Lettera di una professoressa al climate strike

Cari e care,

oggi partecipo al “climate strike”, allo sciopero per il clima che si è indetto a distanza di un anno dal primo, nuovamente a livello globale.

Partecipo per coerenza personale e didattica, perché fin dall’inizio del mio lavoro, come insegnante di scuola pubblica, ho più volte scelto di dedicare del tempo a parlare con voi di cosa succede nel mondo, di cosa ci aspetta, a raccontarvi delle emergenze che ci troviamo ad affrontare. Prima di tutto per un senso di responsabilità accademica, in quanto vostra insegnante di geografia e storia, non da ultimo per responsabilità professionale, come insegnante di educazione linguistica e civica.

Partecipo dunque e con convinzione personalmente, in quanto giovane insegnante e perché a gestire il cambiamento siamo e saremo insieme, e ne saremo coinvolti nel bene e nel male. Ogni giorno o quasi sono al vostro fianco nel vostro percorso di crescita, ma sono anche al fianco di una comunità di persone in formazione, che iniziano a prendere parte attiva alla costruzione di un società che sappia tutelare la casa di cui siamo ospiti, il nostro comune giardino, l’habitat di miliardi di altre specie e esseri viventi con cui condividiamo e con cui dovremmo celebrare la gioia, il mistero se volete, della vita.

Partecipo un po’ anche a prescindere, perché non dobbiamo smettere mai di prenderci cura l’uno dell’altra, di provare empatia e manifestare solidarietà nei confronti di chi difende e preserva il luogo che abita e la società dalle ingiustizie, e che può trovarsi vicino a noi ma anche in ogni parte del mondo (soprattutto in questo specifico caso), ed è da molto, troppo tempo, oppresso, bistrattato, non ascoltato.

In pochi avrebbero scommesso sulla vostra generazione, che se già la mia era considerata quella bambocciona e cresciuta nel benessere (avevo diciassette anni, quindici anni fa) figuramoci la vostra. Ma io invece, più vi guardavo muovere i primi passi, più ci scommettevo. Perché avete sempre avuto una forza incredibile, che la mia generazione viveva solo nel suo potenziale, ma che non aveva ancora a livello pratico tra le mani. Voi potete organizzarvi direttamente oltre i confini, oltre le barriere linguistiche, oltre i pregiudizi e gli stereotipi. Potete accedere alle informazioni e potete scambiarle alla velocità della luce.

Crescerete, ma fate tesoro di tutto questo e delle competenze di cittadinanza globale che state sperimentando e acquisendo, o che sperimenterete e acquisirete tra poco. Non smettete di studiare e di condividere il sapere, di incontrarvi, di farvi domande ed esigere risposte da chi sa e vi mente sapendo di mentire. La corsa contro il tempo forse non la vinciamo, ma la società del futuro, di quella saremo parte sicuramente noi. Non sarà facile, ve lo dico, soprattutto se non rimaniamo uniti, se non intessiamo relazioni positive e profonde, se smettiamo di allenare l’ascolto, se perdiamo la voglia di fare e di reagire.

Non dimenticate mai che prima di voi e anche in questi anni, sono stati tanti e tante a battersi per il cambiamento, e spesso sono stati uccisi, uomini e donne, proprio perché si opponevano e contrastavano il sistema economico capitalista, le grandi multinazionali del pretolio e del gas, la deforestazione selvaggia, l’abuso e il controllo delle risorse idriche, l’inquinimanento, le guerre e le grandi industrie, i soprusi di chi si arricchisce sfruttando tutti e tutto. C’è chi lotta e ha lottato con azioni e parole, con tutto il corpo per quello che a gran voce oggi chiedete e giustamente esigete!

La società del benessere si è nutrita e arricchita, e continua a farlo, a scapito del malessere di molti, molti di più di noi, per quanti possiamo essere, in questo momento per le strade e nelle piazze. Le prime vittime dei cambiamenti climatici, e anche i primi a manifestare il problema, sono stati – fin dagli inizi delle rivoluzioni industriali – proprio popoli, persone, da sempre abituate a vivere con poco e anche niente. Ascoltateli, scopriteli, proteggeteli, costruite una rete di solidarietà e di condivisione del sapere, di dialogo interculturale alla pari e di livello globale. Sapere è potere, e la vostra generazione ha un’opportunità di accesso alla conoscenza mai conosciuta, da fare invidia alle migliori menti del passato! Un mio studente una volta, per fare una battuta, mi disse “Prof, ma davvero la pensavano così a quel tempo? Cioè mi sento intelligente persino io!” E io gli ho risposto: certo che lo sei! Ognuno di voi, tra quelli che hanno il privilegio di studiare e di poter usare la conoscenza acquisita del passato, parte di sicuro da un gradino più alto.

Perciò, costringeteci a fare in modo che la resistenza ambientalista finalmente abbia il suo spazio nei futuri libri di storia, che diventi materia di studio, dibattito e critica costruttiva. Altrimenti vi e ci seppellirà il greenwashing, che se volete ve lo spiego che cos’è, ma che non si dica che non vi avevo avvisati.

La vostra Prof.,

quella che riempite di orgoglio spesso e volentieri.

Artico

Per i geografi comincia con una linea nella mappa, il Circolo Polare Artico, latitudine 66°33’39”. Per i climatologi l’Artico è un’area definita dalla temperatura, per i biologi è un modo di descrivere un ecosistema, per chi si occupa di geopolitica è una regione che s’estende molto più a sud del Circolo Polare, delimitata dalle ambizioni degli Stati di rivendicare un ruolo artico, come nel caso della Cina, di Singapore, dell’Australia, ma anche dell’Italia. L’Artico però, prima di tutto, è un’idea. Perlopiù sbagliata.

Artico, la battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian

Il Grande Nord di Mian

Artico. La battaglia per il Grande Nord, Marzio G. Mian, Neri Pozza 2018

La conquista del Nuovo Artico è un selvaggio Far West internazionale, affollato da uno sceriffo internazionale che se ne sta al caldo in riva al Tamigi. Tutto molto esotico ed eccitante. Un’arena di gladiatori che lottano senza tante regole. L’ultima delle ultime frontiere è, sopra ogni cosa, un continente di struggente bellezza e sul punto di cambiare per sempre. Perfetto per essere invaso da milioni di turisti e da navi da crociera.

Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord – 2018

La storia di come ho conosciuto questo libro è semplice. Ne ho sentito parlare alla radio, probabilmente Radio3, e me lo sono segnato, poi me lo sono dimenticato, poi ho cominciato a ricordarlo spesso ma non trovavo il foglietto con l’appunto preciso, poi ossessionata dal fatto che mi ricordavo benissimo il tema e l’approccio – forse era un’intervista con l’autore? – ho tentato la ricerca online su parole chiave ma senza risultato. Poi ho ritrovato il biglietto e finalmente eccolo qua, dopo un anno tra le mie mani: letto, sottolineato, stropicciato.

Artico. La battaglia per il Grande Nord – Un libro da leggere tutto d’un fiato. Avvincente e intrigante, colpi di scena, grandi imperi e grandi superfici, spystories, voci dimenticate, inascoltate o messe a tacere, oppressi e oppressori in lotta per la sopravvivenza, paesaggi selvaggi e tanta ancestrale décadence. Per gli amanti delle classificazioni di genere una non-fiction d’eccellenza. Reale da morire.

Bravo Marzio G. Mian, con questo racconto giornalistico il tuo viaggio diventa per me progressivamente un viaggio nella conoscenza, arricchito da quella letterarietà – di tradizione odeporica, dovrei dire, da geografo e antropologo – insomma, che però spiega, dannatamente e lucidamente spiega, cosa diavolo sta succedendo e dove e perché.

Cosa diavolo sta succedendo – L’Artico si sta sciogliendo. E questo è il fatto di partenza e fin qua siamo abbastanza preparati. Ma presto viene demistificata l’immagine triste dell’orso polare triste. Qua il punto non è l’orso polare che ci fa tanta tenerezza.

E dove – Al Polo Nord. O meglio, nel Circolo polare artico. Di cui abbiamo in testa solo immagini piccole perché a scuola studiamo solo la terra guardandola su mappe che hanno al centro l’equatore e, si dovrebbe sapere, che poi i poli risultano cartograficamente, visivamente, più piccoli, ma non è proprio così è che sono schiacciati perché è impossibile riprodurre su un piano una sfera – repetita iuvant. L’Artico sta cambiando, si sta sciogliendo e sta allo stesso tempo è diventato e sempre più sarà il nuovo centro del mondo, economico e politico. “Il 90 per cento del commercio internazionale avviene tra Asia, Europa e Nord America, e l’Artico è la bretella di congiunzione fra i tre continenti.” p.155

Guardate come sembra piccola piccola la nostra Grande Nazione!

E perché – Stati Unita da una parte, Russia e Cina dall’altra, Europa sconnessa e in bilico, autodeterminazione di alcuni popoli e di altri no, basi militari già dalla Guerra Fredda e che ve lo dico a fare, impianti di estrazione e bombe ecologiche pronte ad esplodere, crisi umanitarie lente e progressive, giacimenti di nickel, rame e petrolio come se non ci fosse un domani, e in effetti il domani sembra non esserci più per l’Artico. Da una parte il devasto che si porta a compimento, come eredità della grande storia colonizzatrice del caucasico carattere dell’homo sapiens, tutto patriarcato e sfruttamento? Dall’altra nuove opportunità per una delle periferie degli imperi più misterica, la terra degli iperborei, il grande nulla o il grande pieno a seconda dei punti di vista ma di sicuro, da non sottovalutare ahimé, la reiterazione del progresso alla capitalista maniera, che propone facili occasioni di “sviluppo” mercificando qualsiasi idea, compresa quella dell’identità e dello spirito del tempo, del patrimonio naturale con riconversioni turistiche, conversioni portuali e urbanistiche di intere nuove aree, data la localizzazione geografica ormai sempre più ice-free, con temperature sempre più facili da sopportare. Un laboratorio di sperimentazione dunque, dove convivono e quasi ci affascinano l’efficienza e la presunta felicità di stati-nazione (Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda) che fanno scuola di green-economy e di società liberata tutte da imitare, sì certo, ma costruite sulla contraddizione e sulle spalle di uno sfruttamento del territorio che si arricchisce grazie al cambiamento climatico, ciò che dice con bei discorsi di voler combattere e anzi si pone come modello di buone prassi? Ma soprattutto ci sono arsenali e basi militari. Tante e brutte brutte. Uno dei posti più inquinati dalla presenza atomica al mondo e comunque già pronta a scatenare l’inferno. Non è una questione di Est e Ovest, la fine del polo Nord finalmente fa cadere anche l’ultimo velo di Maya. Non esiste ideologia buona e ideologia cattiva, liberale e meno liberale, non esiste teoria buona e prassi migliorabile, etica-morale e necessità-praticabilità, non può esserci spazio per la giustizia se la gestione dell’òikos – casa, famiglia, nell’antica grecia, termine da cui deriva economia – è la stessa e si fonda sul mito capitalista.

Ma che me ne frega a me che me ne sto a leggere nel mio giardino settembrino in Sicilia – La storia contemporanea della scomparsa dell’Artico, Marzio G. Mian la condisce ad arte e tra gli aneddoti – che di aneddotico in senso letterale hanno ben poco – ce ne sono alcuni tutti italiani. In questa storia l’Italia è sempre stata protagonista, per esempio ai tempi delle imprese artiche sotto il fascismo e con l’italico ardimento di Umberto Nobile. Ancora oggi con l’ENI in prima fila nella spartizione della miniera d’oro che fa impallidire, a quanto pare, la storia dell’Arabia Saudita. Quando poi mi cita Ibsen e Pirandello, ecco, mi rendo conto alla fine del capitolo di non aver mai percepito il circolo polare artico più vicino alla mia appartenenza geografica e culturale.

E comunque se vi serve qualche notazione tecnica rispetto al problema globale derivato dalla scomparsa dell’Artico, eccola qua ben spiegata.

La perdita di questo patrimonio (il ghiacciaio artico) significa entrare in quella che il climatologo americano Mark Serreze ha chiamato spirale mortale, la fine del sistema termodinamico e climatico finora conosciuto in presenza di un Artico palaka, come direbbero gli eschimesi, molto freddo e ghiacciato; va in tilt quel sistema anticiclonico che azione, per dire, il jet stream globale, le correnti atmosferiche ovest-est ora però sempre più flebili, tanto che le masse di bassa pressione ristagnano, si espandono e diventano bombe atomiche d’acqua e vento pronte ad esplodere, soprattutto a fine estate, in fenomeni devastanti eccezionali. […] Insieme ad esperti come Carlo Carraro ex rettore di Ca’ Foscari e riferimento per del Centro Euro-Mediterraneo per il Cambiamento Climatico, ho provato a fare due conti sull’impatto economico per l’Italia, associando varie voci dall’agricoltura, alla pesca, al turismo, al dissesto idrogeologico: una bolletta climatica che ammonta tra i 30 e i 50 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni. Calcoli indicativi ‘perché soprattutto nelle aree temperate del pianeta, l’incognita Artico non permette di fare previsioni razionali’ mi ha detto Carrara.” pp.76-77

Davvero mi viene difficile enucleare le storie e le informazioni così bene assortite nel libro per cui ne raccomando la lettura, anche perché devo dire che mi pare alla portata di tutti, scorrevole e breve. Però qualche rinforzo alle mie idee e agli studi precedenti ne ho tratto. Soprattutto da alcuni punti di vista.

  • La storia delle popolazioni eschimesi e del Grande Nord, le interviste e le note di folklore contenute in questa narrazione – anche a tratti giustamente antropologica – dimostra e dimostrerà ancora una volta questo: che a pagare le spese, la bolletta, del cambiamento climatico sono e saranno coloro che a vivere con poco, ad essere ecologicamente sostenibili, lo sanno fare da sempre: gli Inuit ad esempio e in questo caso.
  • Il connubbio guerra, economia capitalista e distruzione sociale e ambientale è operante e vivo e il suo impatto nell’Artico è impressionante. La presenza militare ha macchiato per sempre il luogo e la contesa bellica fra gli stati-nazione e le proprie economie da “difendere” hanno non solo portato alla proliferazione nucleare, ma hanno inquinato irreparabilmente e continuano a essere il motore di questo falso progresso in cui a vivere nel benessere sono in pochi e a esserne felici ancora in meno. La guerra, la militarizzazione e la necessità della ricorsa alle armi è solo l’altra faccia della stessa maledetta medaglia. L’apparato militare ha bisogno di risorse economiche per aver ragione di esistere, le risorse economiche hanno bisogno dell’apparato militare per essere conquistate o difese.

Non risparmia nessuno Marzio G. Mian. Racconta delle più recenti amministrazioni imperialiste USA, del Canada, dell’Europa, della Russia da Stalin a Putin, della Cina, e qui e là gli intrecci con gli stati dell’Europa del Nord senza passarne sotto silenzio il loro uso della retorica, compresa quella fantasy, del “Nord”. Accenna anche il danno dell’ambientalismo facilone, quello di alcune campagne animaliste che hanno messo in seria difficoltà la popolazione Inuit, ma non i grandi pescherecci, una popolazione talmente forte da riuscire a sopravvivere in condizioni estreme, ma all’occorrenza considerata incivile, sottosviluppata e anacronistica dal nostro superiore, acculturato e ipercorrettista – persino nel suo essere ambientalista ammettiamolo – punto di vista occidentale.

I canadesi lo chiamano northern character, lo spirito del Grande Nord, che evoca l’esplorazione, l’intraprendenza in condizioni difficili in luoghi bianchi, isolati, incontaminati. Ma è una convenzione del pensiero occidentale credere che tutte le creature siano spinte a esplorare, che gli esseri umani cerchino terre nuove, spronati dalla ricerca di prosperità. “Si è ammantata di poesia e di romanticismo una rapina” mi dice Tony Penikett, due volte premier del territorio canadese dello Yukon e per vent’anni al tavolo dei negoziati per l’autogoverno. (p.199-200)

C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno. C’è chi tenta di cavalcare le onde, immense, di questo nuovo Oceano. Da un punto di vista storico tradizionale, sembra una ragionevole occasione di riscatto, un’opportunità di protagonismo e non quello che è, nient’altro che il solito specchietto per le allodole che ahimé molti dei nostri territori, sperimentano e hanno sperimentato allo stesso modo. La colonizzazione del pensiero capitalista e la chimera del benessere all’occidentale maniera, la chimera della riccanza, si dovrebbe dire per capirci, affascina e strega tutti. Chi non c’è cascato?

In questa parte di pianeta il bicchiere del global warming è mezzo pieno. E si brinda. Nel Grande Nord difendono il sacrosanto diritto di trasformare un problema (per il resto del mondo) in un’occasione storica imperdibile. Pianificazioni immaginifiche, business plan, cantieri, bulldozer, investimenti. Brochure digitali annunciano un futuro adrenalinico, sembra fantaeconomia ma è un mare di opportunità grande pressocché quanto il Mediterraneo. Più il ghiaccio si rompe, meno rotture di scatole per cavalcare l’onda. (p.153)

E così persino da qui, ancora una volta, me ne sto anche io sto dalla parte degli inuit, perché mi piace stare dalla parte di chi perde? Per compassione? Non so, penso più per semplice legame empatico umano e perché non potrebbe dirlo con parole migliori Marzio G. Mian quando a un certo punto scrive: “Produciamo benessere senza trovare mai la vera felicità”.

L’Artico. Anzi il Nuovo Artico: aqua nullius?

Ne hanno scritto climatologi, oceanografi, economisti, esperti di geopolitica e strategia militare. Lavori che contribuiscono a diffondere consapevolezza sulle cause e le conseguenze del cambiamento climatico nella regione più fragile del pianeta. Si tratta tuttavia di studi settoriali per addetti ai lavori e declinati al futuro sulla base di proiezioni e algoritmi. Materiale prezioso, ma freddo, tendenzialmente apocalittico e privo di quegli ingredienti umani senza i quali il quadro resta sfuocato e improbabile. Quasi fantascienza. E così quel che accade lassù continua a essere percepito come il problema d’un altro pianeta. Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze dispiegate sul campo di battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime delle frontiere. – Marzio G. Mian in conclusione

E ci sei riuscito. E chi non legge questo libro si perde proprio un pezzo di storia contemporanea ben scritta. Con tutte le critiche e dibattiti del caso, se lo leggerete scrivetene e fatemi sapere, che ben vengano!