Pensa solo cose belle

Ormai ci sono più che abituata a questa specie di routine che prevede lunghi intervalli e pause, tra un ritorno da qualche parte e l’altro. Potrei quasi credere di non saper vivere più altrimenti. E comunque non me lo ricordo com’era, se è mai stato. In ogni caso, questo anno è stato il migliore anno di sempre. Per lo meno, il migliore dal mio definitivo ingresso nel mondo degli adulti, oserei dire. Dico questo perché, nonostante quella che ho definito routine, o forse proprio per questo chi lo sa, la vita mi ha sopreso in positivo innumerevoli volte. E per l’anno che viene penso solo cose belle.

Pensa solo cose belle accompàgnati alle stelle stiamo insieme sul balcone sai c'è vita sul balcone.

Natale e Capodanno. Le feste forse più amate e odiate, attese e temute. Devi farci i conti. Che tu abbia o non abbia una famiglia, una fidanzata o un fidanzato, soldi da spendere oppure no, buoni propositi o solo cattive abitudini, un viaggio da fare o una cena da imbadire, amici noiosi o parenti scomodi. Devi farci i conti. Che tu sia grande o che tu sia ancora bambino.

C'è vita sul balcone dalle stelle arriva Adone una serata da incordare tre bottiglie da stappare.

Dieci giorni di ritorno in Sicilia, in particolare per le vacanze di Natale, sono capaci di “distruggermi” più di un qualsiasi finesettimana metropolitano. Non mi lamento, mi piace solo ribadirlo, perché se penso questo e se me ne vado via pensandola così, significa che in questa terra maledetta ho ancora una possibilità di vita, infinitesimale, è vero, ma possibile. La conclusione del mio anno l’ho vista anche per questa volta a Catania, ma diversamente dagli altri anni mi sono ritrovata con persone che conoscevo poco ma le cui belle vibrazioni mi sono arrivate subito subito. Come arrivano qui in Sicilia, quando arrivano, dritte al cuore, quasi immediate se non fosse per lo sguardo, il sorriso, un abbraccio, una voce, strumenti che le trasmettono.

Tre bottiglie da stappare due chitarre sul comò mille volte me ne andrò solo una resterò.

Il cielo d’Irlanda sarà pure pieno di fascino e degno di canzoni struggenti e d’amore, ma il cielo della Sicilia non è da meno. Solo che io non ho ancora imparato a cantarlo. Soprattutto d’Inverno. Lo adoro il cielo della Sicilia orientale d’Inverno. Così come mi piace la costellazione di Orione, una di quelle che quando mi appare alla vista mi fa sentire subito a casa ovunque io sia. Forse perché è la prima costellazione che ho imparato a riconoscere, forse perché il riconoscerla rilassa il mio senso dell’orientamento. Ed essendo la costellazione più luminosa e visibile in Inverno, penso che questo effetto possa farvelo anche a voi. E insomma, questo Orione benedetto me lo sono ritrovato splendente nel cielo catanese di fine anno, mentre me ne stavo a fumare una sigaretta sul balcone.

Solo una resterò nel frattempo tu mi piaci tu sei quello che mi taci che farai di questi baci ?

Sai davvero non lo so.

Pensa solo cose belle, abbraccia solo persone buone, ascolta e seguilo il tuo cuore, vivi il giorno e non le ore, sorridi spesso, dormi felice, sogna di volare, fatti amare, fatti viziare.

Profumo di fiori sul tuo cuscino
petali di rosa sul tuo cammino,
raggi di sole dalla finestra,
raggi di stella tra le tue ciglia.

Sì. Pensa solo cose belle. A ritrovarti ci penso io.

Penultima stazione

Pensieri di una vagabonda del Dharma, narrati in terza persona.

La nostra vita è un viaggio ininterrotto dalla nascita fino alla morte.
Il paesaggio muta, le persone cambiano, i bisogni si trasformano, ma il treno prosegue. La vita è il treno – non la stazione ferroviaria.

Paulo Coelho

La penultima stazione ha due binari, uno per i treni diretti a Ovest uno per quelli diretti a Est. Variamente illuminata dal sole, più spesso velata dalle nubi. Frequentata in certe ore per certi motivi da certi viandanti, di solito chiamati pendolari, la sua utilità sembra fuor di dubbio per il momento. Non assomiglia alla prima –  ormai dismessa, crepata, scalcinata – né alla seconda che ha osservato, amato, attraversato in passato, se non per un fatto. Da una parte condivide il destino di tutte le stazioni, le storie di persone che trasmutano luoghi e almeno una volta nella vita hanno corso per non perdere le coincidenze o l’appuntamento importante, che hanno pensato di non scendere o salire a questa ma alla prossima o alla prossima ancora o mai o che si sono addormentati stanchi e se la sono persa. Dall’altra lo fa con un suo particolare ritmo di spartito che per la maggior parte del tempo rimane in silenzio.

Piene di pause, respiri profondi, zone intermedie tra punti d’arrivo e di partenza, le stazioni di periferia trasmettono un senso di troppo vuoto o troppo pieno, il vago straniamento di chi non è proprio convinto di sapere perché si trova dove si trova.

La penultima stazione stringe il cuore alla viaggiatrice che ne riconosce l’essenza, mentre attende l’annuncio del treno e il suono della campanella. Carbone, ferro, mattone, fischio di locomotiva, fischietto di controllore, l’orizzonte delle parallele che si prendono gioco della prospettiva umana e si incrociano alla faccia sua. Componenti di un paesaggio contemporaneo che va sgretolandosi. Nuda realtà di un progresso che non avanza. E tuttavia non invidia chi vola lassù in aereo, per quanto anche a lei piaccia. La stazione rimarrà sempre la più poetica nel suo immaginario di ragazza di fin de siècle. Da questa stazione qui, prosasticamente consacrata al servizio ferroviario metropolitano della città di Torino, riparte a battere il suo cuore e a cangiare il suo umore. Destinazione penultima sì, per un anno ancora.

Penultima l’ha chiamata perché suona meglio che dire ennesima. Suona meglio che dire centesima. Suona meglio che dire effimera.

Così ragiona, mentre infine sembra davvero essere volto al termine il lungo viaggio, è infine cambiata la stagione! Si posa il vento e così lei si riposa, rasserena lo sguardo e l’animo viandando verso la penultima casa all’ombra di foglie che cadono danzando di luce propria. 

L’alternativa

Un post ai limiti del pensiero debole e all’insegna di utopie perdute? Non so se lo leggerei. Però almeno sono sincera.

Inizio questo nuovo autunno con la netta sensazione – non più nuova – di stare perdendo pezzi e di essere parte di una deriva che a tratti sembra quasi immaginata, ma che curiosi, analisti, storici, sociologi, economi e quanti altri, danno per scontata. Anche se credo nell’imprevedibilità della storia, il ripetersi delle mie stagioni vince qualsiasi entusiasmo, sia di catastrofismo sia di rivoluzion-ismo.

Potrei affermare di aver vissuto diverse rivoluzioni: la caduta, poi ricaduta, poi ricaduta del Berlusca, la sinistra riunita nel PD di Bersani, la presa di Roma di Matteo Renzi il Giovine, la trasformazione della Lega Nord in partito nazionale, I vaffa-day dei Pentastellati alla loro “ggente” dopo aver raggiunto il potere. In quattordici anni di carriera da elettrice – considerato anche il senso di responsabilità storica a cui ogni volta ri-chiamava il voto “rivoluzionario” – mai mi sono sentita sicura e felice della mia espressione di voto. Quanto invidio chi riesce a provare quel sentimento, quella “fede” nel partito e nel capo-popolo e nel fatto che le cose cambieranno e sarai proprio tu il protagonista del cambiamento!
A volte sì, invidio chi si sente sempre nella ragione, la sicurezza di chi ostenta la sua fede alla linea, la gioia nell’esultare al successo elettorale del beniamino – maschio, ancora nella mia carriera un capo di governo donna non ho avuto il piacere di conoscerlo. Cambierebbe qualcosa se fosse donna? Non so, può darsi che sarà l’ennesima rivoluzione alla quale assisterò.

Se non avessi memoria, se non mi fermassi a riflettere, se non ripassassi di tanto in tanto concetti storici quali: stato-nazione, stato di diritto, democrazia, rivoluzione, liberismo e neo-liberismo; concetti post-moderni, a sì che qualcuno storca il naso a risentire la parola “postmoderno”, quali: cooperazione internazionale, globalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, accompagnati da principi quali: diritti umani inalienabili e universali, giustizia sociale e ambientale… Ok, senza esagerare. Se nessuno mi avesse mai insegnato cosa si dovrebbe intendere per politica in una società democratica e inclusiva, per gestione della cosa pubblica nell’interesse di una collettività, insomma, se non intravedessi ogni dannata volta il nulla che si nasconde dietro il teatrino delle ombre, crederei ancora nelle rivoluzioni della politica italiana?

Tra tutte queste rivoluzioni mi sono persa il rispetto che pur dovrei avere per chi fa cose in nome mio.

Di mezzo ci siamo andati noi Millenial e il rispetto per noi stessi, classe dirigente mancata, che non fa veramente politica, che non può farla perché siamo troppo impegnati a cercarci un lavoro che ci assorbe otto ore al giorno, precario ma che però ci soddisfa, in parte, almeno, ci permette di metter su famiglia, pagare un affitto, realizzarci e sentirci occidentali che il venerdì si fanno l’aperitivo in centro, hanno l’I-Phone, il profilo instagram con tot-mila follower, non so. Non biasimo neppure più chi decide di non votare. Se questa me parlasse con la me di vent’anni le riderebbe in faccia e direbbe: allora sei complice di questo sfacelo! E avrebbe pure ragione, forse, tanto è il senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni che dentro di me rimane.

Perché me lo ricordo, io, quando mi insegnavano che: lo stato siamo noi, gli altri siamo noi.

Me li ricordo i miei compagni dell’università che cercavano di metterci in guardia da ciò che ci aspettava nel mondo, urlandoci dal megafono: “perché ci vogliono così parcellizzati e che corriamo appresso a tutti gli esami che dobbiamo fare e non ci danno il tempo di fermarci a riflettere, di avere spazi per noi, di discussione, di autogestione…” . A volte mi veniva voglia di gridare anche io: “sì lo so grazie, e so anche che la prof che appoggia il tuo collettivo e con cui ti bevi il caffè è una …. che fa ripetere gli esami dieci volte”. A volte invece mi fermavo a leggere, ad ascoltare, a fumare la sigaretta. E poi ci pensavo. E ci partecipavo anche. Perché tutto sommato qualcosa di buono doveva pur esserci, no?

Adesso, alla luce di cotante rivoluzioni politiche, sempre mi torna questa domanda: a quale scopo dannarsi per entrare in politica, se questa sembra solo una strategia per ottenere e mantenere il potere e l’ordine costituito e non invece il metodo con cui si cambia ordine alla società e indirizzo allo sviluppo sociale ed economico? La risposta davvero non la so.

E così me ne sto con la fronte corrucciata ad osservare.
Testimone del mio tempo.