La poesia costa cara

HASHTAG CORONAVIRUS – QUATTRO MESI DOPO

Ho cercato a lungo qualcosa su cui scrivere a proposito della Fase 3. L’ho cercato a lungo dentro e fuori la mia quotidianità. A fine Giugno avrei voluto scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza con quella cosa che è stata chiamata “Didattica a distanza”, senza ricordarci che il termine esatto sarebbe stato “Formazione e distanza”, qualcosa che funziona solo con adulti e spesso solo nella teoria. Avrei voluto parlare del mio rientro a casa base, in Sicilia, di come ho ripreso la mia vita sociale postcovid. Poi volevo anche raccontarvi del mio sogno a quattro zampe diventato realtà, dopo lunghi anni di attesa e sospensione passati a capire più o meno cosa ne sarebbe stato di me, e quindi poi di un eventuale nuova cucciola. (Sono passati cinque anni, due di lutto per Leila: “https://ilmioluogo.me/2015/04/13/13-aprile-2015/“.

Beh… niente di tutto ciò. Qualche aggiornamento su instagram ed eccolo qui il leone dell’estate: Luglio. Perché tediarvi con gli isterismi ministeriali dell’istruzione che gravano sui miei nervi come mille mila corde di violino e violoncello un po’ schitarranti a volte, un po’ supplicanti di voler spezzarsi e morire per sempre. Eppur si muove. Mi sono iscritta a 5 concorsi di cui non si sa, al momento in cui scrivo, la data.

Vorrei riprendere, piano piano, la mia attività di scrittura, come anticipavo in un momento di entusiasmo da quarantena qui: “https://ilmioluogo.me/2020/03/27/aaa-personaggi-e-cercasi/“. Adesso è solo questo quello che chiederei a me stessa, anche se invece quello che il mondo mi chiede sono ancora esami e valutazioni in stile verifica sommativa da diploma o da tempra morale universitaria, sinceramente avvilenti dal punto di vista un un cervello maturo, pluriesaminato, plurilaureato, pluritestato sul campo (questo siamo, noi insegnanti precari, e non personale senza qualità).

E però scrivere alla fine non mi viene facile. Mi pare che mi serva sempre altro. Un davanzale diveso, una scrivania più larga, un incoraggiamento, un software che mi aiuti nell’organizzazione dell’intreccio, un quaderno… no quello sto decidendo di abbandonarlo. Un nuovo ordine mentale, ma che dico globale mi servirebbe, forse. Non lavorare. Non inseguire le richieste di un mondo che oggettivamente non riesco a soddisfare.

Ma parliamone della Fase 3. Non di questa Italia che si è riscoperta di nuovo una specie di caput mundi d’Eu. Dico: di questa mia Fase 3. Parliamone. Che si sta rivelando da ricordare non per le cose belle, ma per le brutte e non mi riferisco a questioni economiche, quelle per fortuna al momento non mi preoccupano… anche se dovrebbero dato che il mio stipendio si è interrotto il 30 Giugno e i miei risparmi non mi permettono di andare troppo oltre con i mesi. Ma on va s’aimer, on va danser oui c’est la vie, la la la la la.

Dico: questa Fase 3. Ultimamente mi è sembrata piena di disgrazie. Per esempio da poco è andato via da questo mondo un amico giovanissimo e vitale e forte e bello e pieno d’amore per la vita e le persone. Se ne è andato trascinato dal dolore per un tumore che ha affrontato con così tanta… non so. Insomma. Se ne è andato. E ci ha lasciato con un video in cui ci prendeva quasi in giro, noi lì a farcene una ragione al suo funerale. E ci diceva che davvero davvero davvero: non ha senso non essere felici di essere vivi durante il dannato periodo di tempo che va dalla nostra nascita al nostro destino. E poi tante altre cose e tragedie più o meno grandi che sono successe o succedono intorno a me e a persone molo care a me.

Insomma. Questa estate ha intrapreso una discesa verso paludi di tristezza. E tralasciamo i problemi del mondo perché altrimenti certo che metto subito punto. Ma tutto questo può insegnarmi qualcosa. Anzi deve. Devono farlo l’epidemia, le malattie poco curabili come il tumore che ancora è in giro. Sembra così scontato dire; “eh! Il valore della vita lo apprezziamo solo quando lo perdiamo”. Eppure.

Memento mori”: ricordati che devi morire, è un concetto essenzialmente illogico e irrazionale, altamente teorico e astratto. Qualcosa che parla alla morale e al senso dell’essere etico di ognuno di noi. Invece il motivo logico e e razionale di questo strano comportamento dell’essere umano, che si finge di vivere per sempre e a lungo, non è solo un aspetto appartente alla cultura decadente della nostra società dall’immagine sempre giovane e bella, che ha orrore della vecchiaia e della bruttezza. Si tratta di un comportamento anche piuttosto animale a dire la verità. Non mi ricordo più chi l’ha detto – casomai suggeritemi. Il fatto è che dobbiamo dimenticare ogni giorno di morire, perché altrimenti non faremmo affatto nulla di quello che facciamo. Che vita sarebbe? Una vita chiusa, rintanata, dedita solo all’orticello e alla soddisfazione di qualche desiderio della carne, una vita triste, in cui stabilire legami sociali è doloroso, in cui osare è pericoloso, oppure fatta solo per ridere e scherzare e prendersi gioco degli altri… non so.

Ogni mattina il nostro cervello si sveglia ed elimina da qualsiasi scenario emotivo, la possibilità della malattia, del pericolo, dell’incidente, della morte. Ed è questa cosa che ci permette di alzarci e fare delle cose. Ci permette di non avere paura e di amare gli altri, di cercare piaceri e vizi, di agire in prospettiva, di avere fiducia. E così si combattono a fasi alterne da una parte l’edonismo dall’altro il senso del dovere, da una parte la leggerezza dall’altra la pesantezza dell’essere. Non è facile essere animali complessi. Scommetto che ognuno di voi ha pensato almeno una volta: ma perché non sono nato diverso? Più sensibile, meno sensibile, più intelligente, meno intelligente, con qualche qualità, con una sola, con poche scelte da fare, con più di una….

Ed ecco adesso arrivato il momento di una grande verità. Materialisticamente parlando la poesia costa cara. Mediamente un libro di poesia costa il doppio, se non il triplo, di un romanzo anche pluripremiato. Mediamente la poesia del nostro secolo è diventata una quesione privata e silenziosa, un fatto intimo. Ed è per questo che preferiamo il karaoke. Il fatto è che, metaforicamente parlando, non sarebbe giusto mettersi a fare poesia in una società così dannata, così corrotta. Vi sembro troppo giudicante in negativo? Va bene. Usiamo un’altra parola. Una società così confusa, così viziata, così dimentica di morire e così incapace di godere della vita. La poesia costa cara. Tranne quella degli “antiqui” o quella brutta, scritta da qualche vlogger famoso per rimpolpare le casse di case editrici che non ti aspetti che debbano farlo, ma che non puoi biasimare. La poesia sarebbe perfetta per questo mio momento frammentato, per questa epoca da pazzi, per questo mio tempo veloce e poco, sempre poco. Me la vado a cercare a gratis nei blog. Se ne avete mandatemela.

Acqua – Acqua da tutte le parti

Acqua. Acqua da tutte le parti: che piove dai tetti, che sborda dai fiumi, che inonda le piazze, sommerge città, che sfalda le strade. Che periodaccio questo! Piogge forti ancorché stagionali, eppure questa acqua dà l’idea di essere diversa dal solito. Te la ritrovi da tutte le parti: ti inzacchera le scarpe, ti rovina i capelli, ti macchia la macchina, ti inzuppa le ossa.

Acqua. Acqua da tutte le parti: a fiotti dalle pezze rattoppate che cedono, a torrente dai recipienti bucati, a tempesta sopra le teste che saltano. Piove ed è subito tragedia, apocalissi, alluvione universale, dissidio nella maggioranza. Che mondo!

Facciamo acqua da tutte le parti: tra di noi, contro di noi, dentro di noi. Come non sapessimo più da che verso voltarci, pur di voltarci… per darci le spalle, naturalmente. Cosa avevate capito!

Acqua. Acqua da tutte le parti, tanta che rischiamo il pantano, la melma, l’affogo, e lo scarico ma dove è finito, qualcuno per favore, preposto e ben equipaggiato, può cortesemente partire alla ricerca del tappo incastrato per farlo saltare? Come ha da andar via, se no, tutta ‘sta acqua? I nostri politici che facessero qualcosa!

“Ma andé a lavurar!” – ti rispondono.

“A morì ammazzato vacci tu!” – più d’uno potrebbe legittimamente chiosare.

Tra mille pensieri che mi frullano in testa e le cose da fare e gli orari da rispettare e i ragazzi da motivare e da far studiare, e la situazione attuale, peggiorata da tutta quest’acqua che fa acqua attorno a me… mi prende la sindrome da gatto bagnato. Non so se la conoscete. Avete presente? Si tratta di quel buffo atteggiamento che assumono i mici di casa, quel fare tra l’attonito e lo sbigottito, quando te li ritrovi imbambolati e fermi davanti alla finestra a guardare il maltempo. O anche, quando sono fuori, quella postura e sguardo indispettiti, con il pelo arruffato lungo i fianchi, mentre lanciano miagolii lamentosi che sembra che facciano il verso all’umano: “piove governo ladro”.

Che poi la cosa buffa è che, nonostante tutta questa acqua, potremmo rischiare pure di non aver niente da bere, che dovremmo trovare il modo di conservarne almeno un un po’.

Così, tra questa vacuità, s’annega il miagoleccio mio.

E il miagolar m’è dolce in questo acquare.

Passepartout

Come essere tra le braccia di chi vuoi bene prima di dormire o prima di soffrire o dopo aver superato una prova che pensavi insuperabile, lasciarsi andare alla certezza di un mondo che si racchiude nel tuo corpo solo protetto da un altro corpo, come prima di nascere e dopo di morire, escludere minacce e paure.

Come essere sulla battigia del mare a guardare un incredibile tramonto in una sera d’estate in cui tutto ti sembra vada lento e scorra perfetto in pace, come l’acqua e il cielo che si incontrano laggiù baciati dal sole che scende e le preoccupazioni scendono con lui e si acquetano dolcemente sotto lo scroscio delle onde che leggere e belle si accavallano le une sulle altre ai tuoi piedi.

Come vedere un volto amico e sentirne la voce quando tutto attorno crolla, quando nell’urgenza del momento, del periodo, della vita, dimentichi di essere sola al mondo – lì, adesso o per lungo tempo – essere solo tu a dover fare, dire, prendersi cura di, pensare a, su cui si può contare…

Così l’emigrante, l’esiliato, la viaggiatrice, lo sradicato si sente quando tiene in mano una chiave di qualche casa ed è infine la sua o di qualcuno che gliela dà però come per sua, o quando non ne tiene nessuna perché lì dove andrà o tornerà non ne avrà bisogno. Se non l’hai mai provata questa sensazione, riesci a immaginarne la dolcezza?

Così mi sento io ogni volta. Quando ritorno in Piemonte e mi fate sembrare il San Pietro di me stessa che custodisce copie di chiavi del cuore. Oppure quando ritorno in Sicilia e mi prendete un po’ in giro per questa aria da girovaga dei miei stivali, ché non me ne serve nessuna lì e quasi quasi proprio non ne voglio neanche, tanto mi piace poter abbandonarmi a voi o comunque a qualcuno là, della comunità.

Così mi sento io, davvero, ogni volta che ripasso tutti i luoghi del mio eterno ritorno e ritrovo te, il tuo sorriso, il tuo bene. Tu sei per me la chiave più bella del mondo: quella che apre, accoglie, ristora, rincuora.

Tu che lo sai.

Grazie.