Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Tolentino e Isola, una storia di amicizia e solidarietà

Tolentino e Isola d’Istria. Due città separate da centinaia di chilomentri, dal Mar Adriatico e da un confine, eppure legate da un’amicizia che affonda le sue radici nel tempo.

Fin dagli anni Settanta, la comunità nazionale italiana di Isola ha coltivato e promosso i rapporti con gli abitanti di Tolentino,  prima grazie al Cantapiccolo e allo scambio frequente tra le famiglie dell’una e dell’altra parte, poi a livello sempre più istituzionale fino alla sigla del Gemellaggio ufficiale tra i Comuni di Isola e di Tolentino, tra il 1980 e il 1981. Nato da legami affettivi che non si sono mai persi del tutto e si sono anzi via via rinsaldati e rinnovati nel tempo, ha superato cambi di politica e di bandiera. Infatti, ai primi di novembre il Comune terremotato di Tolentino ha lanciato un appello che non è caduto nel vuoto e anzi, ha ricevuto una risposta lampo sia da parte della popolazione civile sia da parte degli enti istituzionali. Nel giro di due settimane erano pronti gli aiuti umanitari, erano stati raccolti i fondi necessari, erano stati ordinati e acquistati sei moduli abitativi. E il 17 novembre partivano, primi fra tutti, per Tolentino. E io con loro, al seguito di una delegazione istituzionale, con la possibilità di raccontare e fotografare questa bella storia di vera amicizia.

delegazione_isola-tolentino17 novembre – La delegazione è un misto di rappresentanza italo-slovena: il Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola Marko Gregorič, il Vicesindaco di Isola Gregor Perič e il Capogabinetto del Sindaco del Comune di Isola Polonca Skendžič, organizzatrice puntuale dei trasporti e responsabile dei contatti con Tolentino per tutto il tragitto e soggiorno. Viaggia con noi anche una troupe di RTV Capodistria con la giornalista Claudia Raspolič. Partiti intorno all’ora di pranzo, arriviamo in serata a Tolentino, accolti da Edoardo Mattioli, Presidente della Pro Loco con un passato da “cantapiccolo”. È sera e siamo attesi a cena, ma veniamo prima accompagnati per un breve tour panoramico:

Andando su, verso Visso e le altre frazioni non c’è più niente. Frazioni di montagna di settecento, mille persone. Non c’è più niente. Anche alcuni edifici costruiti con i criteri antisismici sono crollati. Le costruzioni in città hanno tenuto, però non sono più agibili. Adesso hanno iniziato a mettere qualcosa in sicurezza, fino a qualche giorno fa molte strade erano chiuse completamente. Ma vedete che è tutto deserto. Il centro storico è tutto inagibile, sono caduti i merli delle mura, le chiese sono chiuse, la Basilica di San Nicola è chiusa. L’ultimo grave terremoto pare risalga al 1700, così testimonia una vecchia immagine votiva.

Facciamo una breve tappa nell’area camper, zona di concentramento in caso di terremoto e dove tuttora preferisconoimg_8348 dormire per paura molte famiglie. Visitiamo anche un dormitorio, velocemente. Ci sono bambini che giocano a rincorrersi e fanno conoscenza l’uno dell’altro forse per la prima volta, trovando il bello in tutte le cose come solo i bambini sanno fare. A dire la verità i volontari che gestiscono il dormitorio non sembrano molto contenti di vedere giornalisti, forse non riuscendo a distinguere tra disturbatori e avvoltoi della notizia, ai quali purtroppo molti modi di fare giornalismo della catastrofe ci hanno abituato, e giornalisti sinceramente interessati alla cronaca e alla diffusione della conoscenza, in questo caso oltreconfine, in Slovenia.

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Infine, raggiungiamo la piazza principale, quella della Torre dell’Orologio, quartier generale e ritrovo operativo. Si sa che per ogni piccolo, medio, grande centro urbano d’Italia c’è una piazza principale, l’agorà di tutti, c’è un’abitudine alla frequentazione, un luogo di ritrovo naturale che non ha bisogno di essere geolocalizzato su nessun dispositivo mobile perché tu sappia dove si trovi e come si chiami: “Piazza”. Il ristorante La Genovese si trova subito attaccato alla Piazza. Risparmiato quasi per miracolo, dato che tutte le abitazioni, compreso il Municipio, non sono più agibili. La tavolata è numerosa, colorata e allegra. Protezione Civile della Val d’Aosta, il Sindaco Giuseppe Pezzanesi, gli Assessori comunali, amici e parenti, sloveni, valdostani e tolentinati tutti insieme, come se si trattasse della cena di Natale di una famiglia ritrovata. Si parla delle scosse di terremoto e delle conseguenze del terremoto, si ha l’esigenza di raccontare il trauma, di socializzarlo, ma in allegria. Sdrammatizzare, sorridersi, abbracciarsi, sono le manifestazioni concrete di comunità e vicinanza. E i tolentinati mi trasmettono un grande senso di dignità, determinata, fatta di amor proprio e sicurezza di poter contare sulla propria gente. Così, il calore e la forza che pensavi dovessi portare tu a loro, te lo danno loro a te. Poco spazio alla tristezza, nessuno per la disperazione. Alla fine della cena i valdostani ci preparano una bella sorpresa che suggella definitivamente la serata: la grolla, altrimenti detta “coppa dell’amicizia”.

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18 novembre – Alle nove del mattino circa, arrivano i TIR con i moduli abitativi. Con una certa emozione vengono scaricati e sistemati nella zona preposta temporaneamente. Alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali, tra i quali l’Assessore alle politiche sociali, delegato anche da parte del Sindaco, che in quel momento era in viaggio per Roma a riferire riguardo l’emergenza, ma anche alla presenza di alcuni esponenti della società civile come Don Gianni, parroco di Tolentino. I moduli abitativi, che contengono anche tutti gli aiuti raccolti, saranno successivamente destinati a uso ufficio parrocchiale e a uso abitativo per due famiglie in stretta necessità, così come individuate dall’amministrazione e dall’organizzazione che sta gestendo l’emergenza. Il fatto di ricevere moduli effettivamente abitabili e non semplici container non lascia indifferenti, date le polemiche tutte italiane riguardo questo aspetto. Oltre alla lentezza delle operazioni di acquisto e consegna, pare che le soluzioni abitative temporanee siano pensati non per essere autonome e/o individuali, ma per essere collegate a refettori, bagni e aree comuni. Nel frattempo si rischia di sgretolare del tutto l’unità sociale a causa dello spostamento della popolazione sulla costa e dei disagi che questo comporta. Chi potrà eviterà di certo una sistemazione da campo così pensata.

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Durante la giornata, facciamo un giro alla luce del sole tra le vie e i quartieri di Tolentino. Fa davvero impressione pensare che intere zone residenziali, dalle case bellissime, sono per la maggior parte del tutto da rifare. Dall’esterno, eccenzione fatta per alcune crepe e crolli evidenti, non sembrerebbe neppure. I danneggiamenti sono all’interno e alle fondamenta. Una città bella e ricca, centro d’eccellenza per l’industria manifatturiera e artigianale delle Marche, in Italia, nel mondo. Io, Tolentino, la conosco per la prima volta così e all’improvviso realizzo cosa significa quando scrivono che ad essere colpito è il cuore d’Italia, non solo dal punto di vista geografico, culturale e paesaggistico. Ci spiegano che, fortunatamente, le fabbriche non hanno avuto troppi danni e la produzione può andare avanti. Si continua a lavorare. Ma l’improvviso spopolamento non può che avere ricadute e conseguenze drammatiche per i commercianti e per tutta l’economia del territorio. Il post-terremoto non è soltanto ricostruire case, ma è ricostruire il tessuto economico e sociale, la vita di Tolentino. E forse dieci anni non bastano nemmeno, dicono.

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Pranziamo in una mensa scolastica, serviti da donne e volontari scout. Riprendere con la scuola, riprendere le attività sportive e ricreative, avere una propria casa e riappropriarsi dell’unità e serenità familiare, sono queste le priorità di Tolentino e di tutti i terremotati. Ma la priorità più alta fra tutte, che senti espressa da più parti è spesso questa: restare qui, restare insieme.

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Non sono andata a caccia di storie e di rappresentazioni del disagio. Ho parlato non tanto con i terremotati in senso stretto, quanto con coloro che li rappresentano (comunque anche loro nella categoria sfollati e terremotati). E queste persone non le conoscevo prima, tantomeno posso sapere i loro passati politici e personali. Ma ho visto il loro presente e conosciuto il loro adesso che è fatto di poche parole e molti fatti. Alla cena di commiato, il discorso di saluto del Sindaco Pezzanesi mi ha sinceramente colpito, proprio perché in certi contesti capisci che non è retorica, semplicemente perché non può esserlo. Perché il terremoto distrugge tutto e sconvolge tutti, senza fare distinzioni.

In una disgrazia gli unici aspetti positivi che emergono sono il valore della famiglia e della solidarietà. Ognuno di voi ha fatto la sua parte come se la nostra fosse una famiglia vera, come se noi fossimo fratelli che abitavano uno di qui e uno di là, che però quando la famiglia chiama, la famiglia c’è. Poi la solidarietà in generale, l’abbattimento delle barriere razziali, caratteriali, nazionali. Questa sera sono stato a cena in un centro in cui sono ospitate diverse etnie: macedone, albanese, slava, italiana… chi ha cucinato, chi ha comprato questo o quell’altro, ci si abbracciava, e i bambini, che sono la cartina di tornasole di una società civile e democratica, giocavano tutti insieme. Il buon Dio ci ha mandato una grande prova. Però noi eravamo vecchi dentro, arrugginiti, sporchi, non pronti ad apprezzare questi valori. Il terremoto da un lato ci ha distrutto dall’altro, che è quello caratteriale e umano, ci ha rigenerato. Su questa rigenerazione dobbiamo ricostruire la città che non sarà più la stessa città, perché per almeno per altri cinquanta o cento anni ci saranno questi valori: della solidarietà e dell’aiutarci vicendevolmente. Che avevamo dimenticato dopo la seconda guerra mondiale, riscoperti allora con un altro trauma. Stasera, uno mi ha detto ‘Sindaco cosa vuole che sia per noi un terremoto, noi abbiamo avuto una guerra dove le donne venivano violentate, ammazzate, altri erano messi nelle fosse comuni, per noi che abbiamo visto queste cose il terremoto è niente. Non abbiamo più la casa, ma siamo felici perché sappiamo di ripartire, ma tutti insieme’. Quindi, quando tornerete a Isola, portate questo messaggio: siamo più poveri immobiliarmente parlando ma molto più ricchi moralmente e intellettualmente. Grazie di cuore a tutti voi. Sperando che il terremoto abbia finito vi abbraccio a nome della comunità, esattamente 20471 persone.

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Tutti abbiamo assistito alle immagini agghiaccianti e abbiamo ascoltato le notizie che descrivevano le tremende conseguenze del terremoto del 24 agosto.  Nel corso dei mesi seguenti il cosiddetto sciame sismico ha reso invivibile la quotidianità di migliaia di persone. Le continue scosse di assestamento hanno continuato a recare danno fisico e psicologico alle zone colpite. Nel frattempo la macchina degli aiuti e dell’emergenza si attivava, nella speranza di far rientrare tutto nella norma quanto prima. Ma una nuova scossa di terremoto, il 26 ottobre e infine, l’ultima grande scossa del 30 ottobre, ha dato un definitivo colpo di grazia anche a quelle aree e a quei centri storici fino a quel momento risparmiati, se non dalla paura e dal trauma, dalle conseguenze strutturali. L’area terremotata definita “cratere” insiste sull’interno tre regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria, ma soprattutte le MarcheQuesta grande catastrofe segnerà la storia di questi luoghi, molto di più dei terremoti passati. Non per ordine di importanza in termini di danneggiamenti, ma perché quello che sta accadendo è una profuganza coatta di migliaia e migliaia di persone che, stando così le cose, saranno sradicate forse per sempre. Si spera che non succeda, ma quando si spengono i riflettori cosa resta? Solo il racconto e la memoria di un passato che ci si augura che non sia solo ricostruito, ma tramandato di generazione in generazione.

 

Digressione

Capodistria – ottobre 2016

C’è a chi cade la mela in testa… e a chi basta un oliva!

L’urgenza di scrivere, l’urgenza di andare, l’urgenza di riflettere ma anche di smettere di pensare. L’urgenza di parlare, l’urgenza di tacere. Come una nuvola che passando copre il sole, come le ombre all’imbrunire, come incontrare per strada chi ti strappa un sorriso in una “giornata no”. L’urgenza cambia qualsiasi stato d’animo precedente, lo annulla, segna una svolta e pretende attenzione. Così, da un fatto intimo prima di tutto, che tocca le corde del cuore e mi fa contrarre i nervi, l’urgenza mi fa riscoprire quello che faccio, quello per cui mi dedico e mi impegno. Mi costringe a stabilire e rispettare le priorità che mi sono data.

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Già… le priorità della vita e la scala di valori che le accompagnano. Una volta ai primi posti c’erano gli amici e la famiglia, essere una persona utile per la società, ieri erano la laurea e “salvare il mondo”. Di questi tempi qualcosa sta cambiando ancora e al momento sembrano un po’ confuse. Al vertice della classifica si trovano in ex aequo: scrivere, insegnare, vivere in pace. Vivere in pace, che strana priorità. Non l’ho mai capita e mai messa in elenco prima. Invece da un paio d’anni… eccola qua. Direttamente in vetta alla classifica. Che quasi all’inizio non volevo confessarlo a me stessa, perché mi sembrava una cosa da vecchi, da nonni, questa cosa qui: vivere in pace. Ma sta lì. E ogni tanto l’urgenza mi coglie e me la ricorda. Così, oggi ho lasciato perdere tutto quello che avevo in programma, perché mi hanno chiesto se avevo voglia di partecipare alla raccolta delle olive di famiglia e io manco ci ho pensato due volte: sì, perché ho sentito l’urgenza di vivere in pace. Scriverò, insegnerò, forse salverò il mondo… ma domani. Oggi no.

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Citazione

Nel giardino di via Kralj

Seduta tra l’erba e i fiori del giardino di casa, il sole mite sulla pelle, l’aria serena, l’ape, la farfalla…

 

Sembra

quel tempo in cui

sognavo di viaggiare.

Andavo

col vento sui

rami a chiacchierare.

Prima

che fosse tardi

giuravo di non scordare:

“misteri, natura, poesia, avventura”.

Quello,

che mi cerca,

mi trova qui a pensare:

“è strano tornare bambina

su una terra non mia, in Istria”.

CDP

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Le radici che tengo

Di origini, famiglia e culture radicanti

Piccola premessa. Non sono mai stata così lontana dalla Sicilia come durante quest’anno. Anno in cui sono tornata a casa solo per due settimane tra Natale e Capodanno. E la cosa comincia a produrre strani effetti.

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Da un po’ di tempo a questa parte, devo ammetterlo, faccio fatica a rispondere alla domanda: “di dove sei?”. La risposta estesa, infatti, suonerebbe più o meno così: “io sono siciliana, cioè mio papà è siciliano e io sono cresciuta in Sicilia, però mia mamma è veneta e io sono nata e cresciuta anche in Veneto, però ho vissuto negli ultimi anni a Torino dove tra l’altro ho un sacco di parenti. Però ora vivo qui”. Trovandomi all’estero, sarebbe più semplice dire: sono italiana e stop. Però, io non è che sono proprio all’estero-estero. Infatti, qui in Istria non basta, perché bisogna distinguere tra italiana d’Italia e italiana autoctona. E poi siccome noi italiani ci teniamo sempre a precisare l’origine regionale esatta e magari anche la provincia nel caso delle regioni più grosse, va sempre a finir male. Ad oggi, nelle mie conversazioni, pare essersi affermata la seguente definizione rispetto alla mia origine: siculo-veneta-piemontese. A questa tripartizione identitaria ormai mi sto affezionando e quasi quasi ci aggiungo pure “istro”, prima di veneta, però staccato: istro – veneta (il motivo del trattino lo spiego su richiesta a eventuali interessati di questioni di lana caprina, quali letterati e appassionati di culture e identità multiple).

giphyVi assicuro che a volte è piuttosto faticoso tenere insieme tutta questa roba. Non solo per quanto riguarda le relazioni familiari e i rapporti interpersonali da mantenere e coltivare a distanza. Provate a immaginare quante voci e punti di vista si siedono in parlamento dentro di me quando devo fare scelte o prendere posizione su delle cose. Il mio nucleo familiare e la cerchia di amici che mi conoscono da una vita vivono in Sicilia, questo significa che sono cresciuta a pane e sicilianità, folklore, baccano e gioia di vivere, ma anche con tanti problemi alla luce del sole. Tanto sole. Accanto, lo stuolo di ricordi, di tradizioni, di modi di fare, di paesaggi da fiaba, di cugini e zii dell’alto-vicentino. Proprio veneti delle montagne, mica veneti della pianura! Due mondi diversi e con orizzonti opposti. Così, passando per il Piemonte, l’impasto della mia personalità è concluso, ma è facile fare un po’ di confusione. Non sempre sono sicura che si riesca a capire come vedo il mondo, le relazioni, le amicizie, la famiglia. 

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Per me siete tutti parte della mia vita che non è affatto quella di una solitaria e sradicata, ma soltanto quella di una fanciulla ormai donna, che vi porta con sé dappertutto e si confronta con voi ogni volta. Senza di voi “radicati” non sarei andata mai da nessuna parte! Sono tipo una di quelle piante che nasce direttamente dalla radice e continua a spostarsi ogni volta, lanciando un’altra radice più in là (vedasi specie stolonifere in botanica). E dai diversi stili di vita delle mie regioni, cerco di prendere le caratteristiche migliori e farne una cosa bella di cui potete essere fieri anche voi, che vi considerate spesso così male.

Della sicilianitudine mi prendo: la libera espressione del corpo e della mente, il ridere forte, le riunioni di famiglia, il giro di amici che se ci sei dentro non ti molla e non ti lascia solo manco per un secondo!

Della piemontesitudine mi prendo: la cortesia e il sorriso gentile, il senso del dovere, il rispetto per le file, la puntualità, l’ordine!

Della venetitudine mi prendo: la discrezione, il riuscire a parlare sottovoce e capirsi lo stesso, l’incredibile capacità di sapere indorare sempre la pillola e, soprattutto, la fantistica abitudine di lamentarsi molto poco!

Per concludere questa carrellata di amore identitario con una citazione: sono le mie radici la mia grande bellezza. Sono così fortunata da averla sempre a portata di mano e di poterne mangiare a volontà.

 

 

 

 

 

 

 

 

Galeotto fu il Giorno del ricordo e chi lo scrisse – 10 febbraio 1947

10 febbraio 1947, Parigi. Gli stati vincitori e gli stati sconfitti della Seconda Guerra Mondiale firmano il Trattato di pace. Il “Bene” trionfa sul “Male” fascista, ma soprattutto nazista. Viene ristabilito l’ordine in Europa e si impone sulla scena la nuova Repubblica Federale Socialista della Yugoslavia. Il 10 febbraio 1947 segna, per gli stati europei in particolare, l’inizio di una nuova era di pace, progresso e miglioramento delle condizioni di vita (benessere, istruzione, ricchezza). In questo giorno però, in Italia, non si celebra la pace, ma l’inizio o forse potremmo dire, la continuità, della violenza che non si arresta in certe zone dai confini traballanti e ancora occupati dagli eserciti.

La legge del 30 marzo 2004, n.92 ha sancito l’Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Territorio_libero_di_Trieste_cartaCon la firma del trattato del 10 febbraio 1947, l’Italia perde diversi territori precedentemente posseduti o conquistati nel mondo. In particolare, per quel che riguarda “la complessa vicenda del confine orientale” italiano (Trieste e Istria per intenderci) basti sapere che viene istituito il Territorio Libero di Trieste, suddiviso in  zona A e zona B. La zona A viene temporaneamente amministrata da un Governo Militare Alleato (British U.S. Zone). Rispettivamente la zona B si trova sotto l’amministrazione dell’esercito jugoslavo. Qualche anno più tardi, nel 1954, la zona A sarà affidata definitivamente all’Italia. Negare che durante e dopo la guerra ci siano state violenze da parte dei partigiani di Tito, oppure dei fascisti, ma anche da parte di gente qualunque esaltata o vittima della propaganda filo-fascista o filo-comunista è impossibile. In particolare, per gli eventi successivi alla firma del trattato di pace, violenze e precise decisioni politiche, hanno effettivamente spinto alla fuga migliaia di persone e famiglie italiane che non erano semplicemente coloni fascisti, ma che avevano radici culturali profonde e antiche, da sempre legate a quella terra (lettura consigliata: “Il lungo esodo” di Raoul Pupo).

Ma lasciamo da parte l’analisi di quello che accadde in Istria e di come la popolazione italiana, slovena e croata abbia vissuto gli innumerevoli cambiamenti etnici e nazionali. Rimaniamo al di qua del confine. In Italia, dove il Giorno del ricordo viene in questi giorni celebrato. Per come è passata alla storia della Repubblica italiana, l’istituzione di questa ricorrenza è stata fortemente legata ai partiti nazionalisti di destra. Appoggiata e incoraggiata dai tutti i partiti di governo, come è giusto che sia. Tuttavia, la percezione che se ne continua ad avere è che, nonostante lo sforzo istituzionale di renderlo patrimonio di tutti, questo Giorno del Ricordo in Italia serva soltanto ai neofascisti per dire che i “comunisti” e i partigiani titini erano brutti e cattivi quanto se non di più di loro.

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Io mi ricordo benissimo quando fu istituita questa nuova solennità nazionale e mi ricordo chi la innalzava a manifesto e stendardo di battaglia. Ero un’adolescente, frequentavo le superiori in una città della provincia siciliana, non sapevo milioni di cose del mondo, tanto meno mi fidavo di quello che mi raccontavano e insieme a me, in molti ci siamo accorti dell’uso politico di qualcosa che aveva nomi astrusi e sconosciuti per noi: “foibe”, “Tito”, “partigiani yugoslavi”, Yugoslavia. Vicende storiche che nessuno ci aveva mai spiegato cosa avessero a che fare con l’Italia. Narrazioni che ascoltavamo così per la prima volta, mediate dal nazionalismo di destra. Una trappola! Il risultato è che praticamente nessuno se ne occupa, se non storici, politici e i diretti chiamati in causa. Il risultato è che ogni anno ci si ritrova a dover fare presidi contro i fascisti di Casa Pound e simili che pensano, a ragione tra l’altro, che questa sia la loro festa nazionale. Si alimentano polemiche basate sull’ignoranza che si appoggiano a contrapposizioni ideologiche senza più alcun senso storico a uso e consumo di gente limitata. Il tutto nella completa indifferenza dell’opinione pubblica che, giustamente e nella migliore delle ipotesi, continua a non capire di cosa stiamo parlando e perché.

Voi che percezione ne avete?

 

 

 

 

 

Una famiglia istriana, di Ester Sardoz Barlessi

Storia e microstoria. Strutture sociali e rivoluzioni. Grandi eventi e quotidianità. Ester Sardoz Barlessi ci invita a entrare in una dimensione particolare e allo stesso tempo universale. Quella di una famiglia istriana tra le due guerre mondiali fino alle soglie del nuovo secolo.

 – È una femmina – disse con voce stanca Giovannina dalle bianche mani – si riprenderà. Le femmine sono più resistenti dei maschi. Angela sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e che tutto il dolore che le aveva lacerato il ventre le si era spostato nel petto. – Mi dispiace Nicola – mormorò, ed egli non trovò nessuna parola per confortarla. (Una famiglia istriana, Ester Sardoz Barlessi, EDIT, Fiume 2005, p. 16)

Siamo nel 1905 e la misoginia non è folklore o oggetto di ironia bipartisan, è la realtà. La protagonista di questo racconto non è una vittima della storia, né un esempio di ribellione o modello eversivo apripista di alcunché. Angela è essenzialmente una donna, moglie di Nicola, e una madre che vive per la famiglia. Quale famiglia? Quella che oggi in molti definiscono tradizionale, quella dei valori patriarcali, in cui la nascita di una femmina non voleva dire una gran gioia per nessuno. E infatti, quando finalmente nasce il desiderato maschietto:

Angela lo considerava un dono del cielo e con un non ben definito senso di colpa verso le figlie, sentiva di amarlo in un’altra maniera. E fu sempre così. Lo coccolava pensando che un giorno, essendo maschio, avrebbe avuto una vita più facile e tirava su Domenica inculcandole il rispetto e la sottomissione verso gli uomini come sua nonna aveva fatto con lei.” (p.47)

Sarebbe stata in grado di pensare e agire altro una donna analfabeta nelle sue condizioni, allora? Quale consapevolezza e dunque colpa può avere nel perpetuare il sistema sociale di oppressione uomo-donna? E anche consapevole, in quel contesto, sarebbe stata una madre migliore se avesse insegnato alle figlie e ai figli la ribellione, sapendo di riservargli così facendo a una vita ancora più dura? Sono queste le domande che sorgono spontanee e sollevano annose questioni femministe, vecchie e nuove. Eppure, ridurre il lavoro di Ester Sardoz Barlessi (Pola 1936) soltanto a questo aspetto storico e sociale del ruolo della donna, moglie e madre, guardiana della famiglia e responsabile comunque delle vite concessegli in dono da dio, sia maschi sia femmine, sarebbe poco. Infatti, si tratta di un romanzo storico di ampio respiro, che racconta della forza e delle necessità contingenti delle madri, in un tempo in cui le famiglie, le sacre unioni, furono divise dalla guerra e le donne, i bambini e gli anziani istriani dovettero abbandonare tutto e rifugiarsi nei campi profughi adibiti per loro dall’Impero a Wagna, in Stiria, in condizioni degradanti e poco sicure. Nel contempo, gli uomini, costretti a rimanere per combattare loro malgrado in quanto maschi, vissero l’abbandono e la solitudine improvvisa, senza sapere come cavarsela in una casa vuota, senza sapere neppure cucinare un piatto di pasta, preparare il caffè, rifare il letto. Ma la tempesta non si placò con la fine dalla prima grande guerra. Le famiglie istriane, ritrovate per breve tempo la pace e la gioia del ricongiungimento, dovettero affrontare nuove crisi e nuove separazioni durante la seconda grande guerra e ancora oltre, gli esodi e le fughe, il clima di odio e sospetto caratterizzava la quotidianità della vita pubblica e privata.

Tutti volevano l’Istria. […]. Ogni mattina si scoprivano nuove scritte sui muri delle case inneggianti alla Jugoslavia o all’Italia. […]. Le famiglie di idee diverse non si salutavano più, si disgregavano affetti e legami di sangue. […] Quanta amarezza nel vedere giornalmente i suoi figli che si scannavano fra loro! Ormai quando erano insieme, non potevano avviare nessuna discussione senza toccare la politica e ogni vota finiva con una lite. Nicola, per sfuggire all’atmosfera opprimente della casa, aveva incominciato ad andare all’osteria della Maria a giocare a carte o a bocce tutti i pomeriggi. – Ah, la politica! Che gran puttana, diceva, divide i figli dalla madre, il fratello dalla sorella! Meglio che non veda, meglio che non senta! Abbiamo avute tante di quelle disgrazie che ci mancava l’odio adesso! (p.133)

Per ulteriori informazioni di carattere storico invito a consultare il sito del Centro Ricerche Storiche di Rovigno: “http://www.crsrv.org” e il Pdf scaricabile presso il sito dell’associazione “Giuliani nel Mondo” http://www.giulianinelmondo.it/upload/libro%20mostra.pdf

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Ho imparato due cose dalla lettura di questo romanzo. La prima riguarda una lacuna di conoscenza storica vera e propria, poiché non sapevo praticamente nulla dell’Istria, degli italiani e di quello che accadde durante la prima guerra mondiale nei territori istriani del grande Impero dei popoli austroungarico. E sapevo (so ancora) ben poco degli eventi successivi che riguardarono questa zona di confine. La seconda cosa, più letteraria, riguarda la capacità di comunicazione di questa autrice che fa uso di uno stile che si muove sapientemente tra il punto di vista soggettivo e oggettivo dei personaggi e della storia, tra il coinvolgimento emotivo e la pura descrizione. In grado di costruire un’impalcatura equilibrata nella narrazione di eventi così tanto tragici, che si regge sull’incredibile forza di abnegazione di una madre. Un equilibrio forse raggiunto per accumulo di sofferenze e dubbi, lacerazioni identitarie, proprio di scritture in grado di fare pace con la storia individuale e collettiva. L’autrice Ester Sardoz Barlessi apre la porta di casa della famiglia Viscovich e ci invita a entrare nel loro mondo. Non esprime un giudizio sugli eventi del secolo o sulle azioni dei suoi personaggi, ma solo ci chiede: “non pensi che questa storia sia degna di essere ricordata?” Ai lettori l’ardua sentenza! Italiani, sloveni, croati, austriaci? Esiliati, emigrati, rimasti, oppure nemmeno lontanamente imparentati? Io penso che chiunque possa prendere in mano questo racconto e, leggendolo, sentirsi in famiglia.

Una famiglia istriana è uscito per la prima volta in edizione bilingue: “Una famiglia istriana/Jedna istarska obtelj Traduzione di/preveo Mladen Radic Pietas Iulia (Pula-Pola, 1999)”

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