Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

Digressione

Di massimi sistemi scolastici – appunti

Della mia esperienza precaria come insegnante, il momento che mi piace di più, è quello in cui ne parlo su Skype con Giada, una volta in collegamento da Leuven, una volta da Torino, una volta da Tolosa, una volta da Niscemi e la prossima credo che sarà da Londra (no, non fa la hostess). Perché, io e lei, abbiamo iniziato a parlare di massimi sistemi mentre scrivevamo la tesi di laurea specialistica e, tra un curtigghio e un babbìo (ita. pettegolezzo e scherzo), non abbiamo smesso più. Tre i nostri temi preferiti: precarietà generazionale ed esistenzialismo, educazione e sistema scolastico, l’amore ai tempi del barbera. Sicuramente interessante il binomio amore-barbera, ma mi dispiace deludere i malcapitati lettori. Oggi parlerò di scuola.

Scuola. Vedo già ergersi le barricate, alzarsi la pressione arteriosa, vedo l’improvviso grattarsi da qualche parte, ora subito, ammettilo. Se sei un “precario della scuola” ti sta venendo l’orticaria, ne sono sicura. Probabili svenimenti non appena si associ il suddetto termine all’aggettivo: italiana. SCUOLA ITALIANA. Ma ecco… io tralascerei. Perché la mia esperienza precaria come insegnante, non mi deriva dal sistema italiano (per ora).

Le mie esperienze didattiche, titoli accademici a parte, si riassumono brevemente: doposcuola e attività di tutoraggio vario durante gli anni di università; insegnante doposcuola a studentessa (meravigliosa) con difficoltà alle superiori per un anno; alcune settimane a saltare in classi di medie inferiori comprese tra il Monte Rosa e la pianura Padana; sei mesi circa di insegnamento in co-teaching nelle scuole elementari, in lingua italiana, sul litorale sloveno. Barcamenandomi tra ambiti disciplinari umanistici, scientifici e vari ed eventuali. Per cui, della mia precarietà ne vado persino orgogliosa, perché se fossi rimasta ferma e fissa in una scuola in Italia non avrei mai potuto fare una così varia esperienza. Non avrei mai potuto vivere la quotidianità e le sfide scolastiche di ragazzi con disabilità, non avrei potuto sperimentare la specificità che distingue l’approccio coi bambini da quello con gli adolescenti, non avrei potuto imparare che comunicare è il vero obiettivo, insegnare a farlo, dare gli strumenti per decifrare, ipotizzare, interpretare il sapere. Insegnare ad ascoltare e a parlare, a condividere e a ri-costruire nozioni, idee, sentimenti. Non avrei mai potuto davvero convincermi, ancora e sempre di più, che l’inclusione è la mia filosofia, con tutte le implicazioni che ne derivano. Ché è per la scuola dell’inclusione che mi batterei e sprecherei il fiato e del resto non mi interesserebbe (test invalsi compresi, non li boicotterei nemmeno, sappiatelo).

Mon dieu, l’essere patetico dell’insegnante entusiasta!

 

Tu, oh mio/mia collega precario/a! È dall’idea di insegnamento che dovremo ripartire ogni lunedì e, nonostante tutto quello che ci richiedono di studiare, di sapere, di leggere e di applicare, in nessun manuale troveremo l’idea giusta, la definitiva, l’unica. Perché l’idea di insegnamento è un concetto filosofico, è l’utopia alla quale tendi, gli studenti che vorresti! Tutto il resto sono chiacchiere da bar, fatte con chi di pedagogia e di didattica non ne sa nulla, a cui annuisci col capo e fai un breve cenno di sorriso per pura cortesia, mentre sorseggi il tuo cappuccino e ti avvii, tu, non loro, ad affrontare gli incubi e i mostri che ti agitano le notti e si materializzano intorno alle ore 08:00 nella tua amata classe.

Fondamentale per sopravvivere a se stessi e per trovare alleati nel comparto scuola, con cui condividere pause merende, pianti e sfoghi, è dunque mettersi  la mano sulla coscienza e chiedersi: io perché insegno? Quali situazioni immagino che i miei studenti debbano affrontare un giorno? Che persone vorrei che diventassero in futuro? Ognuno di noi deve rispondere come vuole, deve dirsi la verità, senza sensi di colpa. Anche se le tue risposte fossero: perché mi pagano; capre sono e capre rimarranno; non me ne può fregar di meno. Io ti stimerò e capirò e mi confronterò con te, per il solo fatto che entri in classe e lasci fuori dalla porta i tuoi problemi di adulto per stare dietro ai loro, che possono essere anche peggiori dei tuoi alle volte, ma che comunque non interessano a nessuno, né ai genitori, né ai presidi, né ai colleghi, figuriamoci se stanno a cuore agli studenti. L’insegnante si giudica per l’operato e non per l’ideale.

Art. 33 della Costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

 

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Tolentino e Isola, una storia di amicizia e solidarietà

Tolentino e Isola d’Istria. Due città separate da centinaia di chilomentri, dal Mar Adriatico e da un confine, eppure legate da un’amicizia che affonda le sue radici nel tempo.

Fin dagli anni Settanta, la comunità nazionale italiana di Isola ha coltivato e promosso i rapporti con gli abitanti di Tolentino,  prima grazie al Cantapiccolo e allo scambio frequente tra le famiglie dell’una e dell’altra parte, poi a livello sempre più istituzionale fino alla sigla del Gemellaggio ufficiale tra i Comuni di Isola e di Tolentino, tra il 1980 e il 1981. Nato da legami affettivi che non si sono mai persi del tutto e si sono anzi via via rinsaldati e rinnovati nel tempo, ha superato cambi di politica e di bandiera. Infatti, ai primi di novembre il Comune terremotato di Tolentino ha lanciato un appello che non è caduto nel vuoto e anzi, ha ricevuto una risposta lampo sia da parte della popolazione civile sia da parte degli enti istituzionali. Nel giro di due settimane erano pronti gli aiuti umanitari, erano stati raccolti i fondi necessari, erano stati ordinati e acquistati sei moduli abitativi. E il 17 novembre partivano, primi fra tutti, per Tolentino. E io con loro, al seguito di una delegazione istituzionale, con la possibilità di raccontare e fotografare questa bella storia di vera amicizia.

delegazione_isola-tolentino17 novembre – La delegazione è un misto di rappresentanza italo-slovena: il Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola Marko Gregorič, il Vicesindaco di Isola Gregor Perič e il Capogabinetto del Sindaco del Comune di Isola Polonca Skendžič, organizzatrice puntuale dei trasporti e responsabile dei contatti con Tolentino per tutto il tragitto e soggiorno. Viaggia con noi anche una troupe di RTV Capodistria con la giornalista Claudia Raspolič. Partiti intorno all’ora di pranzo, arriviamo in serata a Tolentino, accolti da Edoardo Mattioli, Presidente della Pro Loco con un passato da “cantapiccolo”. È sera e siamo attesi a cena, ma veniamo prima accompagnati per un breve tour panoramico:

Andando su, verso Visso e le altre frazioni non c’è più niente. Frazioni di montagna di settecento, mille persone. Non c’è più niente. Anche alcuni edifici costruiti con i criteri antisismici sono crollati. Le costruzioni in città hanno tenuto, però non sono più agibili. Adesso hanno iniziato a mettere qualcosa in sicurezza, fino a qualche giorno fa molte strade erano chiuse completamente. Ma vedete che è tutto deserto. Il centro storico è tutto inagibile, sono caduti i merli delle mura, le chiese sono chiuse, la Basilica di San Nicola è chiusa. L’ultimo grave terremoto pare risalga al 1700, così testimonia una vecchia immagine votiva.

Facciamo una breve tappa nell’area camper, zona di concentramento in caso di terremoto e dove tuttora preferisconoimg_8348 dormire per paura molte famiglie. Visitiamo anche un dormitorio, velocemente. Ci sono bambini che giocano a rincorrersi e fanno conoscenza l’uno dell’altro forse per la prima volta, trovando il bello in tutte le cose come solo i bambini sanno fare. A dire la verità i volontari che gestiscono il dormitorio non sembrano molto contenti di vedere giornalisti, forse non riuscendo a distinguere tra disturbatori e avvoltoi della notizia, ai quali purtroppo molti modi di fare giornalismo della catastrofe ci hanno abituato, e giornalisti sinceramente interessati alla cronaca e alla diffusione della conoscenza, in questo caso oltreconfine, in Slovenia.

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Infine, raggiungiamo la piazza principale, quella della Torre dell’Orologio, quartier generale e ritrovo operativo. Si sa che per ogni piccolo, medio, grande centro urbano d’Italia c’è una piazza principale, l’agorà di tutti, c’è un’abitudine alla frequentazione, un luogo di ritrovo naturale che non ha bisogno di essere geolocalizzato su nessun dispositivo mobile perché tu sappia dove si trovi e come si chiami: “Piazza”. Il ristorante La Genovese si trova subito attaccato alla Piazza. Risparmiato quasi per miracolo, dato che tutte le abitazioni, compreso il Municipio, non sono più agibili. La tavolata è numerosa, colorata e allegra. Protezione Civile della Val d’Aosta, il Sindaco Giuseppe Pezzanesi, gli Assessori comunali, amici e parenti, sloveni, valdostani e tolentinati tutti insieme, come se si trattasse della cena di Natale di una famiglia ritrovata. Si parla delle scosse di terremoto e delle conseguenze del terremoto, si ha l’esigenza di raccontare il trauma, di socializzarlo, ma in allegria. Sdrammatizzare, sorridersi, abbracciarsi, sono le manifestazioni concrete di comunità e vicinanza. E i tolentinati mi trasmettono un grande senso di dignità, determinata, fatta di amor proprio e sicurezza di poter contare sulla propria gente. Così, il calore e la forza che pensavi dovessi portare tu a loro, te lo danno loro a te. Poco spazio alla tristezza, nessuno per la disperazione. Alla fine della cena i valdostani ci preparano una bella sorpresa che suggella definitivamente la serata: la grolla, altrimenti detta “coppa dell’amicizia”.

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18 novembre – Alle nove del mattino circa, arrivano i TIR con i moduli abitativi. Con una certa emozione vengono scaricati e sistemati nella zona preposta temporaneamente. Alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali, tra i quali l’Assessore alle politiche sociali, delegato anche da parte del Sindaco, che in quel momento era in viaggio per Roma a riferire riguardo l’emergenza, ma anche alla presenza di alcuni esponenti della società civile come Don Gianni, parroco di Tolentino. I moduli abitativi, che contengono anche tutti gli aiuti raccolti, saranno successivamente destinati a uso ufficio parrocchiale e a uso abitativo per due famiglie in stretta necessità, così come individuate dall’amministrazione e dall’organizzazione che sta gestendo l’emergenza. Il fatto di ricevere moduli effettivamente abitabili e non semplici container non lascia indifferenti, date le polemiche tutte italiane riguardo questo aspetto. Oltre alla lentezza delle operazioni di acquisto e consegna, pare che le soluzioni abitative temporanee siano pensati non per essere autonome e/o individuali, ma per essere collegate a refettori, bagni e aree comuni. Nel frattempo si rischia di sgretolare del tutto l’unità sociale a causa dello spostamento della popolazione sulla costa e dei disagi che questo comporta. Chi potrà eviterà di certo una sistemazione da campo così pensata.

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Durante la giornata, facciamo un giro alla luce del sole tra le vie e i quartieri di Tolentino. Fa davvero impressione pensare che intere zone residenziali, dalle case bellissime, sono per la maggior parte del tutto da rifare. Dall’esterno, eccenzione fatta per alcune crepe e crolli evidenti, non sembrerebbe neppure. I danneggiamenti sono all’interno e alle fondamenta. Una città bella e ricca, centro d’eccellenza per l’industria manifatturiera e artigianale delle Marche, in Italia, nel mondo. Io, Tolentino, la conosco per la prima volta così e all’improvviso realizzo cosa significa quando scrivono che ad essere colpito è il cuore d’Italia, non solo dal punto di vista geografico, culturale e paesaggistico. Ci spiegano che, fortunatamente, le fabbriche non hanno avuto troppi danni e la produzione può andare avanti. Si continua a lavorare. Ma l’improvviso spopolamento non può che avere ricadute e conseguenze drammatiche per i commercianti e per tutta l’economia del territorio. Il post-terremoto non è soltanto ricostruire case, ma è ricostruire il tessuto economico e sociale, la vita di Tolentino. E forse dieci anni non bastano nemmeno, dicono.

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Pranziamo in una mensa scolastica, serviti da donne e volontari scout. Riprendere con la scuola, riprendere le attività sportive e ricreative, avere una propria casa e riappropriarsi dell’unità e serenità familiare, sono queste le priorità di Tolentino e di tutti i terremotati. Ma la priorità più alta fra tutte, che senti espressa da più parti è spesso questa: restare qui, restare insieme.

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Non sono andata a caccia di storie e di rappresentazioni del disagio. Ho parlato non tanto con i terremotati in senso stretto, quanto con coloro che li rappresentano (comunque anche loro nella categoria sfollati e terremotati). E queste persone non le conoscevo prima, tantomeno posso sapere i loro passati politici e personali. Ma ho visto il loro presente e conosciuto il loro adesso che è fatto di poche parole e molti fatti. Alla cena di commiato, il discorso di saluto del Sindaco Pezzanesi mi ha sinceramente colpito, proprio perché in certi contesti capisci che non è retorica, semplicemente perché non può esserlo. Perché il terremoto distrugge tutto e sconvolge tutti, senza fare distinzioni.

In una disgrazia gli unici aspetti positivi che emergono sono il valore della famiglia e della solidarietà. Ognuno di voi ha fatto la sua parte come se la nostra fosse una famiglia vera, come se noi fossimo fratelli che abitavano uno di qui e uno di là, che però quando la famiglia chiama, la famiglia c’è. Poi la solidarietà in generale, l’abbattimento delle barriere razziali, caratteriali, nazionali. Questa sera sono stato a cena in un centro in cui sono ospitate diverse etnie: macedone, albanese, slava, italiana… chi ha cucinato, chi ha comprato questo o quell’altro, ci si abbracciava, e i bambini, che sono la cartina di tornasole di una società civile e democratica, giocavano tutti insieme. Il buon Dio ci ha mandato una grande prova. Però noi eravamo vecchi dentro, arrugginiti, sporchi, non pronti ad apprezzare questi valori. Il terremoto da un lato ci ha distrutto dall’altro, che è quello caratteriale e umano, ci ha rigenerato. Su questa rigenerazione dobbiamo ricostruire la città che non sarà più la stessa città, perché per almeno per altri cinquanta o cento anni ci saranno questi valori: della solidarietà e dell’aiutarci vicendevolmente. Che avevamo dimenticato dopo la seconda guerra mondiale, riscoperti allora con un altro trauma. Stasera, uno mi ha detto ‘Sindaco cosa vuole che sia per noi un terremoto, noi abbiamo avuto una guerra dove le donne venivano violentate, ammazzate, altri erano messi nelle fosse comuni, per noi che abbiamo visto queste cose il terremoto è niente. Non abbiamo più la casa, ma siamo felici perché sappiamo di ripartire, ma tutti insieme’. Quindi, quando tornerete a Isola, portate questo messaggio: siamo più poveri immobiliarmente parlando ma molto più ricchi moralmente e intellettualmente. Grazie di cuore a tutti voi. Sperando che il terremoto abbia finito vi abbraccio a nome della comunità, esattamente 20471 persone.

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Tutti abbiamo assistito alle immagini agghiaccianti e abbiamo ascoltato le notizie che descrivevano le tremende conseguenze del terremoto del 24 agosto.  Nel corso dei mesi seguenti il cosiddetto sciame sismico ha reso invivibile la quotidianità di migliaia di persone. Le continue scosse di assestamento hanno continuato a recare danno fisico e psicologico alle zone colpite. Nel frattempo la macchina degli aiuti e dell’emergenza si attivava, nella speranza di far rientrare tutto nella norma quanto prima. Ma una nuova scossa di terremoto, il 26 ottobre e infine, l’ultima grande scossa del 30 ottobre, ha dato un definitivo colpo di grazia anche a quelle aree e a quei centri storici fino a quel momento risparmiati, se non dalla paura e dal trauma, dalle conseguenze strutturali. L’area terremotata definita “cratere” insiste sull’interno tre regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria, ma soprattutte le MarcheQuesta grande catastrofe segnerà la storia di questi luoghi, molto di più dei terremoti passati. Non per ordine di importanza in termini di danneggiamenti, ma perché quello che sta accadendo è una profuganza coatta di migliaia e migliaia di persone che, stando così le cose, saranno sradicate forse per sempre. Si spera che non succeda, ma quando si spengono i riflettori cosa resta? Solo il racconto e la memoria di un passato che ci si augura che non sia solo ricostruito, ma tramandato di generazione in generazione.

 

Questione di principio: Referendum Costituzionale 2016

A giudicare da quello che vedo pubblicare sui social network e sulla base delle, devo dire poche, discussioni sul referendum costituzionale che ho potuto fare con chi la pensa diversamente da me, mi sono fatta alcune opinioni e sono giunta ad alcune personali conclusioni.

Mi sembra che chi abbia intenzione di votare “Si” lo faccia per tre motivi di fondo: a) perché è letteralmente trascinato dall’entusiasmo per il cambiamento che il Presidente del Consiglio Renzi e il suo modo di comunicare effettivamente sono in grado di esprimere egregiamente; b) perché sotto ricatto morale/psicologico del tipo “guardate che se passa il no si va a elezioni anticipate, i mercati si arrabbiano, sarà una catastrofe, moriremo tutti e non ci saranno più altre occasioni”; c) perché ci crede davvero che grazie alla non abolizione del Senato, ma all’abolizione del bicameralismo perfetto l’Italia cambierà in meglio.

D’altra parte, moltissime delle argomentazioni pubbliche sul “No” non mi convincono affatto: a) perché molti intendono votare no per partito preso e per dimostrare che il governo in carica non gode di legittimità; b) perché non sono d’accordo quando si dice che la Costituzione non si tocca in quanto scritta da persone sicuramente straordinarie ma dipinte come personaggi biblici investiti da Dio a redigere le Tavole della Legge; c) perché vengono espresse da politici e partiti che sarebbero stati capaci di presentare una proposta di riforma ancora peggiore e che si trovano spesso molto d’accordo sulla promulgazione di leggi elettorali che non garantiscono un effettivo esercizio del potere da parte del popolo (del resto il bipensiero è una delle più affascinanti caratteristice della politica postmoderna).

Ecco, io questa cosa che bisogna approvare una riforma costituzionale perché se non ora quando, come se si trattasse di approvare una legge per il reato di tortura in Italia o per mettere fine alla servitù militare statunitense, proprio non la accetto (giusto per fare esempi a caso). Così come non accetto il fatto che se approvi il testo della riforma sostieni un governo bello, giovane e gagliardo, e al contrario se non approvi significa che nutri simpatie per la becera opposizione e/o gridi vendetta al cospetto di Dio agitando spauracchi di derive autoritarie …che non è che sarà questa riforma ad accentuare.

Sarebbe a questo punto il caso di entrare nel merito del testo di Riforma?  No! Sarebbe meglio non entrarci proprio nel merito, perché si tratta dell’ennesima iniziativa del governo e non dei rappresentanti del popolo, passata al vaglio di parlamentari nominati dai partiti, che modifica il Titolo V ritentando l’accentramento dei poteri e andando contro le autonomie territoriali, che faceva meglio a eliminarlo il Senato anziché trasformarlo in questa banderuola in perenne campagna elettorale. Perché a mio parere modifica l’ordinamento democratico peggiorandolo.

Qui il testo ufficiale della Riforma con testo a fronte

Qui le ragioni del NO

Qui le ragioni del SI

Leggete ed entrare anche voi nel merito, ma io non vorrei, perché per me è una questione di principio. Trovo che ci sia molta confusione tra i concetti di gestione e ordinamento dello Stato. Se si vuole cambiare l’ordinamento di uno Stato in funzione di una migliore gestione, è ben risaputo che l’oligarchia e la tirannide siano molto più “efficienti” della democrazia. Dato che l’ordinamento costituzionale di uno stato democratico moderno prevede la tutela della partecipazione pubblica e l’equilibrio tra i poteri sulla base di Principi Fondamentali (vedasi Parte Prima della Costituzione della Repubblica italiana), cosa c’entra l’efficienza? Non si cambia l’ordinamento di uno stato democratico mettendo al centro dell’obiettivo l’efficienza senza pensare che a qualcuno possano venire più di un dubbio formale e diversi timori sostanziali

L’ho letto il quesito, ho letto la riforma e il mio non sarà un voto di partito, ma un voto decisamente politico. Perché la mia scelta non sarà determinata da legami di fedeltà, ma frutto delle ideologie: quelle che qualcuno dice non esistere più, come se l’essere umano potesse mai smettere di pensare. Quelle per cui, per una buona democrazia, è importante non solo la forma, ma anche la sostanza, sono importanti la teoria e la prassi, i principi fondamentali e i metodi di salvaguardia di quei principi. Quelle ideologie per cui il vero progresso viene dalla resistenza al pensiero unico e soprattutto al partito unico. Le ideologie democratiche e antifasciste.

Siamo abbastanza informati e adulti e laureati in Italia per sapere quello che faremo, noi che trattenendo il sospiro metteremo la crocetta sul SI oppure sul NO. Ognuno di noi avrà le sue ragioni che forse l’altro non capirà. Comunque vada, non esulterò né mi dispererò. Cercherò di rimanere una libera cittadina con la voglia di continuare questo splendido sogno che vive di dibattito pubblico e cittadinanza attiva e si chiama democrazia.

 

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Fertility Day ovvero lo straordinario piano per l’incremento delle nascite

Obiettivi e strategie del Piano nazionale per la natalità, no scusate: fertilità. Ah, ma cosa c’entra? Ehm… boh.

Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro. Questo il titolo del documento di 137 pagine elaborato dal Ministero della Salute nel 2015 con lo scopo di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese“. Già qui sorge spontanea la domanda: al centro di queste politiche andrebbe davvero la Fertilità, con la F maiuscola poi? Perché proprio un piano per la fertilità, anzi per la riproduzione della specie, e non in generale un piano per la natalità, una politica per i nuovi nuclei familiari, non so, una strategia per favorire le adozioni anche a uomini e donne non in coppia, pensare a delle contromisure economiche, rivedere alcuni capitoli di spesa un po’ troppo alti da una parte e bassi dall’altra… No, la soluzione ai problemi del welfare italiano si affida al vecchio e caro #fatefigli perché saranno il bastone della vostra vecchiaia (se restano a lavorare lì dove sono nati e cresciuti). Qualcosa a metà tra il diritto individuale e il monito divino: non disperdere il seme.

1472739667_1472656883_non-1200x710-590x349Al fine di incrementare le nascite il Piano per la Fertilità si prefigge di: 1) Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio; 2) Fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale; 3) Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente; 4)Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione; 5)Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, GiornataNazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Potete consultare il documento qui: “http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf” .

Già dalla lettura della prima pagina ti verrebbe voglia di stampare il pdf solo per il piacere di darlo al rogo su pubblica piazza. Ma poi ti ricordi che, oltre a essere antifascista, femminista, antimilitarista, dato che le sfighe non vengono mai sole, sei anche ambientalista e così… cerchi di darti una calmata e pensare a un’alternativa. Tipo scrivere questo post.

200_laughLa Giornata nazionale sulla fertilità ha un bel nome inglese che fa figo “FERTILITY DAY”, dalla parola d’ordine inequivocabile: “Prestigio della Maternità”. Beeeello!!! Ma mi sono persa qualcosa? Da quando essere mamma in Italia non ti colloca su una posizione di prestigio? Ah… da quando le misure di tutela della maternità si sono fatte via via più instabili… forse. E poi: perché maternità e non anche paternità, o ancora meglio prestigio dei genitori? Ah… sarebbe stata una cosa troppo femminista, si rischiava di far pensare al ritorno del “gender” nelle scuole. In ogni caso, vado avanti con la lettura, anche se il Ministero per la Riproduzione della Specie, ops Sanità, non mi aiuta.
[…] Il nostro Paese si pone all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali, la cui analisi dettagliata esula dal presente Piano della Fertilità; fattori che comunque meriterebbero di essere approfonditi con attenzione.
Ma se il Piano per la Fertilità esula di scandagliare i fattori sanitari, economici, culturali e sociali… di che rivoluzione culturale è promotore? Ma che piano è? Davvero si pensa che con quattro slogan e immagini di questo tipo, mi verrà voglia di fare subito subito un figlio?
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E dire che nel progettino presentato, al paragrafo “media e campagna di comunicazione”, si trova scritto questo.
Il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre, il tempo costituisce già per la donna moderna un fattore critico, quanto piuttosto deve incentrarsi sul valore della maternità e del concepimento e sul vantaggio di comprendere ora, subito, che non è indispensabile rimandare la decisione di avere un figlio. […] Ovviamente si debbono trovare registri comunicativi e un linguaggio adatto ai target da raggiungere, che passi attraverso i media da loro più utilizzati e non venga percepito come moralistico.
Beh, possiamo tranquillamente affermare che a ‘sto giro l’agenzia di comunicazione ha toppato di brutto. A quanto pare la Ministra Lorenzin è pronta a ritrattare su queste immagini e slogan. In ogni caso, secondo il piano, la strategia innovativa per il raggiungimento degli obiettivi prevede il coinvolgimento delle scuole, la formazione specifica dei medici, l’organizzazione di incontri con la “gente comune”, per non parlare dell’istituzione del Giorno della Fertilità. Nelle ore di educazione sessuale a scuola in cui a fatica ti lasciano mostrare un preservativo in classe, si riuscirà a parlare di riproduzione ai fini procreativi, cioè, in ultima analisi, come Dio comanda?
Successivamente all’indirizzo politico presentato in questa prima parte del Piano, il documento entra nel merito scientifico. Se c’è qualcosa che effettivamente vale la pena di leggere sono gli studi effettuali dal “Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità” composto da una sfilza di professoroni universitari che potete leggere a p.17 con allegata bibliografia. In effetti, sull’analisi dei risultati non trovo nulla da dire, forse perché non è il mio campo, ma anche perché si tratta di una serie di relazioni sulla situazione demografica e sociale piuttosto concrete, comprese diverse indicazioni sanitarie didascaliche sull’apparato riproduttivo e sulle cause di infertilità (il riassunto dei risultati principali potete leggerlo da p.122). Il tavolo di studio sulla quale si basa il piano rileva cose interessantissime sia dal punto demografico, sia dal punto di vista sociale che senza dubbio vanno discusse.
giphy_mumAlla fine emerge la contraddizione di un’operazione che facendo finta di occuparsi della salute dei cittadini propone la riproduzione come fatto necessario, economico, urgente, che grava ancora una volta sull’immagine della donna e sul suo corpo, senza peraltro risparmiare l’uomo. E io, che sono il target, mi faccio una gran bella risata, perché la responsabilità della scarsa natalità non me la prendo proprio… Che comunque non sarà col fertility day che mi ricorderete che madre è bello, che padre è super, che avere fratelli e/o sorelle è meglio. Ci sono già i miei genitori, a ricordarmelo e anche il mio splendido fratello e la sua magnifica moglie, nonché altri miei fantastici amici, che se aspettavano le vostre politiche per la famiglia e la natalità, col cavolo che ne mettevano su una.
Digressione

Maxiprocesso No Muos #129grazie più 1000

Tutto sommato essere trattati come criminali mafiosi potrebbe avere un bel risvolto umoristico di pirandelliana memoria.

Chiariamo subito una cosa. Se sei uno o una di quelli che pensano che la guerra sia l’igiene del mondo puoi subito smettere di leggere. Così non perdi tempo. Anche perché, caso mai pensassi di cambiare idea, non è in questo post che troverai argomentazioni sopraffine e teorie della storia che cerchino di convincerti del contrario.

Chiariamo subito anche un’altra cosa. Io scrivo a difesa degli imputati. Anche se non sono un avvocato e forse non sarà molto utile ai fini processuali. Infine, cosa c’entra Pirandello? Celebre la metafora del saggio “L’umorismo”.

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

Così mi pare questa cosa del maxiprocesso. La vecchia signora potrebbe essero lo Stato italiano, il marito gli USA. Quelli che prima ridono e poi provano pena siamo noi, di voi.

Niscemi, Sicilia. Nella notte dell’8 agosto 2013 alcuni nomuos si erano arrampicati sulle antenne occupandole pacificamente per protesta. Nel giorno del 9 agosto la manifestazione – autorizzata – si era snodata lungo la sughereta ed era arrivata in prossimità della rete della base regolarmente. A questo punto alcuni, armati di pericolosissima cesoia, tagliavano un pezzo di rete e  si introducevano dentro la base incontrando in effetti ben poca resistenza da parte delle forze dell’ordine. Ed erano stati seguiti da tantissimi, migliaia, di manifestanti che, nel fare questo, attentavano alla vita di non si sa bene quale poliziotto che passava di lì per caso senza ginocchiere. La giornata era stata memorabile, storica. Per la prima volta si occupava, pacificamente, il suolo militare statunitense in Italia. Senza dilungarmi su questioni di legittimità dell’azione e altre amenità politiche, sappiate solo che il fatto storico è avvenuto a conclusione di un anno molto particolare che vi invito a leggere qui su – OLTRELERETI.ORG.

Nel corso di questi ultimi anni sono successe tante altre cose, naturalmente. Nel frattempo, è arrivata la conclusione delle indagini per quei fatti e un altro risalente al 2014 in cui alcuni attivisti si impegnavano in un’altra incursione. Ad oggi sono 194 le persone a processo, ma il numero potrebbe ancora aumentare. Il maxiprocesso si farà. Non siamo di fronte a un “tentativo” di criminalizzazione dei movimenti sociali, ci siamo proprio dentro. Ancora una volta il precedente doloroso in Val Susa.

Insomma, vedrete un sacco di immagini “violente”. Vedrete la rete divelta e molti che la attraversano “violentemente” passeggiandoci sopra. Vedrete persino qualche fotografo o giornalista che per amore della notizia è finito tra gli indagati. Vedrete tanta gente armata di un bel niente. E quindi, capirete anche voi che i giudici e gli avvocati dovranno usare tutto il senso dell’umorismo che hanno.

Dico io… ma davvero dovete farci perdere tempo e denaro, davvero vi metterete a fare il processo a gente così? Venite  vedere con i vostri occhi lo scempio e a conoscere i veri criminali il 2 ottobre – ManifestazioneNoMUOS.

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