Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

Digressione

Di massimi sistemi scolastici – appunti

Della mia esperienza precaria come insegnante, il momento che mi piace di più, è quello in cui ne parlo su Skype con Giada, una volta in collegamento da Leuven, una volta da Torino, una volta da Tolosa, una volta da Niscemi e la prossima credo che sarà da Londra (no, non fa la hostess). Perché, io e lei, abbiamo iniziato a parlare di massimi sistemi mentre scrivevamo la tesi di laurea specialistica e, tra un curtigghio e un babbìo (ita. pettegolezzo e scherzo), non abbiamo smesso più. Tre i nostri temi preferiti: precarietà generazionale ed esistenzialismo, educazione e sistema scolastico, l’amore ai tempi del barbera. Sicuramente interessante il binomio amore-barbera, ma mi dispiace deludere i malcapitati lettori. Oggi parlerò di scuola.

Scuola. Vedo già ergersi le barricate, alzarsi la pressione arteriosa, vedo l’improvviso grattarsi da qualche parte, ora subito, ammettilo. Se sei un “precario della scuola” ti sta venendo l’orticaria, ne sono sicura. Probabili svenimenti non appena si associ il suddetto termine all’aggettivo: italiana. SCUOLA ITALIANA. Ma ecco… io tralascerei. Perché la mia esperienza precaria come insegnante, non mi deriva dal sistema italiano (per ora).

Le mie esperienze didattiche, titoli accademici a parte, si riassumono brevemente: doposcuola e attività di tutoraggio vario durante gli anni di università; insegnante doposcuola a studentessa (meravigliosa) con difficoltà alle superiori per un anno; alcune settimane a saltare in classi di medie inferiori comprese tra il Monte Rosa e la pianura Padana; sei mesi circa di insegnamento in co-teaching nelle scuole elementari, in lingua italiana, sul litorale sloveno. Barcamenandomi tra ambiti disciplinari umanistici, scientifici e vari ed eventuali. Per cui, della mia precarietà ne vado persino orgogliosa, perché se fossi rimasta ferma e fissa in una scuola in Italia non avrei mai potuto fare una così varia esperienza. Non avrei mai potuto vivere la quotidianità e le sfide scolastiche di ragazzi con disabilità, non avrei potuto sperimentare la specificità che distingue l’approccio coi bambini da quello con gli adolescenti, non avrei potuto imparare che comunicare è il vero obiettivo, insegnare a farlo, dare gli strumenti per decifrare, ipotizzare, interpretare il sapere. Insegnare ad ascoltare e a parlare, a condividere e a ri-costruire nozioni, idee, sentimenti. Non avrei mai potuto davvero convincermi, ancora e sempre di più, che l’inclusione è la mia filosofia, con tutte le implicazioni che ne derivano. Ché è per la scuola dell’inclusione che mi batterei e sprecherei il fiato e del resto non mi interesserebbe (test invalsi compresi, non li boicotterei nemmeno, sappiatelo).

Mon dieu, l’essere patetico dell’insegnante entusiasta!

 

Tu, oh mio/mia collega precario/a! È dall’idea di insegnamento che dovremo ripartire ogni lunedì e, nonostante tutto quello che ci richiedono di studiare, di sapere, di leggere e di applicare, in nessun manuale troveremo l’idea giusta, la definitiva, l’unica. Perché l’idea di insegnamento è un concetto filosofico, è l’utopia alla quale tendi, gli studenti che vorresti! Tutto il resto sono chiacchiere da bar, fatte con chi di pedagogia e di didattica non ne sa nulla, a cui annuisci col capo e fai un breve cenno di sorriso per pura cortesia, mentre sorseggi il tuo cappuccino e ti avvii, tu, non loro, ad affrontare gli incubi e i mostri che ti agitano le notti e si materializzano intorno alle ore 08:00 nella tua amata classe.

Fondamentale per sopravvivere a se stessi e per trovare alleati nel comparto scuola, con cui condividere pause merende, pianti e sfoghi, è dunque mettersi  la mano sulla coscienza e chiedersi: io perché insegno? Quali situazioni immagino che i miei studenti debbano affrontare un giorno? Che persone vorrei che diventassero in futuro? Ognuno di noi deve rispondere come vuole, deve dirsi la verità, senza sensi di colpa. Anche se le tue risposte fossero: perché mi pagano; capre sono e capre rimarranno; non me ne può fregar di meno. Io ti stimerò e capirò e mi confronterò con te, per il solo fatto che entri in classe e lasci fuori dalla porta i tuoi problemi di adulto per stare dietro ai loro, che possono essere anche peggiori dei tuoi alle volte, ma che comunque non interessano a nessuno, né ai genitori, né ai presidi, né ai colleghi, figuriamoci se stanno a cuore agli studenti. L’insegnante si giudica per l’operato e non per l’ideale.

Art. 33 della Costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

 

Canzoni italiane, donne, punti di vista del femminile

Cinque canzoni italiane per questo marzo della donna. Cinque voci, temi e punti di vista femminili.

Non si tratta di canzoni femministe, direi piuttosto che si tratta di canzoni molto femminili. Perché cinque? Non so, semplicemente perché ne ho trovate cinque, ma di certo la lista può allungarsi e ognuna ha forse la propria. Iniziamo con la grande Mina e “L’importante è finire”. Una canzone che esprime un certo erotismo, non c’è che dire, un testo e un’interpretazione magistrale che non lasciano dubbi: – Donne! Via l’orgoglio e via le paranoie perché l’importante è… 

Continuiamo con Mia Martini e “Piccolo uomo”. Perché non ammettere che spesso diventiamo dipendenti dalle nostre relazioni d’amore? Così tanto da sentirci piccole piccole, sole e abbandonate, tristi e senza prospettive se il nostro amore ci lascia. Un’altra grande voce della storia della musica italiana, quella di Mia Martini, che con questa canzone ci invita a perdonarci ogni tanto per queste debolezze che poi sono quelle che ci rendono umane. Tra l’altro, non dimentica di  ricordare che anche lui è “piccolo” proprio come noi.

Il matrimonio. Dopo secoli di sottomissione e con la liberazione sessuale degli ultimi decenni (di cui forse io appartenente alla così detta generazione dei millenials sono il primo frutto) un’istituzione spesso messa sotto attacco ideologico da tutti i fronti. Eppure, ditemi che nessuna ha mai sognato un lui/lei che ti chiede: “- vorresti sposarmi?” e persino immaginato il giorno del proprio matrimonio, compreso il vestito! Carmen Consoli, con pochi fronzoli racconta l’episodio devastante di un matrimonio che non va in porto in “Fiori d’arancio”.

Un pericolo sempre dietro l’angolo è quello di cadere nel facile vittimismo, un altro grande tema che spesso per la donna si manifesta dietro la non assunzione di responsabilità della propria libertà. In altre parole… se vuoi qualcosa, la pretendi oppure se fai una decisione, rifletti su te stessa, su quello che comporta e sii pronta ad accettarne le conseguenze. Irene Grandi dice che “non è facile, però è tutto qui”. Per di più questo brano fece scandalo con il verso: “prima di pretendere l’orgasmo, prova solo ad amarti”.

Se poi arriva Marzo e guarda caso è la festa delle donne e guarda caso è il mese della Primavera e guarda caso sono qui a pensare alle cantanti italiane, è un attimo: – respiriamo l’aria e viviamo aspettando Primavera! la lailaaa. Siamo come fiori prima di vedere il sole a Primaveraaaa la lailaaa”. Siiii, la gioia di vivere di Marina Rei, tanta gioia di vivere, quella che ogni donna deve imparare a conservare e a coltivare negli anni.

Buon Marzo delle donne a tutte e a tutti.

Questione di principio: Referendum Costituzionale 2016

A giudicare da quello che vedo pubblicare sui social network e sulla base delle, devo dire poche, discussioni sul referendum costituzionale che ho potuto fare con chi la pensa diversamente da me, mi sono fatta alcune opinioni e sono giunta ad alcune personali conclusioni.

Mi sembra che chi abbia intenzione di votare “Si” lo faccia per tre motivi di fondo: a) perché è letteralmente trascinato dall’entusiasmo per il cambiamento che il Presidente del Consiglio Renzi e il suo modo di comunicare effettivamente sono in grado di esprimere egregiamente; b) perché sotto ricatto morale/psicologico del tipo “guardate che se passa il no si va a elezioni anticipate, i mercati si arrabbiano, sarà una catastrofe, moriremo tutti e non ci saranno più altre occasioni”; c) perché ci crede davvero che grazie alla non abolizione del Senato, ma all’abolizione del bicameralismo perfetto l’Italia cambierà in meglio.

D’altra parte, moltissime delle argomentazioni pubbliche sul “No” non mi convincono affatto: a) perché molti intendono votare no per partito preso e per dimostrare che il governo in carica non gode di legittimità; b) perché non sono d’accordo quando si dice che la Costituzione non si tocca in quanto scritta da persone sicuramente straordinarie ma dipinte come personaggi biblici investiti da Dio a redigere le Tavole della Legge; c) perché vengono espresse da politici e partiti che sarebbero stati capaci di presentare una proposta di riforma ancora peggiore e che si trovano spesso molto d’accordo sulla promulgazione di leggi elettorali che non garantiscono un effettivo esercizio del potere da parte del popolo (del resto il bipensiero è una delle più affascinanti caratteristice della politica postmoderna).

Ecco, io questa cosa che bisogna approvare una riforma costituzionale perché se non ora quando, come se si trattasse di approvare una legge per il reato di tortura in Italia o per mettere fine alla servitù militare statunitense, proprio non la accetto (giusto per fare esempi a caso). Così come non accetto il fatto che se approvi il testo della riforma sostieni un governo bello, giovane e gagliardo, e al contrario se non approvi significa che nutri simpatie per la becera opposizione e/o gridi vendetta al cospetto di Dio agitando spauracchi di derive autoritarie …che non è che sarà questa riforma ad accentuare.

Sarebbe a questo punto il caso di entrare nel merito del testo di Riforma?  No! Sarebbe meglio non entrarci proprio nel merito, perché si tratta dell’ennesima iniziativa del governo e non dei rappresentanti del popolo, passata al vaglio di parlamentari nominati dai partiti, che modifica il Titolo V ritentando l’accentramento dei poteri e andando contro le autonomie territoriali, che faceva meglio a eliminarlo il Senato anziché trasformarlo in questa banderuola in perenne campagna elettorale. Perché a mio parere modifica l’ordinamento democratico peggiorandolo.

Qui il testo ufficiale della Riforma con testo a fronte

Qui le ragioni del NO

Qui le ragioni del SI

Leggete ed entrare anche voi nel merito, ma io non vorrei, perché per me è una questione di principio. Trovo che ci sia molta confusione tra i concetti di gestione e ordinamento dello Stato. Se si vuole cambiare l’ordinamento di uno Stato in funzione di una migliore gestione, è ben risaputo che l’oligarchia e la tirannide siano molto più “efficienti” della democrazia. Dato che l’ordinamento costituzionale di uno stato democratico moderno prevede la tutela della partecipazione pubblica e l’equilibrio tra i poteri sulla base di Principi Fondamentali (vedasi Parte Prima della Costituzione della Repubblica italiana), cosa c’entra l’efficienza? Non si cambia l’ordinamento di uno stato democratico mettendo al centro dell’obiettivo l’efficienza senza pensare che a qualcuno possano venire più di un dubbio formale e diversi timori sostanziali

L’ho letto il quesito, ho letto la riforma e il mio non sarà un voto di partito, ma un voto decisamente politico. Perché la mia scelta non sarà determinata da legami di fedeltà, ma frutto delle ideologie: quelle che qualcuno dice non esistere più, come se l’essere umano potesse mai smettere di pensare. Quelle per cui, per una buona democrazia, è importante non solo la forma, ma anche la sostanza, sono importanti la teoria e la prassi, i principi fondamentali e i metodi di salvaguardia di quei principi. Quelle ideologie per cui il vero progresso viene dalla resistenza al pensiero unico e soprattutto al partito unico. Le ideologie democratiche e antifasciste.

Siamo abbastanza informati e adulti e laureati in Italia per sapere quello che faremo, noi che trattenendo il sospiro metteremo la crocetta sul SI oppure sul NO. Ognuno di noi avrà le sue ragioni che forse l’altro non capirà. Comunque vada, non esulterò né mi dispererò. Cercherò di rimanere una libera cittadina con la voglia di continuare questo splendido sogno che vive di dibattito pubblico e cittadinanza attiva e si chiama democrazia.

 

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Fertility Day ovvero lo straordinario piano per l’incremento delle nascite

Obiettivi e strategie del Piano nazionale per la natalità, no scusate: fertilità. Ah, ma cosa c’entra? Ehm… boh.

Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro. Questo il titolo del documento di 137 pagine elaborato dal Ministero della Salute nel 2015 con lo scopo di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese“. Già qui sorge spontanea la domanda: al centro di queste politiche andrebbe davvero la Fertilità, con la F maiuscola poi? Perché proprio un piano per la fertilità, anzi per la riproduzione della specie, e non in generale un piano per la natalità, una politica per i nuovi nuclei familiari, non so, una strategia per favorire le adozioni anche a uomini e donne non in coppia, pensare a delle contromisure economiche, rivedere alcuni capitoli di spesa un po’ troppo alti da una parte e bassi dall’altra… No, la soluzione ai problemi del welfare italiano si affida al vecchio e caro #fatefigli perché saranno il bastone della vostra vecchiaia (se restano a lavorare lì dove sono nati e cresciuti). Qualcosa a metà tra il diritto individuale e il monito divino: non disperdere il seme.

1472739667_1472656883_non-1200x710-590x349Al fine di incrementare le nascite il Piano per la Fertilità si prefigge di: 1) Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio; 2) Fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell’apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale; 3) Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente; 4)Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione; 5)Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, GiornataNazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Potete consultare il documento qui: “http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf” .

Già dalla lettura della prima pagina ti verrebbe voglia di stampare il pdf solo per il piacere di darlo al rogo su pubblica piazza. Ma poi ti ricordi che, oltre a essere antifascista, femminista, antimilitarista, dato che le sfighe non vengono mai sole, sei anche ambientalista e così… cerchi di darti una calmata e pensare a un’alternativa. Tipo scrivere questo post.

200_laughLa Giornata nazionale sulla fertilità ha un bel nome inglese che fa figo “FERTILITY DAY”, dalla parola d’ordine inequivocabile: “Prestigio della Maternità”. Beeeello!!! Ma mi sono persa qualcosa? Da quando essere mamma in Italia non ti colloca su una posizione di prestigio? Ah… da quando le misure di tutela della maternità si sono fatte via via più instabili… forse. E poi: perché maternità e non anche paternità, o ancora meglio prestigio dei genitori? Ah… sarebbe stata una cosa troppo femminista, si rischiava di far pensare al ritorno del “gender” nelle scuole. In ogni caso, vado avanti con la lettura, anche se il Ministero per la Riproduzione della Specie, ops Sanità, non mi aiuta.
[…] Il nostro Paese si pone all’interno di una tendenza comune nel continente, dovuta non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali, la cui analisi dettagliata esula dal presente Piano della Fertilità; fattori che comunque meriterebbero di essere approfonditi con attenzione.
Ma se il Piano per la Fertilità esula di scandagliare i fattori sanitari, economici, culturali e sociali… di che rivoluzione culturale è promotore? Ma che piano è? Davvero si pensa che con quattro slogan e immagini di questo tipo, mi verrà voglia di fare subito subito un figlio?
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E dire che nel progettino presentato, al paragrafo “media e campagna di comunicazione”, si trova scritto questo.
Il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre, il tempo costituisce già per la donna moderna un fattore critico, quanto piuttosto deve incentrarsi sul valore della maternità e del concepimento e sul vantaggio di comprendere ora, subito, che non è indispensabile rimandare la decisione di avere un figlio. […] Ovviamente si debbono trovare registri comunicativi e un linguaggio adatto ai target da raggiungere, che passi attraverso i media da loro più utilizzati e non venga percepito come moralistico.
Beh, possiamo tranquillamente affermare che a ‘sto giro l’agenzia di comunicazione ha toppato di brutto. A quanto pare la Ministra Lorenzin è pronta a ritrattare su queste immagini e slogan. In ogni caso, secondo il piano, la strategia innovativa per il raggiungimento degli obiettivi prevede il coinvolgimento delle scuole, la formazione specifica dei medici, l’organizzazione di incontri con la “gente comune”, per non parlare dell’istituzione del Giorno della Fertilità. Nelle ore di educazione sessuale a scuola in cui a fatica ti lasciano mostrare un preservativo in classe, si riuscirà a parlare di riproduzione ai fini procreativi, cioè, in ultima analisi, come Dio comanda?
Successivamente all’indirizzo politico presentato in questa prima parte del Piano, il documento entra nel merito scientifico. Se c’è qualcosa che effettivamente vale la pena di leggere sono gli studi effettuali dal “Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità” composto da una sfilza di professoroni universitari che potete leggere a p.17 con allegata bibliografia. In effetti, sull’analisi dei risultati non trovo nulla da dire, forse perché non è il mio campo, ma anche perché si tratta di una serie di relazioni sulla situazione demografica e sociale piuttosto concrete, comprese diverse indicazioni sanitarie didascaliche sull’apparato riproduttivo e sulle cause di infertilità (il riassunto dei risultati principali potete leggerlo da p.122). Il tavolo di studio sulla quale si basa il piano rileva cose interessantissime sia dal punto demografico, sia dal punto di vista sociale che senza dubbio vanno discusse.
giphy_mumAlla fine emerge la contraddizione di un’operazione che facendo finta di occuparsi della salute dei cittadini propone la riproduzione come fatto necessario, economico, urgente, che grava ancora una volta sull’immagine della donna e sul suo corpo, senza peraltro risparmiare l’uomo. E io, che sono il target, mi faccio una gran bella risata, perché la responsabilità della scarsa natalità non me la prendo proprio… Che comunque non sarà col fertility day che mi ricorderete che madre è bello, che padre è super, che avere fratelli e/o sorelle è meglio. Ci sono già i miei genitori, a ricordarmelo e anche il mio splendido fratello e la sua magnifica moglie, nonché altri miei fantastici amici, che se aspettavano le vostre politiche per la famiglia e la natalità, col cavolo che ne mettevano su una.
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Piccolo canone di letteratura italiana a Lubiana

Lubiana, Istituto Italiano di Cultura. Una mostra fotografica presenta scrittori e scrittrici della letteratura italiana.

Un paio di giorni fa mi trovavo a Lubiana, presso l’Istituto Italiano di Cultura in Slovenia. Ero lì per un motivo molto specifico, la presentazione di un’antologia che esamina la storia della della letteratura italiana in Istria, in particolare di Capodistria, Isola e Pirano (per ulteriori dettagli e la versione pdf del volume clicca qui). Non ero mai stata in un Istituto Italiano di Cultura. Da italiana e soprattutto da letterata e amante della mia cultura, non di meno affascinata da tutte le altre, ho solcato la soglia degli uffici con una certa emozione. Per la prima volta non ho associato la presenza all’estero del Paese di cui sono cittadina a una presenza militare, coloniale e invasiva. Ed è anche bello sapere che se mi trovo all’estero per qualsiasi motivo, esiste uno spazio dove si parla la mia lingua e si coltiva la mia tradizione letteraria ed artistica. Qualcosa che non sarebbe male se venisse garantito a tutti. Devo anche aggiungere che, comunque, il sospetto con cui guardo a queste istituzioni che trattano un tema tanto delicato e spesso usato in modo subdolo, quale è quello culturale, non mi abbandona.

“Gli 83 Istituti Italiani di Cultura (IIC) nel mondo sono un luogo di incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, per gli italiani all’estero e per chiunque voglia coltivare un rapporto con il nostro Paese. Promuovono all’estero l’immagine dell’Italia e la sua cultura, classica ma anche e soprattutto contemporanea.”

Promuovere l’immagine dell’Italia all’estero…. beh.

Parliamone, no?

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Ho cercato di sbirciare dentro le stanze degli uffici e di curiosare qua è la per capire che aria si respirasse. L’occhio mi è caduto su un corridoio laterale, dove è stata allestita una mostra fotografica. Diversi i ritratti fotografici appesi sotto al titolo “Scrittori Italiani – Ritratti”, fotografie di Michele Corleone. Come non resistere alla curiosità di vedere su chi fosse caduta la scelta? Ovviamente non ho potuto fare a meno di segnarmeli tutti, ed eccoli qua.

Maria Luisa Spaziani

Fernanda Pivano

Dacia Maraini

Tonino Guerra

Niccolò Ammaniti

Dario Fo

Andrea Zanzotto

Erri De Luca

Andrea Camilleri

Bruno Munari

Carlo Ginzburg

Alcuni nomi me li aspettavo, ma per la maggior parte degli altri si è trattata di una bellissima sorpresa. Che mi ha fatto pensare che se all’estero nomi consacrati al canone letterario possono trovarsi insieme a best-seller, come Camilleri e Ammaniti, e “best-militant” come Erri De Luca, senza tralasciare anche qualche voce femminile ricercata… ecco, penso che sia un ottimo modo per veicolare pacificamente l’idea di una letteratura italiana che in troppi considerano finita, morta e sepolta, e che invece è ancora più viva e attiva che mai. Un’immagine della cultura italiana nella quale mi rappresento: dialogante, inclusiva, pronta a scardinare gli stereotipi e critica nei confronti delle regole prestabilite, ma capace anche di non perdere quei caratteri di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza che tanto raccomandava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.

 

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Festa delle donne, la gioia, l’impegno

In questa giornata dedicata alle donne si celebrano tanti avvenimenti storici e si ricordano tante storie, ma si affrontano anche tanti problemi e si considerano tutte quelle cose per cui si deve lottare affinché si raggiungano le pari opportunità. Ancora oggi e in moltissime parti del mondo, troppe, il sesso femminile vive costantemente oppresso e depotenzializzato.

In ogni caso, a me non disturba se le donne usano questa occasione per uscire la sera tra amiche e divertirsi come pare a loro. A me non disturba pensare che in questo giorno le donne ricevano un fiore o un augurio, anche se mascherato da ipocrisia. Perché è quello che pretendiamo. Essere riconosciute nella nostra specificità e particolarità, essere libere di scegliere di disporre del nostro tempo come preferiamo.

Per questo non credo a chi dice che questa giornata sia inutile, non credo a chi dice che ormai donne e uomini siano uguali di diritto e di fatto, così come non credo ai disfattisti e alle disfattiste che dicono che siamo ancora lontani dal raggiungimento del risultato. Non è vero. I passi avanti si stanno facendo e, considerati i secoli di oppressione del sesso femminile, pensare che nel giro di un secolo il movimento femminista – si proprio quello – ha portato all’avanzamento della società e del pensiero nel suo insieme, all’ampliamento dei diritti, all’idea di un progresso che non lascia indietro nessuno… ecco.

Io mi sento fiera di essere il risultato vivente delle lotte femministe che le mie antenate hanno fatto. E penso che, soprattutto nel rispetto di quelle che stanno ancora lottando, sarebbe bello sapere che oggi tutte le donne nel mondo festeggiano e sono felici e hanno ricevuto un fiore o un augurio e stanno iniziando,  o continuando con coraggio, a seguire il percorso di liberazione dall’oppressione, nell’interesse di un mondo migliore per tutti, non solo per una metà.

 

Difendiamo le donne, defendemos l’alegria.