Numero minimo quattordici – irene rapelli

Ciao, oggi vi presento una scrittrice di poesie. Si chiama Irene Rapelli, l’ho scoperta navigando tra i blog e ho deciso che la seguente è la mia preferita.

Il sonetto è tratto dalla raccolta “Numero minimo quattordici” che Irene Rapelli ha scelto di condividere sul web e che potete tranquillamente scaricare al seguente link: “https://ilcielostellatodentrodime.blog/wp-content/uploads/2020/06/Numero-minimo-quattordici_Irene-Rapelli_ebook-2.pdf”

Buona lettura!

Poesia, ancestrale desiderio di cose da leggere

Giusto dopo aver ripreso in mano il filo dei pensieri di questo saltuario e un po’ regolato dal caos MioLuogo (vedi post precedente), mi sono venute incontro due poetesse. O meglio direi, per non sembrare troppo poetica a mia volta, le loro parole sottoforma di raccolta di poesie: “Desiderio di cose leggere”, di Antonia Pozzi e “Ancestrale” di un’autrice ormai parte del mio personale pantheon di scrittrici e cioè Goliarda Sapienza.

Era qualche settimana fa, accompagnavamo un’amica a prendere il treno da Siracusa e ci siamo fermati da una coppia di amici che gestiscono una libreria indipendente dove trovo SEMPRE qualche titolo che non posso fare a meno di comprare, mannaggia a loro. Tra l’altro, se vi trovate a passeggio per Siracusa in direzione Ortigia fategli visita e lo vedrete voi stessi che è così: li trovate qui su Corso Umberto I Libreria Zaratan.

Scorrendo i titoli sui ripiani eccolo l’angolo di poesia desiderato e questi due volumetti accanto, con questi nomi e questi titoli. Che dire? Senza nemmeno guardare il prezzo, ma per la cronaca e perché so che siete curiosi 10+12Eur, li ho portati a casa subito, insieme ad un altro paio di libri… come è possibile notare guardando le ultime foto che ho pubblicato su Instagram.

Mi piace la poesia perché:

  • la puoi leggere a frammenti e quindi non impegna o non occupa molto tempo o troppe energie mentali;
  • è perfetta per mantenere allenata la mente alla concentrazione oppure per staccare tra diversi momenti della giornata o di lavoro;
  • è leggera anche quando tratta di temi pesanti.

Beh, chiaramente, de gustibus… Però io me la seleziono e me la cerco così, con le caratteristiche di cui sopra. Se devo leggere per piacere, ovviamente, se devo leggere per studiare è tutta un’altra storia. Ma siccome leggere poesia per piacere è qualcosa di intimo e personale, il problema che si pone per me, il più grande, è di trovarne di questi tempi e di qualità. Udite udite: queste autrici ve le consiglio proprio e anzi farei proprio spazio a loro nelle antologie novecentesche, se necessario sacrificando qualcun altro.

Un’altra bella caratteristica del leggere poesie e raccolte poetiche è anche questa. Puoi saltare tra un testo e l’altro e leggere in parallelo componimenti di penne diverse. E infatti in questi giorni non è che sto leggendo Antonia Pozzi e Goliarda Sapianza, ma piuttosto: Pozzi di Sapienza e Sapienza a Pozzi, Antonia Goliarda e Goliarda d’Antonia.

Ecco. Io in realtà volevo scrivere un post serio su queste autrici e sui loro testi, per promuoverne la valenza e invogliarvi alla loro scoperta. E invece mi sono ritrovata a raccontarvi della mia esperienza di lettura.

La scuola non è ancora ricominciata.

Godiamocela un po’.

Cenere, di Grazia Deledda

Tra tutti i libri che ho letto ultimamente c’è questo che non mi esce più dalla testa: “Cenere”, di Grazia Deledda. Forse perché è stato il libro che ha accompagnato i miei deliri e dormi-sveglia delle Idi di Marzo 2020. Forse perché ho riscoperto la potenza di una pasta madre che riposa per anni e poi, rimescolata con energia, lievita e trasborda.

Pasta madre, sì. Questa è Grazia Deledda: la premio Nobel per la letteratura nel 1926, seconda italiana dopo Giosue Carducci. Che anni quelli! I ruggenti Anni Venti. Che vertigini a pensarci e quanto fugaci! E lei, questa donna che ho conosciuto solo in foto in cui sembra una nonna, anche un po’ noiosetta, che ho incontrato solo a margine di un canone letterario scolastico che la sorpassa in fretta per favorire altri più illustri, un po’ meno da Nobel in anni in cui vincerlo voleva dire far parte dell’Olimpo, voleva dire che tutti avevano il dovere morale di leggerti almeno una volta nella vita, in anni in cui perderlo generava astio e invidia e critiche anche molto offensive tra scrittori e scrittori e da scrittori rivolte a scrittrici…

Insomma lei; madre della letteratura italiana contemporanea che alla fine mi sono letta per i fatti miei durante l’adolescenza, un po’ per caso, un po’ perché nonostante l’edizione economica ingiallita e brutta a vedersi, nessuno aveva mai avuto il coraggio di disfarsene veramente di quel libro arrivato dall’alba dei tempi fino a me.

E tuttavia ho scoperto solo a marzo 2020 di avere letto il libro sbagliato a quindici anni. Leggevo “Canne al vento” tra una pausa e l’altra, tra una siepe e un albero, tra una puntata dei Simpson e una mezzoretta di sole alla finestra. Leggevo “Colombe e sparvieri” – che mi ha cambiata ma non saprei dire perché e dove. E invece avrei dovuto, o meglio potuto, leggere questo qui: “Cenere”.

In questi dannati primi giorni di quarantena assoluta è diventata una certezza, ogni giorno di più mi chiedevo: “ma perché nelle liste libri consigliate per i ragazzi c’è “Canne al vento” e non invece questo? Perché, mannaggia, l’ho fatta pure io una lista-libri in cui non ce l’ho messo?” Scusate ragazzi, è che “Cenere” me l’ero proprio scordato. Da adesso in poi ci sarà.

Cadeva la notte di San Giovanni. Olì uscì dalla cantoniera biancheggiante sull’orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti.

Tratto dall’incipit di “Cenere”, Grazia Deledda

Il romanzo inizia raccontando di Olì, una bella e giovane quindicenne. Ma non sarà la storia di Olì soltanto a tenerci avviluppati. Sarà soprattutto la sua storia di ragazza madre, la storia del figlio che poi verrà abbandonato e accolto dal suo vero padre, che diventerà qualcuno a forza di studiare, che si innamorerà della figlia del padrone, che cercherà fino alla fine di ritrovare la madre e che…

Che dire senza rovinare troppo l’atmosfera! Dico solo che a trentatrè anni sono tornata adolescente grazie al modo in cui l’autrice dipana pensieri, sogni ed emozioni dei protagonisti. E in una lingua così bella, così letteraria e allo stesso tempo così gentile che… che insomma: mi è venuta voglia di riscoprirla questa madre della letteratura donna Grazia Deledda e così ho scovato, grazie alle iniziative di “solidarietà digitale”, un podcast di Michela Murgia che legge “Canne al vento”. E ho capito tutto. E ho avuto conferma.

E ascoltate questa introduzione magistrale – download o link a spreaker qui sotto – e fatemi sapere se anche per voi è andata così!

https://www.spreaker.com/user/emonsedizioni/01-canne-al-vento-introduzione-di-michel

Qualcuno/a che si ritrova con un doppione di francobollo da regalare?