Acqua – Acqua da tutte le parti

Acqua. Acqua da tutte le parti: che piove dai tetti, che sborda dai fiumi, che inonda le piazze, sommerge città, che sfalda le strade. Che periodaccio questo! Piogge forti ancorché stagionali, eppure questa acqua dà l’idea di essere diversa dal solito. Te la ritrovi da tutte le parti: ti inzacchera le scarpe, ti rovina i capelli, ti macchia la macchina, ti inzuppa le ossa.

Acqua. Acqua da tutte le parti: a fiotti dalle pezze rattoppate che cedono, a torrente dai recipienti bucati, a tempesta sopra le teste che saltano. Piove ed è subito tragedia, apocalissi, alluvione universale, dissidio nella maggioranza. Che mondo!

Facciamo acqua da tutte le parti: tra di noi, contro di noi, dentro di noi. Come non sapessimo più da che verso voltarci, pur di voltarci… per darci le spalle, naturalmente. Cosa avevate capito!

Acqua. Acqua da tutte le parti, tanta che rischiamo il pantano, la melma, l’affogo, e lo scarico ma dove è finito, qualcuno per favore, preposto e ben equipaggiato, può cortesemente partire alla ricerca del tappo incastrato per farlo saltare? Come ha da andar via, se no, tutta ‘sta acqua? I nostri politici che facessero qualcosa!

“Ma andé a lavurar!” – ti rispondono.

“A morì ammazzato vacci tu!” – più d’uno potrebbe legittimamente chiosare.

Tra mille pensieri che mi frullano in testa e le cose da fare e gli orari da rispettare e i ragazzi da motivare e da far studiare, e la situazione attuale, peggiorata da tutta quest’acqua che fa acqua attorno a me… mi prende la sindrome da gatto bagnato. Non so se la conoscete. Avete presente? Si tratta di quel buffo atteggiamento che assumono i mici di casa, quel fare tra l’attonito e lo sbigottito, quando te li ritrovi imbambolati e fermi davanti alla finestra a guardare il maltempo. O anche, quando sono fuori, quella postura e sguardo indispettiti, con il pelo arruffato lungo i fianchi, mentre lanciano miagolii lamentosi che sembra che facciano il verso all’umano: “piove governo ladro”.

Che poi la cosa buffa è che, nonostante tutta questa acqua, potremmo rischiare pure di non aver niente da bere, che dovremmo trovare il modo di conservarne almeno un un po’.

Così, tra questa vacuità, s’annega il miagoleccio mio.

E il miagolar m’è dolce in questo acquare.

Passepartout

Come essere tra le braccia di chi vuoi bene prima di dormire o prima di soffrire o dopo aver superato una prova che pensavi insuperabile, lasciarsi andare alla certezza di un mondo che si racchiude nel tuo corpo solo protetto da un altro corpo, come prima di nascere e dopo di morire, escludere minacce e paure.

Come essere sulla battigia del mare a guardare un incredibile tramonto in una sera d’estate in cui tutto ti sembra vada lento e scorra perfetto in pace, come l’acqua e il cielo che si incontrano laggiù baciati dal sole che scende e le preoccupazioni scendono con lui e si acquetano dolcemente sotto lo scroscio delle onde che leggere e belle si accavallano le une sulle altre ai tuoi piedi.

Come vedere un volto amico e sentirne la voce quando tutto attorno crolla, quando nell’urgenza del momento, del periodo, della vita, dimentichi di essere sola al mondo – lì, adesso o per lungo tempo – essere solo tu a dover fare, dire, prendersi cura di, pensare a, su cui si può contare…

Così l’emigrante, l’esiliato, la viaggiatrice, lo sradicato si sente quando tiene in mano una chiave di qualche casa ed è infine la sua o di qualcuno che gliela dà però come per sua, o quando non ne tiene nessuna perché lì dove andrà o tornerà non ne avrà bisogno. Se non l’hai mai provata questa sensazione, riesci a immaginarne la dolcezza?

Così mi sento io ogni volta. Quando ritorno in Piemonte e mi fate sembrare il San Pietro di me stessa che custodisce copie di chiavi del cuore. Oppure quando ritorno in Sicilia e mi prendete un po’ in giro per questa aria da girovaga dei miei stivali, ché non me ne serve nessuna lì e quasi quasi proprio non ne voglio neanche, tanto mi piace poter abbandonarmi a voi o comunque a qualcuno là, della comunità.

Così mi sento io, davvero, ogni volta che ripasso tutti i luoghi del mio eterno ritorno e ritrovo te, il tuo sorriso, il tuo bene. Tu sei per me la chiave più bella del mondo: quella che apre, accoglie, ristora, rincuora.

Tu che lo sai.

Grazie.

A chi come me

Quando viene settembre e cala la sera dopo le prime pioggie e tira il vento che ormai freddo costringe alla manica lunga, vorrei e non vorrei che cambiasse il tempo.

A chi come me conta ancora le stagioni e le riconosce tutte e quattro, nonostate tutto, dal colore del tramonto – e sì, è di nuovo il tempo del rosso di sera bel tempo si spera riflesso nel cielo a pecorelle che acqua se n’è versata a catinelle – dall’odore della terra e dell’aria, e soprattutto riconosce la fine dell’estate dal dolore delle membra.

A chi come me quando viene settembre sente un moto nel cuore e gioisce dell’edera che comincia a crescere veloce veloce e a lanciarsi una fogliolina dopo l’altra e… ell’amore è come l’ellera dove s’attacca more così così il mio cuore mi s’è attaccato a te. A chi come me non teme il silenzio ora che grilli e cicale hanno smesso di cantare e rimangono la notte solo i richiami di civetta e, del resto, non ne potevo più di karaoke e rombi di motore.

A chi come me si commuoverà presto al ritorno del cielo d’inverno e al passo attutito sulla terra umida e gonfia. A chi come me s’acquieta solo nell’infinito ritorno del tempo che spassa. A chi come me in bilico tra eterna pace e eterna guerra e libertà di immensi spazi e costrizione di corpo umano e di pochi sensi e dolce vertigine e chiarori di luna attende.

A chi come me, quando viene settembre, migrare è un po’ soffrire, restare è un po’ mentire, morire è divenire, dedicai futili riflessioni mistiche. Tanto pe’ cantà.

Sempre cara vi fu vostra,

Pastora errante per l’aia