Numero atomico 74

Primavera che tardi a venire e mi cogli così all’imbrunire: annoiata e delusa ma ancora irredenta. Perché indugi tra i rami stecchiti? Perdi tempo a far le ciance tra i nidi delle gazze, domandi delle cince…

Non piove nemmeno questo cielo piemontesino, lattiginoso e scontento. Mi affaccio soltanto per odorarne l’atmosfera. L’aria scorre libera, lei, finalmente pulita e leggera.

Primavera che tardi a venire, mi lasci così all’imbrunire: stanca di nulla, con gli occhi bianchicci e il viso color del tungsteno.

Andrà tutto bene? Sì, e chi lo sa. Nel frattempo mi tocca restare qua.

L’Italia chiamò – Covid rispose: “Hello!”

Da oggi la Lombardia e diverse zone della Val Padana sono state dichiarate zone rosse. Non si entrerà e non si uscirà se non per ragioni estreme. Non c’è ancora l’esercito, non si sa bene come si manterranno i controlli ma.

In questa domenica funesta per tanti studenti e lavoratori e lavoratrici, per tanti figli di mamma persi tra le nebbie della Val Padana io lo so, e lo capisco, che viene voglia di fuggire. Lo so e lo capisco e in qualche modo rispetto anche il fatto che ognuno di voi stia decidendo che la cosa migliore sia andare via da qui e anche che sia meglio non pesare sul sistema sanitario della regione di accoglienza e preferire il disservizio della propria regione di nascita, motivo per cui ne è fuggito a sua volta. Questo fa onore a voi e alle vostre famiglie e sicuramente darà respiro a quanti negli ospedali si stanno prodigando oltre il loro limite umano e che da giorni stanno chiedendo buonsenso e senso civico.

Però vi chiedo solo una cosa: se tornate a casa, non abbracciate i vostri genitori né i vostri nonni. Chiudetevi nella vostra stanza per due settimane, non incontrate gli amici. Chiedete prima di dire: “Ehi ciao sono in piazza chi si beve un caffè – Vi va? Avete genitori anziani, oppure familiari a rischio?” Comportatevi come si deve. Due settimane passano in fretta tutto sommato, soprattutto se avete il supporto psicologico di amici e parenti. Io non ce l’ho ed è stata una settimana difficile in cui ho dovuto rinunciare a uno degli eventi più attesi e importanti per me e non si tratta di un grande evento, ma di un piccolo evento familiare che ho perso per sempre perché non si ripeterà. La mia forzata assenza è stata capace di distruggere la mia solidità per 48 ore e come l’ho superata? Grazie a video chiamate di ore.


Per cui vorrei dare un suggerimento anche ai genitori, ai nonni, agli amici e ai parenti. Il supporto psicologico non consiste nel dirci: ma sì gioia vieni qua, oppure io paura non ne ho. Consiste nel dire: sì stai a casa, stai facendo bene, non ti preoccupare ti chiamo, nel chiedere che fai, come stai, facciamo il countdown dei giorni che mancano alla fine del tuo auto-isolamento. Vi prego. Dimostriamo dignità, almeno questa volta. Non ci manca il cibo né il bere né nessun genere di prima necessità! Non andiamo nel panico, non ce n’é bisogno, lamentiamoci, polemizziamo, intasiamo le chat, ok.

C’è bisogno davvero di solidarietà e rispetto.

Nei confronti di chi lavora nelle terapie intensive, nei pronto soccorso, nelle corsie di emergenza dove nessuno ti giudica prima, ti chiede chi sei e da dove vieni e se te lo meriti, ma innanzitutto pensa a come mantenerti in vita.

Un saluto dal Piemonte, ancora mezzo salvo anche se un po’ spezzato.

Hashtag Coronavirus, Manzoni ai tempi del …cos’era?

Vorrei avere la penna e la conoscenza e la capacità e le possibilità di Alessandro Manzoni per raccontare la peste di questo mondo. Vorrei che mi apparisse tra gli incubi di questo sonno della ragione a indicarmi con la mano il castigo divino che mi spetta perché l’arte deve avere: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”. E invece io continuo a muovermi indecisa tra il sentimento postmoderno decadente del cedere all’auto-intrattenimento/isolamento volontario e la psicosi da Cassandra che mi farebbe urlare come una pazza per strada: “Moriremo tutti!”. Vorrei che come un poltergeist passasse di schermo in schermo a ricordare la Colonna infame che non siamo altro.

“Pusillanimi” ci direbbe a noi studiati, a noi con le scuole alte.

Ognuno di voi sa bene che il problema è e non-è la peste. Il problema è la mancanza di lungimiranza, l’idiozia, la superficialità, l’ignoranza.

Ognuno di voi sa perché il coronavirus è un problema. Perché i nostri grandi paesi, le nostre grandi nazioni, all’emergenza non sono preparati. Non siamo preparati perché il sistema capitalista globale prevede la sopraffazione continua dell’uno sull’altro a colpi di PIL. Prevede la strumentalizzazione dell’alta formazione e dell’istruzione di massa ad uso e consumo industriale, tecnologico-commerciale. Prevede il liberalismo economico e di governo con lo scopo di mantenere e/o creare nuovi stili di vita/mercato. Non prevede strumenti per affrontare le crisi, anche queste funzionali al suo stesso riorganizzamento e assestamento. Non prevede democrazia e dibattito, non prevede solidarietà sociale. Non prevede l’intellettuale impegnato. Non prevede che i consumatori imparino a leggere e a scrivere per pensare, ma che apprendano nozioni e meccanismi psicologici utili a veicolare le emozioni più redditizie per l’andamento economico. Ma poi arriva qualcosa a turbare il sistema, per esempio una liberissima informazione che vive di click e pubblicità e che fa panico fino a ieri e che poi però, dall’oggi al domani ricevuta la velina, ridimensiona perché adesso basta: bisogna “salvare i mercati”, non vorrete mica la recessione? Quindi state tranquilli, limitate gli spostamenti sì, ma è tutto sotto controllo, basta lavarsi frequentemente le mani, stare a un metro di distanza. Le scuole? Vediamo se è il caso di aprirle, sì. Il sistema sanitario? Modello esemplare in tutto il mondo è il nostro. Va tutto bene.

Non va bene per niente. Si dovrebbe riconsiderare seriamente l’ipotesi della cooperazione internazionale, ridare centralità ai percorsi di pace e di collaborazione ormai dispersi e vinti. Dovremmo approfittare delle reti sociali attive, nonostante tutto, su scala globale per i diritti umani, per la difesa dell’ambiente, per lo sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze. Cercare e adottare prospettive di soluzione globale a problemi locali. Questo è quello che dovrebbe insegnare questo virus che se ne frega del PIL e se ne frega dei confini e della propaganda nazionale. Questo è quello che le comunità di intellettuali e di scienziati internazionali cerca di promuovere da tempo, rimanendo puntualmente inascoltata. Sto sviando il discorso dall’emergenza coronavirus? Ognuno di voi con le scuole alte, manipolatori, politicanti e affaristi compresi, lo sa che non è così.

Ah! Ma che stupida. Non si può certo fare. Significherebbe sospendere la produzione e la vendita di armi, per esempio. Significherebbe puntare non sui mercati ma sulla sicurezza, sulla protezione civile. Significherebbe dirottare risorse sulla comunicazione sociale, sulla convivenza pacifica e solidale, su scuole e ospedali sicuri, accessibili e pronti a tutto e a tutti. Significherebbe pensare alla cura del mondo e non alla malattia dell’individuo. Significherebbe dirsi la verità in faccia e smettere di giocare a rimpiattino. Non si può fare. Lo so. Perché le risorse economiche non ci sono, perché le abbiamo sperperate in nome del PIL. Quindi, sostanzialmente, ormai gestire la crisi significherebbe perdere il potere e la centralità, forse darla vinta agli attivisti, ai “No Global”, ai “centri sociali” giammai! Significherebbe propagandare l’idea che si deve vivere anche con meno, che bisogna sacrificare qualcosa del nostro benessere e risparmiare. Che poi, riflessione a margine, in cosa si traduce il nostro benessere: nell’essere liberi di correre al supermercato per comprare 100 kg di pasta e le scorte di amuchina per due settimane, mentre gli ospedali collassano per mancanza di mezzi e personale? Ah… ma arriverà infine l’esercito italiano a rendersi utile! Macché, controllano chi entra e chi esce, supervisionano la gestione della crisi rimanendosene con il mitra in mano e magari, se capita, sparano tre colpi a un ragazzino che voleva rubargli l’orologio, per giunta, come si è permesso (!), fuori dall’orario di lavoro – ché servizio, il tuo, non me la sento di chiamarlo.

Nel mondo capitalista di cui faccio parte siamo arrivati al punto che risulta preferibile la demagogia, la dittatura, la repressione.

“Credevate davvero nel socialismo del capitale, nel liberalismo democratico? Credete ancora nel totalitarismo e nella restaurazione dei confini? Pusillanimi e fanfaroni e forse anche gran felloni” – vi direbbe Alessandro Manzoni. E pregate e pentitevi, aggiungerebbe, che ne avete di bisogno.

Forse qualcuno un giorno farà storia e mi spiegherà a che cosa è veramente servito tutto questo processo e progresso. Io non arrivo a capirne di più e né pretendo di arrivarci, le mie sono solo intuizioni frammentarie e dettate da letture e studi non sistematici. So solo che presto avremo ancora IMMIGRATI(!). Presto avremo di nuovo la RECESSIONE (!). Presto ci sarà qualcuno che accuserà e abbaierà: “I RESPONSABILI DEVONO PAGARE!”. Presto sarà ancora emergenza ma a saldare il conto non si presenterà proprio nessuno e saranno di nuovo pochi, i soliti ignoti, quelli disposti a rimboccarsi le maniche, a prendersi delle responsabilità e a fare piccole grandi cose, loro malgrado diventando di tanto in tanto eroi di una parte di società, comunque per lo più ingrata e che li dimenticherà in fretta. E forse tra qualche secolo nascerà una Alessandra – una difensora che ci racconterà e ci guiderà fino “al sugo della storia”. Ma noi, noi di questo reo tempo, non ci saremo e così non avremo da vergonarci.

Benjamin A Vierling