Digressione

Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.

Stato

So cosa dovrei fare

So cosa dovrei fare. Dovrei volare con lo sguardo oltre l’orizzonte per estendere il mio pensiero all’infinito. Dovrei tendere l’arco per scoccare frecce lunghe che si posino sul mio domani. Pensare di piantare i semi degli alberi e degli arbusti e dei fiori sotto cui troveranno riparo i sogni che sto costruendo. Dimenticare il passato che non mi serve, registrare da qualche parte le date importanti. Aggiungere didascalie a foto che non ricordo più quando ho scattato. Dovrei vivere il presente. Dovrei fare le pulizie di stagione stagionalmente e quando è la  stagione. Dovrei respirare a pieni polmoni, attivare la circolazione sanguigna, darmi da fare. Dovrei essere il più possibile produttiva. Dovrei impegnarmi in qualcosa. Preoccuparmi del mondo, di tanto in tanto. Dovrei non mollare mai, non cedere alla pressione.

Invece, mi perdo tra i tuoi riccioli biondi, mi affabulano le tue promesse di eterna bellezza e salute e gioventù. Mi inganna, ogni volta come fosse la prima volta, questa effimera ora d’amore.

 

 

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Trekking: escursionismo mon amour

Come iniziare un nuovo anno in Sicilia, sotto i migliori auspici e con le migliori stelle.

“Prendere e partire” è la cosa che mi è sempre riuscita meglio. Più impegno invece mi ha richiesto imparare a fare lo zaino o le valigie. Discernere tra necessario, importante e superfluo. Non dimenticare mai l’insostituibile.

Quest’anno ho avuto l’opportunità di fare qualcosa che mi ha appassionato molto da bambina e da adolescente, ma che ho poi tralasciato nel corso degli ultimi anni: l’escursionismo. Un regalo che mi sono fatta per i miei trent’anni e che completa tutti quelli che ho ricevuto nei giorni scorsi, sia affettivi che materiali. Il pomeriggio del 2 Gennaio siamo partiti dal piccolo rifugio in cima alla collina del Parco della Diga Comunelli di Butera, percorrendo il sentiero al tramonto e per un bel po’ anche sotto le stelle. Abbiamo dormito al rifugio, senza perdere l’occasione di accendere un bel fuoco di bivacco, odoroso di resina di pino. Il giorno dopo abbiamo scoperto l’area naturale e i suoi panorami incredibili girando attorno alla collina e concludendo l’uscita con l’osservazione dell’avifauna che popola questa importantissima zona della Sicilia.

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Io vi posso dire che il Parco Comunelli ha tanti tesori da mostrare, compresa una necropoli, che ci sono sentieri facilmente percorribili e aree attrezzate ben tenute dove si può passare anche solo una bella domenica, che è possibile osservare tanti tipi di piante, riscoprire piccoli pezzi di macchia mediterranea e attraversare diversi tipi di bosco, testimonianza delle tecniche di rimboschimento che si sono succedute nel tempo. Vi posso dire che a volte dietro l’alto trifoglio e i muretti di palme nane e i rami di pini o cipressi che quasi toccano terra, ti sembra di aver trovato il tuo piccolo paradiso terrestre. Vi posso dire che dall’alto della torretta di osservazione della Forestale si vede tutta la Piana di Gela, da Licata a Vittoria, che l’orizzonte si posa sui Monti Erei e i Monti Iblei, passando per l’altopiano di Niscemi. Io vi posso dire che fare escursionismo è una buona abitudine, che stare attorno al fuoco e sotto le stelle dà pace, che alzare lo sguardo per cercare la tua costellazione preferita o la tua stella riaccende l’anima e ti ricollega al mondo, che è semplicemente questo: un luogo meraviglioso.

Per tutto il resto, per esempio per i nomi e i dettagli delle specie animali presenti, delle piante e delle orchidee, sulla storia e le sfide dell’ambiente naturale e artificiale dell’area, sui chilometri percorsi e sui sentieri, per vivere anche voi queste esperienze… chiedete a Manuel Zafarana e a Davide Pepi, alla splendida Associazione Lipu-Niscemi, seguite il gruppo Nasciam Trekking.

Parlare con i limoni

limóne s. m. [dall’arabo līmūm]: agrume molto noto, importante soprattutto per il frutto ovoide, dalla buccia giallo-pallida, più o meno sottile, liscia o rugosa, profumata, con polpa succosa e acidissima, ricca di vitamina C.

Mi piace farmi ispirare dai colori e dai rumori della campagna. Soprattutto quando torno in Sicilia è più forte di me. Qui, sulla punta Sud della Trinacria, la terra è di colore rosso e giallo, a dicembre il trifoglio è alto e fiorito, gli ulivi centenari e quelli  dal fusto tenero si preparano all’Inverno che ancora deve arrivare, le pianure e le valli ti mostrano e raccontano tutte le ere archeologiche. Dalla piana di Gela e dagli altopiani di Vittoria, la Val di Noto ti accompagna con un unico sguardo fino all’Etna innevato all’orizzonte.

limoni_siciliaE poi ci sono loro: i limoni. Li vado a cercare tra le foglie e i rami come si cerca l’amore: bello, solare, agrodolce e profumato di vero. E quando lo trovo, quel limone lì… lo colgo e lo stringo tra le mani e lo annuso e chiudo gli occhi e alla fine me lo metto in tasca per tenerlo a portata di olfatto quando mi va. Finché dura. E capisco la spontaneità di una Sina Marnis, la protagonista di Lumìe di Sicilia, che non si cura di chi gli ha portato le lumìe e tanto meno le importa del suo passato e soltanto si riempie di gioia e grida: “Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!” – per leggere l’opera Lumìe di Sicilia di Pirandello clicca qui.

Così penso che sia per molti che conoscono l’odore di cui parlo, soprattutto per chi è vissuto in Sicilia ed è andato via, forse trovando limoni migliori ma mai uguali a questi che sempre sapranno di antico e di nuovo, di dolce e di amaro, di magico e reale. Infatti so che presto mi ricapiterà di sognare alberi di limoni nei cortili, proprio come I limoni di Eugenio Montale – qui il link de “I limoni” recitata da Franca Nuti.

[…] e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Per questo va a finire che almeno una volta al giorno passo sempre a parlare coi limoni del mio giardino, perché mi hanno detto e mi dicono tante cose e credo che tante cose ancora avranno da dirmi, però una volta che sarò andata via di nuovo chi lo sa quando ci rivedremo!

Digressione

Capodistria – ottobre 2016

C’è a chi cade la mela in testa… e a chi basta un oliva!

L’urgenza di scrivere, l’urgenza di andare, l’urgenza di riflettere ma anche di smettere di pensare. L’urgenza di parlare, l’urgenza di tacere. Come una nuvola che passando copre il sole, come le ombre all’imbrunire, come incontrare per strada chi ti strappa un sorriso in una “giornata no”. L’urgenza cambia qualsiasi stato d’animo precedente, lo annulla, segna una svolta e pretende attenzione. Così, da un fatto intimo prima di tutto, che tocca le corde del cuore e mi fa contrarre i nervi, l’urgenza mi fa riscoprire quello che faccio, quello per cui mi dedico e mi impegno. Mi costringe a stabilire e rispettare le priorità che mi sono data.

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Già… le priorità della vita e la scala di valori che le accompagnano. Una volta ai primi posti c’erano gli amici e la famiglia, essere una persona utile per la società, ieri erano la laurea e “salvare il mondo”. Di questi tempi qualcosa sta cambiando ancora e al momento sembrano un po’ confuse. Al vertice della classifica si trovano in ex aequo: scrivere, insegnare, vivere in pace. Vivere in pace, che strana priorità. Non l’ho mai capita e mai messa in elenco prima. Invece da un paio d’anni… eccola qua. Direttamente in vetta alla classifica. Che quasi all’inizio non volevo confessarlo a me stessa, perché mi sembrava una cosa da vecchi, da nonni, questa cosa qui: vivere in pace. Ma sta lì. E ogni tanto l’urgenza mi coglie e me la ricorda. Così, oggi ho lasciato perdere tutto quello che avevo in programma, perché mi hanno chiesto se avevo voglia di partecipare alla raccolta delle olive di famiglia e io manco ci ho pensato due volte: sì, perché ho sentito l’urgenza di vivere in pace. Scriverò, insegnerò, forse salverò il mondo… ma domani. Oggi no.

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Stato

Quando il bambino era bambino

“Quando il bambino era bambino, su niente aveva un’opinione, non aveva abitudini, sedeva spesso a gambe incrociate e di colpo sgusciava via, aveva un vortice tra i capelli e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: …” Peter Handke, Canzone dell’infanzia – 1987

Nessuno ci ha chiesto di venire al mondo, nessuno. Eppure siamo e prima non eravamo. Eppure pensiamo e prima non sapevamo. E ancora, nessuno ci chiede mai se vogliamo crescere o non vogliamo, se vogliamo cambiare. Però accade. E come ogni cosa che accade lascia perplessi e ci fa sgranare gli occhi come quando eravamo piccoli germogli nella culla, tra le braccia di altri essere umani. Ci guardavano e noi ricambiavamo, fino a che non ci si abituava un po’ l’uno a l’altro e, a un certo punto, era come se da sempre fosse così. Perché è da sempre che esisto, no?

Alcuni pensano che il nostro sempre cominci quando nasciamo, altri quando iniziamo ad averne memoria. Io credo che il sempre di ognuno di noi inizi quando comincia a battere per la prima volta il cuore. Forse il fatto è che la vita non inizia né finisce, soltanto continua. E infatti è da sempre che siamo vivi, no? Ogni tanto questa domanda mi prende alla sprovvista e mi fa sospirare e mi trascina in un vortice di altre domande a cascata: “chi sono veramente? perché? chi vorrei essere? quando? chi sarò? mi piacerebbe? sarò felice? cosa dipende da me? cosa no? ha senso tutto questo?”. Sarebbe bello avere sempre le risposte e dire si o no con assoluta certezza. Sarebbe bello. Io non credo che la felicità, l’amore, la realizzazione di sé siano il vero senso della vita. La nostra vita non si riduce mai solo a queste cose. Non sono quello che voglio veramente. Quello che voglio veramente è essere me stessa. E basta.

Per questo cerco sempre di ascoltare la bambina quando era bambina, quella che prima non era e un giorno non sarà. Mi fido della sua fantasia e agilità. Mi fido della sua capacità di adattamento, di analisi e discernimento. Qualcosa che appartiene a tutti e di cui tutti siamo capaci, da sempre.

Stato

No Time No Space

Viaggiatrice anomala in territori mistici, segue per istinto le scie delle comete.

Ci sono momenti che, sono sicura, capitano a tutti periodicamente. Momenti in cui tutto sembra fermarsi attorno a te, muovi lo sguardo lentamente e lo poggi sulle cose con affetto, i tuoi sensi si affinano, percepisci i rumori o l’assenza di rumori. I colori e le geometrie ti catturano, l’olfatto registra delle sensazioni che sono, oserei dire, ambientali nel loro insieme. Ci sei pienamente. Sei presente a te stesso e vorresti che tutto si fermasse e rimanesse esattamente così com’è, per sempre: la situazione in cui sei, le persone o il paesaggio, quello che succede o non succede, chi passa e come, quello che c’è e quello che non c’è. Ti piacerebbe fissarlo sulla tela dei tuoi occhi o sulla pelle, come un quadretto d’artista.

Mi è successo diverse volte durante questa settimana di viaggio in luoghi noti, ma per me significativi. Mi è successo a Capodistria mentre aspettavo l’autobus che mi avrebbe portato a Trieste. Mi è successo durante le passeggiate al Valentino di Torino. Mi è successo stringendoti al mio cuore, amico e amica mia. Mi è successo a Busto Arsizio la mattina in cui accompagnavo la mia nipotina in asilo nido assieme a mio fratello. Mi è successo in un anonimo parco di Milano, dal nome importante Parco Gramsci, mentre aspettavo l’autobus per il ritorno. Mi è successo quando ho rivisto il mare e il sole al tramonto, spuntato quasi all’improvviso sul lato passeggeri opposto al mio. Mi succede ogni volta che ti guardo e rimarrei per sempre a osservare quelle pieghette attorno agli angoli della bocca che mi dicono che stai ridendo. Forse non c’è nulla di poetico, niente di divino, alcun sentimento o elemento magico. C’è soltanto una viaggiatrice anomala in territori mistici che segue per istinto le scie delle comete e che si innamora ogni volta di te, soprattutto stasera.

 

No time, no space.

Another race of vibrations

the sea of the simulation.

Keep your feelings in memory

I love you, especially tonight.