Te la dò io l’Italia

Ovvero, la mia personale descrizione del luogo che abito e della storia che so.

Italia

Storia politica, un breve excursus. Espressione geografica evolutasi piuttosto imprevedibilmente in stato nazione retto da monarchia costituzionale, all’atto di fondazione si professa di cultura tendenzialmente latino-cristiana risciacquata in Arno ed allungata a tarallucci e vino. Si distingue nel corso della storia per il suo campanilismo e regionalismo strutturale, nonché genuinamente popolare. Costruitasi nel corso di circa cento anni, con molta fatica e impegno, una società che riesca a condividere ai fini comunicativi l’italiano come lingua seconda, questa difficoltà sembra comunque persistere sotto forma di diffidenza reciproca. Cosa che pare ripercuotersti sulle vicende dei vari governi succedutisi nel periodo di regime democratico, spesso impossibilitati a concordare linee d’azione nazionali o per lo meno utili alla maggioranza e non solo alla minoranza, definita da buona parte dell’opinione pubblica: corrotta, mafiosa, opportunista e così via. Sopravvissuta a diversi tentativi di colpo di stato e di sovversione tra gli anni Settanta e Ottanta, rimasti tutt’oggi un mistero, è tuttavia un segreto di Pulcinella il fatto che l’Italia sia molto importante per i grossi capitali internazionali quali quelli del gas, del petrolio e dell’industria militare. L’Italia, da anni parte del Gruppo dei Sette (G7 e G8), pare godere del diritto di parola alle riunioni, ma non pare eserciti o abbia mai esercitato alcun diritto di opinione. Nonostante non faccia comodo a nessuna delle grandi potenze mondiali una sua instabilità, di solito si opta per l’utilizzo della strategia denominata del “filo del rasoio”, onde evitare strane deviazioni dalla norma.

Società. Coloro che abitano all’interno dei confini dell’Italia di solito non si definiscono italiani, ma si presentano col patronimico: “sono figlio di…”; oppure col toponimo di siciliano, piemontese, marchigiano, umbro, napoletano, romano e così via.

Hanno in comune anche diverse altre cose.

  • Una spiccata attitudine per la buona tavola, il fare musica, poesia e caciara.
  • Ottima tolleranza nei confronti delle ingiustizie.
  • Evidente vocazione al nomadismo e alla colonizzazione di millenaria tradizione greco-araba-normanna-longobarda-veneziana.
  • Capacità di convivenza pacifica, consolidata da millenni, con Roma e il Vaticano.
  • Amano passare buona parte dell’Estate sulle coste del Mar Mediterraneo.
  • Possiedono una certa ingenuità e inconsapevolezza di sé accompagnata da sincera gioia di vivere e una risata contagiosa, cose che tutto sommato sono quelle che nel mondo gli si invidiano di più.

La sfida del nuovo millennio. All’alba della Terza Repubblica l’Italia ha visto la demagogia raggiungere finalmente definitivamente il potere, grazie all’affermarsi di una nuova e ingegnosa tecnica per truccare le elezioni che lascia davvero le mani pulite. Questa consiste nel promettere che: “davvero davvero faremo faremo faremo”, salvo poi sistematicamente disattendere qualsiasi promessa, cammuffandola grazie a giri di parole e ars retorica che, sempre per il famoso problema linguistico di cui sopra, la maggioranza degli abitanti del territorio italiano fatica a decifrare. Da rilevare, infine, che alcune vivaci caratteristiche proprie delle storiche opposizioni popolari, quali le rivolte cittadine e contadine, le rivolte del popolo e della borghesia, grazie alla rivoluzione di internet hanno trovato il giusto canale di sfogo.

La questione Italia, definizioni e letteratura. Essendo per natura un territorio navigabile, valicabile, percorribile a piedi o su ruota, cavalcabile a dorso di cammello, mulo o stallone e pure con un bel clima, quindi “volabile” con aereo, deltaplano, parapendio, mongolfiera – anche se solo per altri dieci anni ancora – si è periodicamente ripresentata la questione Italia, in termini di delimitazione e difesa dei confini interni ed esterni, giungendo nel corso della storia a creative soluzioni quale quella dell’invenzione di barriere culturali e legislative, linguistiche e sociali, soprattutto laddove obiettivamente se ne sarebbero trovate ben poche, tra Nord e Sud della penisola ad esempio, tra città e campagne, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo per fare altri esempi. Nonostante gli anni Duemila abbiano sancito l’ingresso dell’Italia nel panorama europeo e nel villaggio globale, permane una certa ostinazione al provincialismo quale caratteristica propria (vedi campanilismo e regionalismo), che non permette agli abitanti del territorio italiano di percepirsi al sicuro se non quando fuggono – cioè emigrano regolarmente, con costanza e determinazione – in altri territori. Per ovviare a questo problema, i rimasti in genere si sono sempre attivati affinché i professionisti del malaffare e i furbetti del quartierino, in altri tempi denominati traditori della repubblica o del popolo, tengano sotto controllo la situazione e si prodighino perché: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” come cita il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, uno dei testi più amati dalla politica insieme al Principe di Machiavelli.

L’Italia alle soglie del nuovo ventennio. Nel 2018, l’incredibile e affascinante storia d’Italia è giunta quasi alla fine della sua parabola. In questo senso, è rilevante notare lo spostamento semantico rappresentato dall’uso di tre parole per riassumere un’epoca che, se durante gli anni Novanta erano “sole cuore amore”, sono al momento in cui si scrive “prima-gli-italiani”. Poi le donne in età fertile. Poi casomai i bambini bianchi o al massimo olivastri, ma non troppo.

Prospettive. Il primo Ventennio del nuovo millennio lascia in eredità ai futuri abitanti del territorio italiano tutte le appassionanti contraddizioni di sempre, aggravate da una rinnovata e diffusa impossibilità e incapacità di comunicazione, dall’analfabetismo di base e dalla fine della grande tradizione educativa e pedagogica per decenni faro nel mondo – e questo viene detto senza ironia. Chi può, naturalmente, si affretta a rifugiare su Marte o alla peggio rispolvera antichi alberi genealogici recuperati nel cassettone di nonna, per cercare su Facebook un cugino di terzo grado che vive in Papuasia o in qualsiasi altro continente che non sia quello europeo.

L’alternativa

Un post ai limiti del pensiero debole e all’insegna di utopie perdute? Non so se lo leggerei. Però almeno sono sincera.

Inizio questo nuovo autunno con la netta sensazione – non più nuova – di stare perdendo pezzi e di essere parte di una deriva che a tratti sembra quasi immaginata, ma che curiosi, analisti, storici, sociologi, economi e quanti altri, danno per scontata. Anche se credo nell’imprevedibilità della storia, il ripetersi delle mie stagioni vince qualsiasi entusiasmo, sia di catastrofismo sia di rivoluzion-ismo.

Potrei affermare di aver vissuto diverse rivoluzioni: la caduta, poi ricaduta, poi ricaduta del Berlusca, la sinistra riunita nel PD di Bersani, la presa di Roma di Matteo Renzi il Giovine, la trasformazione della Lega Nord in partito nazionale, I vaffa-day dei Pentastellati alla loro “ggente” dopo aver raggiunto il potere. In quattordici anni di carriera da elettrice – considerato anche il senso di responsabilità storica a cui ogni volta ri-chiamava il voto “rivoluzionario” – mai mi sono sentita sicura e felice della mia espressione di voto. Quanto invidio chi riesce a provare quel sentimento, quella “fede” nel partito e nel capo-popolo e nel fatto che le cose cambieranno e sarai proprio tu il protagonista del cambiamento!
A volte sì, invidio chi si sente sempre nella ragione, la sicurezza di chi ostenta la sua fede alla linea, la gioia nell’esultare al successo elettorale del beniamino – maschio, ancora nella mia carriera un capo di governo donna non ho avuto il piacere di conoscerlo. Cambierebbe qualcosa se fosse donna? Non so, può darsi che sarà l’ennesima rivoluzione alla quale assisterò.

Se non avessi memoria, se non mi fermassi a riflettere, se non ripassassi di tanto in tanto concetti storici quali: stato-nazione, stato di diritto, democrazia, rivoluzione, liberismo e neo-liberismo; concetti post-moderni, a sì che qualcuno storca il naso a risentire la parola “postmoderno”, quali: cooperazione internazionale, globalizzazione e frammentazione dei processi produttivi, accompagnati da principi quali: diritti umani inalienabili e universali, giustizia sociale e ambientale… Ok, senza esagerare. Se nessuno mi avesse mai insegnato cosa si dovrebbe intendere per politica in una società democratica e inclusiva, per gestione della cosa pubblica nell’interesse di una collettività, insomma, se non intravedessi ogni dannata volta il nulla che si nasconde dietro il teatrino delle ombre, crederei ancora nelle rivoluzioni della politica italiana?

Tra tutte queste rivoluzioni mi sono persa il rispetto che pur dovrei avere per chi fa cose in nome mio.

Di mezzo ci siamo andati noi Millenial e il rispetto per noi stessi, classe dirigente mancata, che non fa veramente politica, che non può farla perché siamo troppo impegnati a cercarci un lavoro che ci assorbe otto ore al giorno, precario ma che però ci soddisfa, in parte, almeno, ci permette di metter su famiglia, pagare un affitto, realizzarci e sentirci occidentali che il venerdì si fanno l’aperitivo in centro, hanno l’I-Phone, il profilo instagram con tot-mila follower, non so. Non biasimo neppure più chi decide di non votare. Se questa me parlasse con la me di vent’anni le riderebbe in faccia e direbbe: allora sei complice di questo sfacelo! E avrebbe pure ragione, forse, tanto è il senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni che dentro di me rimane.

Perché me lo ricordo, io, quando mi insegnavano che: lo stato siamo noi, gli altri siamo noi.

Me li ricordo i miei compagni dell’università che cercavano di metterci in guardia da ciò che ci aspettava nel mondo, urlandoci dal megafono: “perché ci vogliono così parcellizzati e che corriamo appresso a tutti gli esami che dobbiamo fare e non ci danno il tempo di fermarci a riflettere, di avere spazi per noi, di discussione, di autogestione…” . A volte mi veniva voglia di gridare anche io: “sì lo so grazie, e so anche che la prof che appoggia il tuo collettivo e con cui ti bevi il caffè è una …. che fa ripetere gli esami dieci volte”. A volte invece mi fermavo a leggere, ad ascoltare, a fumare la sigaretta. E poi ci pensavo. E ci partecipavo anche. Perché tutto sommato qualcosa di buono doveva pur esserci, no?

Adesso, alla luce di cotante rivoluzioni politiche, sempre mi torna questa domanda: a quale scopo dannarsi per entrare in politica, se questa sembra solo una strategia per ottenere e mantenere il potere e l’ordine costituito e non invece il metodo con cui si cambia ordine alla società e indirizzo allo sviluppo sociale ed economico? La risposta davvero non la so.

E così me ne sto con la fronte corrucciata ad osservare.
Testimone del mio tempo.

La verità è che non ce ne frega abbastanza

Considerazioni non a caldo frutto di dialoghi reali, scambiati o mancati, a margine della vicenda Diciotti. Luogo: porto di Catania e dintorni.

Se non altro tutta questa scabrosa situazione ha avuto anche un risvolto positivo. Ho parlato e scambiato idee con molte persone che la pensano e non la pensano come me. La cosa mi ha fatto sentire da una parte meno sola, dall’altra impotente allo stesso modo. Possiamo contarcela come vogliamo e rilanciare tutte le cose bellissime che noi persone impegnate perseguiamo, supportiamo e per cui spesso trasportiamo i nostri corpi dal sicuro delle case all’insicuro delle strade e delle piazze e, in questo caso è il caso di dirlo, persino nelle acque. Ma è giunta l’ora di rendermi conto del fatto che sono praticamente inefficace di fronte alla maggioranza che non mi rappresenta e che non rappresento.

Sabato 25 agosto a  Catania, come atto finale di un presidio durato praticamente una settimana, si sono giunti livelli di azione e partecipazione elevati e non indifferenti, questo è vero. Nel pomeriggio si annunciava l’apertura dell’indagine da parte della Procura di Agrigento, nel frattempo si ingrossava il sit-in al Porto di Catania e in serata si giungeva alla liberazione degli ultimi e delle ultime eritree sulla nave. Sì, è stato bello perché in questa occasione ho visto tutti riunirsi e arrivare da ogni parte della Sicilia: partiti, realtà politiche e/o sindacali, organizzazioni studentesche e non, associazioni culturali, movimenti della comunità educante non formale, Lipu, Legambiente, Scout,  ecc.;  comitati, reti sociali di cura, Emergency e Amnesty per esempio; Chiese, famiglie, persone e animali. C’era anche la polizia, naturalmente.

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Ma c’è un fatto che non posso fare finta di ignorare. C’è che la maggior parte della società civile, la silenziosa maggioranza, non è dalla nostra parte e ancora peggio è contro di noi. Sorseggiava spritz a pochi metri dalla nave Diciotti, negli eleganti locali della movida catanese, magari dicendo al vicino di bevuta “ma quando se ne vanno questi immigrati”; oppure era a passeggio a guardare vetrine pensando “però quanti immigrati”, oppure era a casa a guardare la TV e a pensare a quanto sono fastidiosi gli immigrati; oppure era in vacanza al mare o in montagna o presso qualche gettonata meta a dire “meno male che qui non ci sono immigrati”; oppure era a lavorare “come un negro”; oppure era davanti allo smartphone a twittare o a commentare contro gli immigrati. Oppure era disoccupato e si disperava fumando una sigaretta sul balcone pensando che se non fosse per gli immigrati le cose andrebbero meglio. Oppure era stanca morta la bimba piccola ammalata il marito arrabbiato per colpa degli immigrati. Oppure… non lo so, ma credo che in questi giorni qualsiasi sensazione di vago malessere possa essere stato attribuito agli immigrati. E lo sarà ancora. Come da tempo, come da spesso e volentieri.

Non intendo scadere nella controretorica – che sarebbe troppo facile del resto sostenere – per poi sentirmi dare della buonista. Io che buonista non sono stata mai (http://www.treccani.it/vocabolario/buonismo). Non intendo mostrare tutte le debolezze e le evidenze oserei dire scientifiche dell’insulsità che di questi tempi si sostiene riguardo alla migrazione e alla sua pericolosità. Perché so che se non siete dalla mia parte non ascolterete, né leggerete più avanti.

Comunque, non si sa mai, potreste dare un’occhiata a due vecchi post.

Mi spiace per chi non ha ancora letto o non ha avuto tempo di studiare abbastanza per capire l’attuale sistema di controllo delle masse e la subdola manipolazione della propaganda politica ideata da italiani a danno di altri italiani. Dovrebbe fidarsi in questo momento di me, e certo che è difficile di questi tempi fidarsi di qualcuno! Ma io non prometto la luna. Prometto solo che, secondo me, se tu fossi disposto o disposta a dialogare e a leggere articoli lunghi e ben argomentati non provenienti da un’unica fonte, vivresti meglio la tua vita, staresti un poco meno male, ti sentiresti un poco più al sicuro, capiresti che la soluzione del tuo problema non è fuori da te, ma dentro di te. Oppure capiresti che, in fondo, non ti interessa niente di queste cose, ma davvero niente e quindi forse accetteresti il fatto che la tua vita continua e continuerà per così come è con o senza neri zingari sporchi immigrati in circolazione. Al limite, potrei accettare di comprendere i tuoi vissuti socialmente difficili o le tue brutte esperienze con la scuola e le istituzioni, potrei considerare il fatto che la mente umana è plasmabile e tu sei vittima del sistema che vuole mantenere le capacità intellettuali di cui siamo tutti naturalmente dotati sottosviluppate. Potrei capire che tu non sappia più dove aggrapparti per dare un senso al tuo essere animale sociale e politico. Ma almeno, dico almeno, mi lasceresti in pace e non remeresti contro di noi, sognatori di un mondo meticcio, di pari opportunità per tutti, difensori di diritti umani universali e inalienabili. E scusa se è poco.

Chi mi può capire, e forse mi leggerà perché è dalla stessa parte della barricata, anche se in un altro settore – come direbbe Il partigiano Johnny o meglio Beppe Fenoglio con cui spesso mi identifico quando anche io mi trovo a pensare “I’m in the wrong sector of the right side” –  mi piacerebbe riflettesse insieme a me e mi aiutasse a trovare soluzioni a questo. Al fatto che i nostri “nemici”, se ne abbiamo, non dipendono dal colore, tantomeno politico, non sono nessuna delle organizzazioni più o meno autogestite, più o meno istituzionali o istituzionalizzate che supportano o negano la validità delle nostre idee democratiche, antifasciste e antirazziste. Sono l’indifferenza, l’egoismo, la politica del prima-io, la depressione, i disturbi psicologici, la beata ignoranza delle persone e degli individui che danno forma al disagio sociale in cui viviamo. Abbiamo un problema enorme. Abbiamo il problema di educarci, di prenderci cura degli altri, di solidarizzare, di non cedere alla tentazione del sopraffare, del fare branco e seguire ciecamente il capobranco. Ed è un problema comportamentale che l’umanità in quanto specie ha sempre avuto. Abbiamo il problema del disimpegno morale, del vittimismo, della xenofobia. Tutti ce li abbiamo questi problemi. E certo non basta una manifestazione per capire quanto radicato permanga in noi se non ci mettiamo a decostruirlo tramite un serio percorso di crescita e sviluppo personale.