L’alternativa

Un post ai limiti del pensiero debole e all’insegna di utopie perdute? Non so se lo leggerei. Però almeno sono sincera.

Inizio questo nuovo autunno con la netta sensazione – non più nuova – di stare perdendo pezzi e di essere parte di una deriva che a tratti sembra quasi immaginata, ma che curiosi, analisti, storici, sociologi, economi e quanti altri, danno per scontata. Anche se credo nell’imprevedibilità della storia, il ripetersi delle mie stagioni vince qualsiasi entusiasmo, sia di catastrofismo sia di rivoluzion-ismo.

Potrei affermare di aver vissuto diverse rivoluzioni: la caduta, poi ricaduta, poi ricaduta del Berlusca, la sinistra riunita nel PD di Bersani, la presa di Roma di Matteo Renzi il Giovine, la trasformazione della Lega Nord in partito nazionale, I vaffa-day dei Pentastellati alla loro “ggente” dopo aver raggiunto il potere. In quattordici anni di carriera da elettrice – considerato anche il senso di responsabilità storica a cui ogni volta ri-chiamava il voto “rivoluzionario” – mai mi sono sentita sicura e felice della mia espressione di voto. Quanto invidio chi riesce a provare quel sentimento, quella “fede” nel partito e nel capo-popolo e nel fatto che le cose cambieranno e sarai proprio tu il protagonista del cambiamento!
A volte sì, invidio chi si sente sempre nella ragione, la sicurezza di chi ostenta la sua fede alla linea, la gioia nell’esultare al successo elettorale del beniamino – maschio, ancora nella mia carriera un capo di governo donna non ho avuto il piacere di conoscerlo. Cambierebbe qualcosa se fosse donna? Non so, può darsi che sarà l’ennesima rivoluzione alla quale assisterò.

Se non avessi memoria, se non mi fermassi a riflettere, se non ripassassi di tanto in tanto concetti storici quali: stato-nazione, stato di diritto, democrazia, rivoluzione, liberismo e neo-liberismo; concetti post-moderni, a sì che qualcuno storca il naso a risentire la parola “postmoderno”, quali: cooperazione internazionale, globalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, accompagnati da principi quali: diritti umani inalienabili e universali, giustizia sociale e ambientale… Ok, senza esagerare. Se nessuno mi avesse mai insegnato cosa si dovrebbe intendere per politica in una società democratica e inclusiva, per gestione della cosa pubblica nell’interesse di una collettività, insomma, se non intravedessi ogni dannata volta il nulla che si nasconde dietro il teatrino delle ombre, crederei ancora nelle rivoluzioni della politica italiana?

Tra tutte queste rivoluzioni mi sono persa il rispetto che pur dovrei avere per chi fa cose in nome mio.

Di mezzo ci siamo andati noi Millenial e il rispetto per noi stessi, classe dirigente mancata, che non fa veramente politica, che non può farla perché siamo troppo impegnati a cercarci un lavoro che ci assorbe otto ore al giorno, precario ma che però ci soddisfa, in parte, almeno, ci permette di metter su famiglia, pagare un affitto, realizzarci e sentirci occidentali che il venerdì si fanno l’aperitivo in centro, hanno l’I-Phone, il profilo instagram con tot-mila follower, non so. Non biasimo neppure più chi decide di non votare. Se questa me parlasse con la me di vent’anni le riderebbe in faccia e direbbe: allora sei complice di questo sfacelo! E avrebbe pure ragione, forse, tanto è il senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni che dentro di me rimane.

Perché me lo ricordo, io, quando mi insegnavano che: lo stato siamo noi, gli altri siamo noi.

Me li ricordo i miei compagni dell’università che cercavano di metterci in guardia da ciò che ci aspettava nel mondo, urlandoci dal megafono: “perché ci vogliono così parcellizzati e che corriamo appresso a tutti gli esami che dobbiamo fare e non ci danno il tempo di fermarci a riflettere, di avere spazi per noi, di discussione, di autogestione…” . A volte mi veniva voglia di gridare anche io: “sì lo so grazie, e so anche che la prof che appoggia il tuo collettivo e con cui ti bevi il caffè è una …. che fa ripetere gli esami dieci volte”. A volte invece mi fermavo a leggere, ad ascoltare, a fumare la sigaretta. E poi ci pensavo. E ci partecipavo anche. Perché tutto sommato qualcosa di buono doveva pur esserci, no?

Adesso, alla luce di cotante rivoluzioni politiche, sempre mi torna questa domanda: a quale scopo dannarsi per entrare in politica, se questa sembra solo una strategia per ottenere e mantenere il potere e l’ordine costituito e non invece il metodo con cui si cambia ordine alla società e indirizzo allo sviluppo sociale ed economico? La risposta davvero non la so.

E così me ne sto con la fronte corrucciata ad osservare.
Testimone del mio tempo.

Reflussi di coscienza

Eppure qualcosa voglio scriverla. In questo mese che scorre con una rigorosa tabella di marcia e che mi intreccia tra lavoro, studio, presentazioni del libro, eventi, incontri assembleari, momenti che ritaglio per lo svago ogni tanto. Tipo il martedì sera, che vado a danza e la domenica: che cerco di tenermela buona e cara, considerata la fine che gli avevo fatto fare l’anno scorso. Provo a usarla per fare le cose belle. Tipo? Non sto qui a dirvelo, anche se di cose belle sono sicura che siete tutti golosi. Per lo meno così pare a giudicare dai comportamenti social di ognuno di noi. Approviamo per la maggior parte del tempo solo cose esteticamente belle, panorami sognanti, vestiti belli, fisici sportivi, foto di momenti felici, coppie che sorridono, ragazze che ci presentano i loro profili migliori, uomini che fanno i papà, mamme che fanno le mamme e così via… Oh se ci sarebbe eccome da far partire un flusso di coscienza lunghissimo e che si ritorcerebbe comunque contro perché poi suvvia, solo un ingenuo potrebbe ancora credere alla rivoluzione social e non invece all’ennesimo mezzo di conferma delle norme sociali, quelle non dette, quelle non negoziate, quelle che danneggiano il pensiero critico, quelle che fanno male al nostro equilibrio interiore. Si svelano così i cari e vecchi altarini, ogni volta che un uomo e una donna mettono un cuore o un like o una stellina a una ragazza sessualmente accattivante, che sia lei consapevole o no, non è un fatto privato. C’entra la complicità di un mondo che non ha ancora imparato ad andare oltre al consumismo e allo stereotipo e, ma guarda un po’ ci cadono ancora tutte e tutti in questa cosa qua. Guardate i marchi degli adolescenti di oggi ad esempio. Sono sempre gli stessi dagli anni Ottanta e pescano sempre nello stesso mare: quello dei ragazzini e quello musicale (hip hop – rap o trap che dir si voglia, di altri generi a seconda del marchio). Va beh, pazienza. Pensieri a margine i miei, molto a margine dei veri grandi temi che su Instagram non attaccano e nemmeno su FB, forse ogni tanto entrano nelle classifiche di tendenza di Twitter, e al bar poi di che si parla ormai dato che la Nazionale maschile italiana ai mondiali non ci va. Ci sarà un collegamento tra crisi politica e sociale e questo fatto storico eclatante??? Su, non buttiamoci giù… W l’Italia!!!

Il fatto è che i grandi temi raramente sono di tendenza. E certo, che società consumistica saremmo altrimenti? Cara Italia, io non lo so perché va a finire spesso così, che mi trovo e non mi trovo in questi confini nazionali. O meglio, non è vero, lo so. Ti ho scelta, tutto sommato, come insieme di valori, come cultura, come tradizione storico-letteraria e mi piaci non è che non mi piaci. Però due parole due, su dove stiamo andando, verso dove mi stai trascinando le vogliamo dire?

Davvero due: il nuovo che avanza è la solita minestra riscaldata. Non temo di peggio. Temo semplicemente il fatto che mi sento un po’ un peso generazionale, un peso che riguarda non solo la mia età – il trentennio è fatidico del resto, lo disse persino uno che si chiamava Erikson – credo, con cui ultimamente sto entrando in confidenza – ma anche il mio lavoro. Temo il fatto che l’assunzione di responsabilità del mondo adulto non c’è, temo di dover essere d’accordo su quanti della generazione passata dicevano che noi adolescenti cresciuti a pane e pubblicità eravamo dei rincitrulliti. Per quanto io mi sia battuta contro questo stereotipo che metteva lo scontro generazionale al primo posto, mi sa che hanno vinto loro. Hanno vinto quegli adulti della “mia generazione ha perso” e che se l’è presa con la nostra. Ci hanno detto per anni “siete scemi” e scemi siamo diventati. La psicologia funziona, chi pensa non sia una scienza farà meglio a ricredersi finché è in tempo e farà meglio a farsi vedere, ma da uno bravo però…

La questione nazionale è dunque presto detta e la questione internazionale? UUUUH apriti cielo. Non lo apro è già abbastanza grondante di sangue così, ulteriori ferite possiamo risparmiarle? La gente muore sui nostri confini, ma la cosa non interessa. La gente muore appena oltre i nostri confini, ma la cosa non interessa. La gente muore ben al di là dei nostri confini… figuriamoci. E la questione femminile? Stendere veli pietosi sarebbe poco considerate oggi le cose: un governo senza candidati donna, case delle donne che chiudono, centri antiviolenza e consultori senza fondi, asili solo alle italiane – che non figliano tra l’altro chissà come maaaaiii. Stendere veli pietosi, sarebbe pure poco, ci sarebbe pure da stirarli, piegarli e riporli nel cassetto questi veli pietosi. Un’immagine che mi riporta al tradizionale ruolo di cura femminile e così questo flusso di coscienza si chiude bruscamente.

Ne ho detto una o più di una? Ne dico un’altra. Io non vedo la luce, vedo solo un lumicino in fondo al tunnel, da solo. Che per il momento campa di rendita. Attende l’arrivo dei rinforzi e io spero, davvero spero, che non si spenga nel frattempo che ci provo a raggiungerlo.

Aprile 2018 – Torino Napoli A/R

Di solito per me vale il detto “Aprile dolce dormire”, ma quest’anno no.

Condensare un mese intero in poche righe, rappresentarlo con una sola immagine. Si può? Forse potrebbe essere così. Potrebbe darsi che qualcuno si ritrovi a diverse centinaia di chilometri di distanza da qualsiasi posto abbia finora chiamato casa. Potrebbe darsi che all’improvviso, tra campi di buona terra nera e gentile, questa persona sia lì a godersi l’aria pulita in compagnia di un caro amico, che si levi le scarpe apposta per sentire sotto i piedi quello che ha da dire questo campo ben coltivato tra le conche d’oro di una valle campana conosciuta solo sui libri. E così, a un certo punto, lei vede un campo di papaveri, alti, belli, rossi e vellutati. Tantissimi, forse mille papaveri rossi. E potrebbe capitare che tra questi veda spuntare un imprevedibile papavero bianco, dritto e fiero al pari degli altri.

È la stagione dei papaveri e io non lo sapevo, o forse l’avevo dimenticato o forse di campagne non lavorate o non arate ce ne sono troppo poche o forse – di solito – vivo troppo a nord per i papaveri? Fatto sta che sono qui. E non mi capitava di vederne tanti tutti insieme da una vita, forse da sempre.

Giusto dunque, adesso che sono di ritorno e passo il tempo ad aggiornare questo blog, devo dire che avevo preparato tutta una traccia e tutta una sequenza di cose da dire. E mentre riparto da Napoli mi viene in mente di non scrivere più quello che volevo scrivere, ma di scrivervi solo così.

Che il bello di questo mese è che l’ho passato accanto a certi papaveri bianchi che sono stati, sono e faranno sempre la differenza nel campo della mia vita: per esempio mia zia Ninetta, che ha fatto ottanta anni, Stefi e Giovanni che rappresentano solo una parte della mia ricca linea materna di parentela con cui ho camminato una domenica in famiglia in Val Chisone, Irene e la sua voce calda che ha fatto da colonna sonora alla prima presentazione di Oltre le reti a Torino, gli amici e le amiche, i colleghi e le colleghe che mi hanno seguito durante le altre, Eduardo e Ilenia che mi hanno ricordato come si fa a godersi un 25 aprile di memoria e di pace sulle colline e le montagne di Venasca; Lara una donna libera e speciale che mi ha offerto la parte migliore di Napoli; Giancarlo un amico d’infanzia e la sua famiglia dove ho trovato proprio questa immagine che racchiude tutto.

Che dire, sono cresciuta in posti da cui non puoi pretendere niente e da cui sembro ancora ricevere invece tutto, o quasi. A voi dunque, va la mia gratitudine di questa primavera. A tutti i papaveri e alle papavere bianche della mia vita.