Daje al negro daje – l’incubo che non vuole finire.

Haters. Fino a qualche tempo fa manco sapevo avessero un nome che desse una qualche parvenza di ragione sociale a quelli che avevamo sempre definito: cafoni, ignoranti e pieni di sé.

Sembra un incubo che non vuole finire. Eppure è così. Accendi la TV e “daje al negro daje”, vai sui social e “daje al negro daje”. Parli con “laggente” e senti: “io non sono razzista però… ‘sti musi neri che bivaccano.” Parli con l’amica delle elementari e dice: “certo che i bambini dei miei vicini sono così silenziosi ed educati, sembrano come tutti gli altri, che carini.” Apri WhatsApp e leggi certe catene di sant’antonio che prima erano dedicate ai messaggi divini e invece ancora: “daje al negro daje”. Quand’è che avevo scritto questo post: “Dormire, sognare, forse migrare…” due anni fa? Un incubo ha in effetti proprio queste caratteristiche: sembra non finire mai.

Comunque vivere in un incubo a lungo ha dei lati positivi, ti permette per esempio di mantenere la consapevolezza su alcune cose. Intanto sul fatto che siamo irrimediabilmente vittime del sistema econonomico dell’informazione attuale che, come sempre dipendendo dalla pubblicità, da quasi un decennio si nutre di visualizzazioni. E per questo privilegia contenuti altamente polemici e rissosi, perché tu sia spinto a commentare e condividere, fare qualcosa, qualsiasi cosa perchè: “mannaggia a te, ho detto DEVI visualizzare e far visualizzare! Hai capito? Non ci vorrà mica una laurea!”.

La cosa bella è che, però, questo significa anche un’altra cosa. Che su certi temi il dibattito è aperto. E quando si tratta di questo, per esempio dei richiedenti asilo politico, degli immigrati, degli strupatori, dei delinquenti … ops no, scusate, dei NERI. È così che ve li immaginate vero? Lo straniero quando è cattivo è nero, per antonomasia e perché fa pure rima. Persino i terroristi islamici quasi quasi ve li immaginate neri neri. Fa strano osservare che non ci sono solo neri nel mondo, ma qua ci vorrebbe una bella parentesi sul riduzionismo costante in senso spregiativo a “nero” e la costruzione di un immaginario della minaccia del diverso… nero e maschio, appunto, che però vi risparmio.

Dicevamo. Su certi temi il dibattito è aperto. E in questo caso non è male, magari, perché significa che comunque la società civile sarebbe capace di arrivare di nuovo a farsi la guerra per certe cose, come accadde già in passato. Nessuno se lo augura, per carità, ma per lo meno diciamo che non si può parlare di indifferenza. Se non che, la politica ci mette lo zampino. Il sistema di potere politico che si nutre dello stesso sistema economico (oddio che scoperta tendenziosa, incredibile, chi lo avrebbe mai detto) prende spunto da tutto ciò. E cosa fa? Giustamente fa quello che farebbe ogni rappresentante cittadino. Amplifica.

Ed è per questo che l’incubo mi sembra non finire mai, per lo meno da quando l’inevitabile sviluppo cognitivo mi ha consentito il ragionamento ipotetico-deduttivo astratto. Parole migliori delle mie per descrivere la situazione attuale ed esprimere quello che penso anche io, sono queste di Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBCT), della quale condivido un passo del suo intervento, sperando ovviamente che abbiate voglia di leggero per intero.

La partecipazione civica non fa notizia e non trova una sponda politica forte. Il contagio a cui assistiamo è invece quello dei discorsi d’odio, della rabbia riversata contro il più debole. Un elemento chiave nel sostegno alle azioni di solidarietà di 20 anni fa era la conoscenza del contesto e della crisi umanitaria, da qui origina l’esperienza di OBCT. Oggi invece non c’è interesse per i conflitti da cui originano i flussi migratori e le ragioni di chi fugge dal proprio paese sono largamente ignorate, come sottolineato da Alex Zanotelli nel suo recente appello affinché si rompa il silenzio sull’Africa. La società civile una volta si pensava come protagonista nella soluzione della crisi umanitaria, oggi viene criticato aspramente chi rischia la propria vita per portare aiuto a popolazioni in contesti di guerra come la Siria. E persino la passione intellettuale del ricercatore Regeni, torturato ed ucciso in Egitto, viene vituperata con allusioni e accuse ignobili. Certo abbiamo capito che a fronte delle grandi ambizioni di poter sostituire “l’ONU morta a Sarajevo” ci sono anche molti ostacoli all’intervento civile nei conflitti ma niente dovrebbe indurci a pensare che sia arrivato il momento di rinunciare al ruolo della società civile nella politica internazionale.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/La-societa-civile-europea-contro-il-reato-di-solidarieta-182156

Boicottate i video e i post denigratori, le trasmissioni razziste e cercate i veri responsabili dei problemi sociali. Visualizzate, leggete, commentate, condividete solo quelli di contenuto che se anche non ci riescono, almeno ci provano ad andare in fondo alle questioni. Siate reali, molto più di questi haters che diventano la maggioranza se facciamo il loro gioco e male.

Noi generazione Erasmus, ancora liberi di attraversare qualsiasi confine di stato senza problemi, ancora liberi di parlare e di scrivere, che ci mescoliamo e intratteniamo relazioni d’amicizia e d’amore assieme a persone che i nostri nonni avrebbero odiato e combattuto a morte… noi, abbiamo il dovere storico di non far diventare privilegi quelli che oggi chiamiamo diritti universali. Ora. In questi giorni. In questi anni. Non domani.

Everyone welcome – sempre.

 

#sharingiscaring

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!