Qualcosa, là fuori – Bruno Arpaia

Non è vero che la scuola italiana e i testi scolastici e i programmi italiani sono brutti e vecchi e inutili. Forse lo siamo noi insegnanti. E sfido il più giovane e bello a non invecchiare e a esaurirsi presto, non già a causa dei ragazzi ma a causa delle condizioni di lavoro. Di sicuro lo è la categoria, stando a quanto si può osservare sulla media anagrafica, ma le energie, le risorse e la motivazione, aspetti che non dipendono semplicemente dall’età, sono le caratteristiche degli insegnanti della scuola pubblica italiana. E questi, nonostante le condizioni impossibili e le situazioni disperate, riescono a produrre eccellenza e a ottenere risultati che fanno invidia al mondo, salvo poi puntualmente ritrovarsi i frutti del lavoro svenduti al mercato del peggior offerente.

Tutto questo preambolo per dire che cosa? Che questo libro “Qualcosa, là fuori” di Bruno Arpaia, Guanda Editore 2018, l’ho scoperto tramite un brano di antologia che ho dato da fare come compito per casa a una mia classe.

“Qualcosa, là fuori” – Di cosa parla?

Bruno Arpaia con questo romanzo ci proietta nell’Europa del futuro prossimo – seconda metà del XXI secolo – devastata dagli sconvolgimenti dovuti ai cambiamenti climatici e al regresso di una società tanto sofisticata e avanzata quanto fragile che pareva regolata da capisaldi quali: la risoluzione pacifica dei conflitti e la cooperazione tra stati; il principio di solidarietà tra le nazioni.

Il protagonista è Livio Delmastro professore universitario, neuroscienziato, di origini napoletane, emigrato con la moglie, una fisica affermata, negli USA. Nonostante il loro ruolo di tutto rispetto, sono costretti ad abbandonare gli USA in conseguenza di un clima, non solo ambientale, ma soprattutto politico e sociale sempre più difficile e avverso nei confronti degli stranieri e della libera ricerca. Livio Delmastro perde poi la moglie e il figlio a Napoli, uccisi a un posto di blocco dalla polizia locale che ormai rappresenta solo la legge del più forte. Dopo anni, decide di cercare fortuna nel Nord, dove vivere è diventato più semplice grazie al cambiamento climatico e dove termini come società, benessere e progresso non sembrano parole vuote di significato. Così il racconto comincia in medias res, con il viaggio della colonna di miserabili di cui Livio fa parte e che ci riporta a immagini ed eventi quanto mai simili alle peregrinazioni e alle drammatiche migrazioni del nostro tempo.

Qualcosa, là fuori – Interessante perché…

  1. Si tratta di un romanzo realistico e che usa basi scientifiche, frutto di documentazione verificabile.
  2. Si tratta di un romanzo costruito su parallelismi sociali e storici del presente e del passato che l’autore trasferisce nel futuro di una società, la nostra occidentale, che al momento ritiene di essere immune, ricca e capace di capeggiare il cambiamento.
  3. Si tratta di un romanzo che contiene molti temi vivi e drammaticamente attuali: il sogno di una vita migliore all’estero, la frustrazione del rimpatrio per motivi politici o sociali, la perdita dei propri cari a causa di disordini e guerre, la decisione di intraprendere una lunga e pericolosa migrazione.
  4. Si tratta di un romanzo che non ha come protagonista qualcuno per cui dobbiamo empatizzare perché racconta fatti che succedono ai “soliti sfortunati del terzo mondo”. Il protagonista e la sua storia realisticamente sono – così stando le cose – davvero lo specchio del nostro futuro, di noi che adesso abbiamo trent’anni o dei giovani che si affacciano all’adolescenza.
  5. Rimarca una delle idee di fondo e su cui si basa l’ingiustizia sociale: qualcuno certo si salverà e non saranno i migliori o i meritevoli.

La copertina è accompagnata da una frase di Luis Sepulveda: “Un romanzo necessario, imprescindibile”. Fino a pagina 75 non ci credevo, mi sembrava un giudizio eccessivo, anche perché ho provato inizialmente un po’ di fastidio per alcune situazioni facilmente stereotipabili. E dico “fino a pagina 75” perché poi da lì ho anche capito del tutto l’intenzione dell’autore, che è quella di puntare al realismo più vero. E allora mi sono detta sì, l’autore ha ragione e se non la smettiamo di chiudere gli occhi anche noi intellettuali, o noi movimentisti, o noi promotori culturali e insomma noi tutti che ci occupiamo dell’umano e lavoriamo e sogniamo un mondo migliore per tutti e per tutte, lo scenario più concreto e più probabile sembrerebbe proprio quello descritto. E quindi alla fine chapeau! A te Bruno Arpaia per il lavoro di sintesi narrativa e chapeau anche a qualche scelta di editoria italiana che mi fa ancora ben sperare.

Cultura? Ma di cosa parli, Livio? Qui, gratta gratta, il novanta per cento di quello che si spaccia per cultura è puro e semplice intrattenimento. Lodevole, a volte divertente, ma pur sempre intrattenimento. Invece la cultura è anche fatica, tempo, pensiero… E se l’86 per cento dei ragazzi praticamente non sa nemmeno leggere, vuol dire che a poco a poco perderemo pezzi, saperi, conoscenze… E torneremo indietro. Ma come fate a non preoccuparvi?

Esagerata! […] Il mondo cambierà ancora, sì, e molto, ma non possiamo dire che tornerà indietro… Indietro rispetto a cosa?”

Forse non lo ricordi, ma al mondo è già successo di tornare indietro… Alessandria d’Egitto. Terzo secolo avanti Cristo: Archimede ed Euclide fondano la fisica e la matematica, Eratostene calcola esattamente la circonferenza della Terra e le distanze relative tra Sole, Terra e Luna, Apollonio di Perga studia le sezioni coniche, Erofilo di Calcedonia descrive l’anatomia del cervello e capisce che è al centro del sistema nervoso e della coscienza, Aristarco di Samo sa che la Terra ruota intorno al Sole, Ipparco di Nicea studia le maree dell’oceano Indiano e dell’Oceano Atlantico e ne deduce che c’è un continente a dividerli: questo che calpestiamo, l’America. Invece arrivano i Romani, che della scienza se ne fregano. Guarda caso, la Biblioteca di Alessandria brucia per due volte, con i settecentomila libri che contiene. E quel sapere accumulato in soli due secoli si perde del tutto, almeno in Occidente. Per dieci secoli l’Europa conta con i numeri romani e gli abachi, crede che la Terra sia piatta e che il Sole le giri intorno, non ha la minima idea della funzione del cervello… Bisognerà aspettare mille anni perché, attraverso gli arabi, quelle conoscenze vengano recuperate a poco a poco. Mille anni di buio, ci pensate? Se questo non è tornare indietro…

Qualcosa, là fuori – Bruno Arpaia, Guanda 2018 p.75

Artico

Per i geografi comincia con una linea nella mappa, il Circolo Polare Artico, latitudine 66°33’39”. Per i climatologi l’Artico è un’area definita dalla temperatura, per i biologi è un modo di descrivere un ecosistema, per chi si occupa di geopolitica è una regione che s’estende molto più a sud del Circolo Polare, delimitata dalle ambizioni degli Stati di rivendicare un ruolo artico, come nel caso della Cina, di Singapore, dell’Australia, ma anche dell’Italia. L’Artico però, prima di tutto, è un’idea. Perlopiù sbagliata.

Artico, la battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian

Il Grande Nord di Mian

Artico. La battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian, Neri Pozza 2018

La conquista del Nuovo Artico è un selvaggio Far West internazionale, affollato da uno sceriffo internazionale che se ne sta al caldo in riva al Tamigi. Tutto molto esotico ed eccitante. Un’arena di gladiatori che lottano senza tante regole. L’ultima delle ultime frontiere è, sopra ogni cosa, un continente di struggente bellezza e sul punto di cambiare per sempre. Perfetto per essere invaso da milioni di turisti e da navi da crociera.

Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord – 2018

La storia di come ho conosciuto questo libro è semplice. Ne ho sentito parlare alla radio, probabilmente Radio3, e me lo sono segnato, poi me lo sono dimenticato, poi ho cominciato a ricordarlo spesso ma non trovavo il foglietto con l’appunto preciso, poi ossessionata dal fatto che mi ricordavo benissimo il tema e l’approccio – forse era un’intervista con l’autore? – ho tentato la ricerca online su parole chiave ma senza risultato. Poi ho ritrovato il biglietto e finalmente eccolo qua, dopo un anno tra le mie mani: letto, sottolineato, stropicciato.

Artico. La battaglia per il Grande Nord – Un libro da leggere tutto d’un fiato. Avvincente e intrigante, colpi di scena, grandi imperi e grandi superfici, spystories, voci dimenticate, inascoltate o messe a tacere, oppressi e oppressori in lotta per la sopravvivenza, paesaggi selvaggi e tanta ancestrale décadence. Per gli amanti delle classificazioni di genere una non-fiction d’eccellenza. Reale da morire.

Bravo Marzio G. Mian, con questo racconto giornalistico il tuo viaggio diventa per me progressivamente un viaggio nella conoscenza, arricchito da quella letterarietà – di tradizione odeporica, dovrei dire, da geografo e antropologo – insomma, che però spiega, dannatamente e lucidamente spiega, cosa diavolo sta succedendo e dove e perché.

Cosa diavolo sta succedendo – L’Artico si sta sciogliendo. E questo è il fatto di partenza e fin qua siamo abbastanza preparati. Ma presto viene demistificata l’immagine triste dell’orso polare triste. Qua il punto non è l’orso polare che ci fa tanta tenerezza.

E dove – Al Polo Nord. O meglio, nel Circolo polare artico. Di cui abbiamo in testa solo immagini piccole perché a scuola studiamo solo la terra guardandola su mappe che hanno al centro l’equatore e, si dovrebbe sapere, che poi i poli risultano cartograficamente, visivamente, più piccoli, ma non è proprio così è che sono schiacciati perché è impossibile riprodurre su un piano una sfera – repetita iuvant. L’Artico sta cambiando, si sta sciogliendo e sta allo stesso tempo è diventato e sempre più sarà il nuovo centro del mondo, economico e politico. “Il 90 per cento del commercio internazionale avviene tra Asia, Europa e Nord America, e l’Artico è la bretella di congiunzione fra i tre continenti.” p.155

Guardate come sembra piccola piccola la nostra Grande Nazione!

E perché – Stati Unita da una parte, Russia e Cina dall’altra, Europa sconnessa e in bilico, autodeterminazione di alcuni popoli e di altri no, basi militari già dalla Guerra Fredda e che ve lo dico a fare, impianti di estrazione e bombe ecologiche pronte ad esplodere, crisi umanitarie lente e progressive, giacimenti di nickel, rame e petrolio come se non ci fosse un domani, e in effetti il domani sembra non esserci più per l’Artico. Da una parte il devasto che si porta a compimento, come eredità della grande storia colonizzatrice del caucasico carattere dell’homo sapiens, tutto patriarcato e sfruttamento? Dall’altra nuove opportunità per una delle periferie degli imperi più misterica, la terra degli iperborei, il grande nulla o il grande pieno a seconda dei punti di vista ma di sicuro, da non sottovalutare ahimé, la reiterazione del progresso alla capitalista maniera, che propone facili occasioni di “sviluppo” mercificando qualsiasi idea, compresa quella dell’identità e dello spirito del tempo, del patrimonio naturale con riconversioni turistiche, conversioni portuali e urbanistiche di intere nuove aree, data la localizzazione geografica ormai sempre più ice-free, con temperature sempre più facili da sopportare. Un laboratorio di sperimentazione dunque, dove convivono e quasi ci affascinano l’efficienza e la presunta felicità di stati-nazione (Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda) che fanno scuola di green-economy e di società liberata tutte da imitare, sì certo, ma costruite sulla contraddizione e sulle spalle di uno sfruttamento del territorio che si arricchisce grazie al cambiamento climatico, ciò che dice con bei discorsi di voler combattere e anzi si pone come modello di buone prassi? Ma soprattutto ci sono arsenali e basi militari. Tante e brutte brutte. Uno dei posti più inquinati dalla presenza atomica al mondo e comunque già pronta a scatenare l’inferno. Non è una questione di Est e Ovest, la fine del polo Nord finalmente fa cadere anche l’ultimo velo di Maya. Non esiste ideologia buona e ideologia cattiva, liberale e meno liberale, non esiste teoria buona e prassi migliorabile, etica-morale e necessità-praticabilità, non può esserci spazio per la giustizia se la gestione dell’òikos – casa, famiglia, nell’antica grecia, termine da cui deriva economia – è la stessa e si fonda sul mito capitalista.

Ma che me ne frega a me che me ne sto a leggere nel mio giardino settembrino in Sicilia – La storia contemporanea della scomparsa dell’Artico, Marzio G. Mian la condisce ad arte e tra gli aneddoti – che di aneddotico in senso letterale hanno ben poco – ce ne sono alcuni tutti italiani. In questa storia l’Italia è sempre stata protagonista, per esempio ai tempi delle imprese artiche sotto il fascismo e con l’italico ardimento di Umberto Nobile. Ancora oggi con l’ENI in prima fila nella spartizione della miniera d’oro che fa impallidire, a quanto pare, la storia dell’Arabia Saudita. Quando poi mi cita Ibsen e Pirandello, ecco, mi rendo conto alla fine del capitolo di non aver mai percepito il circolo polare artico più vicino alla mia appartenenza geografica e culturale.

E comunque se vi serve qualche notazione tecnica rispetto al problema globale derivato dalla scomparsa dell’Artico, eccola qua ben spiegata.

La perdita di questo patrimonio (il ghiacciaio artico) significa entrare in quella che il climatologo americano Mark Serreze ha chiamato spirale mortale, la fine del sistema termodinamico e climatico finora conosciuto in presenza di un Artico palaka, come direbbero gli eschimesi, molto freddo e ghiacciato; va in tilt quel sistema anticiclonico che azione, per dire, il jet stream globale, le correnti atmosferiche ovest-est ora però sempre più flebili, tanto che le masse di bassa pressione ristagnano, si espandono e diventano bombe atomiche d’acqua e vento pronte ad esplodere, soprattutto a fine estate, in fenomeni devastanti eccezionali. […] Insieme ad esperti come Carlo Carraro ex rettore di Ca’ Foscari e riferimento per del Centro Euro-Mediterraneo per il Cambiamento Climatico, ho provato a fare due conti sull’impatto economico per l’Italia, associando varie voci dall’agricoltura, alla pesca, al turismo, al dissesto idrogeologico: una bolletta climatica che ammonta tra i 30 e i 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. Calcoli indicativi ‘perché soprattutto nelle aree temperate del pianeta, l’incognita Artico non permette di fare previsioni razionali’ mi ha detto Carrara.” pp.76-77

Davvero mi viene difficile enucleare le storie e le informazioni così bene assortite nel libro per cui ne raccomando la lettura, anche perché devo dire che mi pare alla portata di tutti, scorrevole e breve. Però qualche rinforzo alle mie idee e agli studi precedenti ne ho tratto. Soprattutto da alcuni punti di vista.

  • La storia delle popolazioni eschimesi e del Grande Nord, le interviste e le note di folklore contenute in questa narrazione – anche a tratti giustamente antropologica – dimostra e dimostrerà ancora una volta questo: che a pagare le spese, la bolletta, del cambiamento climatico sono e saranno coloro che a vivere con poco, ad essere ecologicamente sostenibili, lo sanno fare da sempre: gli Inuit ad esempio e in questo caso.
  • Il connubbio guerra, economia capitalista e distruzione sociale e ambientale è operante e vivo e il suo impatto nell’Artico è impressionante. La presenza militare ha macchiato per sempre il luogo e la contesa bellica fra gli stati-nazione e le proprie economie da “difendere” hanno non solo portato alla proliferazione nucleare, ma hanno inquinato irreparabilmente e continuano a essere il motore di questo falso progresso in cui a vivere nel benessere sono in pochi e a esserne felici ancora in meno. La guerra, la militarizzazione e la necessità della ricorsa alle armi è solo l’altra faccia della stessa maledetta medaglia. L’apparato militare ha bisogno di risorse economiche per aver ragione di esistere, le risorse economiche hanno bisogno dell’apparato militare per essere conquistate o difese.

Non risparmia nessuno Marzio G. Mian. Racconta delle più recenti amministrazioni imperialiste USA, del Canada, dell’Europa, della Russia da Stalin a Putin, della Cina, e qui e là gli intrecci con gli stati dell’Europa del Nord senza passarne sotto silenzio il loro uso della retorica, compresa quella fantasy, del “Nord”. Accenna anche il danno dell’ambientalismo facilone, quello di alcune campagne animaliste che hanno messo in seria difficoltà la popolazione Inuit, ma non i grandi pescherecci, una popolazione talmente forte da riuscire a sopravvivere in condizioni estreme, ma all’occorrenza considerata incivile, sottosviluppata e anacronistica dal nostro superiore, acculturato e ipercorrettista – persino nel suo essere ambientalista ammettiamolo – punto di vista occidentale.

I canadesi lo chiamano northern character, lo spirito del Grande Nord, che evoca l’esplorazione, l’intraprendenza in condizioni difficili in luoghi bianchi, isolati, incontaminati. Ma è una convenzione del pensiero occidentale credere che tutte le creature siano spinte a esplorare, che gli esseri umani cerchino terre nuove, spronati dalla ricerca di prosperità. “Si è ammantata di poesia e di romanticismo una rapina” mi dice Tony Penikett, due volte premier del territorio canadese dello Yukon e per vent’anni al tavolo dei negoziati per l’autogoverno. (p.199-200)

C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno. C’è chi tenta di cavalcare le onde, immense, di questo nuovo Oceano. Da un punto di vista storico tradizionale, sembra una ragionevole occasione di riscatto, un’opportunità di protagonismo e non quello che è, nient’altro che il solito specchietto per le allodole che ahimé molti dei nostri territori, sperimentano e hanno sperimentato allo stesso modo. La colonizzazione del pensiero capitalista e la chimera del benessere all’occidentale maniera, la chimera della riccanza, si dovrebbe dire per capirci, affascina e strega tutti. Chi non c’è cascato?

In questa parte di pianeta il bicchiere del global warming è mezzo pieno. E si brinda. Nel Grande Nord difendono il sacrosanto diritto di trasformare un problema (per il resto del mondo) in un’occasione storica imperdibile. Pianificazioni immaginifiche, business plan, cantieri, bulldozer, investimenti. Brochure digitali annunciano un futuro adrenalinico, sembra fantaeconomia ma è un mare di opportunità grande pressocché quanto il Mediterraneo. Più il ghiaccio si rompe, meno rotture di scatole per cavalcare l’onda. (p.153)

E così persino da qui, ancora una volta, me ne sto anche io sto dalla parte degli inuit, perché mi piace stare dalla parte di chi perde? Per compassione? Non so, penso più per semplice legame empatico umano e perché non potrebbe dirlo con parole migliori Marzio G. Mian quando a un certo punto scrive: “Produciamo benessere senza trovare mai la vera felicità”.

L’Artico. Anzi il Nuovo Artico: aqua nullius?

Ne hanno scritto climatologi, oceanografi, economisti, esperti di geopolitica e strategia militare. Lavori che contribuiscono a diffondere consapevolezza sulle cause e le conseguenze del cambiamento climatico nella regione più fragile del pianeta. Si tratta tuttavia di studi settoriali per addetti ai lavori e declinati al futuro sulla base di proiezioni e algoritmi. Materiale prezioso, ma freddo, tendenzialmente apocalittico e privo di quegli ingredienti umani senza i quali il quadro resta sfuocato e improbabile. Quasi fantascienza. E così quel che accade lassù continua a essere percepito come il problema d’un altro pianeta. Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze dispiegate sul campo di battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime delle frontiere. – Marzio G. Mian in conclusione

E ci sei riuscito. E chi non legge questo libro si perde proprio un pezzo di storia contemporanea ben scritta. Con tutte le critiche e dibattiti del caso, se lo leggerete scrivetene e fatemi sapere, che ben vengano!