stelle a caduta libera

Quando desideri qualcosa, tutto l’Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio.

P. Cohelo

Agosto, cuore mio ben ti conosco. Sempre hai atteso quei giorni in cui la trapunta di stelle cala la sua coltre sui tuoi desideri, salendo sulla terrazza di una casa del sud, in compagnia di un cuscino e a volte di qualcuno.

Me e te uniti attraverso il canale visivo, i nostri occhi, uno ciascuno, coordinati, puntati e concentrati a scrutare l’universo visibile che sembra abbia avere un senso per noi solo in quelle notti di agosto in cui, divino o profano che sia il momento, aspettiamo le meteore per esprimere i nostri desideri in silenzio e in segreto – appena vedi il brillio, mi raccomando, e prima che finisca la scia, che se no non funziona – mi sussurri sempre cuore mio.

Nel corso del tempo, la tecnica si è affinata. E ci siamo sempre più concentrati su desideri circoscritti, fino a capire che il vero segreto perché si avverino è sceglierne uno e uno soltanto, quello più intimo e più vero, quello più particolare e che risponde alla nostra mutua esigenza perché, desiderare è solo per se, è sperare che si fa per gli altri. E noi in quelle notti in cui l’universo ci rende così palese il legame tra la nostra terra e ciò che è fuori dalla nostra terra, dobbiamo desiderare, non sperare.

Così un anno non fu la pace nel mondo di tutti, fu la pace nel nostro. E un altro anno non fu trovare l’amore, ma essere amore noi stessi. E un altro ancora non fu la realizzazione personale mia o tua, ma essere felici. E un altro anno non fu trovare la strada giusta, ma vivere la vita. E un altro anno non fu di avere l’occasione della vita, ma di aprirsi a tutte le buone occasioni. E mi ricordo di un anno in cui desiderammo non di avere un futuro perfetto e sicuro, ma di poter dire sì alle nuove sfide.

E quest’anno invece non fu nulla. Sembra che tu non abbia desideri da propormi, cuore mio. E figurati i miei quanto possono essere banali di per sé. Che strano. Nemmeno l’avevamo messa in conto una serata sul terrazzo di una casa del sud a contare le stelle cadenti, quest’anno. Nemmeno l’abbiamo cercato il cielo questa volta.

A un certo punto, è sucesso che ci siamo ritrovati così, senza desideri, sulla terrazza di un’amica. Tra il rumore del mare e la pioggia di stelle. Impreparati del tutto.

Forse l’anno scorso abbiamo desiderato di non avere desideri?

Numero atomico 74

Primavera che tardi a venire e mi cogli così all’imbrunire: annoiata e delusa ma ancora irredenta. Perché indugi tra i rami stecchiti? Perdi tempo a far le ciance tra i nidi delle gazze, domandi delle cince…

Non piove nemmeno questo cielo piemontesino, lattiginoso e scontento. Mi affaccio soltanto per odorarne l’atmosfera. L’aria scorre libera, lei, finalmente pulita e leggera.

Primavera che tardi a venire, mi lasci così all’imbrunire: stanca di nulla, con gli occhi bianchicci e il viso color del tungsteno.

Andrà tutto bene? Sì, e chi lo sa. Nel frattempo mi tocca restare qua.

So pensare so aspettare so digiunare

E se non mi rimanesse altro che inventare storie? Se non restassero altro che parole al vento? Quanto potrebbe essere leggera e soffice una vita se formata a strati, nascosti uno nelle pieghe dell’altro?

Pagine scritte che volano –

dentro la mia testa troppo piena, anche se non è di avere una testa piena che dovrei preoccuparmi, ma di avere una testa ben fatta. Questo è quello che studio, come fare per formare teste ben fatte. Questo è quello che voglio per ognuno di loro, senza distinzione di niente, nemmeno di classe sociale o genitore uno, due, bis. Ma allora perché mi volete ben piena – di scatole anche – e mi chiedete sempre qualcosa di più e in fondo sempre la stessa cosa, cioè che io lavori bene a scuola nonostante il contesto cattivo, la società malata, la politica che dà solo brutti modelli. Perché mi volete piena di problemi e mi chiedete sempre di più e in fondo sempre la stessa cosa: che risolva quelli di tutti, di tutte, di ognidove.

Pagine scritte che volano –

da davanti la mia faccia, dalla scrivania, volano all’aria in conseguenza di un mio gesto deciso che adesso alle ore 22:25 ha deciso di mettere musica, quella musica che mi riporta indietro all’adolescenza, a quando non sapevo ragionare se non per sì e no e la coerenza credevo fosse simbolo di verità, di giustizia. Che fine ho fatto?

Pagine bianche che volano –

dentro la mia testa, con mio dispiacere queste le vedo partire per altri lidi. Perché mi migrano dal cuore vuote o malfatte…perché? Lo so il perché: m’abbandonano. Perché si stufano anche loro di aspettare, perché fanno la muffa dopo un po’, perché hanno necessità di essere lette e dunque di qualcuno che possa scriverle e non sono io.

Lui mi ha detto che non importa se le lascio andare, torneranno. E in fondo, in effetti, lo so anche io e, soprattutto lei lo sa, la mia mente logica e razionale, che sa proiettarsi nell’astratto futuro ed eterno. Puoi aspettare, che importa? Puoi pazientare ancora, un po’.

Il problema è sempre quel senso di maledetta urgenza. Fosse per me, potrei anche non scrivere mai. Ma è questo un chiodo fisso, il pensiero che mi sveglia la mattina e che mi corica la sera. Questa cosa qua mi possiede e mi fa da vera padrona. L’idea che io possa scrivere qualcosa che non interessa a nessuno, chiamatela arroganza e impertinenza d’artista, non mi sfiora nemmeno. L’idea che possa scriverne male neppure. Perché? Che ne so.

Mi sono definitivamente accettata da tempo. Da quando un professore mi prese sul serio e sul serio mi fece credere in me stessa, rinforzò la mia voce tramortita dal trauma della pubertà, calmò la mia idea del mondo impaurita dal brusco passaggio dal sogno a un Inferno in cui non sembravo più buona quasi a fare o a dire niente. E l’espiazione di peccati, passati attraverso delitti e castighi che mai dimenticherò, cominciò a sedici anni e durò ancora almeno un decennio. Lui, il professore, mi disse qualcosa che però non ricordo. Ricordo solo il suo sguardo e il suo tono di voce. Fu assertivo e mi guardò infondendomi coraggio, volendomi bene. Adesso lo so, che si dice così, che lui era/è un insegnante: assertivo, empatico, democratico. E ai miei genitori disse: “spero che quando qualcuno scriverà di lei, aggiungano che gli fui professore”.

Ed è anche un po’ “colpa” tua dunque se la necessità di scrivere è diventata una possibilità di espressione, se l’urgenza ha trovato una prima normalizzazione, una gestione, una direzione, se ha imparato a usare gli strumenti di guida per tenere la rotta nel mare delle parole e nella tempesta della comunicazione simbolica, e poi ancora se ha appreso le prime strategie per far vedere agli altri quello che volevo che vedessero. Di maestra in professore e viceversa, persino di questo siete colpevoli: del fatto che è grazie al vostro esempio che mi sono accorta che insegnare è uno dei mestieri più belli e che ho deciso che sarebbe stato il mio. Voi che quando mi sento in crisi mi pare che vi raccogliate dietro di me, che mi teniate la mano sulla spalla e mi sussurriate negli orecchi: “tu sai pensare, tu sai aspettare, tu sai digiunare”.

E lo so che invece questo è Siddharta di Herman Hesse e non siete voi e io mi sa che è tardi ed è meglio se vado a dormire.