Piobesi, 28 Novembre 2017

Spesso lo dimentico. Il motivo per cui ho iniziato questo blog. Un motivo stupido e assolutamente autoreferenziale. Vivevo a Torino, abitavo in Corso Vittorio. Era un pomeriggio di ennesimo tedio e sospiro. Probabilmente dopo qualche giorno passato un po’ in depressione, a rotolarmi dalla poltrona al letto e dal letto alla poltrona, ho deciso di inaugurare la nuova avventura letteraria con una frase di sicuro effetto:“Che ne so. Piove” (15-settembre-2014).

(Spero abbiate colto la sottile ironia)

Poi… ho cominciato a dare peso anche agli aspetti comunicativi, di condivisione di informazioni, opinioni e idee.  Poi… è andata a finire che ho stabilito categorie – più o meno chiare – che guidassero me nella scrittura e i videolettori nella lettura. Mi sono decisa a dare un’ordine alle cose. Io, che ordine alle mie cose non riesco a darlo mai, mi sono illusa che uno spazio come questo mi avrebbe aiutata.

In effetti, per un po’ ha funzionato, soprattutto tra la fine del 2015 e tutto il 2016, periodo in cui ho potuto dedicare molto tempo a te, caro piccolo mioluogo! Ma adesso ecco che si ripresenta il limite di chi un blog lo scrive per passione, anche se forse vorrebbe farlo di mestiere: il tempo. Avrei tante letture da consigliare, tanti contenuti da condividere, tante cose da raccontarvi su di me e sul mio lavoro, su come la penso e cosa penso sia importante e però… non ho il tempo. Soprattutto in questo anno, in questo maledetto 2017 che:

“dal punto di vista delle soddisfazioni professionali, non mi posso lamentare, è andato alla grande! Ma sotto altri certi punti di vista, psico-affettivo-relazionali… mi ha un po’ fatto desiderare, eh! Ma quando finisce, un si ni po’ cchiù!” (tono di voce stridulo e stizzito, muove la mano mentre parla e spesso alza agli occhi al cielo, finisce in dialetto stretto)

Mi ha fatto desiderare molto. Pretendere di più. La gentilezza dei modi, un sorriso la mattina, una carezza sulla guancia la sera. Che poi, non voglio nemmeno credere che siano desideri e pretese così strane, mi pare che potrebbero essere alla portata di tutti. Ma non alla mia, evidentemente. Sembra dunque questo l’amaro destino dei cosiddetti animi sensibili, gruppo di cui direi che faccio romanticamente parte, nel cui pantano ogni tanto mi invischio e sguazzo per puro piacere di trarne poi tormenti e poesia.

 

Saluti romantici da Piobesi,

Cristina Ortis.

La mia classe è vuota.

Per il ciclo “Grandi temi d’autunno”: precarietà, sindacati e coscienza di classe.

Tra i buoni propositi di fine estate e inizio settembre avevo quello di scrivere di più. Avevo tutto un piano di rinnovamento e focalizzazione su temi – quasi – pronto. E però… il tempo è ricominciato a correre veloce. Dopo la pausa estiva mi sono ancora capitate occasioni di lavoro nel campo dell’insegnamento, che mi hanno portata a insegnare lingua italiana a Trieste per un mese e poi ancora a trasferirmi nel giro di un fine settimana in Piemonte, per un incarico annuale nelle scuole pubbliche italiane.

Ma anche se sono iscritta in terza fascia, per favore: non chiamatemi “precaria della scuola”. Perché mi sembrerebbe persino di dire troppo. Sono qualcos’altro. Forse una precaria dell’insegnamento in generale. Io direi semplicemente che sono un’insegnante che va dove c’è bisogno della sua professionalità e nemmeno troppo “precaria”, dato che posso dire che, nel bene e nel male, ho sempre lavorato con regolarità, a volte persino dignitosamente pagata.

Finora ho cercato di fuggire il concetto di “precarizzazione” associato a me stessa e al mio stile di vita. Perché non credo rappresenti la mia complessità. Ho cercato di crearmi un’idea di precarietà che desse un senso al mio incessante cambiare luoghi di lavoro, persone, obiettivi generali, minimi e specifici; che desse un senso al mio non avere uno stipendio continuo e assicurato, poiché lavoratrice nel settore privato. Anche perché, posso serenamente dire di essermela cercata, andando dietro a quel lato irrequieto che mi caratterizza e con cui ho definitivamente fatto pace (io, forse chi mi vorrebbe vicina ancora no). In questo senso ho dunque dovuto trovare un significato e una motivazione tutta mia. Infatti, anche se è una tua scelta, non è facile prendere e partire. Per quanto possa sembrare bello e interessante anche agli occhi degli altri, è sempre tutto “un equilibrio sopra la follia”, giusto per fare una citazione pop.

Non me ne pento. È vero che secondo il MIUR io non ho che poche certificazioni, poco canonico servizio, poco punteggio. Ma io so che chi lavora con me sa che: posso vantare un’esperienza di insegnamento piuttosto ampia, di relazione con bambini e ragazzini di elementari e medie, ragazzi delle superiori e, infine, anche con adulti; sono in grado di progettare e programmare per obiettivi; so affrontare classi facili e classi difficili; conosco le potenzialità e so valorizzare la ricchezza delle diversità individuali; insegno come migliorare; so apprendere e affrontare ambienti nuovi; so gestire gli imprevisti e sopporto situazioni di alto stress (…sul luogo di lavoro, poi a casa dormo per dieci ore). Perdonerete queste affermazioni da curriculum e da persona che cerca di fare impressione al colloquio di lavoro. Perdonerete l’arroganza di una giovane insegnante che non è che farebbe di tutto ma, pur di fare il suo lavoro, andrebbe dappertutto. Concedetemele, perché anche a giudicare dalle relazioni positive e dai feedback avuti finora, non ho da fare la falsa modesta. E potete dare anche per scontato il fatto che un insegnante convive con la certezza che “non si smette mai di imparare”.

Comunque, non chiamatemi “precaria della scuola”, perché non lo sono. Non ancora. E credo che, in virtù del mio mercato del lavoro e del mondo dell’insegnamento, io non sia molto “sindacalizzabile” dal settore scuola al momento, con buona pace della lunga tradizione italiana (sindacale e politica) che ancora stenta a crederci, ma non sembra avere chiaro il fatto che per riprenderci e riunirci dovrebbe comprenderci tutti, noi lavoratori, noi insegnanti, noi educatori, noi facilitatori, noi consulenti, noi collaboratori… noi.

Prima di chiamarci alle armi, i sindacati e affini dovrebbero spiegarci di nuovo in cosa consistano i nostri diritti, semmai ne avessimo ancora. Dovrebbero attivarsi per creare spazi di elaborazione collettiva, perché forse dobbiamo definirne di nuovi. Non mi servono agenzie di servizio, che mi sbrighino pratiche e mi compilino domande. Mi servono luoghi, spazi, metodi e strumenti di confronto, possibilità di azione, momenti decisionali, persone, compagni e compagne. La mia classe è vuota.

L’unica coscienza di classe che ancora riconosco è quella dei miei studenti. Quella che costruiamo insieme a volte in un giorno, a volte in settimane e mesi, bene che ci va in un anno.

 

Pensare globale agire locale – No Muos

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, strumento di telecomunicazione avanzato e per questo strumento delle guerre del secolo ventunesimo è ancora lì, con le sue 46 antenne più 3, quelle MUOS.

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, continua a diffondere morte e distruzione nel mondo, continua a occupare localmente un territorio molto vasto. Una porzione di terra siciliana che resiste alla desertificazione da millenni tenendo in vita come quasi per miracolo, una quercia secolare. (Leggi: “Foto-diario” di una passeggiata alla Sughereta: bellezze naturalistiche distrutte dal MUOS)

La base militare USA di Contrada Ulmo, Niscemi, viene difesa dallo Stato italiano con un ingente dispendio di forze armate, di polizia e di militari. A difendere la terra, la sughereta e le vittime delle guerre, invece, come sempre ci sono loro: i No Muos e tutti quelli che lottano per un mondo libero dalle schiavitù militari.

Quest’anno, la polizia italiana, aveva pure la cavalleria e qualche lacrimogeno (inquinante) sparato a caso su manifestanti determinatamente pacifici.

Si è concluso il Campeggio di lotta No Muos al Presidio di Contrada Ulmo. Da “attivista storica”, per me è stato bello vedere questi nuovi volti, anche molto giovani, sotto gli eucalipti e per le strade della Contrada. Per me è stato bello parlare con voi, rispondere alle vostre domande, ascoltare le vostre riflessioni. Ma la cosa che mi ha riempito di orgoglio è stata questa: sapere che nonostante la repressione che allontana, nonostante la dura realtà economica che porta molti, conclusi gli studi o stanchi di essere sfruttati, a cercare fortuna altrove, nonostante tutto… i militari della base continuano a essere disturbati, continuano a dover preoccuparsi, continuano a sentirsi sotto assedio. Non solo dai locali, anzi. Grazie a questo campeggio è emerso ancora una volta uno degli aspetti più importanti della lotta antimilitarista contro il MUOS di Niscemi: è un agire locale che pensa globale.

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E continuo a chiedermi voi, invece, da che parte state? Davvero la guerra e la devastazione dell’ambiente non vi importano? Davvero non avete ancora capito lo stretto legame tra la cultura della violenza armata e l’economia dell’industria militare, che hanno giocato un ruolo fondamentale nel determinare il nostro presente così inquietante. Davvero non riuscite a pensare a un altro presente, un altro futuro, non riuscite a credere nel pensiero umano creativo, non conoscete forse le potenzialità della fantasia e dell’immaginazione. Non sognate più la libertà, la felicità? Davvero?

Sarà allora l’urgenza, un giorno, a dettare la vostra legge. Noi invece e altri come noi in tutto il mondo non abbiamo perso la voglia di sognare, ce ne freghiamo dei like su instagram o di diventare web influencer, perché il mondo vero è reale. Cerchiamo di organizzare la ricostruzione da tempo, perché è già il tempo di ricostruire. E siamo qui e ovunque, a fianco e nel cuore di chi lotta.

E se non l’avete visto, guardate questo docufilm … su Netflix non c’è. 😉