Quando puoi difendila

Per affrontare l’imminente futuro è questo che dobbiamo pretendere: protezione civile e non militare, pace e non guerra.

Non se ne parla mai abbastanza e se ne discute ancora meno. Sembra un dato di fatto: la Difesa del territorio italiano passa dallo strumento militare senza se e senza ma. A chi avesse qualche dubbio a riguardo basterebbe leggere il: DOCUMENTO PROGRAMMATICOPLURIENNALE PER LA DIFESA PER ILTRIENNIO 2018-2020. Troverebbe alcuni dati della nostra legge di bilancio, economici e politici che chiarirebbero subito il fatto che il nostro Ministero non si occupa affatto di semplice e autentica “difesa” del nostro territorio, ma di guerra armata e industria bellica.

Vedo già qualcuno storcere il naso e obiettare: la difesa armata è imprescindibile, garantisce la nostra sicurezza. Può darsi, ma quello ci resta è una percezione concreta di insicurezza e di catastrofe imminente della nostra “società del benessere”, da cui nessun esercito armato ci libererà mai. Nella mia esperienza mi sono ritrovata alcune volte a dover affrontare dei problemi di sicurezza piuttosto pratici. Ed essendo l’Italia un territorio ad alto rischio, credo che questo tipo di esperienza possa essere condivisa da molti. Quando affrontiamo alluvioni, crolli di ponti o di scuole, terremoti, incendi, emergenze sanitarie, maremoti, allarmi meteo di vario tipo, disastri ambientali più o meno annunciati, rischi di inquinamento nucleare o industriale… chi chiamiamo? Chi ci viene in soccorso? Non certo l’Esercito italiano né la Polizia, bensì la Protezione civile. Proprio quella più volte osannata e portata a esempio nel mondo, proprio quegli uomini e quelle donne che non dimentichiamo mai di chiamare eroi e di ringraziare tra le lacrime e la commozione per la loro abnegazione e per il loro alto senso del dovere civico. La Protezione civile italiana, ormai di lunga tradizione ed esperienza organizzativa, si basa sull’adesione volontaria e spesso non retribuita, o retribuita poco, di persone altamente competenti e formate. La Protezione civile, struttura del governo della Repubblica Italiana preposta al coordinamento delle politiche e delle attività in tema di difesa e protezione, compresa l’attività di prevenzione fa capo sapete a cosa? Non al Ministero della Difesa, ma alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Non posso del resto non citare anche il Servizio civile, un altro strumento per la difesa dell’Italia e dei suoi abitanti, che sopperisce alla mancanza cronica di servizi sociali e di fondi per la conservazione e la promozione della cultura e della cittadinanza attiva. Così come è doveroso ricordare tutto il settore dell’associazionismo ambientale e sociale di cui l’Italia è fortunatamente molto ricca. Comunque, per curiosità, sapete quanto è riservato del nostro bilancio statale alla Protezione Civile per il 2019? Circa 2,141 miliardi di euro.

Nell’era del cambiamento climatico, nel concreto delle nostre richieste per affrontare l’imminente futuro è questo che dobbiamo pretendere: protezione civile e non militare, pace e non guerra.

Invece, diamo un’occhiata alle risorse economiche stanziate per la difesa del territorio italiano e dei suoi abitanti da parte del nostro supremo Ministero della Difesa. All’approntamento e impiego dei Carabinieri per la difesa e la sicurezza vanno 6,414 miliardi (con i 467 milioni per la tutela forestale, che con la riforma del Corpo forestale viene de facto militarizzata, si arriva a 6.881 miliardi), le Forze aeree vincono 2,716 miliardi, quelle marittime 2,112 miliardi e quelle terrestri: 5,3 miliardi. Alla Pianificazione generale delle Forze Armate e approvvigionamenti militari vanno 3,217 miliardi, ai servizi istituzionali e generali delle amministrazioni invece circa 1,198 miliardi. E ancora i fondi per la missione “Competitività e sviluppo delle imprese” stanziati dal Ministero dello sviluppo economico dedicati alla ricerca e allo sviluppo tecnologico dell’industria aeronautica e alle agevolazioni alle imprese, per un totale di circa 4,744 miliardi. E all’appello manca ancora il Fondo per le missioni internazionali, che viene rifinanziato annualmente e che nel 2019 vede stanziati 997,2 milioni di euro.

Facendo un rapido calcolo il tutto ammonta a circa 27 miliardi di euro da spendere nel 2019 per il mantenimento di un apparato militare della relativa industria, con relativo indotto, non da poco per una paese che dovrebbe “ripudiare” la guerra.

Ma non abbiamo finito! Al totale bisogna ancora aggiungere il contributo diretto alla NATO che sfiora i 200 milioni di euro, ma che è destinato ad aumentare di molto perché Trump dice di essersi scocciato di accollarsi la difesa di tutto il mondo e i – forse, perché la cifra esatta non è dato saperla nel nostro stato libero e democratico – circa 400 milioni di euro che versiamo tramite le nostre tasse per pagare il privilegio di avere come vicine di casa le basi militari USA e i soldati americani, tra i più amati al mondo si sa – ironia.

E mancherebbero tutti i numeri del comparto industriale privato e della vendita delle armi che vede l’Italia ai vertici delle classifiche mondiali grazie alla Leonardo sicuramente, che prevede ricavi per 13 miliardi di euro nel 2019, ma in parte anche grazie a Fincantieri che produce navi militari con amore da più di 230 anni.

Tra l’altro, sapete quanto inquinamento e CO2 produce questa immane grande opera per la sicurezza del mondo, altrimenti detta guerra? Non lo potete sapere e non lo sa nessuno, perché in questi casi non valgono limiti e non c’è nessun accordo di Parigi che tenga. Provate del resto solo a immaginare cosa significherebbe chiedere il conto per crimini di guerra, civili e ambientali? Eppure nessuno dei nostri governanti pensa di porre fine a questa devastazione. Le guerre, la corsa alle armi e la spesa militare sempre crescente sono la causa e non la soluzione alle emergenze e alle crisi globali del nostro tempo. (Su questo tema, se ti va puoi leggere anche un altro post: “Guerra e ambiente nell’antropocene”https://ilmioluogo.me/2019/01/21/guerra-e-ambiente-nellantropocene/).

Tornando a fare i conti delle spese pubbliche e private, a mettersi a rincorrere i numeri davvero va a finire che se ne trovano sempre altri. Fuori dal bilancio, sotto altre forme, ce n’è ancora! Ma mi fermo con le mie ricerche perché già così, con questa breve disamina persino troppo superficiale, mi gira la testa e comincio a pensare di aver perso il filo del discorso e di non poterlo ritrovare più. E infatti, quasi dimenticavo. La Difesa ha effettivamente preso in carico anche la tutela del territorio italiano e del suo ambiente, riservandogli ben 467 milioni di euro. Meglio di niente no? In fondo non sarà mica una priorità e tantomeno si tratta di un’emergenza! Certo, non compete al Ministero della Difesa, compete forse al Ministero dell’Ambiente che per il 2019 si è dotato di ben 5 miliardi, la maggior parte dei quali andranno spesi per infrastrutture, edilizia pubblica, manutenzione della rete viaria, dissesto idrogeologico, prevenzione del rischio sismico e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali (tramite un fondo da confermare di anno in anno, per quest’anno 3 miliardi, per il prossimo chissà). A questi se ne aggiunge certo qualcun altro per gli stati di emergenza ma diciamo che la sostanza non cambia. (Vedi qui: -> https://impact.startupitalia.eu/2019/01/11/legge-di-bilancio-ambiente/)

Insomma, tutto questo per dire cosa? Intanto che la funzione del Ministero della Difesa è quella di occuparsi di tutto tranne che della difesa dei suoi cittadini, se non altro nel senso poetico del termine per come vorrebbero darci a intendere. Per cui è inutile che sparate quelle pose da militare figo o figa, perché la maggior parte di voi in realtà fa ben poco per tutelarmi davvero e nemmeno sarebbe in grado di farlo realmente, provare – ahimé – per credere. Tralasciamo inoltre l’utilità delle missioni all’estero, che se sono di pace allora ancora mi dovreste spiegare perché la guerra continua sempre e le missioni le riconfermate a oltranza senza ridiscuterne nemmeno una parte. E poi, che alla vera difesa e alla vera sicurezza non ci pensa nessuno dei nostri cari Ministeri, tanto è vero che rimaniamo in attesa dell’ennesima tragedia annunciata o catastrofe ambientale o crollo infrastrutturale o crisi energetica per prendercela con l’amaro destino e per dare pacche di incoraggiamento al glorioso popolo italico che sopporta con dignità le calamità, mentre ci facciamo belli dell’acquisto di F35 o dell’arrivo di bombe termonucleari da tenere buone buone non si sa bene nel “giardino” di chi.

Il ministro Trenta che si preoccupa di accrescere la sicurezza collettiva contro minacce generiche ed eventi calamitosi che possono perturbare la vita dei cittadini, permette lo stoccaggio di bombe nucleari americane nelle basi militari italiane continuando in maniera occulta a mettere a rischio la vita dell’intero paese contro la volontà della popolazione stessa. Non c’è alcuna intenzione, neanche da parte italiana, di mettere in discussione il documento “Comprehensive Political Guidance” sottoscritto dai Capi di Stato e di Governo della NATO nel novembre 2006, in cui è stata reiterata l’esigenza di una capacità nucleare.

https://www.peacelink.it/disarmo/a/46210.html

Che fare per difendere questa nostra terra? Intanto potresti partecipare alla Marcia per il clima e contro le grandi opere inutili a Roma il 23 marzo. I grandi mezzi di comunicazione e di informazione non ne stanno dando molta notizia, ma fidatevi che saremo in tanti lo stesso. Poi beh… fartene una ragione il prima possibile del fatto che nessuno lo farà al posto tuo.

Treble Difendila!
Quannu poi difendila!
È la terra toa, amala e difendila!
Ntorna moi, difendila!
Quannu poi difendila!
È la terra toa, amala e difendila! De cine?
De ci ole cu specula e corrompe, difendila!
De ci ole sfrutta l’ignoranza, difendila!
De ci ole svende l’arte noscia, difendila!
De ci nu bole crisca ancora, difendila!
Pe ci nu tene chiù speranza
Pe ci ha rimastu senza forza, difendila!
Pe ci nu pote ma nci crite, difendila!
Pe ci nu te pote secutare, difendila!

Sud Sound System – 2003
Guglielmo Manenti

Hello world, are you ready for rock’n’roll?


Annus Horribilis in decade malefica
Decade malefica in stolto secolo
Secolo
Secolo osceno e pavido
Grondante sangue e vacuo di promesse
Conosco le parole
Dette scritte scandite
Tenerezze stupite
E tensioni impazzite
Tendono al grande bang
Tendono al grande bang
E tutto tende al grande BANG

Finisterre, CSI 1994

A distanza di un mesetto dalla settimana da Dio e dalla breve rassegna stampa su alcuni mali del mondo, dove trovarli e come tentare di risolverli, il duemiladiciannove italiano, sopravvissuto al Festival di San Remo, continua a stupire con incredibili effetti speciali. Così mi sono chiesta… ma forse qualcuno vuole sapere come va, come va, come va!

La linea Torino-Lione continua a tenere banco. La lotta dei No Tav, ambientalisti e difensori del bene comune già in epoche non sospette, continua a denunciare il volere solo soldi, soldi, soldi tanti tanti soldi. Come se, avessimo dei soldi soooldi soooldi, clap clap. (Ok la smetto!) Si tratta di una lotta che ha visto passare l’Italia dalla Lira all’Euro, giusto per dire, per cui, ne possiamo esser certi, se anche vedrà il ritorno della lira, a sarà dura nei secoli dei secoli. Infatti, la “questione no Tav sì Tav” ha assunto ormai caratteri simbolici nazionali non indifferenti. Talmente simbolici – di contenuto – che l’opposizione No Tav ha un ruolo di riferimento e di sprono per tutti i grandi movimenti sociali e di lotta contro la devastazione, l’inquinamento e il saccheggio dei territori ad opera di interessi superprivati e contrari a ogni logica di sopravvivenza del pianeta per così come lo conosciamo.

Circa una settimana fa, l’analisi costi-benefici è stata pubblicata e ha dato ragione a quanto da sempre si afferma: la nuova linea Torino – Lione non è giustificabile nemmeno dal buonsenso economico. Le gare d’appalto non partono, Telt trema. Le lobby della Regione Piemonte e soci si agitano. I Si Tav continuano ad avere paura di essere tagliati fuori dall’Europa. Anche se il TGV esiste, cioè fare Torino – Lione in treno è possibile, si impiegano circa 4 ore e costa circa 80 euro. E udite udite! Con lo stesso treno si può proseguire fino a Parigi. C’è pure il collegamento autobus con cui spendi la metà, o anche meno, impiegandoci lo stesso tempo. Provare per credere → https://www.goeuro.it

L’ultimo specchio su cui ci si arrampica è dunque quello di dire che la ggente non dovrà più usare gli autobus. A parte che se continuiamo a inquinare a così alta velocità tra quarant’anni non avremo davvero più dove andare e qualcuno sarà davvero tagliato fuori dal mondo perché non saprà manco più come fare Torino – Pinerolo, o una passeggiata in montagna, per dire. Ma comunque, siamo sicuri che facendo una nuova linea, i passeggeri preferiranno questa? Quando costerà il biglietto se il treno va più veloce di prima? Quanti anni ci vorranno prima che il biglietto diminuisca… Beh, mai sentito di riduzione dei costi dei mezzi pubblici, però certo che potrebbe pur sempre capitare. La partita comunque non è ancora finita. Al momento pare solo rimandata a causa di un ritorno di fiamma intergovernativo che riconferma il patto di mutuo aiuto circoscritto al mantenimento della poltrona e necessario a preparare la futura fuga – non immagino al momento verso dove, ma probabilmente agli antipodi – dei nostri attuali Maestri di Palazzo. Se la nuova linea TAV Torino-Lione non si farà è sicuramente merito dei No Tav. Merito dell’alto valore civile, simbolico e politico che questa lotta ha saputo interpretare. Infatti, Di Maio vorrebbe sedare i No Tav, ma rimane lontano dal vero vento di cambiamento. Sacrifica buona parte dell’elettorato del Sud, per accontentarne una parte, sperando che calmando i No Tav si calmino pure gli altri?

Questione TAP, gasdotti e affini. Andrea Cioffi, No Tap convinto anche lui in tempi non sospetti, diventato sottosegretario allo Sviluppo economico, si scusa con rammarico durante il convegno su Infrastrutture Energetiche, Ambiente e Territorio, organizzato da Confindustria il 22 gennaio 2019.

Rimango convinto che l’opera non sia così fondamentale per la rete. La facciamo per i motivi che sono stati spiegati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma sicuramente non abbiamo bisogno di altri tubi. Abbiamo interconnessioni con la Libia e l’Algeria […] quindi abbiamo un gran tubo vuoto.

A beh se così stanno le cose… Nel frattempo cosa succede nel presente attuale?

Le trivellazioni sembrano al momento godere di buona salute. Sospese per 18 mesi in acque italiane riprenderanno senz’altro, forse già dal primo ricorso, e ripartiranno abbastanza serenamente quelle con le concessioni scadute o pendenti alla data di entrata in vigore della legge. Comunque, salve le acque “italiane”, per quanto riguarda il Mediterraneo che, si sa, dei confini sull’acqua decisi dai terrestri se ne infischia alquanto, si preparano grandi rivolgimenti e trivellamenti, perché comunque i gasdotti s’hanno da fa. Li vuole l’Europa! E quando conviene, abbiamo capito, l’Europa è l’Europa!!! Vedi qui → http://www.greenreport.it/news/energia/moratoria-sulle-trivelle-ambientalisti-verdi-e-no-triv-prende-tempo-non-risolve-il-problema/.

Aspettando dunque un piano di transizione ecologica del Bel Paese e ricordando che, nel frattempo e “a umma umma”, si va verso la regionalizzazione, per cui non si capirà poi davvero più chi dovrà fare cosa per chi e con le tasse di chi…

Ci sono state anche belle notizie. Che faranno notizia o che dobbiamo impegnarci perché la facciano. Sta crescendo una nuova consapevolezza europea – con ambizioni globali – nella giovane generazione di oggi, quella che ancora non ha diritto di voto. Una generazione che ci ritroviamo spesso a descrivere come rimbambita dai social e viziata per definizione. Che però è costretta ad affrontare presto e subito molti dei problemi di sviluppo che gli stiamo con tanto amore lasciando in eredità. Sarà costretta suo malgrado, per questo è importante incoraggiarla e dargli spazio di pensiero e di azione. Una generazione che sta cominciando a dimostrare una forza che si concretizza in relazione, che si organizza spontaneamente e per questo “pericolosamente”, con la freschezza negli occhi di chi sa ancora sognare e immaginare un futuro raggiante. Quello che già io fatico a vedere, accecata e acciaccata da un presente e da un passato di pessimismo cosmico. Ed è tutto merito di una ragazzina dell’altro mondo: Greta Thunberg. Il 15 marzo ci sarà la prima dimostrazione internazionale di quanti sono e di che facce hanno.

Un’altra bella notizia è qualcosa che in Italia non ho mai vissuto nei miei trent’anni di vita. Una manifestazione preparata da mesi, attraverso diverse assemblee nazionali dei movimenti per la giustizia ambientale e contro le grandi opere inutili che sarà il 23 marzo a Roma. Al di là di tutto, di come andrà e di come non andrà, questo percorso mi sta ricaricando lo spirito e mi sta ridando fiducia in un altro mondo possibile, su questa terra e in questa epoca.

Il 15 marzo e il 23 marzo ci sarò, come figlia No Muos, come nipote No Tav.

Quello che ci lega non è mai stato difendere il nostro piccolo giardino, l’essere nimby, come fanno in fretta a definire certi movimenti parte delle scienze sociali e buona parte della propaganda politica. Essere nimby non ha mai descritto nemmeno una delle singole persone, voci, braccia, occhi, gambe che ho visto prendere posizione o sdraiarsi a terra e bloccare camion, ruspe, militari, polizia, autobus e altri mezzi più o meno civili, riunitisi con un solo obiettivo: fare del male alla terra e a chi la abita. Ogni persona che ha difeso in qualche modo, qualsiasi modo, anche solo per un centimetro o qualche minuto un luogo a nome della salute pubblica, della salute e salvaguardia dell’ambiente naturale, del bene comune, non ha lottato mai solo per sé, ma per tutti. Con la consapevolezza di questo e la determinazione di chi sa di essere nel giusto.

Per questo credo che tutto sommato non siamo messi poi così male. A parte per il fatto che non c’è davvero più tempo, se non altro non mi sento sola. Credo che il 15 marzo e il 23 siano le occasioni giuste per omaggiare i difensori della terra che in tutto il mondo si battono e spesso muoiono per noi. Per aggiungere la mia voce a quella di milioni di donne, ma sarebbe più giusto dire miliardi, che ogni giorno cantano l’inno alla vita di una terra che muore, uccisa dal sistema capitalistico e patriarcale, oppressore, egoista e fomentatore di odio, rabbia e tristezza.

Guerra e ambiente nell’antropocene

Il mondo non ha bisogno di armamenti. Il mondo ha bisogno di cure. Il mondo non ha bisogno di armamenti. Il mondo ha bisogno di cibo. Il mondo non ha bisogno di armamenti. Il mondo ha bisogno di solidarietà, comprensione, unità.

Aleida Guevara, Dublino 2018

Recentemente ci sono stati almeno due appuntamenti sul territorio italiano a cui la grande stampa e, a dire il vero, tutto sommato anche la piccola, hanno dato poco riscontro. Uno si è svolto a Torino, l’altro a Catania.


Tutti i video degli interventi sono disponibili online: http://scienceandthefuture.polito.it/it/

A Torino: Science and Future 2. Un convegno internazionale promosso dal Politecnico di Torino, concepito come un percorso di analisi e divulgazione sui limiti oggettivi dell’attuale sistema economico e sulle delle tecnologie che ci stanno portando alla distruzione del pianeta e dei suoi abitanti. Alla fine dell’evento è stato redatta una dichiarazione che vale come appello della comunità scientifica alle istituzioni politiche, ma anche al mondo dell’economia, soprattutto dei paesi ricchi. Leggi il testo della Dichiarazione finale qui.

A Catania: Droni armati a Sigonella. Problemi giuridici e tensioni tra protezione del diritto alla vita, obblighi di trasparenza e strategia militare, organizzata dall’European Center for Constitutional and Human Rights e dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania. Sono sempre tanti i dubbi di legittimità che emergono quando si cerca di approfondire la storica alleanza, ma forse sarebbe meglio dire servitù militare, dell’Italia con gli USA. Fatto sta che quando parte un drone killer che ammazza decine di civili innocenti è complice anche il Governo italiano che gli dà il permesso di partire. Anche se non potremmo per Costituzione. Anche se non vorremmo. Anche se nessuno ci ha dichiarato formalmente guerra. Senza motivo e senza obiettivo. Senza necessità. Senza dignità. 

Vedi anche: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2019/01/i-droni-di-sigonella-per-le-strategie.html e Sicilia all’armi! un post dell’anno scorso in cui ne parlavo già.

Non è curioso che due tra le tematiche più rilevanti, due tra le problematiche più dense di conseguenze per gli abitanti del territorio italiano: emergenza ambientale e presenza di basi straniere, queste usate per fare le guerre intraprese dalla potenza armata più forte del mondo, cioè gli USA, siano sostanzialmente e serenamente ignorati dai principali e meno principali mezzi di divulgazione? Sottovalutiamo il problema o abbiamo un altro tipo di problema?

Ci sono stati, inoltre, almeno altri due incontri in territorio Europeo che avrebbero dovuto avere il giusto risalto e la giusta copertura di stampa in Italia.

A Katowice la COP24 (3-14 Dicembre 2018). A quattro anni di distanza dagli Accordi di Parigi sul clima del 2015, i rappresentanti dell’umanità si sono incontrati per redigere il “Climate Package”, le linee guida per attuarlo. Considerato che è ormai risaputo ed evidente che il mondo ha poco più di un decennio per portare le emissioni sotto controllo e dimezzarle, forse sarebbe il caso che i nostri governanti pensino a portarsi avanti con il lavoro e ad affrontare il cambiamento. Un utile sintesi qui: “http://www.rinnovabili.it/ambiente/cop24-katowice-risultati/”.

A Dublino: la Prima Conferenza internazionale contro le basi militari estere USA/NATO (16-18 Novembre 2018). Ottimo il resoconto di  Fulvio Grimaldi sul suo blog Mondocane.

Insomma, in questi ultimi mesi una buona parte dell’umanità, attiva politicamente e intellettualmente, ha mostrato di essere viva e di riuscire a produrre conoscenza utile a costruire alternative largamente condivisibili e auspicabili per miliardi di persone e esseri viventi.

Una pecca sia della Cop24 di Katowice sia del Science and Future 2, è sicuramente quella di non aver preso seriamente in considerazione le conseguenze ambientali delle guerre di oggi. Il conflitto è considerato uno scenario futuro, non il presente. Come se la corsa e il ricorso alle armi non fossero la principale minaccia alla destabilizzazione, come se non ci fosse alternativa, come non fosse mai esistito il percorso di risoluzione pacifica dei conflitti iniziato a livello internazionale subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, che se ancora stiamo a discutere se il responsabile sia stato o meno un uomo di nome Adolf Hitler, facciamo finta di ignorare, nonostante ormai si sia capito che la scala su cui guardare gli eventi deve essere inclusiva e globale, che a causare la distruzione del mondo e l’uccisione di milioni di essere umani è stata comunque l’Europa, o meglio la parte che si definisce Occidentale, i suoi stati-nazione, il suo imperialismo, la sua idea di superiorità razziale e culturale.

La vulgata sembra questa: dai cambiamenti climatici cominciano a derivare e deriveranno miliardi di profughi ambientali che destabilizzarono i sistemi economici e sociali causando quasi di necessità conflitti armati. Prepariamoci! Sembra un po’ la leggenda dell’affermarsi dell’homo sapiens sugli altri ominidi della preistoria perché era più forte e chi s’è visto s’è visto e ciao Darwin.

Del conflitto non ne faremo mai a meno, ma è sulla sua risoluzione pacifica e inclusiva che si gioca la prosperità e qualsiasi vero progresso della specie umana.

Anche chi si occupa di disarmo, antimilitarismo, di guerra e pace solo recentemente inizia a ragionare sulla questione ambientale producendo studi e ricerche. La guerra distrugge e provoca conseguenze irreversibili su terreni, acque, animali e persone – tempi addietro definiti crimini di guerra – rendendo il mondo sempre meno sicuro, meno gestibile, meno abitabile per tutti. In Italia mancano al momento, o forse io non ho saputo ben cercare, studi o inchieste approfondite che mettano a sistema l’ingombrante presenza militare NATO, USA e dell’Esercito italiano stesso dal punto di vista dell’impatto ambientale sul territorio. Si tratterebbe di questioni irrilevanti? Non direi.

Con un decreto firmato dal ministro Galletti, il decreto 91/2014, il governo Renzi ha equiparato le aree militari alle aree industriali. Di fatto ha aumentato la soglia dell’inquinamento consentito, causata da proiettili, mortai, bombe, missili e ogni altro impianto sul territorio, in sostanza decuplicandola. Molti di questi siti, per paradosso, ricadono in riserve e aree protette (in Sardegna come a Niscemi), si tratta di circa 250 siti, considerando anche quelli italiani, dove in certi casi non è permesso neanche il transito ai cittadini, o, raggiungendo il limite del ridicolo viene vietato di aggirarsi con i cani per non disturbare la fauna, mentre i carri armati possono transitare per mesi.


http://www.umanitanova.org/2018/12/09/poligoni-militari-aree-militarizzate-e-inquinamento-del-territorio

[Aerei, navi, carri armati, bombe. Secondo il rapporto A Climate of War. The war in Iraq and global warming, i primi quattro anni di pesantissime operazioni militari in Iraq dal 2003 hanno provocato lemissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente), più delle emissioni annuali di 139 paesi. […] «Il Pentagono è una ragnatela di 1.000 basi all’estero, un arco nero dalle Ande al Nordafrica, dal Medioriente all’Indonesia, ricalcando la distribuzione delle principali risorse fossili e delle rotte commerciali» (Patricia Hynes su Truthout). E nelle basi (10 milioni di ettari ci dice http://www.energytoday.net, il sito della American Energy Society) si usano energie fossili in quantità.

http://serenoregis.org/2018/12/01/militari-di-tutto-il-mondo-in-guerra-con-il-clima-marinella-correggia

Buona parte della comunità scientifica e buona parte della comunità intellettuale, i grandi movimenti che si agitano e di cui sentiamo il riverbero come un’eco che viene dal mare o soffia nel vento, raccontano del cambiamento vero, di una rivoluzione in atto, che non sarà la fine dell’umanità né la fine del mondo. Sarà un’altra cosa.

Ma pur dovremo parteggiare.