Ricominciamo da tre

Tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincia’ da zero? Da tre!

Ricomincio da tre, Massimo Troisi – 1981

Riprendo a lavorare e a bere caffè. Vorrei berne il meno possibile, il più a lungo possibile. Del resto, ho fatto il pieno di sole ed energia in Sicilia durante la pausa di disoccupazione estiva. Me la sono proprio presa una bella pausa, soprattutto dal blog… e si vede. Era da un po’ che non mi soddisfaceva più. Ho cambiato quindi stile, organizzazione… template, si dice così. Ho provato anche un po’ a ripensarne i contenuti. Ma niente, quello che non sono riuscita a ripensare è il fatto di scrivere quello che mi va quando mi va. E però mi chiedo, in effetti, se è giusto o non è giusto, non seguire le indicazioni dei social media marketer, del marketing editoriale ecc. ecc. Se non altro per voi che mi leggete anche, e potreste giovarne se davvero serve a rendere tutto migliore e più coerente, ma anche – beh, soprattutto – a chi potrebbe leggermi ma non sa nemmeno che esisto.

Da una parte mi tira il: “sì ma tanto tu scrivi per te, scrivi per scrivere. Le cose che scrivi per gli altri le scrivi in altri contesti, momenti, luoghi… appunto”. Dall’altra il: sì vabbé, però allora scrivi il diario segreto come quando andavi alle medie, no? E poi: “se le cose le sai, dille, urlale, falle, scrivi quello che tira, insegui le emozioni, tu che sai scrivere” – sembrano dirmi quelli che di marketing dicono di capirne. Ma laggente sembra voler leggere solo di viaggi, viaggi, viaggi, cibo, moda e intrattenimento. Sembra.

Non so, forse tengo ancora troppo alla mia libertà per cedere il controllo a qualcuno o qualcosa che mi faccia fare ordine tra carte vere e virtuali, in questo blog che secondo me è ordinato, ma comincia davvero a essere un armadio che scoppia. O forse è che sono ancora troppo insicura e timida per fare come tanti altri che riescono ad autopromuovere persino il nulla che avanza e a darsi un tono. Ma poi, io, nemmeno lo voglio imitare il mondo vuoto dell’Autore maschile e del mezzo di produzione editoriale, che l’unica cosa che impari da quel mondo è la prevaricazione intellettuale e la sua disonestà.

Lo vedo il mondo autoriale e di poca autorità che si lancia alla conquista dello spazio di mercato e mi sembra vivo e imbalsamato allo stesso tempo, sempre lì con la frase giusta, radical-chic o tutt’al più sprezzante, ché scambiare l’essere ironici con l’essere sprezzanti, se la vedi così non è una qualità la tua facile ironia.

Oppure sei femmina come me e allora dovresti scrivere storie d’amore o storie ribelli o libri per ragazzi, che comunque rispetto agli adulti sono ancora quelli che leggono in media di più, più o meno loro malgrado. Non so, continuo a rifletterci su. Comunque, un paio di cose me le sono scritte come una sorta di buon proposito.

  • Concentrarmi di più sul “diario”, inteso come racconto, magari un po’ più regolare, perché sennò in effetti lo sa solo chi mi conosce cosa succede.

…e però poi succedono cose attorno a me, leggo libri. Cheffà, non ve ne devo parlare più approfonditamente? Una cosa spero invece di riuscire a farla davvero.

  • Qualche regalo ogni tanto, per voi che siete iscritti, che non siete molti, ma non siete neanche pochi pochi ormai.

A presto.

A chi come me

Quando viene settembre e cala la sera dopo le prime pioggie e tira il vento che ormai freddo costringe alla manica lunga, vorrei e non vorrei che cambiasse il tempo.

A chi come me conta ancora le stagioni e le riconosce tutte e quattro, nonostate tutto, dal colore del tramonto – e sì, è di nuovo il tempo del rosso di sera bel tempo si spera riflesso nel cielo a pecorelle che acqua se n’è versata a catinelle – dall’odore della terra e dell’aria, e soprattutto riconosce la fine dell’estate dal dolore delle membra.

A chi come me quando viene settembre sente un moto nel cuore e gioisce dell’edera che comincia a crescere veloce veloce e a lanciarsi una fogliolina dopo l’altra e… ell’amore è come l’ellera dove s’attacca more così così il mio cuore mi s’è attaccato a te. A chi come me non teme il silenzio ora che grilli e cicale hanno smesso di cantare e rimangono la notte solo i richiami di civetta e, del resto, non ne potevo più di karaoke e rombi di motore.

A chi come me si commuoverà presto al ritorno del cielo d’inverno e al passo attutito sulla terra umida e gonfia. A chi come me s’acquieta solo nell’infinito ritorno del tempo che spassa. A chi come me in bilico tra eterna pace e eterna guerra e libertà di immensi spazi e costrizione di corpo umano e di pochi sensi e dolce vertigine e chiarori di luna attende.

A chi come me, quando viene settembre, migrare è un po’ soffrire, restare è un po’ mentire, morire è divenire, dedicai futili riflessioni mistiche. Tanto pe’ cantà.

Sempre cara vi fu vostra,

Pastora errante per l’aia

Quanta strada bisogna fare – Sicilia A.D. 2019

Rientro a casa… e dintorni, per trascorrere le vacanze di Primavera, o Pasqua se preferite.

Di solito il periodo di ferie sotto Pasqua è così breve che si riesce a fare ben poco. Invece, quest’anno mi sta andando bene. Sto per dieci giorni. Ne sono trascorsi già più della metà e io per più della metà ho dormito. Vuol dire che ne avevo bisogno? Non saprei. La Sicilia mi ha accolto un po’ uggiosa, con dei giorni di schiarite, ma in generale con un cielo poco primaverile. Come si andasse verso l’inverno e non verso l’estate. Nondimeno a livello paesaggistico, questo periodo e quello autunnale, rimangono i miei preferiti. E comunque qualche giorno di bel tempo tra un nuvolone e l’altro ho potuto godermelo.

Isola delle correnti

Il mare? Che ve lo dico a fare. Quella della Sicilia orientale per me è sempre stata la parte più bella. Quest’anno ho persino fatto una tappa dove non ero stata mai, a Noto. Sì, ci sono ancora posti in Sicilia che non ho visto e soprattutto che non ho vissuto. Forse non basterebbe davvero una vita.

Noto

Dicevo, i panorami rigogliosi e gli altopiani in fiore. Per poco, se non si porterà via tutto il vento e il maltempo capriccioso. Ancora anche solo un pomeriggio concedimelo, perché io possa fare il mio viaggio di rito alla Grande quercia del bosco di Niscemi!

La Sughereta in fiore era un paesaggio che avevo bisogno di riguardare. Perché i ricordi svaniscono presto e ciò che resta sembra essere solo la loro impronta nella memoria. Come una piccola nicchia rimasta vuota da tornare a riempire di tanto in tanto, impressa astrattamente tra le anticamere e le camere della mente o concretamente come cicatrici e segni sul nostro corpo. L’impronta lasciata da questi boschi, queste piante, questi cieli aperti spazzati dalle nuvole e dove il sereno variabile vuol dire realmente qualcosa, è del tutto simile alle mie mani e ai miei piedi, e per alcune cose è simile a un avvallamento a cono come quello che guida lo sguardo a sprofondare nel mio occhio.

Le strade e i sentieri di terra battuta, aperti sulle radure o cosparsi di foglie di eucalipto, acciottolati o asfaltati, morbidi e odorosi di resine di pini o polverosi, rigogliosi di macchia mediterranea o pungenti come ortiche, assolati oppure ombrosi, attraversati da lucertole frettolose o da formichine laboriose…

Si dice che si ricordi meglio quello che ci ha fatto provare emozioni, ma in questo caso per me non vale. O per dirla meglio, non è quel genere di emozioni facenti parte della vulgata del nuovo millennio: la sensazione forte e inaspettata, la sorpresa, la novità, la meraviglia che brucia, l’esternazione che ti fa ridere forte e ti dà una scossa oserei dire infantile. Non esistono solo emozioni forti, infatti, anche se ci capita di pensare che solo queste siano quelle belle e vere. Anzi, le emozioni davvero forti non lasciano lunghi ricordi, non lasciano impronte. A me le emozioni forti hanno sempre fatto male. Un po’ per carattere, un po’ per costituzione. L’emozione di queste passeggiate è invece lenta, persistente, non sconvolgente. Credo sia per questo trovo pace in queste lande. Per questo fuggo spesso dall’umanità in guerra. Per questo ringrazio sempre chi mi ha donato la scintilla che illumina con po’ di buono la tristezza del mondo che vedo. È una questione di imprinting. Ho imparato a comunicare prima con la natura e gli esseri viventi, e solo poi gli esseri umani. (E pur sempre per vie traverse, leggendo romanzi e poesie e ascoltando favole e storie.) Non sono brava o buona persona per questo, e non mi sento migliore di altri. Sebbene la maggior parte degli esseri umani viva in contesti urbani e metropolitani, siamo infatti in molti e ben sparsi, ad avere un’educazione diversa, una connessione diversa. Non fatevi incantare da #globetrotter e #naturelover che vi regalano emozioni per vendere prodotti o sé stessi. È vero che spesso la forte emozione ci fa provare il desiderio di immortalare tutto in una foto particolarmente “figa”, rischiando che sia solo così, attraverso un’immagine esterna che ce ne ricorderemo.

Di certi ambienti, della mia casa, ricordo cose che nessuna foto mi restituirà. Per esempio il ronzio degli insetti e lo sfarfallio nei campi di quando ero bambina che non si sentono e non si vedono più. Non sono poi passati molti anni, solo una ventina scarsa. Eppure sembra che alcuni di noi abbiano già la memoria che avevano gli anziani quando mi dicevano: “qui un tempo era tutto bosco”…. Ma poi.

La base militare e il MUOS nel bosco di Niscemi

Quanta strada bisogna fare per ritrovare la connessione con la natura che abbiamo perso? La risposta, care mie e amici cari, si trova nel vento.

How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly
Before they’re forever banned?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, ‘n’ how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

How many years can a mountain exist
Before it’s washed to the sea?
Yes, ‘n’ how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn’t see?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind,
The answer is blowin’ in the wind.

B. Dylan, 1962