Hashtag Coronavirus, Manzoni ai tempi del …cos’era?

Vorrei avere la penna e la conoscenza e la capacità e le possibilità di Alessandro Manzoni per raccontare la peste di questo mondo. Vorrei che mi apparisse tra gli incubi di questo sonno della ragione a indicarmi con la mano il castigo divino che mi spetta perché l’arte deve avere: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”. E invece io continuo a muovermi indecisa tra il sentimento postmoderno decadente del cedere all’auto-intrattenimento/isolamento volontario e la psicosi da Cassandra che mi farebbe urlare come una pazza per strada: “Moriremo tutti!”. Vorrei che come un poltergeist passasse di schermo in schermo a ricordare la Colonna infame che non siamo altro.

“Pusillanimi” ci direbbe a noi studiati, a noi con le scuole alte.

Ognuno di voi sa bene che il problema è e non-è la peste. Il problema è la mancanza di lungimiranza, l’idiozia, la superficialità, l’ignoranza.

Ognuno di voi sa perché il coronavirus è un problema. Perché i nostri grandi paesi, le nostre grandi nazioni, all’emergenza non sono preparati. Non siamo preparati perché il sistema capitalista globale prevede la sopraffazione continua dell’uno sull’altro a colpi di PIL. Prevede la strumentalizzazione dell’alta formazione e dell’istruzione di massa ad uso e consumo industriale, tecnologico-commerciale. Prevede il liberalismo economico e di governo con lo scopo di mantenere e/o creare nuovi stili di vita/mercato. Non prevede strumenti per affrontare le crisi, anche queste funzionali al suo stesso riorganizzamento e assestamento. Non prevede democrazia e dibattito, non prevede solidarietà sociale. Non prevede l’intellettuale impegnato. Non prevede che i consumatori imparino a leggere e a scrivere per pensare, ma che apprendano nozioni e meccanismi psicologici utili a veicolare le emozioni più redditizie per l’andamento economico. Ma poi arriva qualcosa a turbare il sistema, per esempio una liberissima informazione che vive di click e pubblicità e che fa panico fino a ieri e che poi però, dall’oggi al domani ricevuta la velina, ridimensiona perché adesso basta: bisogna “salvare i mercati”, non vorrete mica la recessione? Quindi state tranquilli, limitate gli spostamenti sì, ma è tutto sotto controllo, basta lavarsi frequentemente le mani, stare a un metro di distanza. Le scuole? Vediamo se è il caso di aprirle, sì. Il sistema sanitario? Modello esemplare in tutto il mondo è il nostro. Va tutto bene.

Non va bene per niente. Si dovrebbe riconsiderare seriamente l’ipotesi della cooperazione internazionale, ridare centralità ai percorsi di pace e di collaborazione ormai dispersi e vinti. Dovremmo approfittare delle reti sociali attive, nonostante tutto, su scala globale per i diritti umani, per la difesa dell’ambiente, per lo sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze. Cercare e adottare prospettive di soluzione globale a problemi locali. Questo è quello che dovrebbe insegnare questo virus che se ne frega del PIL e se ne frega dei confini e della propaganda nazionale. Questo è quello che le comunità di intellettuali e di scienziati internazionali cerca di promuovere da tempo, rimanendo puntualmente inascoltata. Sto sviando il discorso dall’emergenza coronavirus? Ognuno di voi con le scuole alte, manipolatori, politicanti e affaristi compresi, lo sa che non è così.

Ah! Ma che stupida. Non si può certo fare. Significherebbe sospendere la produzione e la vendita di armi, per esempio. Significherebbe puntare non sui mercati ma sulla sicurezza, sulla protezione civile. Significherebbe dirottare risorse sulla comunicazione sociale, sulla convivenza pacifica e solidale, su scuole e ospedali sicuri, accessibili e pronti a tutto e a tutti. Significherebbe pensare alla cura del mondo e non alla malattia dell’individuo. Significherebbe dirsi la verità in faccia e smettere di giocare a rimpiattino. Non si può fare. Lo so. Perché le risorse economiche non ci sono, perché le abbiamo sperperate in nome del PIL. Quindi, sostanzialmente, ormai gestire la crisi significherebbe perdere il potere e la centralità, forse darla vinta agli attivisti, ai “No Global”, ai “centri sociali” giammai! Significherebbe propagandare l’idea che si deve vivere anche con meno, che bisogna sacrificare qualcosa del nostro benessere e risparmiare. Che poi, riflessione a margine, in cosa si traduce il nostro benessere: nell’essere liberi di correre al supermercato per comprare 100 kg di pasta e le scorte di amuchina per due settimane, mentre gli ospedali collassano per mancanza di mezzi e personale? Ah… ma arriverà infine l’esercito italiano a rendersi utile! Macché, controllano chi entra e chi esce, supervisionano la gestione della crisi rimanendosene con il mitra in mano e magari, se capita, sparano tre colpi a un ragazzino che voleva rubargli l’orologio, per giunta, come si è permesso (!), fuori dall’orario di lavoro – ché servizio, il tuo, non me la sento di chiamarlo.

Nel mondo capitalista di cui faccio parte siamo arrivati al punto che risulta preferibile la demagogia, la dittatura, la repressione.

“Credevate davvero nel socialismo del capitale, nel liberalismo democratico? Credete ancora nel totalitarismo e nella restaurazione dei confini? Pusillanimi e fanfaroni e forse anche gran felloni” – vi direbbe Alessandro Manzoni. E pregate e pentitevi, aggiungerebbe, che ne avete di bisogno.

Forse qualcuno un giorno farà storia e mi spiegherà a che cosa è veramente servito tutto questo processo e progresso. Io non arrivo a capirne di più e né pretendo di arrivarci, le mie sono solo intuizioni frammentarie e dettate da letture e studi non sistematici. So solo che presto avremo ancora IMMIGRATI(!). Presto avremo di nuovo la RECESSIONE (!). Presto ci sarà qualcuno che accuserà e abbaierà: “I RESPONSABILI DEVONO PAGARE!”. Presto sarà ancora emergenza ma a saldare il conto non si presenterà proprio nessuno e saranno di nuovo pochi, i soliti ignoti, quelli disposti a rimboccarsi le maniche, a prendersi delle responsabilità e a fare piccole grandi cose, loro malgrado diventando di tanto in tanto eroi di una parte di società, comunque per lo più ingrata e che li dimenticherà in fretta. E forse tra qualche secolo nascerà una Alessandra – una difensora che ci racconterà e ci guiderà fino “al sugo della storia”. Ma noi, noi di questo reo tempo, non ci saremo e così non avremo da vergonarci.

Benjamin A Vierling

So pensare so aspettare so digiunare

E se non mi rimanesse altro che inventare storie? Se non restassero altro che parole al vento? Quanto potrebbe essere leggera e soffice una vita se formata a strati, nascosti uno nelle pieghe dell’altro?

Pagine scritte che volano –

dentro la mia testa troppo piena, anche se non è di avere una testa piena che dovrei preoccuparmi, ma di avere una testa ben fatta. Questo è quello che studio, come fare per formare teste ben fatte. Questo è quello che voglio per ognuno di loro, senza distinzione di niente, nemmeno di classe sociale o genitore uno, due, bis. Ma allora perché mi volete ben piena – di scatole anche – e mi chiedete sempre qualcosa di più e in fondo sempre la stessa cosa, cioè che io lavori bene a scuola nonostante il contesto cattivo, la società malata, la politica che dà solo brutti modelli. Perché mi volete piena di problemi e mi chiedete sempre di più e in fondo sempre la stessa cosa: che risolva quelli di tutti, di tutte, di ognidove.

Pagine scritte che volano –

da davanti la mia faccia, dalla scrivania, volano all’aria in conseguenza di un mio gesto deciso che adesso alle ore 22:25 ha deciso di mettere musica, quella musica che mi riporta indietro all’adolescenza, a quando non sapevo ragionare se non per sì e no e la coerenza credevo fosse simbolo di verità, di giustizia. Che fine ho fatto?

Pagine bianche che volano –

dentro la mia testa, con mio dispiacere queste le vedo partire per altri lidi. Perché mi migrano dal cuore vuote o malfatte…perché? Lo so il perché: m’abbandonano. Perché si stufano anche loro di aspettare, perché fanno la muffa dopo un po’, perché hanno necessità di essere lette e dunque di qualcuno che possa scriverle e non sono io.

Lui mi ha detto che non importa se le lascio andare, torneranno. E in fondo, in effetti, lo so anche io e, soprattutto lei lo sa, la mia mente logica e razionale, che sa proiettarsi nell’astratto futuro ed eterno. Puoi aspettare, che importa? Puoi pazientare ancora, un po’.

Il problema è sempre quel senso di maledetta urgenza. Fosse per me, potrei anche non scrivere mai. Ma è questo un chiodo fisso, il pensiero che mi sveglia la mattina e che mi corica la sera. Questa cosa qua mi possiede e mi fa da vera padrona. L’idea che io possa scrivere qualcosa che non interessa a nessuno, chiamatela arroganza e impertinenza d’artista, non mi sfiora nemmeno. L’idea che possa scriverne male neppure. Perché? Che ne so.

Mi sono definitivamente accettata da tempo. Da quando un professore mi prese sul serio e sul serio mi fece credere in me stessa, rinforzò la mia voce tramortita dal trauma della pubertà, calmò la mia idea del mondo impaurita dal brusco passaggio dal sogno a un Inferno in cui non sembravo più buona quasi a fare o a dire niente. E l’espiazione di peccati, passati attraverso delitti e castighi che mai dimenticherò, cominciò a sedici anni e durò ancora almeno un decennio. Lui, il professore, mi disse qualcosa che però non ricordo. Ricordo solo il suo sguardo e il suo tono di voce. Fu assertivo e mi guardò infondendomi coraggio, volendomi bene. Adesso lo so, che si dice così, che lui era/è un insegnante: assertivo, empatico, democratico. E ai miei genitori disse: “spero che quando qualcuno scriverà di lei, aggiungano che gli fui professore”.

Ed è anche un po’ “colpa” tua dunque se la necessità di scrivere è diventata una possibilità di espressione, se l’urgenza ha trovato una prima normalizzazione, una gestione, una direzione, se ha imparato a usare gli strumenti di guida per tenere la rotta nel mare delle parole e nella tempesta della comunicazione simbolica, e poi ancora se ha appreso le prime strategie per far vedere agli altri quello che volevo che vedessero. Di maestra in professore e viceversa, persino di questo siete colpevoli: del fatto che è grazie al vostro esempio che mi sono accorta che insegnare è uno dei mestieri più belli e che ho deciso che sarebbe stato il mio. Voi che quando mi sento in crisi mi pare che vi raccogliate dietro di me, che mi teniate la mano sulla spalla e mi sussurriate negli orecchi: “tu sai pensare, tu sai aspettare, tu sai digiunare”.

E lo so che invece questo è Siddharta di Herman Hesse e non siete voi e io mi sa che è tardi ed è meglio se vado a dormire.

Si nota all’imbrunire

Questo titolo lo rubo a un testo teatrale di Lucia Calamaro, regista e drammaturga di cui ignoravo l’esistenza fino a due settimane fa quando, attirata da Silvio Orlando attore protagonista, sono andata ad assistere a questo spettacolo al Carignano di Torino. Quella domenica pomeriggio era anche una domenica in cui mi ritrovavo a tirare le somme di una settimana particolarmente impegnativa, soprattutto dal punto di vista scolastico. Impegnativa per me, ma anche per i ragazzi, considerato che prima delle vacanze li sommergiamo di verifiche come non mai, giusto per augurarci che l’anno successivo ricominci sempre meglio di come finisce.

E riflettevo in parallelo su tante altre cose, come spesso mi capita. Riflettevo su quanto sia difficile imparare a vivere in un mondo di squali, su quanto sia difficile trovare il proprio spazio sicuro, sentirsi accolti in un gruppo che ti rispetta, comprendere l’importanza di darsi valore da soli. E insomma, su quanto sia complicato instaurare e mantenere relazioni significative, che ci aiutano a crescere o che ci aiutano a mantenerci sani anche nell’età adulta. Su quanto l’età dello sviluppo e della formazione siano il periodo più bello e più brutto, più determinante ma meno importante, il più ascoltato e il meno capito, il più pop e il meno ricordato, il periodo più breve e il più commercialmente studiato e sfruttato. E, come se non bastasse, quello da cui gli adulti si aspettano il massimo dell’obbedienza e in cui i giovani pretendono e fanno le vere rivoluzioni.

Silvio Orlando in “Si nota all’imbrunire”

Si nota all’imbrunire, la faccia adulta della vita, mi ha fatto vedere e vivere sulla scena tutti questi pensieri, spostando ancora il focus oltre questa parte che ormai guarda indietro rispetto a me, verso quella che assomiglia sempre più alla mia, ora che l’età di mezzo la vado abbandonando, quella in cui devo ricordarmi di tornare a scuola da loro, dai bambini e dagli adolescenti.

Sì lo so che sembreranno tutte informazioni senza capo né coda. Ma è che proprio prima di vedere Si nota all’imbrunire scrivevo su Instagram.

La facilità con cui disimpariamo è disarmante. In confronto all’età breve della formazione, in cui impariamo in pochissimo tempo tutto quello che serve a vivere e a sopravvivere nelle giungle urbane e sociali in cui abitiamo… l’età adulta, grigia e austera è la parte di vita più importante, la più lunga e spesso quella in cui disimpariamo di più. Disimpariamo ad ascoltare. Disimpariamo a comunicare. Disimpariamo ad amare. Disimpariamo a vivere le emozioni. Disimpariamo a prenderci cura del mondo e ci concentriamo, giocoforza, su un ristretto nucleo familiare e di vicinato. La cosa buffa è che è proprio quello che, quando siamo adulti, vorremmo che imparassero a fare le nuove generazioni. È quello che vorremmo che qualcuno sapesse insegnare. E sarebbe la cosa più naturale: amare, vivere insieme agli altri, provare sentimenti di felicità è ciò per cui siamo fatti, quello per cui siamo programmati. È il motivo per cui a volte penso che quel “hey teacher leave the kids alone”, valga ancora provare a sperimentarlo. Perché la cosa davvero buffa è che i bambini e i ragazzini tutto questo lo sanno già fare, se solo non gli inculcassimo modelli e idee contrarie.

E così, a vedere il paese spopolato interpretato da Silvio Orlando devo dire la verità: ho pianto.

“Si nota all’imbrunire”, se non avete occasione di andarlo a vedere, è anche un libro! Ottima idea dell’ultima ora se non sapete cosa regalare ai vostri familiari per Natale.