Reflussi di coscienza

Eppure qualcosa voglio scriverla. In questo mese che scorre con una rigorosa tabella di marcia e che mi intreccia tra lavoro, studio, presentazioni del libro, eventi, incontri assembleari, momenti che ritaglio per lo svago ogni tanto. Tipo il martedì sera, che vado a danza e la domenica: che cerco di tenermela buona e cara, considerata la fine che gli avevo fatto fare l’anno scorso. Provo a usarla per fare le cose belle. Tipo? Non sto qui a dirvelo, anche se di cose belle sono sicura che siete tutti golosi. Per lo meno così pare a giudicare dai comportamenti social di ognuno di noi. Approviamo per la maggior parte del tempo solo cose esteticamente belle, panorami sognanti, vestiti belli, fisici sportivi, foto di momenti felici, coppie che sorridono, ragazze che ci presentano i loro profili migliori, uomini che fanno i papà, mamme che fanno le mamme e così via… Oh se ci sarebbe eccome da far partire un flusso di coscienza lunghissimo e che si ritorcerebbe comunque contro perché poi suvvia, solo un ingenuo potrebbe ancora credere alla rivoluzione social e non invece all’ennesimo mezzo di conferma delle norme sociali, quelle non dette, quelle non negoziate, quelle che danneggiano il pensiero critico, quelle che fanno male al nostro equilibrio interiore. Si svelano così i cari e vecchi altarini, ogni volta che un uomo e una donna mettono un cuore o un like o una stellina a una ragazza sessualmente accattivante, che sia lei consapevole o no, non è un fatto privato. C’entra la complicità di un mondo che non ha ancora imparato ad andare oltre al consumismo e allo stereotipo e, ma guarda un po’ ci cadono ancora tutte e tutti in questa cosa qua. Guardate i marchi degli adolescenti di oggi ad esempio. Sono sempre gli stessi dagli anni Ottanta e pescano sempre nello stesso mare: quello dei ragazzini e quello musicale (hip hop – rap o trap che dir si voglia, di altri generi a seconda del marchio). Va beh, pazienza. Pensieri a margine i miei, molto a margine dei veri grandi temi che su Instagram non attaccano e nemmeno su FB, forse ogni tanto entrano nelle classifiche di tendenza di Twitter, e al bar poi di che si parla ormai dato che la Nazionale maschile italiana ai mondiali non ci va. Ci sarà un collegamento tra crisi politica e sociale e questo fatto storico eclatante??? Su, non buttiamoci giù… W l’Italia!!!

Il fatto è che i grandi temi raramente sono di tendenza. E certo, che società consumistica saremmo altrimenti? Cara Italia, io non lo so perché va a finire spesso così, che mi trovo e non mi trovo in questi confini nazionali. O meglio, non è vero, lo so. Ti ho scelta, tutto sommato, come insieme di valori, come cultura, come tradizione storico-letteraria e mi piaci non è che non mi piaci. Però due parole due, su dove stiamo andando, verso dove mi stai trascinando le vogliamo dire?

Davvero due: il nuovo che avanza è la solita minestra riscaldata. Non temo di peggio. Temo semplicemente il fatto che mi sento un po’ un peso generazionale, un peso che riguarda non solo la mia età – il trentennio è fatidico del resto, lo disse persino uno che si chiamava Erikson – credo, con cui ultimamente sto entrando in confidenza – ma anche il mio lavoro. Temo il fatto che l’assunzione di responsabilità del mondo adulto non c’è, temo di dover essere d’accordo su quanti della generazione passata dicevano che noi adolescenti cresciuti a pane e pubblicità eravamo dei rincitrulliti. Per quanto io mi sia battuta contro questo stereotipo che metteva lo scontro generazionale al primo posto, mi sa che hanno vinto loro. Hanno vinto quegli adulti della “mia generazione ha perso” e che se l’è presa con la nostra. Ci hanno detto per anni “siete scemi” e scemi siamo diventati. La psicologia funziona, chi pensa non sia una scienza farà meglio a ricredersi finché è in tempo e farà meglio a farsi vedere, ma da uno bravo però…

La questione nazionale è dunque presto detta e la questione internazionale? UUUUH apriti cielo. Non lo apro è già abbastanza grondante di sangue così, ulteriori ferite possiamo risparmiarle? La gente muore sui nostri confini, ma la cosa non interessa. La gente muore appena oltre i nostri confini, ma la cosa non interessa. La gente muore ben al di là dei nostri confini… figuriamoci. E la questione femminile? Stendere veli pietosi sarebbe poco considerate oggi le cose: un governo senza candidati donna, case delle donne che chiudono, centri antiviolenza e consultori senza fondi, asili solo alle italiane – che non figliano tra l’altro chissà come maaaaiii. Stendere veli pietosi, sarebbe pure poco, ci sarebbe pure da stirarli, piegarli e riporli nel cassetto questi veli pietosi. Un’immagine che mi riporta al tradizionale ruolo di cura femminile e così questo flusso di coscienza si chiude bruscamente.

Ne ho detto una o più di una? Ne dico un’altra. Io non vedo la luce, vedo solo un lumicino in fondo al tunnel, da solo. Che per il momento campa di rendita. Attende l’arrivo dei rinforzi e io spero, davvero spero, che non si spenga nel frattempo che ci provo a raggiungerlo.

Filosofia dell’educazione, i grandi perché della vita.

Un tempo le punizioni corporali erano considerate educative. La norma era l’obiettivo da perseguire. Oggi si rincorre la realizzazione personale e si cerca di “tirare fuori il meglio” da ognuno. Ma cosa è lecito fare e non fare in nome dell’educazione e dell’istruzione?

Nel corso degli anni sia universitari, sia post-universitari, ho avuto più volte l’occasione di approfondire i grandi temi della vita: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo… Finendo col capire che la domanda delle domande è: perché apprendiamo? Se vi soffermate un attimo lo capirete anche voi quanto insidiosa e affascinante possa essere la ricerca della risposta. Tuttavia, non avendo scelto poi nella vita un percorso dedicato all’applicazione della conoscenza, ma piuttosto alla sua trasmissione, ho ristretto il campo a una sotto-domanda non meno insidiosa: perché educhiamo?

Cambiano le opinioni, i metodi e gli obiettivi. Ma una cosa non cambia mai, non riusciamo a fare a meno di imparare ed insegnare. Qualcosa. A qualcuno. Così, in queste poche pagine frutto dei miei studi in pedagogia presso l’università di Capodistria e che potrete leggere comodamente anche se non sapete molto bene l’inglese, perché per vostra fortuna non sono madrelingua e quindi adotto uno stile di scrittura serenemente lineare e semplice, provo a esplicitare i principi cui dovrebbe ispirarsi l’educazione e il sistema dell’istruzione, per favorire il pieno e libero sviluppo dell’apprendimento nella specie umana.

Oddio, vi siete messi le mani nei capelli? Coraggio! Niente paura, è solo filosofia. Non fa male. Fa pensare.

Clicca sul titolo o sull’immagine, buona lettura.

 

What should be done in name of education

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La mia classe è vuota.

Per il ciclo “Grandi temi d’autunno”: precarietà, sindacati e coscienza di classe.

Tra i buoni propositi di fine estate e inizio settembre avevo quello di scrivere di più. Avevo tutto un piano di rinnovamento e focalizzazione su temi – quasi – pronto. E però… il tempo è ricominciato a correre veloce. Dopo la pausa estiva mi sono ancora capitate occasioni di lavoro nel campo dell’insegnamento, che mi hanno portata a insegnare lingua italiana a Trieste per un mese e poi ancora a trasferirmi nel giro di un fine settimana in Piemonte, per un incarico annuale nelle scuole pubbliche italiane.

Ma anche se sono iscritta in terza fascia, per favore: non chiamatemi “precaria della scuola”. Perché mi sembrerebbe persino di dire troppo. Sono qualcos’altro. Forse una precaria dell’insegnamento in generale. Io direi semplicemente che sono un’insegnante che va dove c’è bisogno della sua professionalità e nemmeno troppo “precaria”, dato che posso dire che, nel bene e nel male, ho sempre lavorato con regolarità, a volte persino dignitosamente pagata.

Finora ho cercato di fuggire il concetto di “precarizzazione” associato a me stessa e al mio stile di vita. Perché non credo rappresenti la mia complessità. Ho cercato di crearmi un’idea di precarietà che desse un senso al mio incessante cambiare luoghi di lavoro, persone, obiettivi generali, minimi e specifici; che desse un senso al mio non avere uno stipendio continuo e assicurato, poiché lavoratrice nel settore privato. Anche perché, posso serenamente dire di essermela cercata, andando dietro a quel lato irrequieto che mi caratterizza e con cui ho definitivamente fatto pace (io, forse chi mi vorrebbe vicina ancora no). In questo senso ho dunque dovuto trovare un significato e una motivazione tutta mia. Infatti, anche se è una tua scelta, non è facile prendere e partire. Per quanto possa sembrare bello e interessante anche agli occhi degli altri, è sempre tutto “un equilibrio sopra la follia”, giusto per fare una citazione pop.

Non me ne pento. È vero che secondo il MIUR io non ho che poche certificazioni, poco canonico servizio, poco punteggio. Ma io so che chi lavora con me sa che: posso vantare un’esperienza di insegnamento piuttosto ampia, di relazione con bambini e ragazzini di elementari e medie, ragazzi delle superiori e, infine, anche con adulti; sono in grado di progettare e programmare per obiettivi; so affrontare classi facili e classi difficili; conosco le potenzialità e so valorizzare la ricchezza delle diversità individuali; insegno come migliorare; so apprendere e affrontare ambienti nuovi; so gestire gli imprevisti e sopporto situazioni di alto stress (…sul luogo di lavoro, poi a casa dormo per dieci ore). Perdonerete queste affermazioni da curriculum e da persona che cerca di fare impressione al colloquio di lavoro. Perdonerete l’arroganza di una giovane insegnante che non è che farebbe di tutto ma, pur di fare il suo lavoro, andrebbe dappertutto. Concedetemele, perché anche a giudicare dalle relazioni positive e dai feedback avuti finora, non ho da fare la falsa modesta. E potete dare anche per scontato il fatto che un insegnante convive con la certezza che “non si smette mai di imparare”.

Comunque, non chiamatemi “precaria della scuola”, perché non lo sono. Non ancora. E credo che, in virtù del mio mercato del lavoro e del mondo dell’insegnamento, io non sia molto “sindacalizzabile” dal settore scuola al momento, con buona pace della lunga tradizione italiana (sindacale e politica) che ancora stenta a crederci, ma non sembra avere chiaro il fatto che per riprenderci e riunirci dovrebbe comprenderci tutti, noi lavoratori, noi insegnanti, noi educatori, noi facilitatori, noi consulenti, noi collaboratori… noi.

Prima di chiamarci alle armi, i sindacati e affini dovrebbero spiegarci di nuovo in cosa consistano i nostri diritti, semmai ne avessimo ancora. Dovrebbero attivarsi per creare spazi di elaborazione collettiva, perché forse dobbiamo definirne di nuovi. Non mi servono agenzie di servizio, che mi sbrighino pratiche e mi compilino domande. Mi servono luoghi, spazi, metodi e strumenti di confronto, possibilità di azione, momenti decisionali, persone, compagni e compagne. La mia classe è vuota.

L’unica coscienza di classe che ancora riconosco è quella dei miei studenti. Quella che costruiamo insieme a volte in un giorno, a volte in settimane e mesi, bene che ci va in un anno.