Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Citazione

Zanna Bianca, letteratura per ragazzi e qualche altra storia

Zanna bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, anno 1986. Questo libro ha la mia età e io do un valore a questa data che ci lega anagraficamente solo adesso.

Adesso che anni di studi universitari in Lettere mi hanno convertita a leggere anche le quarte di copertina, l’anno di uscita e l’anno di edizione per default. Non penso di averlo mai notato quando ero bambina. Del resto, non mi interessava questo genere di cose. Mi interessava solo leggere storie. Al massimo, se proprio me le vendevano bene, arrivavo a degnare di attenzione storie di storie o sulle storie. Ma la narrazione non doveva mancare mai.

14089332_1370291319667415_978398505_nPer i compleanni e altre occasioni ero la bambina perfetta. Non sbagliavi mai se mi regalavi un libro, oppure un pupazzo. Ancora meglio se arrivavi con tutti e due. In quella che una volta era una camera da letto e che ormai è diventata un vero e proprio archivio disordinatissimo di libri, studi, quaderni e memorie della mia vita, Zanna Bianca se ne stava orgogliosamente circondato da titoloni austeri. Quasi si rendesse conto di essere sopravvissuto ai repulisti epocali, di essere stato graziato dall’oblio degli scatoloni riempiti e messi in garage per fare spazio ai nuovi libri, ad altre carte. Io no, non l’ho mai “salvato” consapevolmente. Negli ultimi anni, ogni tanto, mi tornava alla memoria. Sembrava che mi chiamasse. Fino a che, nel 2014, ho deciso di abbandonare ogni remora e di andarlo a cercare. Pensavo che non sarei mai riuscita a ritrovarlo e invece di ritorno a casa per qualche tempo mi è bastato ripercorrere con lo sguardo e con le dita il dorso dei libri… ed è così che ho scoperto che quel birbante non se ne era mai andato dallo scaffale!

Ci siamo ritrovati come vecchi amici. Lo ammetto: gli ho sorriso e gli ho fatto “ciao!” ad alta voce. Da allora non ci siamo più lasciati. Mi ha seguita prima a Torino e ora qui, a Capodistria. Posso essere davvero sicura che se mi chiedete qual è stato il libro preferito della mia infanzia, eccolo: Zanna Bianca di Jack London.

L’istinto e la legge pretendevano da lui l’obbedienza; ma la crescita pretendeva la disobbedienza. La madre e la paura lo costringevano a tenersi lontano dal muro bianco; ma la crescita è vita, e la vita è destinata a cercare sempre la luce, sì che non era possibile arginare la marea della vita che montava in lui a ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni respiro che traeva. Alla fine, un giorno, la paura e l’obbedienza furono spazzati via dalla corrente della vita, e il lupetto grigio strisciò sul ventre, a gambe larghe, verso l’uscita. (Zanna Bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, Milano 1986, p.79)

Come non immedesimarsi a quella età! La natura selvaggia, l’incontro con gli uomini, la lotta per la sopravvivenza, la ragione dell’istinto, l’orrore dei maltrattamenti, la pazienza di Weedon Scott, l’animale selvatico che alla fine si innamora dell’essere umano, l’accettazione di un amore che permette a Zanna Bianca di ritrovare sé stesso…

ZannaBiancaReadingTimeA pensarci bene, nel mio piccolo canone di letteratura per l’infanzia, non ci sono maghetti o mondi da salvare. Ai miei giovani eroi e coraggiose eroine, Heidi, Pollyanna, Remigio, Jo, Pinocchio, Alice, Peter Pan, Gian Burrasca, Bastian e Atreiu, non veniva chiesto di risolvere le situazioni alla maniera dei grandi e anzi di riuscire a fare meglio di quanto avessero saputo fare loro nelle stesse circostanze. Nei libri io trovavo spesso tanti silenzi, momenti contemplativi e riflessivi, audaci pionieri che agivano in un mondo magico sì, avventuroso, ma creato da loro, dalla loro fantasia. E forse Zanna Bianca per me rappresentava tutto questo e li comprendeva. Imparavo con lui a convivere nella realtà con altri mondi che non si trovavano su dimensioni parallele, ma soltanto in altri punti di vista, in comportamenti e mezzi comunicativi diversi da quelli etichettati come “umani”. Complice la mia vita di campagna e la compagnia dei miei adorati cani e gatti, probabilmente per me la magia era lì, a portata di zampa.

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Galleria

Piccolo canone di letteratura italiana a Lubiana

Lubiana, Istituto Italiano di Cultura. Una mostra fotografica presenta scrittori e scrittrici della letteratura italiana.

Un paio di giorni fa mi trovavo a Lubiana, presso l’Istituto Italiano di Cultura in Slovenia. Ero lì per un motivo molto specifico, la presentazione di un’antologia che esamina la storia della della letteratura italiana in Istria, in particolare di Capodistria, Isola e Pirano (per ulteriori dettagli e la versione pdf del volume clicca qui). Non ero mai stata in un Istituto Italiano di Cultura. Da italiana e soprattutto da letterata e amante della mia cultura, non di meno affascinata da tutte le altre, ho solcato la soglia degli uffici con una certa emozione. Per la prima volta non ho associato la presenza all’estero del Paese di cui sono cittadina a una presenza militare, coloniale e invasiva. Ed è anche bello sapere che se mi trovo all’estero per qualsiasi motivo, esiste uno spazio dove si parla la mia lingua e si coltiva la mia tradizione letteraria ed artistica. Qualcosa che non sarebbe male se venisse garantito a tutti. Devo anche aggiungere che, comunque, il sospetto con cui guardo a queste istituzioni che trattano un tema tanto delicato e spesso usato in modo subdolo, quale è quello culturale, non mi abbandona.

“Gli 83 Istituti Italiani di Cultura (IIC) nel mondo sono un luogo di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con il nostro Paese. Promuovono all’estero l’immagine dell’Italia e la sua cultura, classica ma anche e soprattutto contemporanea.”

Promuovere l’immagine dell’Italia all’estero…. beh.

Parliamone, no?

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Ho cercato di sbirciare dentro le stanze degli uffici e di curiosare qua è la per capire che aria si respirasse. L’occhio mi è caduto su un corridoio laterale, dove è stata allestita una mostra fotografica. Diversi i ritratti fotografici appesi sotto al titolo “Scrittori Italiani – Ritratti”, fotografie di Michele Corleone. Come non resistere alla curiosità di vedere su chi fosse caduta la scelta? Ovviamente non ho potuto fare a meno di segnarmeli tutti, ed eccoli qua.

Maria Luisa Spaziani

Fernanda Pivano

Dacia Maraini

Tonino Guerra

Niccolò Ammaniti

Dario Fo

Andrea Zanzotto

Erri De Luca

Andrea Camilleri

Bruno Munari

Carlo Ginzburg

Alcuni nomi me li aspettavo, ma per la maggior parte degli altri si è trattata di una bellissima sorpresa. Che mi ha fatto pensare che se all’estero nomi consacrati al canone letterario possono trovarsi insieme a best-seller, come Camilleri e Ammaniti, e “best-militant” come Erri De Luca, senza tralasciare anche qualche voce femminile ricercata… ecco, penso che sia un ottimo modo per veicolare pacificamente l’idea di una letteratura italiana che in troppi considerano finita, morta e sepolta, e che invece è ancora più viva e attiva che mai. Un’immagine della cultura italiana nella quale mi rappresento: dialogante, inclusiva, pronta a scardinare gli stereotipi e critica nei confronti delle regole prestabilite, ma capace anche di non perdere quei caratteri di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza che tanto raccomandava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.

 

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Digressione

Gli sposi di via Rossetti, di Fulvio Tomizza

Guerra e pace, italiani e sloveni, fascisti e antifascisti, bianchi, neri, rossi, uomini, donne, cattolici, comunisti, qualcos’altro? …l’amore. Gli sposi di via Rossetti, Fulvio Tomizza.

“La storia di Dani e Stanko non si limitava al loro triste caso, aveva il suo contesto politico, sociale, culturale e geografico, i suoi protagonisti e i comprimari di un’attrattiva per me spesso non inferiore. Una vicenda non trascina se tutte le sue componenti non rispondono a un centro e se non muovono pure esse qualche cosa dentro di noi.” Fulvio Tomizza, Gli sposi di via Rossetti, Mondadori 1986, p.17

Trieste alle soglie della seconda guerra mondiale, una città di confine dove si è insediato il Fascismo. Il tentativo di uniformare il territorio prevede l’imposizione della lingua italiana e il divieto assoluto di parlarne e utilizzarne altre. Il metodo utilizzato per raggiungere l’obiettivo è coercitivo e oppressivo. Il dissenso viene sedato sul nascere e a volte anche prima. La società si spacca a tutti i livelli. Le persone e le famiglie vengono messe una contro l’altra. Succede che devi fare delle scelte e se non scegli, saranno gli altri a farlo per te. Gli sposi di via Rossetti di Fulvio Tomizza, è una lettura consigliata per gli appassionati del romanzo storico e soprattutto per gli amanti di non-fiction, per chi fosse incuriosito dalla storia di Trieste e volesse comprendere le radici storiche e culturali degli sloveni in questa zona di confine.

Gli sposi di via Rossetti è tra le opere più mature di Fulvio Tomizza ed è stata pubblicata per la prima volta da Mondadori nel 1986. Racconta la storia vera di Stanko Vuk e Danica Tomažič, una giovane coppia di sloveni che vive a Trieste negli anni delle grandi guerre. La loro vita da sposini dura poco perché, nel giro di qualche mese, i due vengono arrestati e imprigionati per questioni politiche, accusati di cospirazione antifascista. Dopo un breve periodo Danica viene liberata e torna a vivere a Trieste, Stanko invece rimarrà in prigione per quindici anni, una buona parte dei quali a Fossano, in Piemonte. L’autore ci regala con questo libro un magistrale esempio di non-fiction narrativa. Infatti, Fulvio Tomizza ci offre un resoconto delle sue ricerche e letture sulle vicende storiche e personali dei protagonisti, attingendo informazioni da fonti dirette e indirette, ma soprattutto dallo scambio epistolare dei due protagonisti. Immersi nel suo punto di vista, anche noi lettori e lettrici, seguiamo le sue investigazioni, scoprendo una realtà quanto mai varia e per molti versi insondabile, destinata a non rivelare mai una sola verità.

 

 

 

 

Torino San Salvario Tribute – Fantasia n. 2

Studiare, vivere e sognare a Torino. San Salvario Addicted si racconta…

Gennaio 2011. Mi trasferivo per proseguire gli studi, passando dalla caotica Palermo alla razionale Torino. Mi insediavo lungo le mura del quartiere storico di San Salvario: Corso Vittorio Emanuele II. Però lato Via Madama Cristina, eh? Quindi più di quà che di là. Non scherziamo. Diventavo, nel giro di poco, San Salvario Addicted. Tento la disintossicazione da nemmeno un anno, come tanti hanno già tentato prima di me. “Un anno si perdona a tutti”, dice la mia più-che-amica Aila. Per cui, questo post dedicato a Torino come se si trattasse di un passato andato e superato suona un po’ strano. Però mi è venuta voglia di scriverlo. E così ho fatto. Crisi d’astinenza?

murales Palazzo Nuovo

Sono tra le ultime, o giù di lì, ad essersi laureate nella storica sede universitaria di Palazzo Nuovo, prima che venisse chiusa a causa delle rilevazioni insostenibili di amianto nell’aria. Tra le ultime che si ricorda i colori del murales dipinto su un lato del palazzo, una delle poche gioie per gli occhi nelle innumerevoli giornate grigie che ti accompagnavano a lezione. Sono tra le ultime ad aver fatto serate al Gabrio. Quello di prima? No, quello vecchio proprio. Tra le ultime a ricordare i Murazzi “come erano una volta”, quando i locali erano tutti aperti, c’era così tanta folla e truzzi che non potevi camminare, la perdizione ai tuoi piedi, l’alba sempre dietro l’angolo. Tra le ultime che l‘Imbarchino del Valentino lo frequentava nei suoi tempi di gloria, quando dicevi “ci vediamo all’Imbarchino?” e non al Valentino. Cioè, il Valentino senza l’Imbarchino… parliamone. All’Imbarchino, appena arrivava Marzo, ci facevo colazione e ci studiavo e ci facevo apericena e ci facevo i venerdì sera e se non fosse che abitavo vicino, di sicuro qualche volta ci avrei anche dormito. Là, sdraiata sotto l’albero grande. Se mi concentro ancora sono sicura di trovare tante altre cose che sono cambiate o che prima non c’erano e sono iniziate. Per esempio io c’ero quando ha inaugurato la nuova gestione della Lunastorta a San Salvario (scusate sono troppo di parte per non citare questo posto), oppure quando è iniziata l’esperienza della Cavallerizza occupata, oppure…

Maddaaai! Esagerata, parli come mia nonna! Ci hai vissuto solo quattro anni!

Si, lo so. Ma che ci posso fare se Torino è tanta roba.

Qualsiasi cosa possa mai accadere alla mia memoria in futuro, di una cosa sono certissima. Torino per me sarà sempre associata a San Salvario. Mi dispiace per i Vanchigliesi, per i Quadrilateri, per i centro-centro, per i PortaPalazzinari, per gli oltre Po’ e figuriamoci per gli oltre Doresi. Ma San Salvario è un’altra storia, un altro mood. San Salvario è dove non ti preoccupi mai di fare la spesa, perché da mangiare lo trovi sempre a qualsiasi ora del giorno e della notte, grazie non solo a tutte le botteghe Bangla, ma anche ai pizzaioli, ai pugliesi, ai greci, ai turchi, agli egiziani e a tanti altri. San Salvario è dove non ti preoccupi di come arrivare da qualsiasi parte, perché sei vicino a tutto, e comunque sei vicino alla stazione di Porta Nuova, alle fermate di metro e troverai un tram, un treno o un autobus fatto per te, di giorno e di notte (con qualche limite). San Salvario è dove con le belle giornate ci stai un attimo a passeggiare al parco del Valentino e a non annoiartene mai. San Salvario è dove, se sei davvero di San Salvario, la sera scendi a bere l’amaro nella tua tavernetta, pub, circolo, bistrot di fiducia, con il barista di fiducia, detentore di un ruolo sociale preciso, guida e conforto spirituale, punto di riferimento per gli sfoghi della gente al bancone, ma anche promotore di circuiti musicali, culturali e artistici di qualità superiore. San Salvario è dove ti abitui ad alti standard. San Salvario è dove tanti tratti somatici, tante usanze religiose, tanti stili di vita diversi convivono sulla strada, sul pianerottolo e nei cortili. San Salvario è dove impari a non considerare la diversità culturale un problema. Per lo meno, non un problema diverso da quello legato alla mancanza di lavoro e di inserimento sociale, come dimostrano benissimo numerosi quartieri e città difficili in Italia, abitati solo da italiani o solo da un tipo di persone.

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Il fatto è che per scoprire San Salvario non vi basta passarci da turista o uscirci una sera.  Qualche dritta sui locali giusti può aiutare, ma per i turisti che si fermano poco va più che bene Porta Palazzo e il Baloon. Anzi va pure meglio. E per quelli del sabato sera, beh… comunque i locali chiudono alle tre di notte. Fatevene una ragione. In ogni caso, semmai non doveste innamorarvi di San Salvario così tanto da decidere di trasferirvi anche voi qui… noi San Salvario Addicted non ci offendiamo mica. Anzi, ne resta più per noi. Bella lì.

Palermo City Tribute – Fantasia n.1

Facoltà di Lettere e Filosofia e dintorni… soprattutto.

Per i primi anni ho percorso sempre la stessa strada che mi portava all’università. Non ogni giorno di lezione, lo confesso. E nemmeno ogni volta che sarebbe stato necessario. Mi svegliavo con la luce del sole che entrava prepotente dagli infissi. Un intrusione che ricordo sempre con vivezza, ma mai con fastidio. Mi alzavo e attraversavo il lungo e largo corridoio della casa arcobaleno di Via Cappuccini. La mia prima vera “casa di studenti”, dove i miei coinquilini mi hanno fatto conoscere la Palermo di cui mi sono subito invaghita. Per inciso, quella che mi trascinava nei quartieri decadenti, sporchi e maledetti. Quella dove bazzicavano le menti creative dell’Università e a volte anche quelle della Palermo bene.

TestaGrossa_palermoFatto il caffè mi preparavo per andare a lezione. Uscivo dalla porta di casa e mi immergevo nell’ombra dell’androne per poi riemergere oltre il pesante portone di legno e ritrovarmi direttamente in strada, in Via Cappuccini bassa. Passavo da quel vicolo dove si affaccia anche il laboratorio di Testagrossa, mitico panellaro di Piazza Indipendenza. Dopodiché mi toccava affrontare il traffico e sfidare con lo sguardo le persone alla guida per riuscire ad attraversare.

Ricordo tutti i cattivi odori della strada, quello delle patate a bollire, quello dell’asfalto, quello degli scarichi delle auto. Ricordo che lanciavo sempre uno sguardo all’ingresso del Palazzo della Regione quando ci passavo davanti. E pensavo a come era distante da me tutto quello che accadeva al suo interno. Avevo vent’anni e non erano ancora successe molte cose. Ricordo che, una volta superata Piazza Indipendenza, alzavo sempre gli occhi al cielo che lì si liberava degli alberi e dei palazzi e si prendeva un bel pezzo di spazio.

La mia memoria sembra aver cancellato ogni nuvola, perché adesso questo cielo me lo ricordo solopalermo_palazzo_normanni splendente. Come se durante quegli anni non fossero esistite giornate uggiose. Forse perché poi ho vissuto altrettanti anni a Torino e il paragone non ha retto. Fatto sta. Nessuna nuvola grigia su Palermo è soppravvissuta al setaccio. Solo un profondo azzurro seghettato dalle guglie del Palazzo dei Normanni. Nonostante questo, mi ricordo molto bene di un paio di alluvioni, le vie come fiumi in piena, una città che si fermava.

Prima dell’ingresso alla cittadella universitaria facevo un giro, reale o immaginario se ero in ritardo, a Villa d’Orleans in Corso Re Ruggero. Infine, venivo travolta dalla bolgia dantesca degli studenti: chi di corsa, chi in comitiva, chi lento da far morire, chi in stato di panico evidente. E alla fine di Viale delle Scienze, circa un altro chilometro di passeggiata in leggera pendenza, ragione per cui partivi con il cappotto e arrivavi seminudo all’ingresso della Facoltà… eccola: Lettere e Filosofia. Posso dire di non aver amato per nulla quel luogo. Un edificio male attrezzato, noioso e assolutamente inadeguato. Sinceramente brutto. Forse è per questo che disertavo spesso e volentieri. Forse è per questo che non frequentavo le aule studio e le bilioteche. Oltre che perché non si trovava mai posto.

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Quello che era veramente bello erano le persone di cui ti circondavi, quelle con cui scambiavi battute sceme davanti alla macchinetta del caffè, quelle con cui discutevi di massimi sistemi e del futuro incerto ma che consideravi di tua proprietà. Era il gioco di sguardi brillante dei compagni e delle compagne che ti proponevano argomentazioni acute. Erano quelle parole in aule dove mancava tutto, ma i professori bastavano e avanzavano a scuoterti la mente. Era una specie di vibrazione collettiva che pervadeva i senti.

E adesso che scrivo, mi rendo conto che parlo di un’altra dimensione. Realizzo che sono passati dieci anni dal mio primo ingresso in quel luogo che mi ha temprato il carattere, mi ha decostruito il modo di pensare, mi ha concimato e consumato allo stesso tempo. E adesso che non sono più la stessa, ma sono meglio anche grazie agli esami e ai Professori e alle Professoresse più odiati, adesso che vedo che certe amicizie nate là effettivamente non sono mai morte e che certe relazioni instaurate in quegli anni rappresentano lo sguardo sul mondo di cui mi fido…

Ti perdono tutto Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Persino le lunghe file della speranza in segreteria.