Canzoni italiane, donne, punti di vista del femminile

Cinque canzoni italiane per questo marzo della donna. Cinque voci, temi e punti di vista femminili.

Non si tratta di canzoni femministe, direi piuttosto che si tratta di canzoni molto femminili. Perché cinque? Non so, semplicemente perché ne ho trovate cinque, ma di certo la lista può allungarsi e ognuna ha forse la propria. Iniziamo con la grande Mina e “L’importante è finire”. Una canzone che esprime un certo erotismo, non c’è che dire, un testo e un’interpretazione magistrale che non lasciano dubbi: – Donne! Via l’orgoglio e via le paranoie perché l’importante è… 

Continuiamo con Mia Martini e “Piccolo uomo”. Perché non ammettere che spesso diventiamo dipendenti dalle nostre relazioni d’amore? Così tanto da sentirci piccole piccole, sole e abbandonate, tristi e senza prospettive se il nostro amore ci lascia. Un’altra grande voce della storia della musica italiana, quella di Mia Martini, che con questa canzone ci invita a perdonarci ogni tanto per queste debolezze che poi sono quelle che ci rendono umane. Tra l’altro, non dimentica di  ricordare che anche lui è “piccolo” proprio come noi.

Il matrimonio. Dopo secoli di sottomissione e con la liberazione sessuale degli ultimi decenni (di cui forse io appartenente alla così detta generazione dei millenials sono il primo frutto) un’istituzione spesso messa sotto attacco ideologico da tutti i fronti. Eppure, ditemi che nessuna ha mai sognato un lui/lei che ti chiede: “- vorresti sposarmi?” e persino immaginato il giorno del proprio matrimonio, compreso il vestito! Carmen Consoli, con pochi fronzoli racconta l’episodio devastante di un matrimonio che non va in porto in “Fiori d’arancio”.

Un pericolo sempre dietro l’angolo è quello di cadere nel facile vittimismo, un altro grande tema che spesso per la donna si manifesta dietro la non assunzione di responsabilità della propria libertà. In altre parole… se vuoi qualcosa, la pretendi oppure se fai una decisione, rifletti su te stessa, su quello che comporta e sii pronta ad accettarne le conseguenze. Irene Grandi dice che “non è facile, però è tutto qui”. Per di più questo brano fece scandalo con il verso: “prima di pretendere l’orgasmo, prova solo ad amarti”.

Se poi arriva Marzo e guarda caso è la festa delle donne e guarda caso è il mese della Primavera e guarda caso sono qui a pensare alle cantanti italiane, è un attimo: – respiriamo l’aria e viviamo aspettando Primavera! la lailaaa. Siamo come fiori prima di vedere il sole a Primaveraaaa la lailaaa”. Siiii, la gioia di vivere di Marina Rei, tanta gioia di vivere, quella che ogni donna deve imparare a conservare e a coltivare negli anni.

Buon Marzo delle donne a tutte e a tutti.

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Fertility Day ovvero lo straordinario piano per l’incremento delle nascite

Obiettivi e strategie del Piano nazionale per la natalità, no scusate: fertilità. Ah, ma cosa c’entra? Ehm… boh.

Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro. Questo il titolo del documento di 137 pagine elaborato dal Ministero della Salute nel 2015 con lo scopo di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese“. Già qui sorge spontanea la domanda: al centro di queste politiche andrebbe davvero la Fertilità, con la F maiuscola poi? Perché proprio un piano per la fertilità, anzi per la riproduzione della specie, e non in generale un piano per la natalità, una politica per i nuovi nuclei familiari, non so, una strategia per favorire le adozioni anche a uomini e donne non in coppia, pensare a delle contromisure economiche, rivedere alcuni capitoli di spesa un po’ troppo alti da una parte e bassi dall’altra… No, la soluzione ai problemi del welfare italiano si affida al vecchio e caro #fatefigli perché saranno il bastone della vostra vecchiaia (se restano a lavorare lì dove sono nati e cresciuti). Qualcosa a metà tra il diritto individuale e il monito divino: non disperdere il seme.

1472739667_1472656883_non-1200x710-590x349Al fine di incrementare le nascite il Piano per la Fertilità si prefigge di: 1) Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio; 2) Fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale; 3) Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente; 4)Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione; 5)Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, GiornataNazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Potete consultare il documento qui: “http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf” .

Già dalla lettura della prima pagina ti verrebbe voglia di stampare il pdf solo per il piacere di darlo al rogo su pubblica piazza. Ma poi ti ricordi che, oltre a essere antifascista, femminista, antimilitarista, dato che le sfighe non vengono mai sole, sei anche ambientalista e così… cerchi di darti una calmata e pensare a un’alternativa. Tipo scrivere questo post.

200_laughLa Giornata nazionale sulla fertilità ha un bel nome inglese che fa figo “FERTILITY DAY”, dalla parola d’ordine inequivocabile: “Prestigio della Maternità”. Beeeello!!! Ma mi sono persa qualcosa? Da quando essere mamma in Italia non ti colloca su una posizione di prestigio? Ah… da quando le misure di tutela della maternità si sono fatte via via più instabili… forse. E poi: perché maternità e non anche paternità, o ancora meglio prestigio dei genitori? Ah… sarebbe stata una cosa troppo femminista, si rischiava di far pensare al ritorno del “gender” nelle scuole. In ogni caso, vado avanti con la lettura, anche se il Ministero per la Riproduzione della Specie, ops Sanità, non mi aiuta.
[…] Il nostro Paese si pone all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali, la cui analisi dettagliata esula dal presente Piano della Fertilità; fattori che comunque meriterebbero di essere approfonditi con attenzione.
Ma se il Piano per la Fertilità esula di scandagliare i fattori sanitari, economici, culturali e sociali… di che rivoluzione culturale è promotore? Ma che piano è? Davvero si pensa che con quattro slogan e immagini di questo tipo, mi verrà voglia di fare subito subito un figlio?
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E dire che nel progettino presentato, al paragrafo “media e campagna di comunicazione”, si trova scritto questo.
Il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre, il tempo costituisce già per la donna moderna un fattore critico, quanto piuttosto deve incentrarsi sul valore della maternità e del concepimento e sul vantaggio di comprendere ora, subito, che non è indispensabile rimandare la decisione di avere un figlio. […] Ovviamente si debbono trovare registri comunicativi e un linguaggio adatto ai target da raggiungere, che passi attraverso i media da loro più utilizzati e non venga percepito come moralistico.
Beh, possiamo tranquillamente affermare che a ‘sto giro l’agenzia di comunicazione ha toppato di brutto. A quanto pare la Ministra Lorenzin è pronta a ritrattare su queste immagini e slogan. In ogni caso, secondo il piano, la strategia innovativa per il raggiungimento degli obiettivi prevede il coinvolgimento delle scuole, la formazione specifica dei medici, l’organizzazione di incontri con la “gente comune”, per non parlare dell’istituzione del Giorno della Fertilità. Nelle ore di educazione sessuale a scuola in cui a fatica ti lasciano mostrare un preservativo in classe, si riuscirà a parlare di riproduzione ai fini procreativi, cioè, in ultima analisi, come Dio comanda?
Successivamente all’indirizzo politico presentato in questa prima parte del Piano, il documento entra nel merito scientifico. Se c’è qualcosa che effettivamente vale la pena di leggere sono gli studi effettuali dal “Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità” composto da una sfilza di professoroni universitari che potete leggere a p.17 con allegata bibliografia. In effetti, sull’analisi dei risultati non trovo nulla da dire, forse perché non è il mio campo, ma anche perché si tratta di una serie di relazioni sulla situazione demografica e sociale piuttosto concrete, comprese diverse indicazioni sanitarie didascaliche sull’apparato riproduttivo e sulle cause di infertilità (il riassunto dei risultati principali potete leggerlo da p.122). Il tavolo di studio sulla quale si basa il piano rileva cose interessantissime sia dal punto demografico, sia dal punto di vista sociale che senza dubbio vanno discusse.
giphy_mumAlla fine emerge la contraddizione di un’operazione che facendo finta di occuparsi della salute dei cittadini propone la riproduzione come fatto necessario, economico, urgente, che grava ancora una volta sull’immagine della donna e sul suo corpo, senza peraltro risparmiare l’uomo. E io, che sono il target, mi faccio una gran bella risata, perché la responsabilità della scarsa natalità non me la prendo proprio… Che comunque non sarà col fertility day che mi ricorderete che madre è bello, che padre è super, che avere fratelli e/o sorelle è meglio. Ci sono già i miei genitori, a ricordarmelo e anche il mio splendido fratello e la sua magnifica moglie, nonché altri miei fantastici amici, che se aspettavano le vostre politiche per la famiglia e la natalità, col cavolo che ne mettevano su una.
Digressione

Tempo di uccidere – Ennio Flaiano

Tempo di uccidere – Ennio Flaiano 1947. Un grande romanzo della tradizione letteraria coloniale e postcoloniale italiana di Cristina Di Pietro

Il razzismo, il colonialismo italiano in Etiopia, la necessità storica, il corpo della donna, l’Africa, il potere, la malattia e il senso di colpa. Ennio Flaiano, il primo grande autore a rompere la tradizione del romanzo coloniale italiano.

etiopia_coloniaTempo di uccidere, pubblicato da Longanesi nel 1947, è un romanzo ambientato in Etiopia durante l’occupazione militare italiana, più precisamente tra il novembre del 1935 e l’aprile del 1936. Con questo romanzo Flaiano vince la prima edizione del Premio Strega. Nello stesso anno vengono pubblicati: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Il sentiero dei nidi di ragno, Prima che il gallo canti, La romana, Cronache di poveri amanti e all’estero La peste, Doktor Faust e Che cos’è la letteratura?. Se in Italia comincia a emergere la tendenza neorealista che caratterizzerà tutto il secondo dopo-guerra e le opere degli autori maggiori, come da subito Alberto Moravia individua nella sua recensione al romanzo, Flaiano costruisce sulla linea di Camus e di Kafka una storia allegorica e col suo protagonista così inetto si porta più vicino al panorama europeo che nazionale. Tuttavia italianissima è la genesi del suo lavoro, tanto è vero che lo spunto parte da un diario da lui redatto quando prese parte alla guerra e pubblicato postumo: Aethiopia. Appunti per una canzonetta.

Se volete scoprirne di più, eccco per voi un lavoro di poche pagine in cui tratto i temi di cui ho accennato sopra, attraverso l’analisi del testo. Può essere utile agli studiosi o appassionati di letteratura coloniale, postcoloniale e di genere distribuito con Licenza Creative Commons, esattamente come tutti gli altri lavori che metto a disposizione su questo blog (ma anche su academia.edu) e che potete trovare nella categoria download.

TEMPO DI UCCIDERE – Ennio Flaiano

Licenza Creative Commons
Tempo di uccidere – Un grande romanzo della tradizione letteraria coloniale e postcoloniale italiana di Cristina Di Pietro è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Per qualsiasi informazione di carattere bibliografico o curiosità e domande, se vi venisse voglia di saperne di più, sarò felice di rispondere alle vostre mail.

Festa delle donne, la gioia, l’impegno

In questa giornata dedicata alle donne si celebrano tanti avvenimenti storici e si ricordano tante storie, ma si affrontano anche tanti problemi e si considerano tutte quelle cose per cui si deve lottare affinché si raggiungano le pari opportunità. Ancora oggi e in moltissime parti del mondo, troppe, il sesso femminile vive costantemente oppresso e depotenzializzato.

In ogni caso, a me non disturba se le donne usano questa occasione per uscire la sera tra amiche e divertirsi come pare a loro. A me non disturba pensare che in questo giorno le donne ricevano un fiore o un augurio, anche se mascherato da ipocrisia. Perché è quello che pretendiamo. Essere riconosciute nella nostra specificità e particolarità, essere libere di scegliere di disporre del nostro tempo come preferiamo.

Per questo non credo a chi dice che questa giornata sia inutile, non credo a chi dice che ormai donne e uomini siano uguali di diritto e di fatto, così come non credo ai disfattisti e alle disfattiste che dicono che siamo ancora lontani dal raggiungimento del risultato. Non è vero. I passi avanti si stanno facendo e, considerati i secoli di oppressione del sesso femminile, pensare che nel giro di un secolo il movimento femminista – si proprio quello – ha portato all’avanzamento della società e del pensiero nel suo insieme, all’ampliamento dei diritti, all’idea di un progresso che non lascia indietro nessuno… ecco.

Io mi sento fiera di essere il risultato vivente delle lotte femministe che le mie antenate hanno fatto. E penso che, soprattutto nel rispetto di quelle che stanno ancora lottando, sarebbe bello sapere che oggi tutte le donne nel mondo festeggiano e sono felici e hanno ricevuto un fiore o un augurio e stanno iniziando,  o continuando con coraggio, a seguire il percorso di liberazione dall’oppressione, nell’interesse di un mondo migliore per tutti, non solo per una metà.

 

Difendiamo le donne, defendemos l’alegria.

 

 

Una famiglia istriana, di Ester Sardoz Barlessi

Storia e microstoria. Strutture sociali e rivoluzioni. Grandi eventi e quotidianità. Ester Sardoz Barlessi ci invita a entrare in una dimensione particolare e allo stesso tempo universale. Quella di una famiglia istriana tra le due guerre mondiali fino alle soglie del nuovo secolo.

 – È una femmina – disse con voce stanca Giovannina dalle bianche mani – si riprenderà. Le femmine sono più resistenti dei maschi. Angela sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e che tutto il dolore che le aveva lacerato il ventre le si era spostato nel petto. – Mi dispiace Nicola – mormorò, ed egli non trovò nessuna parola per confortarla. (Una famiglia istriana, Ester Sardoz Barlessi, EDIT, Fiume 2005, p. 16)

Siamo nel 1905 e la misoginia non è folklore o oggetto di ironia bipartisan, è la realtà. La protagonista di questo racconto non è una vittima della storia, né un esempio di ribellione o modello eversivo apripista di alcunché. Angela è essenzialmente una donna, moglie di Nicola, e una madre che vive per la famiglia. Quale famiglia? Quella che oggi in molti definiscono tradizionale, quella dei valori patriarcali, in cui la nascita di una femmina non voleva dire una gran gioia per nessuno. E infatti, quando finalmente nasce il desiderato maschietto:

Angela lo considerava un dono del cielo e con un non ben definito senso di colpa verso le figlie, sentiva di amarlo in un’altra maniera. E fu sempre così. Lo coccolava pensando che un giorno, essendo maschio, avrebbe avuto una vita più facile e tirava su Domenica inculcandole il rispetto e la sottomissione verso gli uomini come sua nonna aveva fatto con lei.” (p.47)

Sarebbe stata in grado di pensare e agire altro una donna analfabeta nelle sue condizioni, allora? Quale consapevolezza e dunque colpa può avere nel perpetuare il sistema sociale di oppressione uomo-donna? E anche consapevole, in quel contesto, sarebbe stata una madre migliore se avesse insegnato alle figlie e ai figli la ribellione, sapendo di riservargli così facendo a una vita ancora più dura? Sono queste le domande che sorgono spontanee e sollevano annose questioni femministe, vecchie e nuove. Eppure, ridurre il lavoro di Ester Sardoz Barlessi (Pola 1936) soltanto a questo aspetto storico e sociale del ruolo della donna, moglie e madre, guardiana della famiglia e responsabile comunque delle vite concessegli in dono da dio, sia maschi sia femmine, sarebbe poco. Infatti, si tratta di un romanzo storico di ampio respiro, che racconta della forza e delle necessità contingenti delle madri, in un tempo in cui le famiglie, le sacre unioni, furono divise dalla guerra e le donne, i bambini e gli anziani istriani dovettero abbandonare tutto e rifugiarsi nei campi profughi adibiti per loro dall’Impero a Wagna, in Stiria, in condizioni degradanti e poco sicure. Nel contempo, gli uomini, costretti a rimanere per combattare loro malgrado in quanto maschi, vissero l’abbandono e la solitudine improvvisa, senza sapere come cavarsela in una casa vuota, senza sapere neppure cucinare un piatto di pasta, preparare il caffè, rifare il letto. Ma la tempesta non si placò con la fine dalla prima grande guerra. Le famiglie istriane, ritrovate per breve tempo la pace e la gioia del ricongiungimento, dovettero affrontare nuove crisi e nuove separazioni durante la seconda grande guerra e ancora oltre, gli esodi e le fughe, il clima di odio e sospetto caratterizzava la quotidianità della vita pubblica e privata.

Tutti volevano l’Istria. […]. Ogni mattina si scoprivano nuove scritte sui muri delle case inneggianti alla Jugoslavia o all’Italia. […]. Le famiglie di idee diverse non si salutavano più, si disgregavano affetti e legami di sangue. […] Quanta amarezza nel vedere giornalmente i suoi figli che si scannavano fra loro! Ormai quando erano insieme, non potevano avviare nessuna discussione senza toccare la politica e ogni vota finiva con una lite. Nicola, per sfuggire all’atmosfera opprimente della casa, aveva incominciato ad andare all’osteria della Maria a giocare a carte o a bocce tutti i pomeriggi. – Ah, la politica! Che gran puttana, diceva, divide i figli dalla madre, il fratello dalla sorella! Meglio che non veda, meglio che non senta! Abbiamo avute tante di quelle disgrazie che ci mancava l’odio adesso! (p.133)

Per ulteriori informazioni di carattere storico invito a consultare il sito del Centro Ricerche Storiche di Rovigno: “http://www.crsrv.org” e il Pdf scaricabile presso il sito dell’associazione “Giuliani nel Mondo” http://www.giulianinelmondo.it/upload/libro%20mostra.pdf

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Ho imparato due cose dalla lettura di questo romanzo. La prima riguarda una lacuna di conoscenza storica vera e propria, poiché non sapevo praticamente nulla dell’Istria, degli italiani e di quello che accadde durante la prima guerra mondiale nei territori istriani del grande Impero dei popoli austroungarico. E sapevo (so ancora) ben poco degli eventi successivi che riguardarono questa zona di confine. La seconda cosa, più letteraria, riguarda la capacità di comunicazione di questa autrice che fa uso di uno stile che si muove sapientemente tra il punto di vista soggettivo e oggettivo dei personaggi e della storia, tra il coinvolgimento emotivo e la pura descrizione. In grado di costruire un’impalcatura equilibrata nella narrazione di eventi così tanto tragici, che si regge sull’incredibile forza di abnegazione di una madre. Un equilibrio forse raggiunto per accumulo di sofferenze e dubbi, lacerazioni identitarie, proprio di scritture in grado di fare pace con la storia individuale e collettiva. L’autrice Ester Sardoz Barlessi apre la porta di casa della famiglia Viscovich e ci invita a entrare nel loro mondo. Non esprime un giudizio sugli eventi del secolo o sulle azioni dei suoi personaggi, ma solo ci chiede: “non pensi che questa storia sia degna di essere ricordata?” Ai lettori l’ardua sentenza! Italiani, sloveni, croati, austriaci? Esiliati, emigrati, rimasti, oppure nemmeno lontanamente imparentati? Io penso che chiunque possa prendere in mano questo racconto e, leggendolo, sentirsi in famiglia.

Una famiglia istriana è uscito per la prima volta in edizione bilingue: “Una famiglia istriana/Jedna istarska obtelj Traduzione di/preveo Mladen Radic Pietas Iulia (Pula-Pola, 1999)”

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