Palermo City Tribute – Fantasia n.1

Facoltà di Lettere e Filosofia e dintorni… soprattutto.

Per i primi anni ho percorso sempre la stessa strada che mi portava all’università. Non ogni giorno di lezione, lo confesso. E nemmeno ogni volta che sarebbe stato necessario. Mi svegliavo con la luce del sole che entrava prepotente dagli infissi. Un intrusione che ricordo sempre con vivezza, ma mai con fastidio. Mi alzavo e attraversavo il lungo e largo corridoio della casa arcobaleno di Via Cappuccini. La mia prima vera “casa di studenti”, dove i miei coinquilini mi hanno fatto conoscere la Palermo di cui mi sono subito invaghita. Per inciso, quella che mi trascinava nei quartieri decadenti, sporchi e maledetti. Quella dove bazzicavano le menti creative dell’Università e a volte anche quelle della Palermo bene.

TestaGrossa_palermoFatto il caffè mi preparavo per andare a lezione. Uscivo dalla porta di casa e mi immergevo nell’ombra dell’androne per poi riemergere oltre il pesante portone di legno e ritrovarmi direttamente in strada, in Via Cappuccini bassa. Passavo da quel vicolo dove si affaccia anche il laboratorio di Testagrossa, mitico panellaro di Piazza Indipendenza. Dopodiché mi toccava affrontare il traffico e sfidare con lo sguardo le persone alla guida per riuscire ad attraversare.

Ricordo tutti i cattivi odori della strada, quello delle patate a bollire, quello dell’asfalto, quello degli scarichi delle auto. Ricordo che lanciavo sempre uno sguardo all’ingresso del Palazzo della Regione quando ci passavo davanti. E pensavo a come era distante da me tutto quello che accadeva al suo interno. Avevo vent’anni e non erano ancora successe molte cose. Ricordo che, una volta superata Piazza Indipendenza, alzavo sempre gli occhi al cielo che lì si liberava degli alberi e dei palazzi e si prendeva un bel pezzo di spazio.

La mia memoria sembra aver cancellato ogni nuvola, perché adesso questo cielo me lo ricordo solopalermo_palazzo_normanni splendente. Come se durante quegli anni non fossero esistite giornate uggiose. Forse perché poi ho vissuto altrettanti anni a Torino e il paragone non ha retto. Fatto sta. Nessuna nuvola grigia su Palermo è soppravvissuta al setaccio. Solo un profondo azzurro seghettato dalle guglie del Palazzo dei Normanni. Nonostante questo, mi ricordo molto bene di un paio di alluvioni, le vie come fiumi in piena, una città che si fermava.

Prima dell’ingresso alla cittadella universitaria facevo un giro, reale o immaginario se ero in ritardo, a Villa d’Orleans in Corso Re Ruggero. Infine, venivo travolta dalla bolgia dantesca degli studenti: chi di corsa, chi in comitiva, chi lento da far morire, chi in stato di panico evidente. E alla fine di Viale delle Scienze, circa un altro chilometro di passeggiata in leggera pendenza, ragione per cui partivi con il cappotto e arrivavi seminudo all’ingresso della Facoltà… eccola: Lettere e Filosofia. Posso dire di non aver amato per nulla quel luogo. Un edificio male attrezzato, noioso e assolutamente inadeguato. Sinceramente brutto. Forse è per questo che disertavo spesso e volentieri. Forse è per questo che non frequentavo le aule studio e le bilioteche. Oltre che perché non si trovava mai posto.

Lettere_Filosofia_Palermo

Quello che era veramente bello erano le persone di cui ti circondavi, quelle con cui scambiavi battute sceme davanti alla macchinetta del caffè, quelle con cui discutevi di massimi sistemi e del futuro incerto ma che consideravi di tua proprietà. Era il gioco di sguardi brillante dei compagni e delle compagne che ti proponevano argomentazioni acute. Erano quelle parole in aule dove mancava tutto, ma i professori bastavano e avanzavano a scuoterti la mente. Era una specie di vibrazione collettiva che pervadeva i senti.

E adesso che scrivo, mi rendo conto che parlo di un’altra dimensione. Realizzo che sono passati dieci anni dal mio primo ingresso in quel luogo che mi ha temprato il carattere, mi ha decostruito il modo di pensare, mi ha concimato e consumato allo stesso tempo. E adesso che non sono più la stessa, ma sono meglio anche grazie agli esami e ai Professori e alle Professoresse più odiati, adesso che vedo che certe amicizie nate là effettivamente non sono mai morte e che certe relazioni instaurate in quegli anni rappresentano lo sguardo sul mondo di cui mi fido…

Ti perdono tutto Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Persino le lunghe file della speranza in segreteria.

 

Sunday Kind of Love

Solo per amanti del jazz e di Etta James

La scorsa domenica ero a casa. Mi ero alzata tardissimo dopo un ennesimo sabato sera di baldoria. Tutto andava a rilento: la sveglia, il vestirsi, il caffè, il cervello. Del resto, era anche una di quelle domeniche che mi volevo davvero godere con lentezza. Infatti ero reduce da una settimana intensa, piena di emozioni che dovevano ancora sedimentarsi. Per cui non facevo assolutamente nulla per accelerare. Anzi.

Sto lì che mi preparo la colazione, indugiando sulla scelta del coltello più adatto per poi spalmare con estrema cura il miele sulla fetta biscottata. Scelgo le arance per la spremuta. Nel frattempo l’acqua per il caffè solubile bolle: “cattiva abitudine che mi sono presa qui, questa del caffè solubile”, dico a me stessa come ogni mattina. Ma oggi sono proprio serena e questo pensiero assume un tono molto più condiscendente del solito. Quando è tutto pronto mi metto comoda in poltrona, nel soggiorno. Ho lasciato il computer acceso nella stanza da letto con musica random che va. E arriva… in sottofondo. Eccola. Una di quelle canzoni che a volte ti dà uno struggimento che ti fai tenerezza da sola. Che comunque non oggi che sei così… quieta. Infatti l’effetto è stato tutt’altro rispetto a quello che mi aspettavo.

Questa donna, questa Etta James che forse mi farebbe di nuovo credere che Dio esiste o che comunque di sicuro esiste la Madonna e ha la sua voce, mentre la ascolto mi fa sentire che tutto è perfetto, anche il vento fuori che picchia sui vetri e porta pioggia. Persino il mio caffè solubile. Un momento di pace ed equilibrio cosmico di cui fanno parte anche i miei tormenti d’amore, che non sembrano più cose tristi. Questa domenica perfetta la sto passando ancora una volta sola con me stessa e i miei pensieri romantici così belli, così languidi, così vivi. Nessuna malinconia, né nostalgia. Nessun naufragar m’è dolce in nessun mare. La verità è che tutto è al suo posto. Tutto è come dovrebbe essere. Anche io sono in ordine. Oggi mi assumo le mie responsabilità.

louijoverart.b

Questa solitudine è responsabilità solo mia. L’ho voluta. L’avrei cercata comunque, a prescidere, l’avrei pretesa e me la sarei concessa senza chiedere il permesso a nessuno. Come ho fatto in passato. Come farò in futuro.

Chissà un giorno, mentre ce ne staremo io e qualcun altro abbracciati, ci capiterà di ascoltare At Last. E sarà un altro attimo di pace cosmica in cui tutto è esattamente dove dovrebbe stare e come dovrebbe essere. Da vivere con lentezza. Come questa domenica. … vi farò sapere.