Andavo per la mia strada lungo il mare

Andavo per la mia strada lungo il mare. Osservavo come le alghe si arruffino appiccicate al muretto degli ormeggi. Camminavo vicina a gabbianelli arrabbiati perché non gli portavo alcunché da mangiare. Non sono io come quel vecchietto con in tasca l’allegria che sparge nel vento e la guarda consumarsi tra sbattiti d’ali, eh! Per chi m’avete presa, piccioni del mare! Beh, i gabbiani non so se mi sono mai piaciuti. Uno mi guarda. Lo guardo. Mi guarda. Lo guardo. Potrebbe durare un’ora e non dura che un attimo. Ha già capito che conviene votarsi al mare e librare librare librare, per la mia invidia, per la sua beffarda leggerezza dell’essere.

Divagavo mentre passeggiavo per il porto. Le piccole barchette che andrebbero riverniciate, con sopra qualche giocattolo che mi fa fare delle domande, le medie barchette un po’ più bianche, più smaltate, le barche dei marinai con le bandiere nere e gli ammucchi di reti e di corde, trecce, funi, cime, scotte, quante diavolo ce n’é, quanti nomi hanno? Le barche quelle belle eleganti, affascinanti, invitanti. Il mandracchio, così lo chiamano, ha perso la sua pittoresca personalità, mostra oggi solo i segni di un’evidente ordine e pulizia, e sopravvive accanto all’enormità del porto quello vero. Un’altra città, un’altro mondo, un’altra storia. Pensavo mentre mi sedevo sui gradini che scendono fino all’acqua: “Ah sì, ma qua ricordo, abbiamo ormeggiato qui quella volta che poi abbiam preso il largo verso…”

La giornata era come quasi sempre lo è quella di Capodistria.

Calma.

Soleggiata.

Perfetta.

Un filo di vento quanto basta a far brillare i capelli nel sole.

L’aria tersa che ci vedi attraverso fino all’orizzonte del mare e ancora oltre finisci sulle cime innevate delle Alpi di là.

Le Alpi di là. Di là da un confine apparentemente così insignificante, dove lascio sempre me stessa. E il Carso di qua da un confine a volte ancora da difendere, dove ritrovo ancora di nuovo me stessa. I brevi giorni, a volte le ore, che passo qui le vivo sempre come una sorta di risveglio da un’altra parte, come se fosse la cosa più naturale del mondo addormentarsi a Torino e svegliarsi qui, a Capodistria. Quando sono qui, troppe volte mi chiedo cosa ci faccio qui, come ci sono arrivata. Come se non dipendesse e non fosse dipeso da me. Sì… per il servizio civile, sì.. per il lavoro, poi per l’università, sì per il mare, sì in fuga dal mondo, sì… per gli amici. Certo che è per gli amici che torno. Ma ci deve essere qualcos’altro tra le sfumature di questo blu delle onde troppo blu per essere blu. Ci deve essere qualcos’altro dietro a questa perfezione, dentro quel vicolo stretto, tra le guglie di Palazzo Pretorio, non so, tra i tavoli dei bar che si insinua, tra le erbette che rotola, tra le vibrisse dei gatti che sonnecchiano sui davanzali. Ci deve essere una specie di incantesimo nelle vostre parole sussurrate, nei vostri sguardi affettuosi, tra le pieghe degli angoli della bocca quando mi sorridete, quando mi versate il caffè, quando mi aprite le porte delle vostre case lasciandomi entrare come se fossi da sempre con voi, come non fossero mai esistiti quarti di secoli senza conoscerci, come non ci fossero centinaia di chilometri di distanza tra noi, di solito e per lo più. Ci deve essere altro che mi lega a voi e che “no go capì!”, un “te vojo bem” che suona come un legame familiare, di sangue, immortale. Cascasse il mondo te vojo ben! E lo so perché il mondo è già cascato tante volte e so quel che dico quando dico che cascasse il mondo te vojo bem.

Ormeggiare qui, sostare un poco seduta sui gradini con lo sguardo perso all’orizzonte e una leggera brezza tra i capelli, assomiglia al riposo dell’eroe anche se di eroico io non ho nulla. Ho solo pensieri nobili e fatiche ancora tutte da compiere. Che mi viene il dubbio che il mio momento sia passato senza che me ne sia accorta. E allora mi volto. Per vedere se è dietro di me. Dietro di me c’è solo un altro gabbiano. Mi guarda. Lo guardo. Mi guarda. Sale sulla bitta e si libra si libra si libra. Ha capito. L’essere umano non sa volare, è inutile starlo ad aspettare.

Koper Capodistria 14 Febbraio 2018
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Ho poco da dire

Vorrei raccontarvi e spiegarvi questo punto di vista privilegiato, lontano dalle mete vacanze più gettonate. Un punto di vista che va dall’alto verso il basso. Vedo il mare che si confonde col cielo all’orizzonte e qui vicino, alla riva, che bagna la falesia. La cinge, più che altro, la falesia. Perché l’acqua è così calma che le onde non si avvertono nemmeno. Questa piccola lingua di terra sembra un sorriso da qui. Un sorriso di ciottoli e scogli, nascosto tra i rami di pino. Profuma di iodio e di resina. In pochi si avventurano per queste scalette, le uniche che possono portarti fin giù alla spiaggetta. In pochi saremo laggiù a farci il bagno.

Dove siamo? Dove sono? Sono qui, sul Litorale sloveno, a respirare a pieni polmoni aria pulita e a guardare lunghi crepuscoli in riva al mare. Non so più il perché sono qui o lì. Negli ultimi anni ho definitivamente smesso di dare troppo senso al mio vagare, ai miei trasferimenti, ai miei precari desideri che vorrebbero farmi restare ogni tanto. Riposare, questo mi sembrava una volta l’obiettivo ultimo della ricerca di senso e di amore. Adesso mi pare che il senso del mio andare sia solo andare andare andare… e amare ogni luogo che mi accoglie e ogni parte di sé che una persona decide di rivelarmi o consegnarmi.

Ho poco da dire, sì. Poco altro da aggiungere. Si zittisce tutto al tramonto, qui. Persino il silenzio.

Tra poco riparto.

Tra poco sarò in Sicilia.

Tra poco tornerò di nuovo.

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

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