pagando anche con la loro stessa vita. […] In quanto attiviste anche la nostra voce partecipa a questa lotta corale, urliamo per scandire i nostri slogan, anche sotto i colpi degli oppositori, anche ammanettate, anche con il volto schiacciato sotto un ginocchio o il pugno. Incassiamo insulti e minacce, cancelliamo l’odio di tutti coloro che preferirebbero “che chiudessero il becco queste Femen”. Inna è stata costretta all’esilio per poter continuare a far sentire questa voce che i cattolici ortodossi e l’apparato di Stato ucraino, corrotto fino al midollo, tentavano di far tacere in ogni modo. Anatomia dell’oppressione – p. 67-68

E la domanda non è, ma chi glielo fa fare, la domanda è: “È ancora così potenzialmente rivoluzionario e pericoloso essere e vivere in un corpo femminile?”. Le risposte le troverete in ogni capitolo. Sono sette e riguardano alcune parti del corpo altamente simboliche: la testa, il seno, il cuore, il ventre, le mani, l’organo sessuale, i piedi.

In questo testo io ho trovato il presente del femminismo e non il passato, la pratica e non solo la teoria, ho compreso il rischio del mio essere libera, il motivo per non cedere totalmente ai relativismi culturali, la cura che sana le ferite che ogni giorno milioni di donne su questa terra e nella vita reale subiscono, l’urgenza di un punto di vista plurale e di azioni che siano individuali e collettive insieme, la gioia di scoprire che più varchiamo i confini più troviamo anime affini, la certezza che quando tutto crolla barricarsi in casa non serve, serve aprire tutto e andare, al limite, scappare.

Ogni parte del corpo della donna vive da secoli sottomessa a dettami di origine religiosa patriarcale, che si tramandano di generazione in generazione e si concretizzano in comportamenti ammissibili e normali, talvolta, persino per noi donne occidentali apparentemente e da tempi brevissimi liberate. Ad esempio: indossare un velo, evitare di prendere la parola in certi contesti, evitare di uscire o farsi vedere in giro da sole, nascondere il seno, sopportare umiliazioni per amore, auto-censurarsi pur di portare avanti una relazione o la propria vita professionale, avere paura dell’abbandono, rinunciare alla serenità e alla libertà in nome della pace familiare o del mestiere che si decide di fare, non comprendere la scelta di chi decide di abortire, non stringere la mano a un uomo o non salutarlo “fisicamente”, non abbracciarlo poiché tale contatto fisico potrebbe essere frainteso, sentirsi inadeguate se donne adulte né madri né mogli, pensare che essere bella è potenzialmente una colpa o una sfortuna, non ricordarsi di avere una vagina che non esiste solo per procreare – e infatti la presenza del clitoride, tra l’altro parte anatomica erettile dell’organo sessuale femminile, ce lo conferma…

E insomma, non ve lo spiego tutto questo libro, perché vorrei che ve lo procuraste e lo leggeste direttamente. Anzi, che ve lo studiaste.

Come attiviste e autrici, avendo incrociato le strade di numerose altre attiviste, di ogni età e nazionalità ed essendoci nutrite delle opere di numerosi autori e autrici impegnati, sappiamo bene quanto siano preziose la libertà di opinione e di espressione. Conosciamo i pericoli che pesano su coloro che le esercitano e sappiamo che talvolta si pagano al prezzo della vita stessa. La libertà di espressione appare spesso come un privilegio acquisito del mondo occidentale, eppure anche qui viene regolarmente minacciata. Inna ha cominciato il suo attivismo in Ucraina, in Russia e in Bielorussia; in Paesi dove la libertà di espressione è lotta quotidiana, ha conosciuto cosa significa esserne privata, è stata perseguitata e messa in esilio per aver esercitato tale diritto. Ha conosciuto l’insopportabile pressione delle mani del potere maschile che ha imbavagliato la sua bocca, in senso proprio e figurato. Il gesto, altamente simbolico, è una delle prime reazioni che suscitano le azioni di Femen alle quali partecipiamo, è universale e tipicamente maschile. Poliziotti e agenti della sicurezza russa, ucraina, turca, italiana, francese, canadese o tunisina parlano lo stesso linguaggio corporale. Quando una donna scandisce un messaggio, la imbavagliano per impedirle di esprimersi. In questo gesto risiede il simbolo di confisca maschile della parola femminile. Anatomia dell’oppressione – p.57

 

 

Aspetta

 

 

 

Aspetta. Frena. Ascolta. Guarda.

Volevo dirti che tutto quello che serve è respirare.

 

Aspettati ascoltati guardati.

Volevo dirti che tutto quello che hai può bastare.

 

Fermati.

Non per sempre.

Quanto basta.

 

Volevo dirti che ho grandi sogni, ma ce ne ho ancora di spazio.

Lo sai?