Trident Juncture 2015, Grande Guerra, corse e ricorse storiche

Le straordinarie forze NATO sono in azione. Un’esercitazione da sogno, o forse da incubo, che sta coinvolgendo diversi stati membri e soprattutto il Mediterraneo. Il nome è altisonante Trident Juncture 2015 e lo scenario immaginato, quello per cui si preparano i nostri eroi, ha come titolo Sorotan. In poche parole il gioco consiste nel dover affrontare (cito il documento ufficiale scaricabile qui) diverse minacce convenzionali e non convenzionali per proteggere e difendere Lakuta, il territorio in pericolo, contro Kamon, un avversario molto sfuggente. La situazione è critica, i combattimenti sono ad alta intensità, le tecniche di attacco estremamente diversificate e le necessità di difesa devono tener conto di minacce chimiche, biologiche e radiologiche. I nostri eroi, non soltanto devono far fronte a innumerevoli insidie, ma soprattutto devono difendere i civili dalla violenza, proteggere i bambini e assicurare l’integrità del corpo femminile. Nel contempo hanno da affrontare crisi umanitarie e da mantenere sotto controllo il proprio territorio. La storia narra che la ragione del conflitto sia l’acqua, o meglio la sua mancanza. Per cui Kamon aggredisce e invade Lakuta.

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Giusto per fare un breve salto nella realtà, nessuno nega che questa esercitazione sia di fatto una dimostrazione/provocazione alla Russia. Eppure fino a qualche tempo fa (prima della crisi ucraina) mi ricordo bene che sia da una parte sia dall’altra era tutto un “no, ma non fraintendiamoci, ma figurarsi, ma le pare a lei?”. Insomma, veramente in pochi non hanno ancora capito che qui si fa sul serio.

Ma che ce frega a noi? Obietterete. Niente, in effetti. Quest’anno il caso ha voluto che ricorresse il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. Commemoriamo e piangiamo innumerevoli militi ignoti, visitiamo monumenti ai caduti, cimiteri e ossari. Rendiamo omaggio agli eroi della Grande Guerra. E i civili? Quelli che ne subirono le conseguenze economiche? i mutilati? i disertori? i derubati? i senza-identità? gli sradicati? Tutti i traumatizzati che hanno vissuto, sono nati o cresciuti durante la guerra? Le vittime reali del grande conflitto sono di certo contabili. Coincidono con l’insieme dell’umanità. E se no, che guerra mondiale è?

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Ma che ce frega a noi! Niente. Non intendo convincervi che sia interessante. Quello su cui rifletto in questi giorni è solo il fatto che per ogni guerra l’imperativo sembra sempre essere quello di difendere la popolazione, sacrificarsi per salvare mille, milioni, tutti. Invece non è vero. Mai. Non so voi, ma io piuttosto vorrei che qualcuno mi proteggesse proprio da questi soldati, da questi generali, che dicono che lo fanno per me. Che si esercitano per me. Che sono pronti alla morte per me. Non vi credo. Io credo che siate solo pronti a provocarla e ancora meglio a vendicarla, la mia eventuale e remota morte per mano nemica. Non ce l’ho con gli uomini e le donne che hanno fatto scelta volontaria di servizio militare. Anzi, già me le immagino le facce dei soldati, delle soldatesse e dei simpatizzanti che scuotono la testa: “piccola, vedrai che un giorno ci ringrazierai”. Certo che vi ringrazierò, quando mi salverete dagli uragani, dalle alluvioni e dalle catastrofi umanitarie, quando mi porterete via da situazioni di pericolo, quando mi recuperete in mare calandovi dal cielo, quando farete come nei film, quando risolverete i problemi contingenti, quando non attenterete alla mia incolumità insomma, vi ringrazierò. Non altrimenti.

Comunque, devo ammetterlo, sto giocando di fantasia pure io. Il futuro non è poi così catastrofico, giusto? Infatti, mica subiremo le conseguenze peggiori noi. Se la storia si ripete, figuratevi se non ci ripetiamo “noi”. Noi, bianchi italici figli di romana ecclesia, premiate ditte imperiali di valori saldi, patria gloria e matria terra, andremo ancora incontro al sol dell’avvenir con quel qualcosa in più, tipo: armi, strategie politiche e santi in paradiso che mai ci sono mancati. E chi ci tocca, a noi. Perciò, in questo senso potreste avere ragione. Anche se la prima guerra mondiale non è mai finita, anche se la miseria ce la siamo scordata, ma che ce frega a noi!

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Il fatto è che forse un’economia libera dalle industrie e servitù militari potrebbe risultare, non dico più sana, ma magari più prospera, probabilmente più lungimirante, di sicuro un’altra cosa. Chissà, prima o poi la vecchia guardia dell’industria bellica e dei generali e degli uomini al potere andrà in pensione, o morirà, che ne so! E sarà sostituita da una nuova generazione che andrà ancora alla guerra, ma in diverso modo. Infatti, non credo che l’assenza di guerra armata possa significare in automatico assenza di sopraffazione, fine della dinamica oppressore – oppresso, pace nel mondo e felicità per tutti. Non sono stupida. Ma se magari si cominciasse con il traumatizzare o destabilizzare meno gente, dico io. Non so. Si smettesse di fare nazionalpopolarismo. Considerati i cent’anni di esperienza che abbiamo alle spalle. La si piantasse di correre alle armi e a gareggiare a chi ce le ha più lunghe e scattanti. Credo solo che sarebbe più intelligente.

 

 

 

Dormire, sognare, forse migrare…

Refugees Welcome and Anyone. Un post dedicato a chi di accoglienza parla e vive.

Le persone nascono, vivono e muoiono. Come tutti gli esseri viventi, nel frattempo, si muovono. D’accordo, può anche darsi che qualcuno viva, cresca e muoia sempre nello stesso posto. Ma la scala del tempo umano è davvero irrisoria se paragonata anche solo alla misura di un secolo. Le popolazioni, le famiglie, i singoli e gruppi più o meno estesi di individui, sono soliti spostarsi nello spazio. Fondano città, abitano alcune zone, ne disabitano altre, le commutano, scambiano parentele, lingue, usanze, alimenti, tecnologie e caratteri somatici. Modificano l’ambiente e lasciano tracce del loro passaggio ovunque: che sia la cenere di un fuoco domestico o le fondamenta del palazzo del potere o l’ossario dei defunti o l’immondizia di questa era. Sia a livello globale, sia a livello locale, la migrazione è un processo costante nel tempo. La particolarità di questo fenomeno sembrerebbe essere che fa parte della storia, ma non della memoria umana.

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Qual è il confine tra le definizioni di viaggiatore, girovago, nomade, migrante? E tra forestiero, estraneo, invasore, ostile, rivale? E tra cittadino, zingaro, apolide e rifugiato? Solo una linea artificiale, arbitraria, onnipotente, che si trasmette culturalmente. Questa può coincidere con un’altalenante demarcazione di frontiera di stato, ma anche con una ancor più effimera identità di gruppo. Anche se non sembrerebbe, stiamo proprio parlando di quel problema lì, che nel giro di una cinquantina d’anni non si può proprio più ignorare. Quello del mescolamento, della migrazione, del ribaltamento dei punti di vista, dell’accettazione del diverso e dell’accoglienza. E certo non è solo un problema “dell’Occidente o dell’Oriente o del Terzo Mondo o del…cos’altro c’era?”. C’è un mondo. E basta. E ci siamo noi. Che poi, neanche è vero che ci siamo solo noi a questo mondo.

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Dunque. Secondo la mia opinione, il “problema” consiste proprio nel fatto che sia considerato un problema. Per questo è ora di finirla. Bisogna che tutti disimpariamo certi atteggiamenti psicologici quotidiani che inconsapevolmente ci determinano e ci fanno vivere situazioni di disagio laddove così non dovrebbe essere. Avere paura, provare rancore e odio, sentire l’orgoglio di essere diversi o uguali, cercare la “verità” e la soluzione “quella giusta” non ci renderà più forti in questo nostro presente transfrontaliero, fatto di identità multistrato, di pensieri divergenti, di caos creativo e di migrazioni. Ci viene chiesto di diventare parte attiva nel processo di ridefinizione dello spazio e del tempo che abitiamo, accoglienti nei confronti dell’altro e inclusivi. A tutti i livelli relazionali, personali, sociali, locali e globali. Il principio di coesistenza pacifica è qualcosa di imprescindibile del nostro tempo e le ragioni sono, oltreché di contingenza economica e sociale, anche di necessità biologica (sopravvivenza) e psicologica (identità). Non si tratta soltanto di spirito umanitario, insomma. Come è possibile pensare che la migrazione sia ancora una cosa da gestire in emergenza? Non esiste un’emergenza migranti. Esistono modalità di gestione possibili dei flussi migratori che non si possono arrestare, né ignorare. Ce ne faremo una ragione? Questo spetta solo a noi, come individui. Nel frattempo, almeno, non raccontiamo certe menzogne in giro. Non reprimiamo la creatività dei bambini insegnandogli che chi varca un confine è un nemico, togliendo loro la possibilità di arricchirsi spiritualmente e culturalmente.

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Bene. Tutto questo preambolo pseudomoralista per dire cosa? Dove voglio andare a parare? Voglio andare a parare lì, al “problema accoglienza”. Ma speravo di non farlo in modo polemico, perché in questo momento non mi interessa che ci sia chi è pronto a farci i soldi sull’accoglienza, o meglio, mi interessa, ma mi pare che si sappia fin troppo bene a chi additare responsabilità, a chi chieder conto e anche chi contraddire e contro chi alzare la voce. Soprattutto quando l’emergenza si crea nonostante si tratti di qualcosa in lista d’attesa da un bel po’. Voglio dare spazio ad altro che sta accadendo in questi mesi. Come non stupirsi ed emozionarsi di fronte la libertà e la spontaneità d’azione di diversi cittadini austriaci che sono partiti in massa per recuperare più richiedenti asilo possibili e portarseli a casa? E poi l’iniziativa di giovani tedeschi Refugees Welcome, che pensa a un nuovo modello di ospitalità diffusa e condivisa? Pure le tifoserie hanno detto la loro, a noi, che sport e politica vanno insieme solo in senso negativo. E questo mi fa immaginare a chissà quante altre iniziative individuali e di gruppo che sicuramente sono in corso, ma che i media nazionali non raccontano.

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E allora il punto è questo. Per fare accoglienza servono idee concrete e braccia per realizzarle. Ci servono alternative, autorganizzazione, modelli di inclusione possibili e esempi di coesistenza reale e pacifica. Ci serve imparare l’accoglienza come modo di essere. Ci serve, oltre all’accoglienza istituzionalizzata, Askavusa Lampedusa, ci serve la Rete Antirazzista di Catania, il torneo sportivo Mediterraneo Antirazzista, ci serve l‘Ex-Moi di Torino (e scusate se altre realtà, che sicuramente esistono, non le conosco). Ci servono loro, le comunità migranti, quelle che già abitano qui e quelle che ancora devono arrivare. Serve imparare sul campo, mettere in gioco se stessi e le proprie convinzioni, scoprire che è dannatamente complicato e che rischia pure di fare male. Più facile senza dubbio non cambiare mai idea, giudicare l’operato altrui con distacco e lasciar fare a chi di dovere. Eppure è così ovvio, così lampante, il fatto che abitiamo sotto lo stesso cielo, che il mondo si è ristretto e che tutti dipendiamo da tutti e che il tempo non torna indietro e non c’è più spazio per distogliere lo sguardo. All’orizzonte si continua a vedere sempre e solo altra gente che arriva o che parte. Felice, triste, migrante.

 Anyone Welcome

 

Intrecciare lotte con migliaia di persone

Il Primo Maggio No Expo 2015 non doveva andare così. La prima pagina non doveva essere occupata da auto in fiamme. Le nuvole di fumo non dovevano fare da sfondo al corteo. Così è andata, ma siccome è nostro “dovere” isolare i violenti, allora diciamolo. Quelle “tute nere” non avevano niente a che fare con me e con gli altri 50 000 che insieme a me hanno riempito Milano di canti, musica, striscioni e colori in una giornata pessima e piovigginosa. Non avevano niente a che fare con gli organizzatori che, nonostante le condizioni difficili e confuse, hanno intrecciato diverse pratiche di lotta mantenendo un servizio d’ordine che ha permesso ai manifestanti di continuare fino alla fine.

Li ho visti coi miei occhi, per quello che sono: meschini. Li ho visti entrare in una piccola gelateria a conduzione familiare colpevole di aver dato fiducia al corteo e di aver deciso di rimanere aperta, probabilmente per arrotondare il mese. Li ho visti lanciare vernice all’interno e imbrattare di colla le porte, li ho sentiti gridare al gelataio: “devi chiudere!”. E ho pensato che questo comportamento è semplicemente mafioso e squadrista. Ho pensato: “eccheca*** fatichiamo tanto a far capire alle persone che non siamo vandali, che non devono chiudere al passaggio dei cortei (o meglio che dovrebbero chiudere per unirsi a noi!) e poi…ecco qua.” Viaggiano a gruppetti di tre o quattro e si mescolano tra la folla. Quando vi si incontra il danno è fatto. E non si può certo pensare di inseguirvi uno a uno. Che poi, anche quando, gli fai la predica? Gente simile cosa ti risponderebbe? Capirebbe?

Dobbiamo isolarvi, certo. E allora pubblicamente mi scuso. Perché ho assistito alla scena, ma presa dal corteo e non so da cosa, probabilmente dalla paura, non ho pensato a entrare in quella gelateria a darvi una mano. Non me la sono sentita di andargli addosso. Non mi sono fermata a fare un po’ di solidarietà, patetica forse, ma comunque qualcosa. Avrei potuto aiutarvi a pulire, avrei potuto comprare due chili di gelato, che ne so. Posso solo dirvi, a magra consolazione, che la prossima volta proverò a essere più lucida, che non ci saranno compromessi, nessuna giustificazione qualsiasi, non sprecherò forse manco il fiato. Perché queste persone, e quelle che ci assomigliano, accanto a me non ci devono stare, non dovrebbero nemmeno avere il coraggio di farsi vedere.

Questa è una cosa sulla quale invito a riflettere tutti coloro che vivono i movimenti di lotta. Non diamogli spazio, tanto meno fiducia. Nonostante le nostre diversità di idee, pratiche, i dissidi e le incomprensioni, arriva sempre un momento in cui ci si guarda negli occhi e si sa da che parte stare. Ecco. Non dalla loro.

Noi crediamo che qualche ragionamento dobbiamo pure farcelo. Perché anni di lavoro sui contenuti, di condivisione e di lotte oggi sono stati letteralmente spazzati via dalla scena pubblica, e se la stampa e la comunicazione mainstream hanno gioco facile a far vedere colonne di fumo nero che si alzano nel cielo della città e roghi di auto e negozi, e vetrine tirate giù, beh, qualcuno ‘sto lavoro di demonizzazione glielo ha reso davvero facile, e non abbiamo davvero niente da guadagnare dal totale isolamento nel quale ci ritroveremo, da domani, a fare politica nella nostra città. Milano in Movimento – diretta

La questione, come al solito, non è nelle identità ma nel metodo. Ragionare su quali pratiche ci rendono più forti e evidenziano le linee di frattura sempre più larghe in una società caratterizzata da una rabbia latente quanto diffusa. Spaccare utilitarie o vetrine a caso è un gesto idiota che ha senso soltanto per chi assume come referente del suo agire “politico” il proprio micro-milieu ombelicale. Infoaut – Non a tutti piace Expo